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Articolo 3 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Obbligatorietà della legge penale

Dispositivo dell'art. 3 Codice penale

La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o stranieri (1), si trovano nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno [1080 2 cod. nav.] o dal diritto internazionale (2).

La legge penale italiana obbliga altresì tutti coloro che, cittadini o stranieri si trovano all'estero, ma limitatamente ai casi stabiliti dalla legge medesima o dal diritto internazionale.

Note

(1) Enuncia il principio di territorialità, secondo il quale la legge non incontra altro limite che il territorio dello Stato, pertanto esplicherà i suoi effetti nei confronti di tutti coloro che vi si trovano: cittadini, stranieri e apolidi, fatte salve le dovute eccezioni. Per quanto riguarda la nozione penale di «cittadini» si rimanda all'art. art. 4 del c.p., comma 2, c.p.: da tale norma è possibile desumere a contrario anche la nozione di «stranieri».
(2) La norma si riferisce alle cd immunità penali, ovvero situazioni tra loro diverse accomunate dal fatto che il soggetto, sopra cui ricade l'immunità, non soggiace all'applicazione della sanzione penale, in virtù di norme proprie sia del diritto pubblico interno,al fine di proteggere coloro che esercitano funzioni od uffici di pubblico interesse (vedi art.(68 Cost.)), sia del diritto internazionale, atte a preservare, in questo caso, i rapporti tra gli Stati (si ricordi l'immunità del Sommo Pontefice riconosciuta dall'art. 8 della legge 29 maggio 1929). Tali situazioni di carattere eccezionali possono essere diversamente suddivise. Ad esempio in base all'oggetto si suole distinguere tra quelle a carattere assoluto, riguardanti qualunque tipologia di reato commesso dal titolare, e quelle a carattere relativo, che rilevano solo se il reato è stato commesso in costanza di carica. In relazione all'efficacia si parla,invece, di immunità sostanziali (o funzionali), che attengono all'attività funzionale e quindi escludono la punibilità del soggetto per atti compiuti ed le opinioni espresse nell'esercizio delle proprie funzioni, e processuali, che si sostanziano nella frapposizione di ostacoli (es.: l'autorizzazione a procedere) o di limiti all'esercizio del potere giurisdizionale nei confronti dei soggetti immuni.

Ratio Legis

La norma in esame si occupa di disciplinare l'efficacia personale della legge penale nello spazio. Il principio base è rappresentato dalla territorialità. A fronte della presenza di una pluralità di ordinamenti giuridici penali, il territorio viene considerato come l'unico limite che la legge incontra nell'esplicazione della sua efficacia, alla quale vengono quindi sottoposti tutti coloro che si trovano nel territorio dello Stato.
Il problema principale che si pone riguarda le «eccezioni» cui la norma stessa fa riferimento (c.d. immunità). Una parte della dottrina ritiene che queste ultime costituiscano un vero e proprio limite al principio di territorialità, mentre altri ritengono che queste siano da annoverarsi tra le cause di giustificazione, con la conseguenza che il fatto commesso dall'immune è da considerare lecito ab origine. La dottrina prevalente le ha invece considerate come cause personali di esclusione della pena, cioè situazioni che, sebbene caratterizzate dall'illiceità penale del fatto, escludono l'applicazione della sanzione sulla base di ragioni di opportunità.

Spiegazione dell'art. 3 Codice penale

Il territorio statale rappresenta il limite tendenziale entro il quale va applicata la legge penale nazionale. Chiunque commette un reato all'interno del territorio italiano sarà punibile in conformità alla legge penale interna.
Tuttavia, l'interesse alla protezione ordinamentale nei confronti di una determinata offesa ha spinto il legislatore a prevedere la perseguibilità di soggetti che abbiano commesso reati anche al di fuori del territorio nazionale. Tali fattispecie, aventi carattere di eccezionalità, devono essere espressamente previste dalla legge (artt. 7 ss.) o dal diritto internazionale.

Massime relative all'art. 3 Codice penale

Cass. pen. n. 49666/2004

In tema di immunità previste dal diritto internazionale, poiché alla Repubblica del Montenegro non spetta, nell'ambito della comunità internazionale, la qualifica di Stato sovrano e di soggetto autonomo e indipendente (che fa capo solo allo Stato Unione di Serbia e Montenegro), il presidente della Repubblica e il capo del governo del Montenegro non godono delle immunità dalla giurisdizione penale italiana riconosciute ai capi di Stato e di governo e ai Ministri degli esteri degli Stati sovrani e soggetti di diritto internazionale. (Fattispecie nella quale la Corte ha annullato l'ordinanza del tribunale del riesame che, a conferma della decisione del g.i.p., aveva rigettato, sul rilievo di tale immunità, una richiesta, avanzata nei confronti del Presidente della Repubblica del Montenegro, di misura cautelare per associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di t.l.e.).

Cass. pen. n. 1011/1998

L'immunità, che comporta la sottrazione per taluni soggetti all'applicabilità delle sanzioni penali, costituendo un'eccezione al principio di obbligatorietà della legge penale, non può che derivare da disposizioni legislative ed è insuscettibile di interpretazioni estensive ed analogiche, come del resto avverte l'art. 3 c.p. nel limitarla ai soli casi stabiliti dal diritto pubblico interno e dal diritto internazionale. Il diritto internazionale riconosce l'immunità ai soli capi di Stato per il fatto che essi rappresentano i rispettivi Stati. Tutte le altre immunità non possono che sorgere da specifiche norme legislative, le quali non solo devono formulare il collegamento tra l'organo e la sua qualità di rappresentante dello Stato straniero, ma devono altresì indicare se l'esonero è generale, ovvero limitato ai fatti commessi nell'esercizio delle loro funzioni. Pertanto l'immunità non può essere riconosciuta al deputato alla sanità e sicurezza sociale del Congresso di stato di S. Marino.

Cass. pen. n. 469/1994

Le immunità dalla giurisdizione previste dalle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche e consolari, ratificate e rese esecutive in Italia con L. 9 agosto 1967, n. 804, non sono limitate ai soli rappresentanti diplomatici veri e propri. L'art. 43 della Convenzione del 24 aprile 1963 sulle relazioni consolari, infatti, stabilisce, al primo comma, che anche i «funzionari consolari» e gli «impiegati consolari» non possono essere sottoposti a giudizio dalle autorità giudiziarie e amministrative dello Stato di residenza per gli atti compiuti nell'esercizio delle funzioni consolari. (Sulla scorta del principio di cui in massima la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito che aveva dichiarato l'improcedibilità dell'azione penale per il fatto compiuto dall'imputato — e ritenuto integrare la contravvenzione di cui all'art. 674 c.p. — nell'esercizio delle funzioni di sovrintendente del Cimitero militare americano di Nettuno e di membro della missione diplomatica degli Stati Uniti).

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