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Articolo 360

Codice di Procedura Civile

Sentenze impugnabili e motivi di ricorso

Dispositivo dell'art. 360 Codice di Procedura Civile

(1) Le sentenze pronunziate in grado d'appello o in unico grado possono essere impugnate con ricorso per cassazione:
1) per motivi attinenti alla giurisdizione (2);
2) per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza (3);
3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto (4) e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro (5);
4) per nullità della sentenza o del procedimento (6);
5) per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (7).
Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d'accordo per omettere l'appello; ma in tal caso l'impugnazione può proporsi soltanto a norma del primo comma, n. 3 (8).
Non sono immediatamente impugnabili con ricorso per cassazione le sentenze che decidono di questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio. Il ricorso per cassazione avverso tali sentenze può essere proposto, senza necessità di riserva, allorché sia impugnata la sentenza che definisce, anche parzialmente, il giudizio (9).
Le disposizioni di cui al primo comma e terzo comma si applicano alle sentenze ed ai provvedimenti diversi dalla sentenza contro i quali è ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge.

Note

(1) Articolo così modificato con d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40.
(2) Il caso ricorre quando il giudice si sia occupato di questioni riservate alla giurisdizione di un giudice diverso o ad un diverso potere dello Stato; oppure quando, per errore, il giudice abbia ritenuto di non poter decidere per difetto di sua giurisdizione; ovvero, ancora, quando abbia violato le norme sulla giurisdizione nei confronti dello straniero.
(3) L'ipotesi si ha solo quando il giudice si sia pronunciato sia sul merito che sulla competenza, con la facoltà di proporre regolamento di competenza ai sensi dell'art. 43 del c.p.c. oppure di proporre ricorso per cassazione. Se il giudice avesse emanato una pronuncia sulla sola competenza, il regolamento di competenza sarebbe stato obbligatorio ex art. 42 del c.p.c..
(4) Tale motivo può essere proposto quando l'errore riguardi l'individuazione o l'interpretazione della norma applicata oppure l'applicazione di una disposizione ad una fattispecie concreta da essa non regolata. L'errore deve aver influito sulla decisione. All'evidenza, non potranno essere impugnate per il motivo in esame le sentenze pronunciate secondo equità.
(5) La violazione o falsa applicazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro è stata introdotta quale motivo di ricorso per cassazione con la riforma del 2006, ponendo un freno al vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale in materia. E' stato quindi concesso alla Cassazione di poter interpretare la normativa utilizzata dal giudice del lavoro, facoltà che in precedenza era riservata esclusivamente al giudice di merito.
(6) Tale motivo ricorre in caso di violazione di norme processuali che regolino la sentenza come atto e la costituzione del giudice, sia in caso di nullità per derivazione della sentenza stessa. Quest'ultima ipotesi si ha quando la nullità di alcuni atti del processo si propaga fino alla sentenza.
(7) Il motivo n. 5 è stato così sostituito con D.L. 22 giugno 2012 n. 83, convertito in l. 11 agosto 2012, n. 143. Il testo precedente recitava: "per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio".
(8) Il d.lgs. 40/2006 ha disciplinato il c.d. ricorso per saltum (o omisso medio), che si ha quando le parti si accordino al fine di ottenere immediatamente una pronuncia della Suprema Corte senza esperire il rimedio dell'appello, anche se questo sarebbe ammissibile. L'istituto risponde ad esigenze di economia processuale.
Per quanto concerne l'oggetto del ricorso, la giurisprudenza ritiene impugnabili non solo i provvedimenti che hanno la forma della sentenza, ma ogni provvedimento che possa incidere definitivamente sulla situazione giuridica delle parti (v. art. 111 Cost.).
(9) Il riformato terzo comma dell'art. 360 ha razionalizzato il sistema eliminando la possibilità di impugnazione immediata ed autonoma delle sentenze non definitive di appello. Peraltro, queste ultime sono assai rare, quindi la portata della novella ha una dimensione particolarmente contenuta.

Ratio Legis

Il ricorso per Cassazione è un mezzo di impugnazione a critica vincolata, potendo le parti far valere solo i motivi espressamente indicati nell'articolo in commento.

Brocardi

Error in iudicando
Iudex ad certam rem datus, si de aliis pronuntiavit quam quod ad eam rem pertinet, nihil egit
Omisso medio
Res facti

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 23045/2015

In tema di ricorso per cassazione, é inammissibile il motivo che si fondi su una situazione di fatto diversa da quella prospettata ed accertata nel giudizio di merito.

Cass. n. 21439/2015

Nel giudizio di cassazione è precluso l'accertamento dei fatti ovvero la loro valutazione a fini istruttori, tanto più a seguito della modifica dell'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., operata dall'art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv. con modif. in l. n. 134 del 2012, che consente il sindacato sulla motivazione limitatamente alla rilevazione dell'omesso esame di un "fatto" decisivo e discusso dalle parti.

Cass. n. 21198/2015

La richiesta di pronuncia, in sede di legittimità, sull'istanza di rimborso delle spese processuali affrontate dalla parte per resistere vittoriosamente all'istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza di merito impugnata, può essere esaminata alla condizione che l'istanza, e i relativi documenti da produrre, siano stati notificati alla controparte, ovvero che il contraddittorio con la medesima sia stato comunque rispettato in ragione della sua presenza all'udienza, così da permetterle di interloquire sul punto.

Cass. n. 20128/2015

La parte che propone ricorso per cassazione, deducendo l'illegittima liquidazione delle spese processuali distinte in diritti e onorari in violazione del d.m. n. 140 del 2012, ha l'onere di indicare il concreto aggravio economico subìto rispetto a quanto sarebbe risultato dall'applicazione delle suddette disposizioni, atteso che, in forza dei principi di economia processuale, ragionevole durata del processo e interesse ad agire, l'impugnazione non tutela l'astratta regolarità dell'attività giudiziaria ma mira ad eliminare il concreto pregiudizio patito dalla parte, sicché l'annullamento della sentenza impugnata è necessario solo se nel successivo giudizio di rinvio il ricorrente possa ottenere una pronuncia diversa e più favorevole rispetto a quella cassata.

Cass. n. 19124/2015

È inammissibile il ricorso per cassazione in cui sia denunciata puramente e semplicemente la "violazione o falsa applicazione di norme di diritto" ai sensi dell'art. 112 c.p.c., senza alcun riferimento alle conseguenze che l'errore (sulla legge) processuale comporta, vale a dire alla nullità della sentenza e/o del procedimento, essendosi il ricorrente limitato ad argomentare solo sulla violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Cass. n. 18578/2015

È inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di ricorso in cassazione avverso la sentenza di appello che abbia omesso di dichiarare la nullità della sentenza di primo grado, qualora il vizio di questa, laddove esistente, non avrebbe comportato la rimessione della causa al primo giudice, in quanto estraneo alle ipotesi tassative degli artt. 353 e 354 c.p.c., ed il giudice di appello abbia deciso nel merito su tutte le questioni controverse, senza alcun pregiudizio per il ricorrente conseguente alla omessa dichiarazione di nullità. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato l'inammissibilità del motivo di ricorso con cui era stato dedotto un vizio relativo alla costituzione del giudice in primo grado, ai sensi dell'art. 158 c.p.c., non rilevato dalla corte d'appello, che aveva deciso la causa nel merito).

Cass. n. 17974/2015

La legittimazione al ricorso per cassazione, o all'impugnazione in genere, spetta, fatta eccezione per l'opposizione di terzo, solo a chi abbia formalmente assunto la qualità di parte (non rileva se presente o contumace, originaria o intervenuta) nel precedente grado di giudizio conclusosi con la sentenza impugnata, indipendentemente dall'effettiva titolarità del rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio, poiché con l'impugnazione non si esercita un'azione ma un potere processuale che può essere riconosciuto solo a chi abbia partecipato al precedente grado di giudizio. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto che il tutore della minore che non ha assunto la qualità di parte nel giudizio di appello non era legittimato a ricorrere per cassazione avverso la sentenza di revoca della dichiarazione di adottabilità).

Cass. n. 17037/2015

In tema di ricorso per cassazione, il riferimento - contenuto nell'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. (nel testo modificato dall'art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, applicabile "ratione temporis") - al "fatto controverso e decisivo per il giudizio" implicava che la motivazione della "quaestio facti" fosse affetta non da una mera contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, ma che fosse tale da determinare la logica insostenibilità della motivazione.

Cass. n. 16686/2015

Nel caso di appello avverso il rigetto della domanda di accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro, la dichiarazione di inammissibilità del gravame per sopravvenuta carenza d'interesse, in ragione delle dimissioni del lavoratore nell'ambito di altro rapporto di lavoro a tempo con lo stesso datore di lavoro (nella specie, Poste Italiane s.p.a.), dev'essere preliminarmente impugnata in sede di legittimità, altrimenti derivandone l'inammissibilità del ricorso per cassazione.

Cass. n. 16227/2015

Il decreto emesso dalla corte d'appello, in sede di reclamo, avverso il decreto del tribunale per i minorenni che ha disposto, ai sensi dell'art. 333 c.c., allo scopo di regolare l'esercizio della potestà genitoriale (ora responsabilità genitoriale), l'affido di un figlio minore ai servizi sociali, non è ricorribile per cassazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c., e, in quanto adottato per l'esclusiva tutela dell'interesse del minore (e non per decidere un contrasto tra contrapposti diritti soggettivi), neppure con il ricorso straordinario ai sensi dell'art. 111 Cost., poiché privo dei caratteri della decisorietà e della definitività.

Cass. n. 16164/2015

Quando, con il ricorso per cassazione, venga dedotto un "error in procedendo", il sindacato del giudice di legittimità investe direttamente l'invalidità denunciata, mediante l'accesso diretto agli atti sui quali il ricorso è fondato, indipendentemente dalla sufficienza e logicità della eventuale motivazione esibita al riguardo, posto che, in tali casi, la Corte di cassazione è giudice anche del fatto. (Nella specie, la S.C., rilevando un vizio di omessa pronuncia in ordine alla riproposizione in appello della originaria domanda di risarcimento del danno, ha proceduto direttamente all'interpretazione dell'atto di appello erroneamente interpretato dal giudice di merito).

Cass. n. 14324/2015

La censura in sede di legittimità di violazione del principio di immediatezza della contestazione è inammissibile, ai sensi dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., come riformulato dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, qualora il motivo di ricorso per l'omesso esame di elementi istruttori non si risolva nella prospettazione di un vizio di omesso esame di un fatto decisivo ove il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. (Nella specie, la S.C. ha escluso che il fatto storico relativo alla tardività della contestazione potesse essere identificato nella difettosa valutazione di una nota istruttoria relativa al procedimento disciplinare, della quale il giudice di merito aveva omesso di considerare l'asserito carattere interlocutorio, in quanto la stessa non conteneva l'esito degli accertamenti confluiti poi nella contestazione).

Cass. n. 13928/2015

Nel vigore del nuovo testo dell'art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., introdotto dal d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella legge 7 agosto 2012, n. 134, non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art. 360 cod. proc. civ.

Cass. n. 13086/2015

Nel caso in cui si discuta della corretta interpretazione di norme di diritto, il controllo del giudice di legittimità investe direttamente anche la decisione e non è limitato solo alla plausibilità della giustificazione, sicché, come desumibile dall'art. 384, quarto comma, cod. proc. civ., il giudizio di diritto può risultare incensurabile anche se mal giustificato, perché la decisione erroneamente motivata in diritto non è soggetta a cassazione, ma solo a correzione quando il dispositivo sia conforme al diritto.

Cass. n. 11456/2015

Dopo l'entrata in vigore del nuovo testo dell'art. 360, terzo comma, n. 3), cod. proc. civ., come sostituito, a far data dal 2 marzo 2006, dall'art. 2, comma 1, del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, è inammissibile il ricorso per cassazione immediato avverso la sentenza che abbia deciso esclusivamente una questione preliminare di merito, senza definire, nemmeno parzialmente, il giudizio.

Cass. n. 10749/2015

In tema di giudizio di cassazione, ove il ricorrente abbia lamentato un travisamento della prova, solo l'informazione probatoria su un punto decisivo, acquisita e non valutata, mette in crisi irreversibile la struttura del percorso argomentativo del giudice di merito e fa escludere l'ipotesi contenuta nella censura; infatti, il travisamento della prova implica, non una valutazione dei fatti, ma una constatazione o un accertamento che quella informazione probatoria, utilizzata in sentenza, è contraddetta da uno specifico atto processuale. (Nella specie, la S.C. ha rigettato il ricorso osservando che le informazioni contenute nella relazione di CTU in ordine alla tipologia di fondamenta ritenute più idonee alla realizzazione di alcuni alloggi appaltati dallo IACP, diverse rispetto a quelle imposte dal capitolato "inter partes", non erano decisive ai fini dell'accoglimento delle censure formulate dalla ditta appaltatrice).

Cass. n. 10534/2015

I ricorsi per cassazione proposti, rispettivamente, contro la sentenza d'appello e contro quella che decide l'impugnazione per revocazione avverso la prima, in caso di contemporanea pendenza in sede di legittimità, debbono essere riuniti in applicazione (analogica, trattandosi di gravami avverso distinti provvedimenti) dell'art. 335 cod. proc. civ., che impone la trattazione in un unico giudizio di tutte le impugnazioni proposte contro la stessa sentenza, dovendosi ritenere che la riunione di detti ricorsi, pur non espressamente prevista dalla norma del codice di rito, discenda dalla connessione esistente tra le due pronunce poiché sul ricorso per cassazione proposto contro la sentenza revocanda può risultare determinante la pronuncia di cassazione riguardante la sentenza resa in sede di revocazione.

Cass. n. 10172/2015

In materia di ricorso per cassazione, il motivo con cui il ricorrente lamenti che la sentenza di appello sia incorsa nel medesimo vizio di ultrapetizione dal quale sarebbe stata già affetta la sentenza di primo grado è inammissibile, allorché la deduzione di quel vizio non abbia costituito oggetto, in precedenza, di uno specifico motivo di gravame.

Cass. n. 8968/2015

È inammissibile, per carenza di definitività del provvedimento impugnato, avente natura meramente interlocutoria, il ricorso straordinario per cassazione proposto, ex art. 111, settimo comma, Cost., avverso l'ordinanza con cui il tribunale, disattendendo la relativa istanza di revoca, abbia confermato il diniego di declaratoria di estinzione del giudizio per rinuncia agli atti ex art. 306 cod. proc. civ., disponendo altresì il rinvio ad un'udienza successiva, con assegnazione dei termini di cui all'art. 183, sesto comma, cod. proc. civ..

Cass. n. 8826/2015

L'autorizzazione del consiglio d'amministrazione di un ente (nella specie, un consorzio) affinché il presidente agisca o resista in giudizio non può intervenire, con effetto retroattivo, nel corso del giudizio di cassazione ove i giudici di merito abbiano rilevato la mancanza del presupposto processuale, traendone le debite conseguenze in ordine alla validità dell'atto compiuto in sua assenza.

Cass. n. 8705/2015

Nel giudizio pendente tra privati per il rilascio di un'area oggetto di un contratto di locazione, il convenuto non è legittimato ad eccepire la demanialità dell'area stessa, trattandosi di eccezione "de iure tertii", a meno che non alleghi un titolo proprio che tragga origine dalla pretesa demanialità, quale un diritto di uso civico ammissibile, o una concessione, ovvero un diritto soggettivo consequenziale all'esistenza del diritto pubblico sull'area; l'improponibilità di tale eccezione è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo e, quindi, anche nel giudizio di cassazione, anche se la questione non abbia formato oggetto di espressa pronuncia da parte dei giudici di merito.

Cass. n. 8074/2015

In ordine alle questioni di giurisdizione, le Sezioni Unite della Corte di cassazione sono anche giudice del fatto, sicché possono e devono esaminare l'atto negoziale la cui valutazione incida sulla determinazione della giurisdizione (nella specie, il contratto di locazione la cui qualificazione come accordo sostitutivo del provvedimento di occupazione temporanea avrebbe devoluto la controversia al giudice amministrativo).

Cass. n. 6903/2015

Il ricorso per cassazione del debitore avverso la sentenza di rigetto dell'opposizione all'esecuzione e agli atti esecutivi è inammissibile per difetto d'interesse qualora l'esecuzione presso terzi sia stata dichiarata improcedibile in conseguenza della dichiarazione negativa del terzo e non sia stato instaurato giudizio di accertamento dell'obbligo del terzo, atteso che, non potendo il debitore ottenere un risultato più favorevole, l'annullamento della sentenza impugnata non è necessario per eliminare un pregiudizio del suo diritto di difesa.

Cass. n. 3715/2015

Nel caso di sentenza emessa dal giudice di pace secondo equità, la circostanza che il tribunale, adito quale giudice d'appello, abbia mancato di rilevare l'inammissibilità del gravame, giacché proposto per motivi esorbitanti quelli deducibili ai sensi dell'art. 339, terzo comma, cod. proc. civ., come sostituito dall'art. 1 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, non esclude che, proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza d'appello, lo stesso debba necessariamente dedurre l'inosservanza delle norme sul procedimento, ovvero delle norme costituzionali o comunitarie, o dei principi regolatori della materia, pena la sua inammissibilità ex artt. 339, terzo comma, e 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ.

Cass. n. 2532/2015

In tema di liquidazione degli onorari agli avvocati, il ricorrente per cassazione che deduca la violazione dei minimi tariffari per aver omesso il giudice d'appello di specificare, pur in presenza della richiesta di riconoscimento di poste dettagliate, il sistema di calcolo e la tariffa adottati, deve, a pena d'inammissibilità, indicare il valore della controversia rilevante ai fini dello scaglione applicabile, trattandosi di presupposto indispensabile per consentire l'apprezzamento della decisività della censura.

Cass. n. 2498/2015

L'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie, sicché il fatto storico non può identificarsi con il difettoso esame dei parametri della liquidazione dell'indennità ex art. 32, comma 5, della legge 4 novembre 2010, n.183, sui quali il giudice di merito conduce la valutazione ai fini della liquidazione della stessa.

Cass. n. 2465/2015

In tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sé, che appartiene all'ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati.

Cass. n. 1414/2015

La valutazione degli elementi probatori è attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento.

Cass. n. 452/2015

Il vizio di omessa pronuncia da parte del giudice d'appello è configurabile allorché manchi completamente l'esame di una censura mossa al giudice di primo grado, mentre non ricorre nel caso in cui il giudice d'appello fondi la decisione su una costruzione logico-giuridica incompatibile con la domanda. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto che la conferma, da parte del giudice d'appello, della inammissibilità del ricorso perché proposto oltre il termine di sessanta giorni dalla comunicazione dell'atto di diniego del rimborso, equivalesse, implicitamente, a ritenere l'atto stesso come legittimamente emesso).

Cass. n. 174/2015

L'orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione nell'interpretazione delle norme giuridiche mira ad una tendenziale stabilità e valenza generale, sul presupposto, tuttavia, di una efficacia non cogente ma solo persuasiva trattandosi attività consustanziale allo stesso esercizio della funzione giurisdizionale, sicché non può mai costituire limite all'attività esegetica di un altro giudice. Ne consegue che un mutamento di orientamento reso in sede di nomofilachia non soggiace al principio di irretroattività, non è assimilabile allo "ius superveniens" ed è suscettibile di essere disatteso dal giudice di merito, il quale può applicare l'indirizzo giurisprudenziale che ritiene idoneo a definire in modo corretto la controversia, senza essere tenuto a motivare le ragioni che lo hanno indotto a seguire lo stesso.

Cass. n. 66/2015

La mancata ammissione della prova testimoniale può essere denunciata in sede di legittimità per vizio di motivazione in ordine all'attitudine dimostrativa di circostanze rilevanti ai fini del decidere. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha statuito che erroneamente la corte territoriale - con riguardo da una domanda di condanna al pagamento di differenze retributive avanzata da un'addetta al "call center" - non aveva ammesso la prova testimoniale sulla natura subordinata del rapporto di lavoro, ritenendo i relativi capitoli vertenti su circostanze oggetto di prova documentale, ovvero inidonei alla prova e generici nonostante l'indicazione delle mansioni espletate, del numero di ore lavorate e delle circostanze della cessazione del rapporto, senza esaminare i documenti ed esercitare i poteri istruttori ex art. 421 cod. proc. civ.).

Cass. n. 26292/2014

In tema di ricorso per cassazione, il vizio di motivazione riconducibile all'ipotesi di cui all'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., concerne esclusivamente l'accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia, non anche l'interpretazione o l'applicazione di norme giuridiche che, invece, in quanto prospettabili come vizio relativo ad una disposizione di natura processuale (quale, nella specie, la declaratoria di inammissibilità dell'appello), ricade sotto il profilo dell'errore di diritto ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.

Cass. n. 25761/2014

La differenza fra l'omessa pronuncia di cui all'art. 112 cod. proc. civ. e l'omessa motivazione su un punto decisivo della controversia di cui all'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., applicabile "ratione temporis", si coglie nel senso che, nella prima, l'omesso esame concerne direttamente una domanda od un'eccezione introdotta in causa (e, quindi, nel caso del motivo d'appello, uno dei fatti costitutivi della "domanda" di appello), mentre nella seconda ipotesi l'attività di esame del giudice, che si assume omessa, non concerne direttamente la domanda o l'eccezione, ma una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione su uno dei fatti costitutivi della domanda o su un'eccezione e, quindi, su uno dei fatti principali della controversia. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto immune da censure la sentenza della Commissione tributaria regionale che, nell'accogliere l'appello dell'Agenzia delle entrate, aveva comunque esaminato i fatti - circostanze e tempi dell'iscrizione a ruolo del tributo e della notifica della cartella di pagamento - posti a fondamento dell'eccezione sollevata dal contribuente, seguendo in maniera sommaria, ma inequivocabile, un percorso logico incompatibile con il suo accoglimento).

Cass. n. 25756/2014

Il mancato esame di un documento può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui determini l'omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, segnatamente, quando il documento non esaminato offra la prova di circostanze di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l'efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la "ratio decidendi" venga a trovarsi priva di fondamento, con la conseguenza che la denunzia in sede di legittimità deve contenere, a pena di inammissibilità, l'indicazione delle ragioni per le quali il documento trascurato avrebbe senza dubbio dato luogo a una decisione diversa.

Cass. n. 25714/2014

La differenza fra l'omessa pronuncia ai sensi dell'art. 112 cod. proc. civ. e l'omessa motivazione su un punto decisivo della controversia di cui al n. 5 dell'art. 360 cod. proc. civ. consiste nel fatto che, nel primo caso, l'omesso esame concerne direttamente una domanda od un'eccezione introdotta in causa, autonomamente apprezzabile, ritualmente ed inequivocabilmente formulata, mentre nel secondo, l'omessa trattazione riguarda una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione.

Cass. n. 22590/2014

Quando col ricorso per cassazione si censuri la valutazione del giudice di merito circa la ritualità o meno della proposizione dell'istanza di verificazione della scrittura privata disconosciuta, il giudice di legittimità deve limitare la propria cognizione all'esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, senza essere investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, che resta riservato ai soli vizi implicanti la nullità della sentenza o del procedimento.

Cass. n. 10133/2014

Avverso l'ordinanza resa ai sensi dell'art. 1, comma 49, della legge 28 giugno 2012, n. 92, non è ammesso appello, ma solo l'opposizione innanzi allo stesso giudice, per cui l'ordinanza non può essere impugnata con ricorso "per saltum" in cassazione, previsto dall'art. 360, secondo comma, cod. proc. civ. solo in relazione ad una "sentenza appellabile".

Cass. n. 8053/2014

L'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., riformulato dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell'ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all'omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., il ricorrente deve indicare il "fatto storico", il cui esame sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il "come" e il "quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua "decisività", fermo restando che l'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

La riformulazione dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione.

Cass. n. 7983/2014

L'omesso esame del fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., come riformato dall'art. 54, comma 1, lett. b), del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, va inteso, in applicazione dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 disp. prel. cod. civ., tenendo conto della prospettiva della novella, mirata ad evitare l'abuso dei ricorsi basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali, supportando la generale funzione nomofilattica della Corte di cassazione. Ne consegue che: a) l'"omesso esame" non può intendersi che "omessa motivazione", perché l'accertamento se l'esame del fatto è avvenuto o è stato omesso non può che risultare dalla motivazione; b) i fatti decisivi e oggetto di discussione, la cui omessa valutazione è deducibile come vizio della sentenza impugnata, sono non solo quelli principali ma anche quelli secondari; c) è deducibile come vizio della sentenza soltanto l'omissione e non più l'insufficienza o la contraddittorietà della motivazione, salvo che tali aspetti, consistendo nell'estrinsecazione di argomentazioni non idonee a rivelare la "ratio decidendi", si risolvano in una sostanziale mancanza di motivazione.

Cass. n. 6733/2014

Con il ricorso per cassazione non possono essere proposte, e vanno, quindi, dichiarate inammissibili, le censure rivolte direttamente contro la sentenza di primo grado.

Cass. n. 6335/2014

La denuncia di violazione o di falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi di lavoro, ai sensi dell'art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ., come modificato dall'art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006 n.40, è parifìcata sul piano processuale a quella delle norme di diritto, sicché, anch'essa comporta, in sede di legittimità, l'interpretazione delle loro clausole in base alle norme codicistiche di ermeneutica negoziale (artt. 1362 ss. cod. civ.) come criterio interpretativo diretto e non come canone esterno di commisurazione dell'esattezza e della congruità della motivazione, senza più necessità, a pena di inammissibilità della doglianza, di una specifica indicazione delle norme asseritamente violate e dei principi in esse contenuti, né del discostamento da parte del giudice di merito dai canoni legali assunti come violati o di una loro applicazione sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti.

Cass. n. 6332/2014

Le norme poste dal codice civile in materia d'onere della prova e di ammissibilità ed efficacia dei vari mezzi probatori attengono al diritto sostanziale, sicché la loro violazione integra un "error in iudicando", e non "in procedendo"; da ciò consegue l'ammissibilità dell'esame diretto degli atti da parte del giudice di legittimità al fine di verificare lo svolgimento del giudizio in conformità al rito.

Cass. n. 6330/2014

L'art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., nel consentire la denuncia di vizi di attività del giudice, non tutela l'interesse all'astratta regolarità dell'attività giudiziaria, ma garantisce solo l'eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in dipendenza della denunciata violazione. Ne consegue che è inammissibile l'impugnazione con la quale si lamenti un mero vizio del processo, senza prospettare anche le ragioni per le quali l'erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa. (Nella specie, la S.C. ha rigettato il ricorso incidentale con il quale si denunciava l'illegittima rimessione in termini che aveva consentito la proposizione di una chiamata in garanzia nei confronti del ricorrente incidentale, senza prospettare in che modo la regola processuale disattesa avesse concretamente leso il diritto di difendersi e contraddire).

Cass. n. 5133/2014

L'omesso esame del fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti — ai sensi dell'art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., come riformato dall'art. 54, primo comma, lett. b), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito alla legge 7 agosto 2012, n. 134 — afferisce, nella prospettiva della novella che mira a ridurre drasticamente l'area del sindacato di legittimità intorno ai "fatti", a dati materiali, ad episodi fenomenici rilevanti ed alle loro ricadute in termini di diritto, aventi portata idonea a determinare direttamente l'esito del giudizio.

Cass. n. 4980/2014

Qualora, con il ricorso per cassazione, venga dedotto il vizio di motivazione della sentenza impugnata per l'asserito omesso esame di un documento (nella specie, di due raccomandate, interruttive della prescrizione), è necessario, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività del documento non valutato (o insufficientemente valutato), che il ricorrente precisi - mediante integrale trascrizione del contenuto dell'atto nel ricorso - la risultanza che egli asserisce decisiva e non valutata o insufficientemente valutata, dato che solo tale specificazione consente alla Corte di cassazione, alla quale è precluso l'esame diretto degli atti di causa, di delibare la decisività della risultanza stessa.

Cass. n. 4447/2014

Le "tabelle" del Tribunale di Milano assumono rilievo, ai sensi dell'art. 1226 cod. civ., come parametri per la valutazione equitativa del danno non patrimoniale alla persona. Ne consegue che la loro erronea applicazione da parte del giudice dà luogo ad una violazione di legge, censurabile in sede di legittimità ai sensi dell'art. 360, n. 3), cod. proc. civ.

Cass. n. 4439/2014

L'errore compiuto dal giudice di merito nell'individuare la regola giuridica in base alla quale accertare la sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento è censurabile in sede di legittimità ai sensi dell'art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ., mentre l'eventuale errore nell'individuazione delle conseguenze che sono derivate dall'illecito, alla luce della regola giuridica applicata, costituisce una valutazione di fatto, come tale sottratta al sindacato di legittimità se adeguatamente motivata.

Cass. n. 3872/2014

Nel suo giudizio sui vizi della sentenza impugnata la Corte di cassazione è vincolata dalla prospettazione della parte. Ne consegue che, ove il giudice d'appello rilevi d'ufficio una eccezione ormai preclusa, se il ricorrente per cassazione si dolga non di tale vizio processuale, ossia dell'irrituale rilievo ufficioso del giudice, ma della correttezza nel merito della decisione, il ricorso è inammissibile, a nulla rilevando la effettiva sussistenza dell'"error in procedendo".

Cass. n. 3708/2014

La violazione delle norme costituzionali non può essere prospettata direttamente col motivo di ricorso per cassazione ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., in quanto il contrasto tra la decisione impugnata e i parametri costituzionali, realizzandosi sempre per il tramite dell'applicazione di una norma di legge, deve essere portato ad emersione mediante l'eccezione di illegittimità costituzionale della norma applicata.

Cass. n. 3594/2014

In tema di impugnazioni, la sentenza d'appello, anche se confermativa, si sostituisce totalmente a quella di primo grado, sicché il giudice del gravame ben può, in dispositivo, confermare la decisione impugnata ed in motivazione enunciare, a sostegno di tale statuizione, ragioni ed argomentazioni diverse da quelle addotte dal giudice di primo grado, senza che sia per questo configurabile una contraddittorietà tra il dispositivo e la motivazione della sentenza d'appello.

Cass. n. 3437/2014

La Corte di cassazione può accogliere il ricorso per una ragione di diritto anche diversa da quella prospettata dal ricorrente, a condizione che essa sia fondata sui fatti come prospettati dalle parti, fermo restando che l'esercizio del potere di qualificazione non può comportare la modifica officiosa della domanda per come definita nelle fasi di merito o l'introduzione nel giudizio d'una eccezione in senso stretto.

Cass. n. 3355/2014

Nelle cause di responsabilità professionale nei confronti degli avvocati, la valutazione prognostica compiuta dal giudice di merito circa il probabile esito dell'azione giudiziale malamente intrapresa o proseguita, sebbene abbia contenuto tecnico-giuridico, costituisce comunque valutazione di un fatto, censurabile in sede di legittimità solo sotto il profilo del vizio di motivazione.

Cass. n. 3200/2014

E inammissibile il ricorso per cassazione per motivi inerenti la giurisdizione ai sensi dell'art. 111, ultimo comma, Cost., avverso la sentenza resa dal Consiglio di Stato in relazione alla richiesta di revocazione di una decisione dallo stesso pronunciata, in quanto il ricorso straordinario ex art. 111, ottavo comma, Cost., e il ricorso per revocazione costituiscono rimedi concorrenti, esperibili solo contro la decisione di merito, traducendosi, una diversa soluzione, in una indebita protrazione dei termini per l'impugnazione straordinaria.

Cass. n. 2630/2014

L'interpretazione della domanda spetta al giudice del merito, per cui, ove questi abbia espressamente ritenuto che una certa domanda era stata avanzata - ed era compresa nel "thema decidendum" - tale statuizione, ancorché in ipotesi erronea, non può essere direttamente censurata per ultrapetizione, atteso che, avendo comunque il giudice svolto una motivazione sul punto, dimostrando come una certa questione debba ritenersi ricompresa tra quelle da decidere, il difetto di ultrapetizione non è logicamente verificabile prima di avere accertato l'erroneità di quella medesima motivazione. In tal caso, il dedotto errore del giudice non si configura come "error in procedendo", ma attiene al momento logico relativo all'accertamento in concreto della volontà della parte, e non a quello inerente a principi processuali, sicché detto errore può concretizzare solo una carenza nell'interpretazione di un atto processuale, ossia un vizio sindacabile in sede di legittimità unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione.

Cass. n. 91/2014

Il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall'art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ., non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in un nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità. Ne consegue che, ove la parte abbia dedotto un vizio di motivazione, la Corte di cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, né porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito.

Cass. n. 21951/2013

La revoca della sentenza d'appello impugnata con ricorso per cassazione determina la cessazione della materia del contendere, che dà luogo all'inammissibilità del ricorso per sopravvenuto difetto di interesse, in quanto l'interesse ad agire, e quindi anche l'interesse ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l'azione (o l'impugnazione), ma anche al momento della decisione, perché è in relazione quest'ultimo - e alla domanda originariamente formulata - che l'interesse va valutato, a nulla rilevando che la sentenza di revocazione possa essere a sua volta impugnata per cassazione, giacché la suddetta revocazione costituisce una mera possibilità mentre la carenza di interesse del ricorrente a coltivare il ricorso è attuale, per essere venuta meno la pronuncia che ne costituiva l'oggetto.

Cass. n. 21670/2013

Il ricorso per cassazione proposto dai genitori quali esercenti la potestà sul figlio, quando lo stesso sia già divenuto maggiorenne, con riguardo a giudizio per i danni da questo subiti in un infortunio scolastico, rimanendo inammissibile in relazione a tale qualità, può tuttavia ritenersi proposto dai genitori anche in proprio, ove quella specificazione risulti frutto di errore materiale, desumibile, nella specie, dalla partecipazione in proprio dei medesimi genitori ai precedenti gradi del processo, nonché dal contenuto sostanziale della pretesa risarcitoria azionata, senza che possa intendersi come rinuncia alla domanda in proprio sin dall'inizio formulata nemmeno la circostanza che la procura speciale per la fase di legittimità sia stata conferita nella sola medesima qualità di genitori.

Cass. n. 15317/2013

In tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa; pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell'opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell'ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell'ipotesi di concorso di altri giusti motivi.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 360 del c.p.c.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Anna R. chiede
mercoledì 02/12/2015 - Toscana
“Posso avvalermi dell'art.360 riguardante forse il punto 5?
Le spiego il mio caso: nel maggio 2003 è venuto a mancare l'unico mio fratello; l'appartamento in cui abitava , di proprietà di mia madre che era ancora in vita, era occupato dalla sua compagna alla quale per legge andava 1/6 della quota ereditaria, 1/6 alla figlia di mio fratello che vive con la madre separata in un altro appartamento, 1/6 a me, 4/6 a mia madre, la quota maggiore.
Essendo giunti nella legittima determinazione di dividere il patrimonio per vedersi attribuire le proprie quote, abbiamo contattato in maniera pacifica, la compagna di mio fratello che abita nell'appartamento, e non trovando accordo, siamo stati costretti ad intentare la causa per lo scioglimento dei beni insieme agli altri comproprietari. Ad oggi 2015, la compagna di mio fratello è ancora li ad occupare l'appartamento a titolo gratuito. Nel mese di Agosto 2011 è arrivata la sentenza di primo grado, nel frattempo mia madre era deceduta e precisamente nel Dicembre 2006.
La sentenza dichiarava che io ero l'unica proprietaria dell'immobile; premetto che dopo la morte di mia madre ero diventata la maggiore quotista poichè la parte della sua quota, dopo la morte di mio fratello, l'avevo acquistata io. Seppure la sentenza era a mio favore, proprio da questa, sono sorti per me seri problemi; in Essa non era stato evidenziato che l'occupante dovesse lasciare l'appartamento. Il mio avvocato ha consegnato il verbale all'ufficiale giudiziario del Comune perchè intervenisse, ma ciò non è stato possibile perchè secondo lui non era specificato nella sentenza. Purtroppo per me non è finita qui; ho dovuto affrontare una nuova causa per il rilascio dell'immobile occupato abusivamente e tenuto in stato di degrado, andando in contro a spese che sono: legali,condominiali,lavori straordinari del palazzo, tasse Imu e quant'altro. Come se ciò non bastasse , mi è stato fatto ricorso in Appello, non ritenendo giuste le motivazioni della sentenza, la quale le ha dato torto e l'ha indotta di nuovo a far ricorso in Cassazione. Tutto ciò mi ha danneggiato dal punto di vista sia economico che psicologico;mentre invece la controparte approfittando del fatto che è nullatenente ed ha per questo diritto al gratuito patrocinio della difesa, persiste nel suo intento. Devo proprio concludere che questa sentenza di Primo Grado mi ha causato molti problemi che penso siano da imputare ad una grave omissione del giudice. Vorrei sapere da voi se questa mia sensazione è fondata oppure no, se è si, posso fare Ricorso, come, a chi, quando dato che deve ancora svolgersi la prima udienza delle Cassazione.”
Consulenza legale i 11/01/2016
Nel caso di specie non è possibile stabilire con certezza se vi sia una responsabilità del giudice che ha deciso il primo giudizio descritto, in quanto la sua eventuale sussistenza dipende da una pluralità di fattori. Come prima cosa si deve considerare se per caso nel processo non è stata espressamente chiesta la condanna della controparte, proponendosi al contrario azione solo per accertare la spettanza della proprietà del bene; in questo caso il giudice non avrebbe potuto pronunciare di sua iniziativa una condanna, dovendosi attenere alle domande poste ritualmente dalle parti.

Dal quesito si evince che dopo un primo giudizio ne è stato instaurato un altro volto ad ottenere il rilascio del bene e che questo secondo processo, dopo il primo grado e quello d'appello, pende oggi in Cassazione.

Tra i motivi che l'art. 360 c.p.c. indica quali motivi di impugnazione di una sentenza dinanzi la Cassazione vi è effettivamente quello di "omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti" (art. 360 n. 5). Tuttavia, questa norma non concerne la possibilità di far valere una responsabilità del giudice per aver omesso di pronunciare sulle domande poste dalle parti al fine di ottenerne la condanna; bensì quella di cassare la sentenza pronunciata tra quelle parti ed impugnata, e di riformarla perché presenta un vizio.

Pertanto, se si dovesse ritenere che sussiste una responsabilità del giudice del primo processo questa dovrebbe essere fatta valere in un autonomo giudizio. La responsabilità civile dei magistrati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie è regolata dalla l. 117/1988 (legge Vassalli), recentemente riformata dalla l. 18/2015.

In sintesi, la legge prevede una responsabilità indiretta, in quanto il cittadino agisce nei confronti dello Stato (che poi potrà rivalersi contro il magistrato). Il diritto al risarcimento spetta a chi ha subito un danno a causa di un comportamento, un atto o un provvedimento posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave, ovvero a causa di diniego di giustizia. Ai sensi della formulazione della norma vigente fino al 2015 il risarcimento spetta per i danni (patrimoniali e non) derivanti dalla privazione della libertà personale. Le ipotesi che generano colpa grave sono tipizzate dalla stessa legge (art. 2), che definisce anche il diniego di giustizia (art. 3). L'art. 2 co. 2 prevede una clausola di salvaguardia che esclude la responsabilità per l'attività di interpretazione delle norme di diritto e valutazione del fatto e delle prove; nella formulazione attuale ciò vale salve le ipotesi di dolo o colpa grave.
La competenza è del Tribunale del capoluogo del distretto di Corte d'appello, da determinarsi ai sensi dell'art. 4.
L'azione può essere proposta solo dopo che sono stati esperiti i rimedi di impugnazione ordinari (ad. es. ricorso in appello e in cassazione avverso una sentenza del Tribunale) o gli altri rimedi avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e, in ogni caso, quando non sia più possibile la revoca o la modifica del provvedimento. L'azione va proposta a pena di decadenza entro 3 anni (nell'attuale formulazione della legge, 2 anni nella formulazione ante riforma 2015) da quando è possibile esperirla ovvero 3 anni da quando è avvenuto il fatto (se il grado del procedimento in cui il fatto si è verificato non è concluso), ovvero in caso di diniego di giustizia 3 anni (2 anni nella formulazione ante 2015) dalla scadenza del termine entro il quale il magistrato doveva provvedere.

Per completezza vi è da dire che i ricorsi presentati nel tempo ai sensi della predetta legge raramente sono stati accolti, essendosi quasi sempre conclusi in senso negativo per il ricorrente.

Guglielmo chiede
mercoledì 16/04/2014 - Veneto
“L’articolo 360 cpc indica i motivi per cui si può ricorrere in Cassazione. Nel mio caso forse possono venir considerati i punti 3 o 5.
Il fatto “danni a un immobile di nuova costruzione” – Con sentenza della corte di Appello del 2013 veniva condannata l’impresa (A eredi), il progettista e D.L. di tutte le opere ( B geometra), mentre il progettista delle opere in C.A. (C ingegnere). La mancata condanna di questi, se considerate le motivazioni del giudice potrebbe essere accettabile. Ma questi nulla dice su quanto eccepito nella memoria conclusionale pag. 30 della memoria conclusionale attorea che dice: "In questo modo il progettista, in contrasto con il progettista/D.L. T., ha operato in aperta violazioni di quanto previsto dall’art, 3 L 1086/1971, la quale richiede che questa figura professionale sia il responsabile diretto di tutta l’edificazione". Tale normativa è stati richiamata anche in atto di appello.
Stante questo, all’art. 3 il progettista delle opere in C.A. (C) è responsabile della progettazione di tutte le opere collegate alla sua progettazione. Non esiste una progettazione esecutiva delle murature, mentre dei solai al disotto della portata prevista, i progetti non sono stati depositati ritualmente solo in parte, ma riconosciuti non idonei dal CTU. Alla luce di questo si può ricorre in Cassazione con motivazione congrua?

Il giudice dimezza i canoni accertati dal CTU motivando che la mancata locazione "è dipesa anche dal comportamento del R". Ed infatti fin dal 1991 l’ing L. osservava che "l’edificio allo stato in cui oggi si trova può senz'altro essere utilizzabile per l’uso a cui è stato progettato e costruito cioè di “magazzino artigianale” in quanto completo di tutto il necessario a tal uso" omissis "Certo, prima della locazione andrebbe assoggettato agli opportuni lavori di ripristino che l’attore non ha sino ad oggi effettuato data la vertenza in corso". In tal caso, conclude il CTU, "il Comune avrebbe potuto rilasciare l’agibilità". Il giudice conclude dichiarando che i lavori non sono eccessivi se rapportati al 2004 ( anno della CTU).
Domanda: gli interventi, non erano eccessivi per chi ? Valutazione soggettiva o oggettiva? Valutazione provata o non provata? Quali disponibilità aveva il R. in quel frangente? E’ stata provata la disponibilità economica del R.? Era un dovere del R. intervenire o delle controparti? Gli interventi sarebbero stati riconosciuti dai giudici e dalle controparti e quindi liquidati ? Gli interventi sarebbero stati in contrasto con l’obbligo del fare, che non ammette l’intervento diretto del danneggiato che deve chiedere al giudice la determinazione delle modalità esecutive ? (vedi art. 612 cpc che indica le modalità dell’esecuzione al giudice).
Le conclusioni del giudice sono del tutto soggettive, non basate su prova che dimostri la capacità economiche del R. di intervenire sull’immobile, né rientra nelle “nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza" (art. 115 c.p.c).
Le mie capacità economiche non rientrano nella comune esperienza, inoltre vanno rifatte tutte le murature e interventi sui solai, non supportati da calcoli tutti da calcoli di fattibilità e progettazione. Dimezzare i canoni da parte del giudice a mio avviso non rientra nella discrezionalità del giudice stante le motivazioni.
E’ corretta tale interpretazione? E’ motivo di ricorso per Cassazione?”
Consulenza legale i 05/05/2014
Il ricorso per Cassazione costituisce l'ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento giuridico ed è caratterizzato dal fatto che possono essere conosciuti esclusivamente gli errori di diritto, per censurare sentenze viziate o genericamente ingiuste.
Con il ricorso si mira all'annullamento della sentenza, lasciando che la causa venga rinviata ad altro giudice di merito (c.d. "rinvio") per ricevere quindi una nuova e più corretta definizione.

Pertanto, la Cassazione vaglia, non il merito della causa, bensì la sentenza di secondo grado (quella di "appello"), individuando gli errori di attività processuale (ossia di conduzione da parte del giudice del processo, c.d. errores in procedendo: ad esempio il vizio di violazione della giurisdizione o competenza) e quelli in giudizio (c.d. errores in procedendo, ad esempio l'inesatta individuazione della norma applicabile alla fattispecie).
Nel caso di specie la sentenza viene ritenuta ingiusta sotto due profili:
1. La sentenza avrebbe omesso di pronunciarsi sulla richiesta di condanna del progettista ai sensi dell'art. 3 della l. 1086/1971;
2. Il giudice d'appello avrebbe posto alla base della sua decisione un fatto (le possibilità economiche della parte di procedere all'esecuzione di lavori correttivi dei difetti anche prima della chiusura del processo) che mai era stato allegato in corso di causa da nessuna delle parti.

Quanto al primo punto, rientra nella competenza della Cassazione stabilire se vi sia stata violazione o falsa applicazione di una norma. Pertanto è ben possibile censurare la sentenza di primo grado per non aver applicato l'art. 3 della l. 1086/1971 alla condotta del progettista. Ciò, però, va motivato innanzi alla Corte di cassazione, specificando in ricorso dove si trovi l'errore commesso dalla Corte d'appello nell'interpretare la norma. Ad esempio, se la sentenza dice che la l. 1086/1971 non trova applicazione in quanto il progettista è esente da colpa, questo è un giudizio nel merito dei fatti e non può essere oggetto di ricorso per Cassazione. Al contrario, se si lamenta che il giudice di secondo grado ha ritenuto che la norma non si applicava al caso di specie perché richiede la colpa del progettista mentre la norma in realtà prevede un'ipotesi di responsabilità oggettiva, tale censura può essere fatta valere in Cassazione.
Non è possibile dare in questa sede indicazioni concrete sulla probabilità di accoglimento di una siffatta censura, in quanto sarebbe fondamentale studiare con estrema attenzione tutti gli atti processuali.
In generale, è possibile dire che il Giudice non è tenuto, in sentenza, a prendere posizione su qualsiasi affermazione contenuta negli atti di parte. Ai sensi dell'art. 132 del c.p.c., la sentenza deve contenere "la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione" (nuova formulazione introdotta con l. 18 giugno 2009, n. 69). La motivazione, quindi, deve essere concisa e ciò non può coesistere evidentemente con un obbligo del giudice di riprendere tutte le argomentazioni delle parti e controbattere a ciascuna di esse. L'obbligo di motivazione non si estende, quindi, a tutte le potenziali ricostruzioni che possono suffragare o contraddire la soluzione adottata dal giudice, ma solo a quelle decisive, ovvero quelle che hanno condotto alla decisione (v. ad es. Cass. civ., n. 11673/2007).
Se, nel caso di specie, la Corte d'appello ha escluso la condanna del progettista motivando in modo logico e coerente, il fatto di non aver menzionato nella pronuncia l'art. 3 della l. 1086/1971 è irrilevante e non è motivo, di per sé, di censura in Cassazione.

Arrivando al secondo punto, va innanzitutto chiarito che per "fatti di comune esperienza", si intendono fatti acquisiti alla conoscenza della collettività, con un certo grado di certezza, tali da apparire indubitali e incontestabili. Ad esempio, costituisce fatto notorio la svalutazione monetaria o il valore dei terreni in una determinata zona. Invece, non costituisce fatto che rientra nella comune esperienza quello che implica cognizioni particolari o conoscenza di determinate situazioni specifiche.
Certamente, la situazione economica di un soggetto, parte di un processo, se non è stata oggetto di approfondita istruttoria nel corso del giudizio, non può costituire un fatto che il giudice può porre alla base della propria decisione.
Il fatto di aver deciso un aspetto importante della vicenda (condanna al pagamento dei canoni) genericamente rilevando che l'attore avrebbe potuto svolgere alcuni lavori durante la vigenza della vertenza giudiziale, potrebbe costituire in astratto un vizio di motivazione se il Giudice avesse posto alla base della pronuncia sul punto solo la presunzione che l'attore avrebbe potuto in effetti svolgere alcuni lavori ripristinatori. Tuttavia, probabilmente il giudice si è pronunciato su una domanda della controparte, che ha chiesto (si suppone in via subordinata) la riduzione del risarcimento dovuto per concorso di colpa dell'attore. Se una tale domanda è agli atti, sarebbe stato onere dell'attore controbattere a tali affermazioni provando che egli non era nella situazione economica per provvedere al rispristino dei locali e quindi alla loro fruttuosa locazione. Se non l'ha fatto, il giudice può ritenere non contestato, e quindi provato, quanto affermato dal convenuto.
Anche in questo caso, non è possibile fornire una risposta precisa, che necessiterebbe di un esame approfondito di tutti gli atti processuali.

Si chiede, inoltre, se il giudice avrebbe dovuto liquidare il costo di eventuali opere di ripristino dell'immobile. La risposta è positiva, laddove l'attore fosse comunque riuscito a provare la responsabilità delle controparti e la situazione dei luoghi pre-ripristino fosse stata "cristallizzata" all'interno di una consulenza tecnica svoltasi nel contraddittorio delle parti (che quindi il giudice avrebbe potuto utilizzare come prova).

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    Data di pubblicazione: settembre 2013
    Prezzo: 72,00 -10% 64,80 €

    La trattazione ha ad oggetto la disciplina delle impugnazioni, considerata nella sua globalità. Sono quindi presi dapprima in esame i profili attinenti alla parte generale delle impugnazioni, e quindi al giudicato formale, nonché alla legittimazione ed all’interesse ad impugnare, alla pluralità di parti, alle vicende anomale (inammissibilità, improcedibilità ed estinzione), ed infine all’effetto espansivo interno ed esterno. Segue... (continua)

  • Controllo di legittimità avanti la Suprema Corte di Cassazione

    Pagine: 196
    Data di pubblicazione: gennaio 2017
    Prezzo: 22,00 -10% 19,80 €
    Categorie: Cassazione, Cassazione
    Questo volume contiene gli atti relativi al Convegno intitolato "Il controllo di legittimità" avanti la Suprema Corte di Cassazione tenutosi a Roma, nell'Aula Magna della Corte di Cassazione, il 7 luglio 2016. Un evento organizzato dall'Unione Nazionale delle Camere Civili e dal Centro Studi dell'Avvocatura Italiana. L'alto livello dei Relatori e la loro professionalità e competenza, nonché il taglio pratico formativo dato all'evento con le tematiche trattate, hanno avuto... (continua)
  • Le novità in materia di impugnazioni. Atti dell'Incontro di studio (Firenze, 12 aprile 2013)

    Pagine: 240
    Data di pubblicazione: giugno 2014
    Prezzo: 25,00 -10% 22,50 €

    RELAZIONI

    Giampiero Balena, Le novità relative all’appello

    Mauro Bove, Ancóra sul controllo della motivazione in Cassazione

    Angelo Converso, Il filtro. La prassi delle Corti d’appello

    INTERVENTI

    Vittoria Barsotti

    Girolamo Monteleone.

    Andrea Graziosi.

    Cinzia Gamba

    Roberto Poli

    Giuliano Scarselli

    Antonio Carratta

    Francesco P. Luiso

    Gian Franco Ricci

    (continua)
  • Commentario del codice di procedura civile
    Articoli 323-394

    Data di pubblicazione: settembre 2013
    Prezzo: 130,00 -10% 117,00 €

    Il volume è un commentario articolo per articolo o per gruppi di articoli alle norme del codice, alle principali leggi collegate e alla normativa speciale. Il testo di ogni articolo è scomposto in "frammenti" numerati e ad ogni numero corrisponde un paragrafo del commento in cui gli autori analizzano la norma nel dettaglio. Questa impostazione consente una lettura veloce, per individuare rapidamente le informazioni necessarie per affrontare un caso concreto, ma non preclude... (continua)

  • Il sindacato di legittimità della Corte di Cassazione

    Editore: Giappichelli
    Collana: Biblioteca di diritto processuale civile
    Data di pubblicazione: dicembre 2015
    Prezzo: 28,00 -10% 25,20 €
    Categorie: Cassazione

    "È noto come il tema dei limiti del sindacato della Corte di cassazione sia da sempre - al centro dell'interesse della dottrina; interesse accresciutosi nell'attuale fase storica, nella quale la ragionevole durata del processo è divenuta una necessità, non solo sul piano delle esigenze socio-economiche, ma anche su quello costituzionale (art. 111, comma 2, Cost., introdotto dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2) ed è comune l'idea che la riconduzione... (continua)