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Articolo 360

Codice di Procedura Civile

Sentenze impugnabili e motivi di ricorso

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Dispositivo dell'art. 360 Codice di Procedura Civile

(1) Le sentenze pronunziate in grado d'appello o in unico grado possono essere impugnate con ricorso per cassazione:
1) per motivi attinenti alla giurisdizione (2);
2) per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza (3);
3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto (4) e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro (5);
4) per nullità della sentenza o del procedimento (6);
5) per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (7).
Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d'accordo per omettere l'appello; ma in tal caso l'impugnazione può proporsi soltanto a norma del primo comma, n. 3 (8).
Non sono immediatamente impugnabili con ricorso per cassazione le sentenze che decidono di questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio. Il ricorso per cassazione avverso tali sentenze può essere proposto, senza necessità di riserva, allorché sia impugnata la sentenza che definisce, anche parzialmente, il giudizio (9).
Le disposizioni di cui al primo comma e terzo comma si applicano alle sentenze ed ai provvedimenti diversi dalla sentenza contro i quali è ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge.

Note

(1) Articolo così modificato con d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40.

(2) Il caso ricorre quando il giudice si sia occupato di questioni riservate alla giurisdizione di un giudice diverso o ad un diverso potere dello Stato; oppure quando, per errore, il giudice abbia ritenuto di non poter decidere per difetto di sua giurisdizione; ovvero, ancora, quando abbia violato le norme sulla giurisdizione nei confronti dello straniero.

(3) L'ipotesi si ha solo quando il giudice si sia pronunciato sia sul merito che sulla competenza, con la facoltà di proporre regolamento di competenza ai sensi dell'art. 43 del c.p.c. oppure di proporre ricorso per cassazione. Se il giudice avesse emanato una pronuncia sulla sola competenza, il regolamento di competenza sarebbe stato obbligatorio ex art. 42 del c.p.c..

(4) Tale motivo può essere proposto quando l'errore riguardi l'individuazione o l'interpretazione della norma applicata oppure l'applicazione di una disposizione ad una fattispecie concreta da essa non regolata. L'errore deve aver influito sulla decisione. All'evidenza, non potranno essere impugnate per il motivo in esame le sentenze pronunciate secondo equità.

(5) La violazione o falsa applicazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro è stata introdotta quale motivo di ricorso per cassazione con la riforma del 2006, ponendo un freno al vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale in materia. E' stato quindi concesso alla Cassazione di poter interpretare la normativa utilizzata dal giudice del lavoro, facoltà che in precedenza era riservata esclusivamente al giudice di merito.

(6) Tale motivo ricorre in caso di violazione di norme processuali che regolino la sentenza come atto e la costituzione del giudice, sia in caso di nullità per derivazione della sentenza stessa. Quest'ultima ipotesi si ha quando la nullità di alcuni atti del processo si propaga fino alla sentenza.

(7) Il motivo n. 5 è stato così sostituito con D.L. 22 giugno 2012 n. 83, convertito in l. 11 agosto 2012, n. 143. Il testo precedente recitava: "per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio".

(8) Il d.lgs. 40/2006 ha disciplinato il c.d. ricorso per saltum (o omisso medio), che si ha quando le parti si accordino al fine di ottenere immediatamente una pronuncia della Suprema Corte senza esperire il rimedio dell'appello, anche se questo sarebbe ammissibile. L'istituto risponde ad esigenze di economia processuale.
Per quanto concerne l'oggetto del ricorso, la giurisprudenza ritiene impugnabili non solo i provvedimenti che hanno la forma della sentenza, ma ogni provvedimento che possa incidere definitivamente sulla situazione giuridica delle parti (v. art. 111 Cost.).

(9) Il riformato terzo comma dell'art. 360 ha razionalizzato il sistema eliminando la possibilità di impugnazione immediata ed autonoma delle sentenze non definitive di appello. Peraltro, queste ultime sono assai rare, quindi la portata della novella ha una dimensione particolarmente contenuta.


Ratio Legis

Il ricorso per Cassazione è un mezzo di impugnazione a critica vincolata, potendo le parti far valere solo i motivi espressamente indicati nell'articolo in commento.

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Quesiti degli utenti
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Quesito n. 10142/2014 mercoledì 16 aprile 2014

Guglielmo chiede

L’articolo 360 cpc indica i motivi per cui si può ricorrere in Cassazione. Nel mio caso forse possono venir considerati i punti 3 o 5.
Il fatto “danni a un immobile di nuova costruzione” – Con sentenza della corte di Appello del 2013 veniva condannata l’impresa (A eredi), il progettista e D.L. di tutte le opere ( B geometra), mentre il progettista delle opere in C.A. (C ingegnere). La mancata condanna di questi, se considerate le motivazioni del giudice potrebbe essere accettabile. Ma questi nulla dice su quanto eccepito nella memoria conclusionale pag. 30 della memoria conclusionale attorea che dice: "In questo modo il progettista, in contrasto con il progettista/D.L. T., ha operato in aperta violazioni di quanto previsto dall’art, 3 L 1086/1971, la quale richiede che questa figura professionale sia il responsabile diretto di tutta l’edificazione". Tale normativa è stati richiamata anche in atto di appello.
Stante questo, all’art. 3 il progettista delle opere in C.A. (C) è responsabile della progettazione di tutte le opere collegate alla sua progettazione. Non esiste una progettazione esecutiva delle murature, mentre dei solai al disotto della portata prevista, i progetti non sono stati depositati ritualmente solo in parte, ma riconosciuti non idonei dal CTU. Alla luce di questo si può ricorre in Cassazione con motivazione congrua?

Il giudice dimezza i canoni accertati dal CTU motivando che la mancata locazione "è dipesa anche dal comportamento del R". Ed infatti fin dal 1991 l’ing L. osservava che "l’edificio allo stato in cui oggi si trova può senz'altro essere utilizzabile per l’uso a cui è stato progettato e costruito cioè di “magazzino artigianale” in quanto completo di tutto il necessario a tal uso" omissis "Certo, prima della locazione andrebbe assoggettato agli opportuni lavori di ripristino che l’attore non ha sino ad oggi effettuato data la vertenza in corso". In tal caso, conclude il CTU, "il Comune avrebbe potuto rilasciare l’agibilità". Il giudice conclude dichiarando che i lavori non sono eccessivi se rapportati al 2004 ( anno della CTU).
Domanda: gli interventi, non erano eccessivi per chi ? Valutazione soggettiva o oggettiva? Valutazione provata o non provata? Quali disponibilità aveva il R. in quel frangente? E’ stata provata la disponibilità economica del R.? Era un dovere del R. intervenire o delle controparti? Gli interventi sarebbero stati riconosciuti dai giudici e dalle controparti e quindi liquidati ? Gli interventi sarebbero stati in contrasto con l’obbligo del fare, che non ammette l’intervento diretto del danneggiato che deve chiedere al giudice la determinazione delle modalità esecutive ? (vedi art. 612 cpc che indica le modalità dell’esecuzione al giudice).
Le conclusioni del giudice sono del tutto soggettive, non basate su prova che dimostri la capacità economiche del R. di intervenire sull’immobile, né rientra nelle “nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza" (art. 115 c.p.c).
Le mie capacità economiche non rientrano nella comune esperienza, inoltre vanno rifatte tutte le murature e interventi sui solai, non supportati da calcoli tutti da calcoli di fattibilità e progettazione. Dimezzare i canoni da parte del giudice a mio avviso non rientra nella discrezionalità del giudice stante le motivazioni.
E’ corretta tale interpretazione? E’ motivo di ricorso per Cassazione?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10142/2014 [risposta a pagamento]

Il ricorso per Cassazione costituisce l'ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento giuridico ed è caratterizzato dal fatto che possono essere conosciuti esclusivamente gli errori di diritto, per censurare sentenze viziate o genericamente ingiuste.
Con il ricorso si mira all'annullamento della sentenza, lasciando che la causa venga rinviata ad altro giudice di merito (c.d. "rinvio") per ricevere quindi una nuova e più corretta definizione.

Pertanto, la Cassazione vaglia, non il merito della causa, bensì la sentenza di secondo grado (quella di "appello"), individuando gli errori di attività processuale (ossia di conduzione da parte del giudice del processo, c.d. errores in procedendo: ad esempio il vizio di violazione della giurisdizione o competenza) e quelli in giudizio (c.d. errores in procedendo, ad esempio l'inesatta individuazione della norma applicabile alla fattispecie).
Nel caso di specie la sentenza viene ritenuta ingiusta sotto due profili:
1. La sentenza avrebbe omesso di pronunciarsi sulla richiesta di condanna del progettista ai sensi dell'art. 3 della l. 1086/1971;
2. Il giudice d'appello avrebbe posto alla base della sua decisione un fatto (le possibilità economiche della parte di procedere all'esecuzione di lavori correttivi dei difetti anche prima della chiusura del processo) che mai era stato allegato in corso di causa da nessuna delle parti.

Quanto al primo punto, rientra nella competenza della Cassazione stabilire se vi sia stata violazione o falsa applicazione di una norma. Pertanto è ben possibile censurare la sentenza di primo grado per non aver applicato l'art. 3 della l. 1086/1971 alla condotta del progettista. Ciò, però, va motivato innanzi alla Corte di cassazione, specificando in ricorso dove si trovi l'errore commesso dalla Corte d'appello nell'interpretare la norma. Ad esempio, se la sentenza dice che la l. 1086/1971 non trova applicazione in quanto il progettista è esente da colpa, questo è un giudizio nel merito dei fatti e non può essere oggetto di ricorso per Cassazione. Al contrario, se si lamenta che il giudice di secondo grado ha ritenuto che la norma non si applicava al caso di specie perché richiede la colpa del progettista mentre la norma in realtà prevede un'ipotesi di responsabilità oggettiva, tale censura può essere fatta valere in Cassazione.
Non è possibile dare in questa sede indicazioni concrete sulla probabilità di accoglimento di una siffatta censura, in quanto sarebbe fondamentale studiare con estrema attenzione tutti gli atti processuali.
In generale, è possibile dire che il Giudice non è tenuto, in sentenza, a prendere posizione su qualsiasi affermazione contenuta negli atti di parte. Ai sensi dell'art. 132 del c.p.c., la sentenza deve contenere "la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione" (nuova formulazione introdotta con l. 18 giugno 2009, n. 69). La motivazione, quindi, deve essere concisa e ciò non può coesistere evidentemente con un obbligo del giudice di riprendere tutte le argomentazioni delle parti e controbattere a ciascuna di esse. L'obbligo di motivazione non si estende, quindi, a tutte le potenziali ricostruzioni che possono suffragare o contraddire la soluzione adottata dal giudice, ma solo a quelle decisive, ovvero quelle che hanno condotto alla decisione (v. ad es. Cass. civ., n. 11673/2007).
Se, nel caso di specie, la Corte d'appello ha escluso la condanna del progettista motivando in modo logico e coerente, il fatto di non aver menzionato nella pronuncia l'art. 3 della l. 1086/1971 è irrilevante e non è motivo, di per sé, di censura in Cassazione.

Arrivando al secondo punto, va innanzitutto chiarito che per "fatti di comune esperienza", si intendono fatti acquisiti alla conoscenza della collettività, con un certo grado di certezza, tali da apparire indubitali e incontestabili. Ad esempio, costituisce fatto notorio la svalutazione monetaria o il valore dei terreni in una determinata zona. Invece, non costituisce fatto che rientra nella comune esperienza quello che implica cognizioni particolari o conoscenza di determinate situazioni specifiche.
Certamente, la situazione economica di un soggetto, parte di un processo, se non è stata oggetto di approfondita istruttoria nel corso del giudizio, non può costituire un fatto che il giudice può porre alla base della propria decisione.
Il fatto di aver deciso un aspetto importante della vicenda (condanna al pagamento dei canoni) genericamente rilevando che l'attore avrebbe potuto svolgere alcuni lavori durante la vigenza della vertenza giudiziale, potrebbe costituire in astratto un vizio di motivazione se il Giudice avesse posto alla base della pronuncia sul punto solo la presunzione che l'attore avrebbe potuto in effetti svolgere alcuni lavori ripristinatori. Tuttavia, probabilmente il giudice si è pronunciato su una domanda della controparte, che ha chiesto (si suppone in via subordinata) la riduzione del risarcimento dovuto per concorso di colpa dell'attore. Se una tale domanda è agli atti, sarebbe stato onere dell'attore controbattere a tali affermazioni provando che egli non era nella situazione economica per provvedere al rispristino dei locali e quindi alla loro fruttuosa locazione. Se non l'ha fatto, il giudice può ritenere non contestato, e quindi provato, quanto affermato dal convenuto.
Anche in questo caso, non è possibile fornire una risposta precisa, che necessiterebbe di un esame approfondito di tutti gli atti processuali.

Si chiede, inoltre, se il giudice avrebbe dovuto liquidare il costo di eventuali opere di ripristino dell'immobile. La risposta è positiva, laddove l'attore fosse comunque riuscito a provare la responsabilità delle controparti e la situazione dei luoghi pre-ripristino fosse stata "cristallizzata" all'interno di una consulenza tecnica svoltasi nel contraddittorio delle parti (che quindi il giudice avrebbe potuto utilizzare come prova).

Tag: ricorso per cassazione, motivazione sentenza

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(continua)