Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

(D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327)

[Aggiornato al 31/03/2021]

La retrocessione totale

Dispositivo dell'art. 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

1. Se l'opera pubblica o di pubblica utilità non è stata realizzata o cominciata entro il termine di dieci anni, decorrente dalla data in cui è stato eseguito il decreto di esproprio, ovvero se risulta anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione, l'espropriato può chiedere che sia accertata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano disposti la restituzione del bene espropriato e il pagamento di una somma a titolo di indennità.

2. Dal rilascio del provvedimento di autorizzazione paesistica e sino all'inizio dei lavori decorre il termine di validità di cinque anni previsto dall'articolo 16 del regio decreto 3 giugno 1940, n. 1357, dell'autorizzazione stessa. Qualora i lavori siano iniziati nel quinquennio, l'autorizzazione si considera valida per tutta la durata degli stessi.

Massime relative all'art. 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

Cons. Stato n. 2857/2018

La retrocessione parziale costituisce un istituto contraddistinto da discrezionalità amministrativa riferito anche alle aree acquisite dall'Amministrazione a mezzo di cessione volontaria, che, in quanto stipulata a causa, nel contesto ed in funzione di un procedimento espropriativo, è, a prescindere dal momento in cui viene convenuta, funzionalmente equivalente al decreto di esproprio.

Cass. civ. n. 1092/2017

In materia di espropriazione per pubblica utilità, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo la controversia avente ad oggetto la mancata retrocessione di un bene, acquisito mediante decreto di esproprio, nonostante la sopravvenuta decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, atteso che tale domanda è ricollegabile, in parte, direttamente ad un provvedimento amministrativo, venendo in rilievo il concreto esercizio di un potere ablatorio culminato nel decreto di espropriazione, e, per il resto, ad un comportamento della P.A. ad esso collegato, consistito nell'omessa retrocessione del bene malgrado il verificarsi della suddetta decadenza.

Cons. Stato n. 122/2015

Nelle espropriazioni per pubblica utilità ai sensi dell'art. 46, comma 1, D.P.R. n. 327/2001 (T.U. Espropriazione per p.u.) ciò che impedisce la retrocessione è l'inizio, non necessariamente il compimento dei lavori (Conferma della sentenza del T.a.r. Toscana, Firenze, sez. I, n. 640/2009).

Cass. civ. n. 10461/2014

In tema di espropriazione per pubblica utilità, il presupposto del diritto alla retrocessione del bene espropriato, di cui all'art. 63 della L. 25 giugno 1865, n. 2359, è la mancata esecuzione dell'opera pubblica, che va verificata tenendo conto della definizione formale dell'opera contenuta nella dichiarazione di pubblica utilità, quale espressione della discrezionalità amministrativa, pur se essa rappresenti, secondo il comune sentire, solo una parte di una maggiore entità empiricamente concepita. A tal fine, l'onere della prova in relazione ai presupposti della domanda di retrocessione grava sul proprietario espropriato, tenuto a documentare l'atto amministrativo contenente la dichiarazione di pubblica utilità.

Cass. civ. n. 1520/2014

Allorché siano proposte, dopo l'espropriazione di un'area, due domande congiunte o alternative dell'espropriato, l'una di retrocessione totale, per la parte delle superfici acquisite rimasta inutilizzata (di per sé configurante uno "jus ad rem" azionabile dinanzi al giudice ordinario, nel regime anteriore come successivo all'entrata in vigore degli artt. 46 e 47 del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327), l'altra di retrocessione parziale, per la parte su cui sia stata realizzata un'opera di pubblica utilità diversa da quella per cui si era proceduto all'esproprio (rispetto alla quale rileva, invece, un potere discrezionale della P.A. esercitabile a seguito della richiesta di restituzione, cui corrisponde non un diritto, ma soltanto un interesse legittimo dell'espropriato), la giurisdizione amministrativa esclusiva in materia urbanistico-edilizia, di cui all'art. 34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (applicabile "ratione temporis"), comporta che di entrambe le domande debba conoscere il giudice amministrativo, potendo egli decidere sia su interessi legittimi che su diritti soggettivi.

Cass. civ. n. 14905/2009

In tema di espropriazione per pubblico interesse, dopo la conclusione del procedimento ablativo la legge non consente lo "ius poenitendi" dell'espropriante, mediante la revoca del decreto di esproprio per sopravvenuti motivi d'interesse pubblico e la restituzione d'ufficio del bene acquisito, essendo questa possibile solo previo esercizio, da parte del soggetto espropriato, del diritto di chiedere la retrocessione.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli 29,90 €

Nel caso si necessiti di allegare documentazione o altro materiale informativo relativo al quesito posto, basterà seguire le indicazioni che verranno fornite via email una volta effettuato il pagamento.

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Consulenze legali
relative all'articolo 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Angela D.B. chiede
sabato 27/02/2021 - Puglia
“Un suolo espropriato nel 1983 rientrante in un P.di zona ex 167 annullato dal tar nel 1984 (annullamento confermato dal CdS nel 1994) é rimasto nella titolarità del Comune a causa della mancata impugnazione del privato nanti l'AGA. Ciò non di meno il suolo medesimo non é mai stato trasformato né utilizzato né materialmente occupato dall'Ente Locale espropriante (come tutti gli altri suoli compresi nel PdZ). A questo punto il proprietario (peraltro seguendo l'esempio di un suo confinante cui é già stato riconosciuto il diritto con sentenza passata in giudicato) ha proposto domanda di retrocessione del bene ablato a seguito della decadenza della pubblica utilità. In corso di giudizio il privato viene a sapere che l'Ente Comunale con delibere di Giunta e di Consiglio ha iniziato le procedure per ottenere finanziamenti Regionali e ha dato incarico a due tecnici che hanno redatto relativi progetti per edificare una palazzina di 12 appartamenti con relative strade di servizio sul suolo di che trattasi.
Il soggetto espropriato a sua tutela vorrebbe:
A) trascrivere presso la Conservatoria la domanda giudiziaria di restituzione del bene mediante l'istituto della retrocessione;
B) proporre ricorso per sequestro giudiziario del bene oggetto della retrocessione
Domande:
1) se il Giud.concede il sequestro inaudita a.p., nulla quaestio, ma se non lo fa e convoca le parti in udienza, fino a quando non emetterà l'eventuale provvedimento concessorio, il Comune può cmq andare avanti con il lavori di trasformazione irreversibile del terreno ? o addirittura potrebbe alienare il bene a terzi?
2) trattandosi di terreno incolto e abbandonato, ove venga concesso il sequestro, il Giud. é obbligato a nominare un custode o può farne a meno? se si, chi paga il custode?
3) il Giud. può chiedere il versamento di una cauzione al privato che chiede il sequestro?
4) il privato oltre alle opzioni A) e B) ha altre possibilità per far si che il bene non venga modificato, trasformato, alienato da parte dell'attuale intestatario (il Comune) prima che il Giud. si pronunci sulla domanda di retrocessione ?
Cordiali saluti

Consulenza legale i 08/03/2021
Per maggiore chiarezza espositiva, il presente parere tratterà in distinti paragrafi le diverse questioni prospettate.

Domanda A)
Le domande giudiziali che possono essere soggette a trascrizione sono indicate agli artt. 2652 e 2653 c.c., ricordando che si tratta di un’elencazione tassativa non solo nel senso che dalla trascrizione derivano soltanto gli effetti espressamente previsti dalla legge, ma anche e soprattutto nel senso che tali effetti sono prodotti esclusivamente dagli atti e dalle pronunce specificamente indicati nelle suddette norme (Cassazione civile sez. II, 22 maggio 2013, n. 12598; Cassazione civile sez. II, 30 agosto 2004, n. 17391).

Le fattispecie che potrebbero venire in rilievo sono quelle previste dal n. 2 dell’art. 2652 c.c. e dal n. 1 dell’art. 2653 c.c., ma si nota che domanda di retrocessione totale non pare corrispondere ad alcuno dei suddetti casi.
Infatti, la retrocessione totale, ai sensi dell’art. 46 T.U. Espropri, è qualificata come la domanda formulata da parte dell’espropriato nei confronti della P.A. volta all’accertamento della decadenza della dichiarazione di pubblica utilità ed alla restituzione del bene espropriato, a fronte del versamento di una indennità.
Pertanto, l’azione non può essere qualificata come rivendica, dato che la perdita della proprietà è avvenuta in forza di un espropriativo che dava titolo alla P.A. di adottare e trascrivere il decreto di esproprio.
Peraltro, nel caso specifico non si pone neppure la questione dell’accertamento della titolarità del diritto proprietà dell’immobile, posto che il presupposto per la retrocessione è proprio l’avvenuto passaggio di proprietà del bene a favore dell’Amministrazione espropriante.
Infine, non pare ricorrere a rigore nemmeno una domanda diretta ad ottenere l'esecuzione in forma specifica dell'obbligo a contrarre, posto che le parti non si muovono nell’ambito di rapporti di diritto privato, bensì di tipo pubblicistico.
Non sembra, quindi, che l’eventuale trascrizione della citazione possa essere utile ad ottenere lo scopo perseguito.

Domanda B)
Purtroppo analoghe considerazioni devono essere svolte per quanto riguarda l’eventualità di chiedere un sequestro giudiziario ex art. 670 c.p.c..
Come sopra accennato, anzitutto, nella fattispecie non vi è alcuna controversia circa la proprietà o il possesso del bene, che è pacificamente entrato a far parte del patrimonio dell’Ente pubblico con l’adozione a suo tempo del decreto di esproprio.
Inoltre, una domanda di questo genere, che è rivolta sostanzialmente a contrastare gli effetti di atti amministrativi emessi dalla P.A., potrebbe dare adito a convincenti eccezioni relative sia all’appropriatezza di tale rimedio ed alla sussistenza dei relativi presupposti di legge, sia alla sussistenza della giurisdizione del G.O. (Cassazione civile, SS.UU., 16 febbraio 1984, n. 1158).
Per completezza, comunque, si nota che la nomina di un custode pare essere sempre richiesta ai sensi dell’art. 676 c.p.c., indipendentemente dalle concrete condizioni del bene, e che il sequestro può esplicare i propri effetti nei confronti delle parti solo dopo l’emissione del relativo provvedimento da parte del Giudice.

Tuttavia, si nota che una migliore tutela del privato per i nuovi atti adottati dalla P.A. potrebbe essere conseguita non nell’ambito del processo civile già instaurato, bensì rivolgendosi al Giudice ammnistrativo.
Dato che il proprietario espropriato non era parte dell’originario giudizio non è possibile azionare il giudizio di ottemperanza di cui all’art. 114 c.p.a., ma potrebbe sussistere comunque la possibilità di impugnare in via diretta per illegittimità le deliberazioni della Giunta e del Consiglio comunale.
Infatti, il TAR può adottare in via cautelare (anche inaudita altera parte) tutte le misure che appaiono, secondo le circostanze, più idonee ad assicurare interinalmente gli effetti della decisione sul ricorso (art. 55 c.p.a.), compresa naturalmente la sospensione dell’efficacia degli atti impugnati.
È, dunque, opportuno esaminare attentamente il contenuto di tali nuovi provvedimenti amministrativi (non in possesso dello scrivente) e valutare la fattibilità di un ricorso al TAR, deducendo ad esempio un contrasto con l’annullamento giurisdizionale del Piano di Zona confermato dal Consiglio di Stato nel 1994.

ANGELA D.B. chiede
giovedì 20/08/2020 - Puglia
“Mi riferisco alla possibilità di ottenere per il soggetto "A" la retrocessione di un suolo espropriato nel lontano 1983 ed il cui Piano di Zona PEEP venne annullato nel 1984 su ricorso di altro proprietario "B", il quale ha ottenuto la restituzione del bene ablato e il risarcimento del danno. Il soggetto "A" non ha mai impugnato davanti al giudice amministrativo il PEEP, per cui il decreto di esproprio emesso nei suoi confronti prima dell'annullamento ha consentito al Comune di mantenere la proprietà del suolo di "A" fino ad oggi, lasciandoli abbandono, senza mai usarlo o trasformarlo. Il soggetto "A" chiede la retrocessione del bene ai sensi dell'art.46, co.1 DPR 327/2001 T.U.Espr. dato che l'opera di pubblica utilità non è stata realizzata o cominciata entro il termine di dieci anni, dal decreto di esproprio e risulta(va) anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione.
Domanda:
in base alla norma il soggetto "A" : "... può chiedere che sia accertata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano disposti la restituzione del bene espropriato e il pagamento di una somma a titolo di indennità".
La prima parte sulla restituzione è chiara.
Invece cosa si intende per "sia disposto il pagamento di una somma a titolo di indennità"? chi paga l'indennità? chi percepisce l'indennità? é possibile avere un quadro anche schematico con i criteri tecnico/giuridici in base al quale viene calcolata tale indennità?
Saluti

Consulenza legale i 24/08/2020
Per dare risposta al quesito è, anzitutto, necessario chiarire che la retrocessione attua un trasferimento di proprietà con effetto ex nunc uguale e contrario a quello disposto con il decreto di esproprio (Cassazione civile, sez. I, 08 marzo 2018, n. 5574).
Ne consegue che sia l’espropriato interessato alla retrocessione il soggetto tenuto a versare la relativa indennità all’espropriante, al fine di riacquistare in cambio la proprietà del bene già oggetto di esproprio.
La retrocessione, comunque, non può essere attuata d’ufficio dall’autorità espropriante, che in questo particolare caso non è titolare di alcuno ius poenitendi, ma può essere disposta solo previo esercizio da parte del soggetto espropriato del relativo diritto (Cassazione civile, sez. I, 17 giugno 2009, n. 14095).

Tanto premesso, ai sensi dell’art. 48, D.P.R. n. 327/2001, il corrispettivo della retrocessione (concordato dalle parti, o –in mancanza di accordo- determinato dall'ufficio tecnico erariale o dalla commissione provinciale prevista dall'art. 41, su istanza di chi vi abbia interesse) viene quantificato sulla base degli stessi criteri applicati per la determinazione dell’indennità di espropriazione e con riguardo al momento del ritrasferimento.
Pertanto, anche se è necessario riferirsi a elementi valutativi omogenei a quelli in concreto utilizzati per il calcolo dell’indennità di esproprio, il prezzo di retrocessione viene stabilito con riferimento allo stato di fatto e di diritto del bene esistente al momento della retrocessione (Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2004, n. 9899).
È, dunque, possibile che, ove il valore del bene sia aumentato nel tempo, ad esempio per la sopravvenuta possibilità di utilizzazione edificatoria, il soggetto che chiede la retrocessione sia tenuto a versare un corrispettivo più elevato rispetto all’indennità di esproprio a suo tempo percepita (Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2004, n. 9899).

Generalmente, i metodi ai quali si fa ricorso per valutare le indennità in campo espropriativo, soprattutto per quanto concerne i suoli edificabili, sono il metodo sintetico-comparativo, fondato sul confronto con il prezzo corrente di beni aventi caratteristiche omogenee, e il metodo analitico-ricostruttivo, fondato sull'accertamento del costo di trasformazione del fondo.
Segnatamente, il criterio sintetico-comparativo si risolve nell'attribuire al bene da stimare il prezzo di mercato di immobili omogenei, con riferimento non solo agli elementi materiali (quali la natura, la posizione o la consistenza morfologica), ma anche alla loro condizione giuridica urbanistica al momento del trasferimento della proprietà (Cassazione civile, sez. I, 31 dicembre 2019, n. 34743).
Il metodo analitico-deduttivo, invece, si basa sulla quantificazione del valore di trasformazione, desunto dalla differenza del valore commerciale degli immobili edificabili sulla base della destinazione urbanistica della zona e la totalità dei costi necessari a realizzare l'intervento, ossia il costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione (Cassazione civile, sez. I, 12 luglio 2016, n. 14187).
Tuttavia, la scelta tra tali diversi sistemi di valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice (o della commissione), alla sola condizione che la stima risulti improntata, per quanto possibile, a canoni di effettività (Cassazione civile, SS. UU., 09 aprile 2020, n. 7763).
Al di là di tali linee guida astratte, dunque, non è possibile dare una definizione più specifica dei criteri che potrebbero essere applicati al caso di specie, in quanto il ricorso all’uno o all’altro metodo viene stabilito dal soggetto al quale viene rivolta la domanda di quantificazione dell’indennità in discorso, ossia il Giudice o la commissione sopra citata.


Idee regalo per avvocati e cultori del diritto