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Articolo 529 Codice di procedura penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

[Aggiornato al 28/02/2020]

Sentenza di non doversi procedere

Dispositivo dell'art. 529 Codice di procedura penale

1. Se l'azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita, il giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere indicandone la causa nel dispositivo.

2. Il giudice provvede nello stesso modo quando la prova dell'esistenza di una condizione di procedibilità è insufficiente o contraddittoria [537].

Ratio Legis

In mancanza di una condizione di procedibilità o proseguibilità dell'azione penale, quest'ultima perde la propria ragion d'essere.

Spiegazione dell'art. 529 Codice di procedura penale

La sentenza di non doversi procedere rappresenta un possibile esito della fase dibattimentale, appartenente al genus delle sentenze di proscioglimento, dalle quali si differenzia in quanto non contiene un accertamento del fatto storico, ma si limita a statuire su aspetti processuali che impediscono tale accertamento, quali il dubbio sull'esistenza di una condizione di procedibilità. Il riferimento è quindi alla querela (artt. 336 e ss.), all'istanza (art. 341), alla richiesta (art. 342) e all'autorizzazione a procedere (artt. 343 e 344).

La condizione di procedibilità attiene ad un elemento necessario per poter procede penalmente, e se all'esito del dibattimento emerge che l'azione penale non doveva nemmeno essere iniziata o comunque proseguita, il giudice provvede in tal senso.

Nello stesso modo, in una chiara ottica di tutela del principio del favor rei, allo stesso modo procede quando vi sia il dubbio circa la mancanza o meno della condizione di procedibilità.

Massime relative all'art. 529 Codice di procedura penale

Cass. pen. n. 34884/2008

La sentenza che dichiara l'improcedibilità per mancanza di querela non può condannare l'imputato al pagamento delle spese di giudizio, perché questa statuizione di condanna presuppone la soccombenza.

Cass. pen. n. 34655/2005

Non può essere nuovamente promossa l'azione penale per un fatto e contro una persona per i quali un processo già sia pendente (anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su iniziativa del medesimo ufficio del P.M., di talché nel procedimento eventualmente duplicato dev'essere disposta l'archiviazione oppure, se l'azione sia stata esercitata, dev'essere rilevata con sentenza la relativa causa di improcedibilità. La non procedibilità consegue alla preclusione determinata dalla consumazione del potere già esercitato dal P.M., ma riguarda solo le situazioni di litispendenza relative a procedimenti pendenti avanti a giudici egualmente competenti e non produttive di una stasi del rapporto processuale, come tali non regolate dalle disposizioni sui conflitti positivi di competenza, che restano invece applicabili alle ipotesi di duplicazione del processo innanzi a giudici di diverse sedi giudiziarie, uno dei quali è incompetente.

Cass. pen. n. 12283/2005

Il giudice dell'udienza preliminare, investito della richiesta del P.M. di rinvio a giudizio dell'imputato, non può emettere sentenza di non doversi procedere per la ritenuta sussistenza di una causa di non punibilità senza la previa fissazione della udienza in camera di consiglio. (La Corte ha osservato che l'art. 129 c.p.p. non attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello già riconosciutogli dalle specifiche norme che regolano l'epilogo proscioglitivo nelle varie fasi e nei diversi gradi del processo - artt. 425, 469, 529, 530 e 531 stesso codice -, ma enuncia una regola di condotta rivolta al giudice che, operando in ogni stato e grado del processo, presuppone un esercizio della giurisdizione con effettiva pienezza del contraddittorio).

n. 286/2003

È manifestamente infondata, in riferimento agli art. 111 comma 2, 3 e 24 cost., la q.l.c. degli art. 529 e 649 comma 2 c.p.p., nella parte in cui non prevedono la condanna dello Stato al rimborso delle spese in favore dell'imputato, quando si pronuncia nei suoi confronti sentenza di proscioglimento per il divieto di un secondo giudizio. Premesso che la questione concerne la posizione degli imputati abbienti, giacché, in una visione solidaristica, che investe anche il processo, l'art. 24 comma 3 cost., dispone che siano assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione, nessuna utile comparazione, quanto al regime delle spese, può essere compiuta tra processo penale e altri processi, specie quello civile, non sussistendo un vincolo costituzionale alla identità di disciplina dei diversi procedimenti, ed essendo i due modelli in comparazione, il processo civile, dominato dal principio di disponibilità dell'azione privata, e quello penale, nel quale vige il contrapposto principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, troppo lontani per rendere arbitraria la mancata previsione della condanna dello Stato in caso di assoluzione dell'imputato; né sussiste violazione dell'art. 111 comma 2 cost., in quanto il principio della parità delle parti trova la sua concretizzazione nell'eguale diritto alla prova e nella regola che questa deve formarsi in contraddittorio, ma non comporta che i poteri e i mezzi di cui le parti sono dotate debbano essere gli stessi e, del resto, nel processo penale, atteso l'ineliminabile squilibrio di posizioni, il problema non è quello della rifusione delle spese da parte dello Stato nel caso di infondatezza dell'azione penale esercitata, quanto piuttosto quello della individuazione di ipotesi di responsabilità conseguenti all'esercizio dell'azione penale e più in generale dell'attività giudiziaria nei casi di dolo e colpa grave.

Cass. pen. n. 5472/1995

La formula di proscioglimento «per essere rimasti ignoti gli autori del reato» presuppone l'assoluta impossibilità di identificare fisicamente l'imputato e non la difficoltà o l'incertezza di pervenire alla esatta acquisizione delle generalità, perciò non potrà essere adottata dal Gip quando questi ritenga che non vi sia corrispondenza tra le generalità dichiarate e l'identità fisica dell'imputato, dovendosi in questo caso fare applicazione dei principi fissati dall'art. 66 commi primo e secondo c.p.p., secondo i quali l'impossibilità di attribuire le esatte generalità all'imputato non pregiudica il compimento di alcun atto e l'eventuale erronea attribuzione delle stesse deve essere rettificata con la procedura di correzione degli errori materiali.

Cass. pen. n. 5218/1995

La formula di proscioglimento per essere rimasti ignoti gli autori del reato presuppone l'assoluta impossibilità di identificare fisicamente l'imputato e non la difficoltà o l'incertezza di pervenire all'esatta acquisizione delle generalità del predetto. (Nella fattispecie era stato dichiarato non doversi procedere per essere rimasto ignoto l'autore del fatto nei confronti di straniero, imputato del reato di cui all'art. 630 c.p. perché vi erano fondati dubbi sul fatto che le generalità del pervenuto, non identificato a mezzo di documento valido e probante, fossero quelle indicate ed, inoltre, difettava qualsiasi altro elemento per potere pervenire ad una sua effettiva identificazione).

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