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Articolo 85 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Revoca e rinuncia alla procura

Dispositivo dell'art. 85 Codice di procedura civile

La procura può essere sempre revocata e il difensore può sempre rinunciarvi (1) (2), ma la revoca e la rinuncia non hanno effetto nei confronti dell'altra parte finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore [301] (3).

Note

(1) La rinuncia da parte del difensore può essere espressa o può risultare anche da fatti concludenti. La legge infatti non richiede alcuna formalità specifica, ritenendo che sia sufficiente il comportamento dal quale si possa desume la volontà di abbandonare il proprio incarico.
(2) La morte del procuratore, a differenza di quanto accade per revoca o la rinuncia, determina l'interruzione del processo dal giorno dell'evento, anche in mancanza di comunicazione formale dello stesso (si cfr. l'art. 301). Allo stesso modo, il processo subisce un arresto quando il difensore è radiato (o sospeso) dall'albo. Diversa è la conseguenza della cancellazione volontaria dall'albo, in quanto venendo equiparata ad una rinuncia alla procura, non determina l'interruzione del processo.
(3) La norma precisa che nei confronti dell'altra parte la revoca o la rinuncia dell'incarico cominciano a produrre i loro effetti dal momento in cui il nuovo procuratore si è costituito in giudizio. Fino a tale momento il vecchio difensore conserva le sue funzioni che deve continuare a svolgere con diligenza, poichè è solo a partire dalla costituzione in giudizio del nuovo difensore che il vecchio verrà privato del c.d. ius postulandi, cioè del potere di compiere e ricevere atti.
Diversamente, nei rapporti tra difensore e cliente la revoca o la rinuncia divengono efficaci nel momento in cui sono comunicati.

Ratio Legis

La norma in analisi dispone che la revoca o la rinuncia non abbiano effetto nei confronti dell'altra parte fino a che non sia avvenuta la sostituzione da parte del nuovo difensore, ha lo scopo di impedire che vengano usate per ostacolare il regolare svolgimento della causa o, comunque per ritardarne l'iter. Essa garantisce, altresì, l'effettività del diritto di difesa.

Massime relative all'art. 85 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 23324/2012

La rinuncia al mandato da parte del procuratore - come la revoca da parte del conferente - è dichiarazione recettizia a forma libera, che produce effetto nei confronti dell'altra parte quando sia avvenuta la sostituzione del difensore, sicché il procuratore rinunciatario è privo dello "ius postulandi" in relazione al processo nel quale ha rinunciato ed è stato sostituito, non avendo più efficacia, in tale processo, l'anteriore procura generale "ad lites", seppure rilasciata per atto pubblico.

Cass. civ. n. 16121/2009

Per effetto del principio della cosiddetta "perpetuatio" dell'ufficio di difensore (di cui è espressione l'art. 85 c.p.c.), nessuna efficacia può dispiegare, nell'ambito del giudizio di cassazione (oltretutto caratterizzato da uno svolgimento per impulso d'ufficio), la sopravvenuta rinuncia che il difensore del ricorrente abbia comunicato alla Corte prima dell'udienza di discussione già fissata.

Cass. civ. n. 23589/2004

La nomina di un nuovo difesore e domiciliatario nel corso del processo comporta la revoca tacita del precedente difensore e domiciliatario, salva diversa manifestazione di volontà.

Cass. civ. n. 2049/2002

La nomina, nel corso del giudizio, di un nuovo difensore in luogo di un altro può essere effettuata anche in un atto diverso da quelli indicati dal comma terzo dell'art. 83 c.p.c. — quale nella specie la memoria di replica ex art. 190 c.p.c. — purché idoneo a dare la certezza della riferibilità dell'attività svolta dal difensore al titolare della posizione sostanziale controversa, senza che valga ad escludere la validità del conferimento della procura la circostanza che l'atto in questione sia inammissibile poiché versato in processo contumaciale, non comunicandosi l'eventuale sua abnormità o inammissibilità come scritto difensivo al negozio (mandato ad litem) che contiene.

Cass. civ. n. 2071/2002

La nomina, nel corso del giudizio, di un secondo procuratore non autorizza, di per sé sola, in difetto di univoche espressioni contrarie, a presumere che la stessa sia fatta in sostituzione del primo procuratore dovendosi invece presumere che sia stato aggiunto al primo un secondo procuratore, e che ognuno di essi sia munito di pieni poteri di rappresentanza processuale della parte, in base al principio del carattere ordinariamente disgiuntivo del mandato stabilito dall'art. 1716, secondo comma, c.c.

Cass. civ. n. 5410/2001

La revoca della procura da parte del cliente o la rinuncia alla stessa da parte del difensore, a norma dell'art. 85 c.p.c., non fanno perdere al procuratore (revocato o rinunciante) lo ius postulandi e la rappresentanza legale del cliente per tutti gli atti del processo fino a quando non si sia provveduto alla sua sostituzione con altro procuratore e tale sostituzione non sia stata ufficialmente comunicata. È, pertanto, nulla la notificazione dell'atto di appello, eseguita presso il nuovo difensore per il quale non risulti ancora rilasciato il mandato in sostituzione del precedente che abbia rinunciato al mandato medesimo, qualora il giudice non ne abbia ordinato la rinnovazione per le parti assenti. (Nella specie, l'atto d'impugnazione era stato notificato al nuovo difensore, ancorché dall'epigrafe della sentenza risultasse ancora il precedente; conseguentemente la S.C., enunciando il principio succitato, ha dichiarato la nullità del giudizio di secondo grado e ha annullato la sentenza impugnata, con rinvio ad altro giudice di pari grado, rilevando nel contempo che, essendo ormai l'atto d'impugnazione pervenuto a conoscenza degli appellati, poi ricorrenti per cassazione, la riassunzione davanti al giudice del rinvio avrebbe reso superflua una nuova notificazione, ai sensi e per gli effetti dell'art. 291).

Cass. civ. n. 9294/2000

A norma dell'art. 85 c.p.c., la revoca del difensore, al pari della rinuncia di questo al mandato, non produce effetti finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore revocato o rinunziante, con la conseguenza che, in caso di inesistenza o nullità della procura al difensore nominato in sostituzione, la parte deve ritenersi ancora difesa dal procuratore revocato.

Cass. civ. n. 10643/1997

Le vicende della «procura alle liti» sono disciplinate, dall'art. 85 c.p.c., in guisa diversa dalla disciplina della procura al compimento di atti di diritto sostanziale, perché, mentre nella disciplina sostanziale è previsto che chi ha conferito i poteri può revocarli (o chi li ha ricevuti, dismetterli) con efficacia immediata, invece né la revoca né la rinuncia privano — di per sé — il difensore della capacità di compiere o di ricevere atti. La giustificazione di tale diversa disciplina consegue — appunto — dal fatto che i poteri attribuiti dalla legge processuale al procuratore non sono quelli che liberamente determina chi conferisce la procura, ma — come quelli in cui si concreta lo ius postulandi — sono attribuiti dalla legge al procuratore che la parte si limita a designare. E, in base all'art. 85 c.p.c., ciò che priva il procuratore della capacità di compiere o ricevere atti, non sono dunque la revoca o la rinuncia di per sé soli, bensì il fatto che alla revoca o alla rinuncia si accompagni la sostituzione del difensore.

Cass. civ. n. 1085/1996

Il difensore che abbia rinunciato al mandato, o al quale il mandato sia stato revocato dal cliente, mentre conserva, fino alla sua sostituzione, la legittimazione a ricevere gli atti indirizzati dalla controparte al suo assistito, non è più legittimato a compiere atti nell'interesse del mandante, atteso che la revoca o la rinuncia hanno pieno effetto tra il cliente ed il difensore e determinano il venir meno del rapporto di prestazione d'opera intellettuale instauratosi con il cosiddetto contratto di patrocinio (art. 85 c.p.c.). Ne consegue che, per la circoscritta attività di ricevimento degli atti, spettano al difensore non sostituito i diritti di procuratore in base alle tariffe vigenti al momento dei singoli atti, nonché gli onorari di avvocato in base alla tariffa in vigore al momento della rinuncia o della revoca, a nulla rilevando che dopo la cessazione dell'incarico sia intervenuta altra tariffa professionale. Tuttavia, ove il difensore, nonostante la revoca o la rinuncia, abbia svolto in concreto attività difensive, dette attività, in assenza di elementi da cui desumere il ripristino del rapporto di patrocinio e salvo ratifica, possono essere inquadrate soltanto nell'istituto della gestione di affari, con conseguente applicabilità della relativa disciplina e, in particolare, dell'art. 2031 c.c.

Cass. civ. n. 6290/1992

Con riguardo all'attività professionale di avvocati e procuratori che sono dipendenti da ente pubblico ed iscritti «nell'albo speciale annesso all'albo professionale» ed abilitati unicamente al patrocinio per le cause e gli affari propri dell'ente presso il quale prestano la loro opera, il rilascio della procura ha effetto esclusivamente per la durata del sottostante rapporto di pubblico impiego e viene meno col cessare di questo senza alcuna ultrattività non rilevando in contrario il disposto dell'art. 85 c.p.c. che, nel sancire la inefficacia della revoca o della rinuncia alla procura nei confronti dell'altra parte, finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore, non incide sui rapporti fra questi e la parte da lui rappresentata, né impedisce che l'estinzione del mandato di patrocinio, qualunque ne sia la causa, abbia fra tali soggetti effetto immediato. Ne consegue che qualora l'avvocato dipendente abbia, pur dopo la cessazione del rapporto di pubblico impiego, prestato ulteriormente la propria attività professionale senza essere investito di nuovo e rituale mandato, non ha diritto, per tale opera a pretendere dall'ente la liquidazione di diritti ed onorari sulla base della tariffa professionale.

Cass. civ. n. 2091/1992

La domanda proposta nell'udienza di precisazione delle conclusioni deve ritenersi ritualmente introdotta in giudizio per accettazione implicita del contraddittorio in ordine ad essa, ove la parte nei cui confronti la nuova domanda sia stata proposta non abbia eccepito nella stessa udienza la preclusione ex art. 184 c.p.c., ancorché il suo procuratore, a seguito della rinuncia al mandato, non abbia assistito all'udienza e provveduto ai successivi atti difensivi, atteso che detta rinuncia (come la revoca della procura) sono inefficaci nei confronti della controparte (art. 85 c.p.c.).

Cass. civ. n. 3346/1990

Qualora una parte sia assistita da due difensori, autorizzati a rappresentarla in giudizio sia congiuntamente che disgiuntamente, la comunicazione del decesso di uno dei due difensori, fatta in giudizio dall'altro difensore, il quale contemporaneamente dichiari di rinunziare al mandato, non determina l'interruzione del processo, poiché la rappresentanza processuale della parte si concentra nel procuratore superstite, che, nonostante la rinuncia, continua a rappresentarla fino alla sua sostituzione con altro procuratore.

Cass. civ. n. 3009/1984

La rinunzia al mandato, come atto di natura processuale riferibile esclusivamente al difensore ed, inoltre, inefficace nei confronti dell'altra parte fino a che non sia avvenuta la sostituzione del difensore stesso, non implica alcuna rinuncia all'azione né pregiudizio alcuno per la parte da quest'ultimo rappresentata, e pertanto qualora detta rinuncia venga formulata immediatamente dopo la formulazione di una riserva di appello, questa non perde la sua funzione tipica di assicurare la conservazione del diritto di impugnazione per il tempo differito.

Cass. civ. n. 1870/1976

L'art. 85 c.p.c., il quale stabilisce che la revoca o la rinuncia alla procura non hanno effetto nei confronti dell'altra parte finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore, mira ad evitare una vacatio dello ius postulandi e deve essere interpretato nel senso che, fino alla sostituzione, il difensore conserva le sue funzioni con riguardo alle vicende del processo obiettivamente considerato, e cioè sia per quanto concerne la legittimazione a ricevere atti nell'interesse del mandante, sia per quanto concerne la legittimazione a compiere atti nel suo interesse. I rapporti interni fra procuratore e cliente, infatti, rimangono disciplinati dal cosiddetto contratto di patrocinio, con le ovvie conseguenze in tema di responsabilità del procuratore nei riguardi del cliente, il quale, d'altronde, può sempre rescindere con effetto immediato il rapporto di rappresentanza processuale provvedendo alla nomina di altro difensore.

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Consulenze legali
relative all'articolo 85 Codice di procedura civile

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Anonimo chiede
domenica 08/07/2018 - Veneto
“Mi trovo in una situazione kafkiana.
Ho iniziato una causa civile con un avvocato A. Ancora prima delle udienze dei testi a mio favore, ho revocato l'incarico ad A tramite PEC. A mi invia nota spese e data della prossima udienza. Prima dell'udienza invio copia della revoca e conferisco incarico verbale (in seguito confermato da varie email ed sms, oltre ad alcuni incontri di persona) a B, per inserirsi nel procedimento e pure contestare la parcella di A (quest'ultima attività subito riscontrata via email con molte considerazioni da parte di B). Sottolineo che B già mi rappresentava in cinque altri procedimenti, tra penali e civili.
Dopo due mesi, non avendo nessuna comunicazione né da uno, né dall'altro (B nel frattempo risulta irreperibile via telefono, sms ed email), vado personalmente in Tribunale e vengo a conoscenza che B non ha depositato nulla e che c'è un udienza tra un mese (il giorno xxx). Continuo a chiamare B e ad inviare email senza alcuna risposta (né mi richiama), riesco finalmente ad avere una prova che B non è morto, dopo avere chiamato insistentemente una sua assistente: B mi informa via email semplice (non mi richiama nemmeno al telefono), di essere stato "fermo per un problemino di salute" e che l'udienza in oggetto il giorno xxx è "proforma" di rinvio alla fase conclusionale, che in seguito a questa udienza "abbiamo" 60 giorni per depositare le conclusioni e che al più presto mi contatterà per vederci e predisporre insieme questa "conclusionale", ed anche per la firma formale del mandato professionale. Tutto scritto via email.
Trenta giorni dopo circa, non avendo più alcun riscontro da B ancora più volte sollecitato via telefono ed email, preoccupatissimo dei danni che stesse facendo A, mi reco nuovamente in Tribunale dove mi si informa che:
1-il giudice nell'ultima udienza del xxx ha chiuso il procedimento e contestualmente ha emesso sentenza a mio sfavore
2-che non posso nemmeno ricorrere in Appello, perchè sono trascorsi più di 30 giorni dalla sentenza.
Quindi ho perso causa, appello, devo pagare A per quanto fatto prima della revoca ed anche le spese processuali della controparte. Intanto B rimane irreperibile.
Nessuno mi ha mai avvisato di nulla, probabilmente le udienze sono andate deserte (eccetto per la controparte che era ben presente), non ci sono state audizioni di miei testi, né dibattimento, né conclusioni riassuntive a mio favore, il giudice ha sentenziato a meno di sei mesi dalla prima udienza di conciliazione, l'unica di cui sapevo ed a cui ho partecipato.
Ovviamente è mia intenzione portare in giudizio uno dei due avvocati per negligenza o imperizia, ma quale? A o B? Chi si è comportato peggio? L'art. 85 c.p.c. dice che A doveva seguire la causa ed almeno avvisarmi di tutto quello che stava accadendo fino alla nuova procura di B, che non è mai stata depositata.
D'altra parte la Cassazione con sentenza 8850/2004 ha riconosciuto che "il mandato professionale può essere conferito anche in forma verbale, dovendo in tal caso la relativa prova risultare, quantomeno in via presuntiva, da idonei indizi plurimi, precisi e concordanti ..." (e le varie email di B ne sono conferma, in particolare l'ultima ove, purtroppo asserendo incredibilmente circostanze rivelatesi completamente non vere, si rileva più di un indizio circa l'accettazione del mandato professionale da parte di B: "mi firmerà formalmente il mandato").
Al di là del fatto che la causa era in buona parte a mio favore (tant'è che era partita addirittura come procedimento penale per danneggiamento, poi depenalizzato), mi sembra incredibile che tutto sia avvenuto a mia completa insaputa e, di fatto, senza avere il patrocinio di un legale.
Che cosa posso fare (a parte rimanere completamente sconcertato) ?

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Consulenza legale i 11/07/2018
Il venir meno dell’incarico professionale conferito per rinuncia o per revoca del mandato, non fa cessare gli obblighi di diligenza (art. 1176 c.c.) dell’avvocato nei confronti della parte assistita fino a quando non subentri il nuovo difensore, in quanto non va pregiudicato il diritto di difesa del cliente.
Pertanto, un avvocato revocato non può abbandonare la causa fino a che non abbia formale comunicazione del subentro di altro collega.
Sul punto, si è pronunciato varie volte il Consiglio Nazionale Forense che, ad esempio, nel provvedimento del 12 maggio 2010, n. 35 ha statuito che: “integra illecito disciplinare la condotta dell’avvocato che, a seguito dell’avvenuta revoca del mandato, ometta di comparire in giudizio alla successiva udienza senza formalizzare a verbale né la stessa revoca né la sua sostituzione con altro difensore, ponendo in essere pertanto un comportamento incompatibile con i doveri di diligenza e correttezza inerenti al mandato. Il difensore revocato, invero, lungi dal potersi ritenere legittimato a disinteressarsi dal successivo corso del giudizio, deve dare atto della revoca nel verbale di udienza al fine di rendere consapevoli il giudice e le controparti di un evento che influisce sulle vicende processuali, ed ha altresì il dovere di accertare che nel giudizio intervenga il legale che l’ha sostituito e di avvertire la parte che non compirà ulteriori attività”.
Su tale aspetto, si è pronunciata più volte anche la Suprema Corte la quale con il provvedimento n. 6648/2017 ha sottolineato che “ai sensi dell’art. 85 c.p.c. ciò che priva il procuratore della capacità di compiere o ricevere atti, non sono ne la revoca nè la rinuncia, bensì il fatto che alla revoca o alla rinuncia si accompagni la sostituzione del difensore”.

Ciò premesso, passando allo specifico del caso in esame si osserva quanto segue.

Lo scambio di mail di corrispondenza con l’avvocato B non può essere equiparato al conferimento di un mandato.
Ciò andrebbe bene se si trattasse di una attività di consulenza o comunque stragiudiziale (Corte di cassazione sentenza n. 2319 del 2016); ma non per una attività processuale.
Per quest’ultima occorre una formale procura alle liti che va depositata in atti, procura che nella presente vicenda non c’è mai stata.
Pertanto, l’unico avvocato che era legittimato a partecipare al giudizio che si è concluso con sentenza a Lei sfavorevole era l’avvocato A.
Quest’ultimo, in base all’estratto della sentenza che Lei ci ha trasmesso, avrebbe soltanto dichiarato in udienza la revoca del mandato (anche se nel provvedimento del Giudice si parla di “rinuncia”) senza poi partecipare alle udienze successive, pur in mancanza di intervento di nuovo procuratore, e senza peraltro avvertirLa che non avrebbe compiuto ulteriore attività.

Ciò posto, prima di indicare le possibili soluzioni da percorrere, dobbiamo precisare che i termini per l’appello scadono dopo sei mesi dalla pubblicazione della sentenza.
Il termine è di 30 giorni soltanto se quest’ultima è stata notificata dalla controparte al Suo avvocato (cioè all’avvocato A).
Se così fosse, quest’ultimo sarebbe responsabile anche di non averLe comunicato la notifica della sentenza e quindi di averLe fatto scadere i termini per l’appello.
Se invece non vi è stata alcuna notifica, ribadiamo che il termine per l’appello è di sei mesi.

Fermo quanto precede, a prescindere dall’aspetto relativo all’eventuale impugnazione della sentenza, l’avvocato A è sicuramente responsabile sotto il profilo deontologico ed in tal senso potrebbe essere fatto un esposto al competente Consiglio dell’Ordine rappresentando i fatti ed allegando la documentazione (in particolare, la revoca del mandato e copia dei verbali di udienza dove risulta la mancata partecipazione dell’avvocato).

Oltre l’aspetto della responsabilità sotto il profilo deontologico (che appare pacifica), si ritiene possa essere sussistente anche una responsabilità professionale a carico dell’avvocato A.
Sotto tale aspetto, ricordiamo che l’art. 1176 c.c. al secondo comma prevede che nell'adempimento delle obbligazioni inerenti all'esercizio di un'attività professionale (come quella forense) la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell'attività esercitata.
Sul punto, la Cassazione ha più volte statuito che “la responsabilità dell'avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell'attività professionale, occorrendo verificare se l'evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando altrimenti la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone". (Cass. 1984/2016).
Nel caso in esame, nello stralcio di sentenza che ci è stato trasmesso, leggiamo che i testi di parte ricorrente (seppur ammessi) non sono mai comparsi.
Non sappiamo se la mancata comparizione sia dovuta ad una mancata intimazione dell’avvocato o se pur intimati non siano comparsi.
Ad ogni modo, anche in questa seconda ipotesi, l’avvocato avrebbe dovuto produrre in giudizio l’atto di intimazione regolarmente notificato onde evitare di incorrere nella decadenza.
Inoltre, leggiamo anche che le circostanze dedotte da parte ricorrente sono risultate sfornite supporto probatorio.
Appaiono dunque sussistere dei concreti elementi che fanno propendere per una responsabilità professionale dell’avvocato revocato che pur sapendo di non essere stato sostituito da altro collega ha -di fatto - abbandonato la difesa recando pregiudizio al proprio assistito.

Suggeriamo quindi di agire su due fronti:
1) presentare un esposto presso il competente consiglio dell’ordine per l’accertamento delle responsabilità deontologiche;
2) rivolgersi ad altro avvocato per valutare i presupposti - che noi riteniamo sussistenti – per intraprendere un eventuale giudizio di responsabilità professionale.

Quanto all’avvocato B, sulla base di quello che è riportato nel quesito, non vi sono responsabilità in ordine all’esito del giudizio. Non escludiamo però che forse potrebbero riscontrarsi delle responsabilità sotto il profilo deontologico. Per poterlo dire con più sicurezza occorrerebbe però esaminare tutta la corrispondenza intercorsa.

Da ultimo, rammentiamo che i compensi dell’avvocato A - al momento - sono comunque dovuti e se non versati La espongono da un recupero forzoso da parte di detto avvocato.
Pertanto, laddove l’importo richiesto sia effettivamente sproporzionato rispetto alla natura dell’incarico, Le suggeriamo di rivolgersi anche per tale aspetto all’Ordine degli avvocati per contestare la parcella.
La contestazione dovrà farsi in forma scritta, da depositare a mani oppure a mezzo raccomandata a/r, e dovrà indicare specificatamente le ragioni per cui non viene ritenuta congrua (evidenziando le differenze tra gli importi dei parametri forensi e quelli richiesti dall’avvocato).