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Articolo 2093 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Imprese esercitate da enti pubblici

Dispositivo dell'art. 2093 Codice civile

Le disposizioni di questo libro si applicano agli enti pubblici inquadrati nelle associazioni professionali.

Agli enti pubblici non inquadrati si applicano le disposizioni di questo libro, limitatamente alle imprese da essi esercitate [1229, 2201].

Sono salve le diverse disposizioni della legge [2221;409 c.p.c.].

Ratio Legis

La tematica relativa agli enti pubblici economici ed alle imprese esercitate da enti pubblici, rientra in quella più ampia relativa all’impresa pubblica.

Spiegazione dell'art. 2093 Codice civile

La bipartizione in enti pubblici inquadrati ed enti pubblici non inquadrati nelle categorie professionali risale all’abrogato ordinamento corporativo. Essa, peraltro, corrisponde alla distinzione tra enti pubblici esercenti in via esclusiva o principale un’attività d’impresa ed enti che esercitano l’attività d’impresa in via non principale: i primi sono gli enti pubblici economici, i secondi sono gli enti pubblici non economici.

La legislazione a partire dagli anni ’90 ha dato impulso ad un processo di privatizzazione degli enti pubblici economici, diretto a trasformare tali enti in s.p.a.. È il fenomeno della c.d. privatizzazione.

Gli enti titolari di imprese-organo sono implicitamente esonerati dall'iscrizione nel registro delle imprese, in quanto prevista solo per gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale (2201). Sono, inoltre, espressamente esonerati dalle procedura concorsuali (2221).

Gli enti pubblici che svolgono attività commerciale accessoria sono sottoposti allo statuto generale dell'imprenditore (ovvero la disciplina dell'azienda, della concorrenza, ecc...), nonché a tutte le restanti norme previste per gli imprenditori commerciali, tra cui l'obbligo di tenuta delle scritture contabili, per il quale manca un'espressa norma di esonero.

Gli enti pubblici economici sono gli enti che esercitano in modo esclusivo o prevalente l'attività imprenditoriale e tale attività deve essere un mezzo per realizzare un fine speculativo e non un fine pubblicistico.

Il rapporto di lavoro in tali enti ha natura privatistica. La giurisdizione spetta, infatti, al giudice ordinario.

Massime relative all'art. 2093 Codice civile

Cass. civ. n. 10551/2003

Ai fini della qualificabilità come rapporto. di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell'ente pubblico, non rilevando in senso contrario l'assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni, con conseguente configurabilità di prestazione di fatto, a norma dell'art. 2126 c.c.

Cass. civ. n. 13728/2000

I rapporti di lavoro costituiti iure privatorum da un ente pubblico sono soggetti alla disciplina privatistica, con la conseguenza che, in ipotesi di licenziamento, anche quando il datore di lavoro sia un ente istituzionale territoriale (nella specie, amministrazione provinciale), pur non essendo applicabile la tutela reale per la mancanza della struttura organizzativa, tipica delle imprese, richiesta dall'art. 35 legge n. 300 del 1970, non può però negarsi l'operatività della tutela obbligatoria di cui alla legge n. 604 del 1966, atteso, peraltro, che l'art. 1 di tale legge assoggetta alla disciplina in questione tutti i presupposti di lavoro a tempo indeterminato, anche intercorrenti con enti pubblici, ove la stabilità non sia assicurata per legge, regolamento o contratto.

Cass. civ. n. 13311/2000

Per effetto dell'art. 37 della legge n. 300 del 1970, le norme dello statuto dei lavoratori vanno direttamente applicate alle vicende del rapporto di lavoro degli enti pubblici economici, nei limiti e con le salvezze di cui all'art. 40 della stessa legge, e tuttavia con esclusione generalizzata delle norme speciali destinate a garantire procedure selettive e concorsuali di assunzione del personale ed altri momenti organizzativi dell'ente, operando in questa sfera l'ente medesimo con poteri che assumono, per gli obiettivi perseguiti, rilevanza pubblica, sicché le norme statutarie in questa sfera hanno una mera efficacia integrativa, così come avviene — per effetto dell'ultima parte dell'art. 37 st. lav. — per gli altri enti pubblici. (Fattispecie relativa all'Azienda autonoma per le terme di Acireale, cui è applicabile l'art. 12 del D.L.vo Pres. Reg. Siciliana 20 dicembre 1954 n. 12, prevedente l'accesso alla qualifica di direttore amministrativo mediante concorso per titoli e disciplinante anche il procedimento di copertura di un'eventuale vacanza temporanea; la S.C., in applicazione del riportato principio, ha annullato la sentenza impugnata, che aveva riconosciuto il diritto all'inquadramento in tale qualifica, a norma dell'art. 2103 c.c., di un dipendente che aveva di fatto svolto le relative mansioni).

Cass. pen. n. 7/1996

In tema di motivazione dei provvedimenti sulla libertà personale, l'ordinanza applicativa della misura e quella che decide sulla richiesta di riesame sono tra loro strettamente collegate e complementari, sicché la motivazione del tribunale del riesame integra e completa l'eventuale carenza di motivazione del provvedimento del primo giudice e, viceversa, la motivazione insufficiente del giudice del riesame può ritenersi integrata da quella del provvedimento impugnato, allorché in quest'ultimo siano state indicate le ragioni logico-giuridiche che, ai sensi degli artt. 273, 274 e 275 c.p.p., ne hanno determinato l'emissione. (In applicazione di detto principio la Corte, rilevando la completezza della motivazione dell'ordinanza di riesame, ha ritenuto infondato il motivo di ricorso con il quale si deduceva la nullità del provvedimento del G.I.P. - e la conseguente nullità della ordinanza del tribunale - sotto il profilo della carenza della motivazione, costituita dal semplice richiamo alla richiesta del pubblico ministero).

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