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Articolo 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

(D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327)

[Aggiornato al 30/06/2020]

La retrocessione totale

Dispositivo dell'art. 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

1. Se l'opera pubblica o di pubblica utilità non è stata realizzata o cominciata entro il termine di dieci anni, decorrente dalla data in cui è stato eseguito il decreto di esproprio, ovvero se risulta anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione, l'espropriato può chiedere che sia accertata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano disposti la restituzione del bene espropriato e il pagamento di una somma a titolo di indennità.

2. Dal rilascio del provvedimento di autorizzazione paesistica e sino all'inizio dei lavori decorre il termine di validità di cinque anni previsto dall'articolo 16 del regio decreto 3 giugno 1940, n. 1357, dell'autorizzazione stessa. Qualora i lavori siano iniziati nel quinquennio, l'autorizzazione si considera valida per tutta la durata degli stessi.

Massime relative all'art. 46 Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità

Cons. Stato n. 2857/2018

La retrocessione parziale costituisce un istituto contraddistinto da discrezionalità amministrativa riferito anche alle aree acquisite dall'Amministrazione a mezzo di cessione volontaria, che, in quanto stipulata a causa, nel contesto ed in funzione di un procedimento espropriativo, è, a prescindere dal momento in cui viene convenuta, funzionalmente equivalente al decreto di esproprio.

Cass. civ. n. 1092/2017

In materia di espropriazione per pubblica utilità, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo la controversia avente ad oggetto la mancata retrocessione di un bene, acquisito mediante decreto di esproprio, nonostante la sopravvenuta decadenza della dichiarazione di pubblica utilità, atteso che tale domanda è ricollegabile, in parte, direttamente ad un provvedimento amministrativo, venendo in rilievo il concreto esercizio di un potere ablatorio culminato nel decreto di espropriazione, e, per il resto, ad un comportamento della P.A. ad esso collegato, consistito nell'omessa retrocessione del bene malgrado il verificarsi della suddetta decadenza.

Cons. Stato n. 122/2015

Nelle espropriazioni per pubblica utilità ai sensi dell'art. 46, comma 1, D.P.R. n. 327/2001 (T.U. Espropriazione per p.u.) ciò che impedisce la retrocessione è l'inizio, non necessariamente il compimento dei lavori (Conferma della sentenza del T.a.r. Toscana, Firenze, sez. I, n. 640/2009).

Cass. civ. n. 10461/2014

In tema di espropriazione per pubblica utilità, il presupposto del diritto alla retrocessione del bene espropriato, di cui all'art. 63 della L. 25 giugno 1865, n. 2359, è la mancata esecuzione dell'opera pubblica, che va verificata tenendo conto della definizione formale dell'opera contenuta nella dichiarazione di pubblica utilità, quale espressione della discrezionalità amministrativa, pur se essa rappresenti, secondo il comune sentire, solo una parte di una maggiore entità empiricamente concepita. A tal fine, l'onere della prova in relazione ai presupposti della domanda di retrocessione grava sul proprietario espropriato, tenuto a documentare l'atto amministrativo contenente la dichiarazione di pubblica utilità.

Cass. civ. n. 1520/2014

Allorché siano proposte, dopo l'espropriazione di un'area, due domande congiunte o alternative dell'espropriato, l'una di retrocessione totale, per la parte delle superfici acquisite rimasta inutilizzata (di per sé configurante uno "jus ad rem" azionabile dinanzi al giudice ordinario, nel regime anteriore come successivo all'entrata in vigore degli artt. 46 e 47 del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327), l'altra di retrocessione parziale, per la parte su cui sia stata realizzata un'opera di pubblica utilità diversa da quella per cui si era proceduto all'esproprio (rispetto alla quale rileva, invece, un potere discrezionale della P.A. esercitabile a seguito della richiesta di restituzione, cui corrisponde non un diritto, ma soltanto un interesse legittimo dell'espropriato), la giurisdizione amministrativa esclusiva in materia urbanistico-edilizia, di cui all'art. 34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (applicabile "ratione temporis"), comporta che di entrambe le domande debba conoscere il giudice amministrativo, potendo egli decidere sia su interessi legittimi che su diritti soggettivi.

Cass. civ. n. 14905/2009

In tema di espropriazione per pubblico interesse, dopo la conclusione del procedimento ablativo la legge non consente lo "ius poenitendi" dell'espropriante, mediante la revoca del decreto di esproprio per sopravvenuti motivi d'interesse pubblico e la restituzione d'ufficio del bene acquisito, essendo questa possibile solo previo esercizio, da parte del soggetto espropriato, del diritto di chiedere la retrocessione.

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Consulenze legali
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ANGELA D.B. chiede
giovedì 20/08/2020 - Puglia
“Mi riferisco alla possibilità di ottenere per il soggetto "A" la retrocessione di un suolo espropriato nel lontano 1983 ed il cui Piano di Zona PEEP venne annullato nel 1984 su ricorso di altro proprietario "B", il quale ha ottenuto la restituzione del bene ablato e il risarcimento del danno. Il soggetto "A" non ha mai impugnato davanti al giudice amministrativo il PEEP, per cui il decreto di esproprio emesso nei suoi confronti prima dell'annullamento ha consentito al Comune di mantenere la proprietà del suolo di "A" fino ad oggi, lasciandoli abbandono, senza mai usarlo o trasformarlo. Il soggetto "A" chiede la retrocessione del bene ai sensi dell'art.46, co.1 DPR 327/2001 T.U.Espr. dato che l'opera di pubblica utilità non è stata realizzata o cominciata entro il termine di dieci anni, dal decreto di esproprio e risulta(va) anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione.
Domanda:
in base alla norma il soggetto "A" : "... può chiedere che sia accertata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano disposti la restituzione del bene espropriato e il pagamento di una somma a titolo di indennità".
La prima parte sulla restituzione è chiara.
Invece cosa si intende per "sia disposto il pagamento di una somma a titolo di indennità"? chi paga l'indennità? chi percepisce l'indennità? é possibile avere un quadro anche schematico con i criteri tecnico/giuridici in base al quale viene calcolata tale indennità?
Saluti

Consulenza legale i 24/08/2020
Per dare risposta al quesito è, anzitutto, necessario chiarire che la retrocessione attua un trasferimento di proprietà con effetto ex nunc uguale e contrario a quello disposto con il decreto di esproprio (Cassazione civile, sez. I, 08 marzo 2018, n. 5574).
Ne consegue che sia l’espropriato interessato alla retrocessione il soggetto tenuto a versare la relativa indennità all’espropriante, al fine di riacquistare in cambio la proprietà del bene già oggetto di esproprio.
La retrocessione, comunque, non può essere attuata d’ufficio dall’autorità espropriante, che in questo particolare caso non è titolare di alcuno ius poenitendi, ma può essere disposta solo previo esercizio da parte del soggetto espropriato del relativo diritto (Cassazione civile, sez. I, 17 giugno 2009, n. 14095).

Tanto premesso, ai sensi dell’art. 48, D.P.R. n. 327/2001, il corrispettivo della retrocessione (concordato dalle parti, o –in mancanza di accordo- determinato dall'ufficio tecnico erariale o dalla commissione provinciale prevista dall'art. 41, su istanza di chi vi abbia interesse) viene quantificato sulla base degli stessi criteri applicati per la determinazione dell’indennità di espropriazione e con riguardo al momento del ritrasferimento.
Pertanto, anche se è necessario riferirsi a elementi valutativi omogenei a quelli in concreto utilizzati per il calcolo dell’indennità di esproprio, il prezzo di retrocessione viene stabilito con riferimento allo stato di fatto e di diritto del bene esistente al momento della retrocessione (Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2004, n. 9899).
È, dunque, possibile che, ove il valore del bene sia aumentato nel tempo, ad esempio per la sopravvenuta possibilità di utilizzazione edificatoria, il soggetto che chiede la retrocessione sia tenuto a versare un corrispettivo più elevato rispetto all’indennità di esproprio a suo tempo percepita (Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2004, n. 9899).

Generalmente, i metodi ai quali si fa ricorso per valutare le indennità in campo espropriativo, soprattutto per quanto concerne i suoli edificabili, sono il metodo sintetico-comparativo, fondato sul confronto con il prezzo corrente di beni aventi caratteristiche omogenee, e il metodo analitico-ricostruttivo, fondato sull'accertamento del costo di trasformazione del fondo.
Segnatamente, il criterio sintetico-comparativo si risolve nell'attribuire al bene da stimare il prezzo di mercato di immobili omogenei, con riferimento non solo agli elementi materiali (quali la natura, la posizione o la consistenza morfologica), ma anche alla loro condizione giuridica urbanistica al momento del trasferimento della proprietà (Cassazione civile, sez. I, 31 dicembre 2019, n. 34743).
Il metodo analitico-deduttivo, invece, si basa sulla quantificazione del valore di trasformazione, desunto dalla differenza del valore commerciale degli immobili edificabili sulla base della destinazione urbanistica della zona e la totalità dei costi necessari a realizzare l'intervento, ossia il costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione (Cassazione civile, sez. I, 12 luglio 2016, n. 14187).
Tuttavia, la scelta tra tali diversi sistemi di valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice (o della commissione), alla sola condizione che la stima risulti improntata, per quanto possibile, a canoni di effettività (Cassazione civile, SS. UU., 09 aprile 2020, n. 7763).
Al di là di tali linee guida astratte, dunque, non è possibile dare una definizione più specifica dei criteri che potrebbero essere applicati al caso di specie, in quanto il ricorso all’uno o all’altro metodo viene stabilito dal soggetto al quale viene rivolta la domanda di quantificazione dell’indennità in discorso, ossia il Giudice o la commissione sopra citata.