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Articolo 2501 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Forme di fusione

Dispositivo dell'art. 2501 Codice civile

La fusione di più società può eseguirsi mediante la costituzione di una nuova società (1), o mediante l'incorporazione in una società di una o più altre (2).

La partecipazione alla fusione non è consentita alle società in liquidazione che abbiano iniziato la distribuzione dell'attivo.

Note

(1) In tal caso l'avviamento è acquisito a titolo oneroso quando il patrimonio delle società partecipanti all'operazione viene acquistato per un valore superiore a quello risultante dai rispettivi bilanci.
(2) La fusione per incorporazione di società realizza una successione a titolo universale corrispondente alla successione mortis causa e produce gli effetti dell'estinzione della società incorporata e della contestuale sostituzione a questa della società incorporante.

Ratio Legis

La funzione della fusione è quella di consentire la concentrazione delle imprese societarie ampliandone la dimensione e la competitività sul mercato, evitando il duplice passaggio della liquidazione delle società originarie seguita dalla costituzione di una nuova società tra i medesimi soggetti (ovvero dall'aumento di capitale sottoscritto dai soci delle società estinte), con notevoli vantaggi sul piano della continuità dell'attività d'impresa (CAMPOBASSO).

Spiegazione dell'art. 2501 Codice civile

La fusione è l'unificazione di due o più società in una sola, sia dei rispettivi patrimoni, sia delle compagini sociali.
La fusione ha anche una finalità economica: l'incremento dimensionale del soggetto giuridico che esercita attività d'impresa consente di realizzare migliori condizioni di efficienza sia nell'assetto produttivo, sia nelle relazioni col mercato (eliminazione della concorrenza).

La fusione si distingue in:
  1. fusione in senso stretto (o propria): si esegue mediante la costituzione di una nuova società e tutte le società preesistenti si estinguono;
  2. fusione per incorporazione (o impropria): si esegue mediante l'incorporazione in una società di una o più altre. In tal caso le società preesistenti si estinguono salvo una sola. Questa tipologia di fusione è la più frequente nella prassi.
Carattere essenziale della fusione è che le azioni o quote della società risultante o incorporante sono assegnate ai soci delle società fuse o incorporate e non alle società che si estinguono.
Tale carattere distingue la fusione dal conferimento di azienda da parte di società in altra società, in cui, invece, le azioni o quote della società conferitaria sono assegnate alla società conferente.

Per quanto riguarda la natura giuridica la fusione è una mera modifica dell'atto costitutivo. Quindi anche per la fusione vale il c.d. principio di continuità (v. art. 2498).

La fusione non comporta il trasferimento dei beni, né successione di una società ad altre. Si ha continuità: la stessa società sopravvive con un nuovo assetto organizzativo.

La norma stabilisce che non è consentita la partecipazione alla fusione alle società in liquidazione che abbiano iniziato la distribuzione dell'attivo. La dottrina prevalente (MAGLIULO) ritiene che la fusione non comporti revoca implicita della liquidazione in quanto, potendo agevolare le operazioni di liquidazione, è da considerarsi compatibile con la liquidazione. Si parla, in tal caso, di fusione a scopo liquidativo.

Ne consegue che a seguito della fusione:
- la società resti in stato di liquidazione; oppure
- la revoca della liquidazione sia espressa: la società delibera prima la revoca espressa della liquidazione e poi la fusione, entrambe avranno effetto dopo 60 giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese.

Relazione al D.Lgs. 6/2003

(Relazione illustrativa del decreto legislativo recante: "Riforma organica della disciplina delle societā di capitali e societā cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366.")

14 DELLA FUSIONE E DELLA SCISSIONE Per quel che riguarda il tema delle fusioni, l'indicazione contenuta nella legge-delega di "semplificare e precisare il procedimento" doveva coniugarsi con l'esigenza di rispettare i vincoli di derivazione comunitaria (e, in particolare, quelli imposti dalla direttiva 78/855/CEE del 9.10.1978, cui – nel nostro Paese – è stata data attuazione in forza del d. lgs 16.1.1991, n. 22). Si è così ritenuto di operare su due piani: a) da un lato – per quanto riguarda le fusioni cui partecipano società il cui capitale è rappresentato da azioni (alle quali si applicano le previsioni della sopramenzionata direttiva comunitaria) – sfruttando, al fine di "semplificare e precisare il procedimento", taluni margini consentiti dalla direttiva stessa e non "sfruttati" dal d. lgs. n. 22/1991; b) da altro lato – per quanto riguarda le fusioni cui, invece, non partecipano società il cui capitale è rappresentato da azioni (alle quali non trovano applicazione le previsioni della sopramenzionata direttiva comunitaria) – derogando altresì, sempre al fine di "semplificare e precisare il procedimento", a talune indicazioni previste come tassative dalla direttiva stessa. Così: Dal primo punto di vista, si è utilizzato il margine di discrezionalità consentito agli Stati membri dall'art. 1, comma 3°, della direttiva per eliminare l'attuale previsione secondo cui "la partecipazione alla fusione non è consentita alle società sottoposte a procedure concorsuali" (art. 2501 del c.c., comma 2°); si è espressamente consentita una (seppure estremamente limitata) possibilità di modifica del progetto di fusione in sede di approvazione della fusione stessa (art. 2502 del c.c., comma 2°); si è cercato di trovare un miglior contemperamento tra l'esigenza di celerità del procedimento di fusione e quella di tutela dei creditori sociali (art. 2503 del c.c., commi 1°, 2° e 3°); si è sfruttato il margine di discrezionalità concesso agli Stati membri dagli artt. 25 e 27 della direttiva per consentire, in ipotesi di fusione per incorporazione di una o più società in un'altra che possiede almeno il 90% di tutte le loro azioni o quote, che l'approvazione della fusione stessa venga effettuata dall'organo amministrativo (art. 2505 del c.c., comma 2°; art. 2505-bis, comma 2°), ecc.; Dal secondo punto di vista – con riferimento alle fusioni cui non partecipano società il cui capitale è rappresentato da azioni – si è prevista (all'art. 2505 quater), proprio al fine di ulteriormente semplificare ed accelerare il procedimento di fusione, tutta una serie di deroghe al modello di derivazione comunitaria. Per quel che concerne le operazioni di leveraged buyout – relativamente alle quali la legge-delega (art. 7, comma 1°, lett. d) demandava al legislatore delegato di "prevedere che le fusioni tra società, una delle quali abbia contratto debiti per acquisire il controllo dell'altra, non comportano violazione del divieto di acquisto e di sottoscrizione di azioni proprie, di cui, rispettivamente, agli articoli 2357 e 2357 quater del codice civile, e del divieto di accordare prestiti e di fornire garanzie per l'acquisto o la sottoscrizione di azioni proprie, di cui all'articolo 2358 del codice civile" – si sono indicate le condizioni cui dette fusioni devono sottostare (art. 2501-bis). Infine, si sono introdotte specifiche previsioni per dare attuazione, da un alto, all'indicazione della legge– delega (art. 7, comma 1, lett. c) che impone al legislatore delegato di "disciplinare i criteri di formazione del primo bilancio successive alle operazioni di fusione" (cfr. art. 2504-bis, comma 4°) e, da altro lato, a quelle (art. 7, comma 1, lett. b) di "disciplinare possibilità, condizioni e limiti delle (…) fusioni eterogenee" (cfr. art. 2502, comma 2°; art. 2504-bis, comma 5°). Anche per quel che riguarda le scissioni, è stato necessario contemperare le indicazioni contenute nella legge delega con l'esigenza di rispettare i vincoli di derivazione comunitaria (e, in particolare, quelli imposti dalla direttiva 82/891/CEE del 17.12.1982, cui – nel nostro Paese – è stata data attuazione in forza del d. lgs. 16.11.1991, n. 22). Si è così provveduto – come già in tema di fusione – a sfruttare taluni margini consentiti dalla direttiva e non "sfruttati" dal d. lgs. n. 22/1991). Il che è stato fatto, da un lato, facendo ampio ricorso alla tecnica del rinvio alle nuove norme in tema di fusione e, da latro lato, a previsioni specifiche, quale quella (art. 2506 del c.c., comma 2°) che consente "un conguaglio in denaro, purché non superiore al dieci per cento del valore nominale della azioni o quote attribuite" ai soci della società scissa, ovvio quello (art. 2506, comma 2°) che consente "che, per consenso unanime, ad alcuni soci non vengano distribuite azioni di una delle società beneficiarie della scissione, ma azioni della società scissa"; o, ancora, quella (art. 2506-bis, comma 3°) che contempla che, per gli "elementi del passivo, la cui destinazione non è desumibile dal progetto", "la responsabilità solidale è limitata all'attivo netto attribuito in ciascuna società beneficiaria", o, infine, quello (art. 2506-bis, comma 4°) che preveda che, "nell'ipotesi in cui le azioni delle società beneficiarie sono attribuite agli azionisti della società scissa non proporzionalmente ai loro diritti sul capitale di tale società, gli azionisti minoritari possono esercitare il diritto di far acquistare le proprie azioni al valore corrente concordemente determinato, ovvero a quello che, in mancanza di accordo, sarà determinato dal giudice". Da un punto di vista terminologico si è ritenuto opportuno in tema di scissione caratterizzare i suoi riflessi sui beni in termini di "assegnazione" e non di "trasferimento". Ciò anche la fine di chiarire, come riconosciuto da giurisprudenza consolidata, che nell'ipotesi di scissione medesima non si applicano le regole peculiari dei trasferimenti dei singoli beni (ad esempio relative alla situazione edilizia degli immobili).

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Federigo N. chiede
domenica 05/06/2016 - Toscana
“Fusione mediante Unione di due banche di credito cooperativo con la COSTUTUZIONE di una NUOVA NUOVA BCC (con cambio di denominazione). Gli statuti di tutte le società (vecchie e nuova) riprendo lo statuto tipo di Banca d’Italia ed in entrambi gli statuti (nuovo e vecchio) all’art. 32 (Composizione del Consiglio di Amministrazione) è riportato:
“ Non possono essere nominati, e se eletti decadono:
d) i dipendenti della Società e coloro che lo sono stati, per i tre anni successivi alla cessazione del rapporto.”
Chiedo: può un ex dipendente della Bcc che andrà a fondersi, in pensione da due anni e tre mesi, essere eletto nel Consiglio di Amministrazione della BCC nata dalla fusione per unione delle altre due?”
Consulenza legale i 13/06/2016
Sembra evidente che la risposta sia negativa.

La norma di cui allo Statuto non distingue tra le cause di cessazione del rapporto (ad esempio, non si richiede che il rapporto sia cessato anzitempo rispetto alla sua naturale scadenza, come nel caso di intervenute dimissioni, licenziamento, ecc, oppure che sia cessato perché giunto alla sua scadenza contrattuale, come nel caso di specie, in cui si parla di pensione), ma ricollega l’effetto preclusivo ad un semplice requisito temporale (3 anni come intervallo temporale tra cessazione del vecchio rapporto alle dipendenze ed eventuale inizio di quello nuovo come consigliere).

D’altro canto, se anche gli Statuti (nuovo e vecchio) della società riprendono quello della Banca d’Italia, non ci possono essere dubbi di sorta sul significato della clausola in commento. Lo Statuto della Banca d’Italia, infatti, all’art. 16, laddove si precisano i criteri di individuazione di membri del Consiglio Superiore, che è l’organo amministrativo, stabilisce in modo molto chiaro: “2. Il comitato verifica il possesso dei requisiti prima della presentazione dei nominativi dei candidati all’assemblea, anche sulla base di dichiarazioni acquisite dagli interessati, dalle quali risulti comprovato che il nominativo interessato: (…) d) non ricopre e non ha ricoperto negli ultimi due anni cariche presso banche e società operanti nei settori finanziario o assicurativo o presso altri soggetti che per 7 natura, attività esercitata o per altre circostanze anche contingenti, siano sottoposti a poteri di controllo, di vigilanza o comunque autoritativi della Banca d’Italia; e) non svolge né ha svolto negli ultimi due anni attività di lavoro subordinato o parasubordinato ovvero di lavoro autonomo di carattere coordinato e continuativo per alcuno dei soggetti indicati alla lettera che precede”.

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