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Articolo 50 Codice di procedura penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

Azione penale

Dispositivo dell'art. 50 Codice di procedura penale

1. Il pubblico ministero esercita l'azione penale [112 cost.] quando non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione [408, 554 c.p.p.; att. 125] (1).

2. Quando non è necessaria la querela [336-340 c.p.p.], la richiesta [344 c.p.p.], l'istanza [341 c.p.p.] o l'autorizzazione a procedere [343 c.p.p.], l'azione penale è esercitata di ufficio.

3. L'esercizio dell'azione penale può essere sospeso o interrotto soltanto nei casi espressamente previsti dalla legge [3 , 47, 71, 344 c.p.p.].

Note

(1) Si veda quanto stabilito dalle disposizioni di attuazione all'art. 231.

Ratio Legis

Scopo della norma è attuare quanto stabilito dal dettato costituzionale all'art.112 Cost. relativo all'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero. Quest'ultimo è inoltre il dominus dell'azione penale in quanto spetta solo a lui il potere di esercitarlo.

Brocardi

Nemo iudex sine actore

Spiegazione dell'art. 50 Codice di procedura penale

Il pubblico ministero svolge un duplice ruolo all'interno dell'ordinamento penale.

Innanzitutto egli è parte all'interno del processo, ma, in secondo luogo, rappresenta allo stesso tempo un organo dello Stato incaricato di vigilare sull'osservanza delle leggi e sulla pronta e regolare amministrazione della giustizia. Egli esercita inoltre l'azione penale.

Il dominus dell'azione penale è il pubblico ministero: solamente a lui spetta il potere di individuare l'incriminazione ed esercitare l'azione penale. Il giudice, dunque, non può autonomamente procedere d'ufficio e può agire processualmente solo se precedentemente il pubblico ministero avesse già esercitato l'azione penale.

Quanto a tale ultimo profilo, l'obbligatorietà dell'azione penale è sancita dall'articolo 112 Cost., strumentalmente collegata al dovere di far osservare le leggi.
Avendo il pubblico ministero il monopolio dell'azione penale, sono implicitamente escluse forme private di azione penale e forme popolari di azione penale. L'unica eccezione è rappresentata dall'art. 21 d.lgs. 274/2000, ai sensi del quale “per i reati procedibili a querela è ammessa la citazione a giudizio dinanzi al giudice di pace della persona alla quale il reato è attribuito su ricorso della persona offesa.

L'azione penale si presenta obbligatoria solo nei casi in cui non sia necessario procedere con la richiesta di archiviazione.

Per quanto concerne l'officialità dell'azione penale, essa va delineata in collegamento funzionale con quanto disposto dall'art. 405, il quale elenca tutte le diversi formulazioni dell'imputazione. L'efficacia del regime di procedibilità a querela di parte è circoscritta alle ipotesi contemplate al comma 2, ovvero alla querela, istanza, richiesta ed all'autorizzazione a procedere.

Il comma 3 delinea il principio dell'irretrattabilità dell'azione penale, e dunque che, una volata esercitata, il processo si può sospendere o interrompere solo nei casi espressamente previsti dalla legge. L'esercizio dell'azione penale è dunque obbligatorio e una volta esercitata diviene irrevocabile. Con l'esercizio della stessa infatti, formulata l'imputazione, inizia la fase processuale. Vige, infatti, il principio dell'irretrattabilità dell'azione penale, ex artt. 50, III comma e [[n60]], II comma c.p.p. e pertanto, ove il pubblico ministero emettesse un provvedimento di revoca dell'azione penale, tale provvedimento deve ritenersi abnorme.

Massime relative all'art. 50 Codice di procedura penale

Cass. pen. n. 34536/2001

I provvedimenti del P.M., in quanto atti di parte, non hanno natura giurisdizionale e, come tali, non sono né qualificabili come abnormi (caratteristica esclusiva degli atti in giurisdizione), né impugnabili, quantunque illegittimi. (Fattispecie concernente ricorso del Procuratore Generale della Repubblica avverso provvedimento di diretta trasmissione in archivio, da parte del P.M., di atti ritenuti penalmente irrilevanti).

Cass. pen. n. 24617/2001

È legittimo, nell'ipotesi di restituzione degli atti al pubblico ministero da parte del giudice del dibattimento, l'esercizio dell'azione penale con modalità diverse da quelle in precedenza utilizzate, atteso che è consentito al titolare della funzione d'accusa operare le scelte processuali funzionali a detto esercizio ritenute più opportune nelle diverse situazioni e che tale potere-dovere non incide sul principio di irretrattabilità dell'azione penale.

Cass. pen. n. 3764/1999

Il decreto che dispone il giudizio, emesso ai sensi dell'art. 464 c.p.p. a seguito di opposizione a decreto penale, non deve essere obbligatoriamente preceduto dall'invito a comparire, atteso che tale adempimento, in quanto finalizzato a consentire un'anticipata difesa dell'indagato, in vista della possibilità che le indagini preliminari si chiudano con una richiesta di archiviazione, non ha ragion d'essere quando l'azione penale, per sua natura irretrattabile (arg. ex artt. 50, comma 3, e 60, comma 2, c.p.p.), sia stata già esercitata, come si verifica appunto nel caso di richiesta di decreto penale.

Cass. pen. n. 2673/1999

Poiché il P.M. è l'esclusivo titolare dell'azione penale, è abnorme il provvedimento con il quale il giudice inibisca all'organo dell'accusa — nel corso del dibattimento — l'esercizio dell'azione penale nell'ambito dei poteri relativi alla modifica della imputazione ed alla contestazione di reati concorrenti o di circostanze aggravanti.

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