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Articolo 626 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Effetti della sospensione

Dispositivo dell'art. 626 Codice di procedura civile

Quando il processo è sospeso, nessun atto esecutivo può essere compiuto (1), salvo diversa disposizione (2) del giudice dell'esecuzione.

Note

(1) In analogia a quanto previsto dall'art. 298 del c.p.c., che disciplina la sospensione del processo ordinario di cognizione, durante il periodo di sospensione del processo esecutivo non possono essere compiuti atti esecutivi, salvo il caso in cui sia il giudice ad adottarli (si tratta di un divieto relativo). Tale divieto è rivolto in maniera chiara al creditore, al quale è proibito proseguire nell'attività esecutiva, vanificando del tutto la funzione dell'istituto in esame.
Si precisa che la sospensione ha comunque efficacia ex nunc, nel senso che non incide sulla validità e sull'efficacia degli atti esecutivi già compiuti.
(2) Fanno eccezione agli atti urgenti e a quelli che svolgono una funzione conservativa o amministrativa dei beni pignorati come può essere la sostituzione del custode o la vendita di beni deteriorabili, che possono essere disposti dal giudice anche in pendenza della sospensione.

Massime relative all'art. 626 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 21860/2007

A differenza del provvedimento di sospensione del processo di cognizione, per il quale l'art. 42 c.p.c. espressamente prevede l'impugnazione col regolamento di competenza, il provvedimento di sospensione del processo esecutivo ha natura cautelare e produce l'effetto indicato dall'art. 626 c.p.c., con la conseguenza che avverso il medesimo sono esperibili - a seconda del regime applicabile ratione temporis - l'opposizione agli atti esecutivi o il reclamo al collegio di cui all'art. 669 terdecies c.p.c., rimanendo invece inammissibile il regolamento di competenza.

Cass. civ. n. 24045/2004

Gli effetti della sospensione dell'esecuzione, sia essa disposta dal legislatore, sia essa conseguenza del provvedimento emesso dal giudice ai sensi dell'art. 624 c.p.c., sono comunque circoscritti entro l'ambito del processo esecutivo in corso (nel quale detto provvedimento è destinato ad incidere), e non influiscono, viceversa, sull'azione esecutiva resa astrattamente possibile dal medesimo titolo, nè sugli altri procedimenti esecutivi eventualmente promossi sulla base di questo, tale essendo il principio di diritto enucleabile dal disposto dell'art. 626 del codice di rito (a mente del quale «quando il processo esecutivo è sospeso, nessun atto esecutivo può essere compiuto»), la cui portata è, appunto, quella di limitare la vicenda sospensiva al solo, concreto esercizio dell'azione così come sviluppatasi in seno ad uno specifico procedimento.

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Consulenze legali
relative all'articolo 626 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

W. F. &. P. chiede
venerdì 18/05/2018 - Lombardia
“O.C.C. TRIBUNALE DI ...... - PIANO DEL CONSUMATORE CON LIQUIDAZIIONE PARZIALE DEL PATRIMONIO:
QUESITI

se è compatibile il piano del consumatore con la liquidazione di una parte del patrimonio immobiliare. Quali sono i PRECISI riferimenti di legge

Il patrimonio deve essere liquidato tutto o solo quel che serve a raggiungere una percentuale conveniente per i creditori. L'intento è quello di salvare l'abitazione e il laboratorio ove si svolge l'attività che procura l'unico sostentamento della famiglia dell'esecutato.
Quali sono legge e articoli precisi. (L'allegato che inviamo a parte non è chiaro)

nel frattempo l'asta è stata celebrata con assegnazione provvisoria. Quale è il momento preciso fino al quale è possibile sospendere la procedura in attesa del responso dell'O.C.C. con eventuale omologa del piano.”
Consulenza legale i 23/05/2018
Ogni riferimento normativo relativo all’argomento che si sottopone all’esame non può che rinvenirsi nella Legge n. 3/2012 sul sovraindebitanento.
La prima domanda che si pone è se il piano del consumatore sia compatibile con la liquidazione di una parte del patrimonio immobiliare.
Ebbene, tale domanda trova la sua risposta nell’art. 14 ter della suddetta Legge, ove è detto che, in alternativa alla proposta per la composizione della crisi, il debitore ….può chiedere la liquidazione di tutti i suoi beni, sempre che non ricorrano le condizioni di inammissibilità previste dall’art. 7, comma 2 lettere a) e b) di tale legge per portare avanti un accordo di ristrutturazione.
Dispone poi il terzo comma di tale norma che alla domanda vanno allegati:
  1. l’inventario di tutti i beni del debitore, recante specifiche indicazioni sul possesso di ciascuno degli immobili e delle cose mobili;
  2. una relazione particolareggiata dell’organismo di composizione della crisi, avente il contenuto analiticamente previsto dalla suddetta norma.

Dalla prima parte di questo articolo, dunque, sembrerebbe che tutti i beni del debitore debbano formare oggetto di inventario e, conseguentemente, liquidati nella misura in cui si renda necessario per soddisfare tutti i creditori.
Con ciò vuol dirsi che, se il patrimonio del debitore scaturente dall’inventario viene stimato dal liquidatore come avente un valore pari a 100 ed i debiti ammontano a 50, nulla impedisce che possa chiedersi al giudice di preferire nella liquidazione un bene piuttosto che un altro, purchè si riescano a soddisfare le ragioni creditorie.

Passando alla seconda domanda, va detto che, partendo dal presupposto secondo cui tutti i beni del debitore debbano essere compresi nell’inventario, il medesimo legislatore, tuttavia, al successivo comma 6 lettera d) dello stesso art. 14 ter, dispone che non sono compresi nella liquidazione, tra l’altro, “le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge”, oltre agli altri beni e diritti analiticamente indicati alle lettere a), b) e c) dello stesso comma 6 (alla cui lettura si rimanda per evitarne qui una semplice trascrizione).
In tal senso, un appiglio normativo per escludere dall’inventario dei beni la prima casa, potrebbe rinvenirsi nel D.l. 69/2013 (c.d. decreto del fare) che ha modificato gli artt. 76 e ss del DPR 602/1973, ma per conseguire tale effetto occorre che vengano rispettati i presupposti previsti da tale decreto, ossia che il debitore sia gravato da debiti di natura fiscale e che l’abitazione sia l’unico immobile di cui risulti proprietario; anche nell’ipotesi di immobile ad uso promiscuo, ossia destinato in parte ad abitazione ed in parte a laboratorio o studio del debitore, si presume che possa essere pignorabile la parte di immobile non destinata ad abitazione.
Ciò vale, si sottolinea, solo se trattasi di debiti di natura fiscale, mentre nessuna esclusione può pretendersi per debiti che potremmo definire di natura privata, come a titolo esemplificativo quelli con banche o finanziarie.

E’ questo il concetto espresso nell’allegato inviato a parte e di cui non risultava chiaro il contenuto, almeno per quanto concerne la procedura di liquidazione avviata su domanda del solo debitore, anche se occorre precisare che tale domanda, per espressa disposizione dell’art. 14 ter comma 3, deve essere accompagnata da una relazione particolareggiata dell’O.C.C.
Per trovare un riferimento normativo alla liquidazione d’ufficio, invece, occorre leggere il successivo art. 14 quater, intitolato appunto “Conversione della procedura di composizione in liquidazione”.
La seconda parte di tale norma, infatti dispone che la conversione è disposta, si intende d’ufficio dal Giudice, nei seguenti casi:
  1. se l’accordo di ristrutturazione dei debiti concluso con i creditori e già omologato cessa di produrre effetti perché il debitore non esegue integralmente, entro 90 gg. dalle scadenze previste, i pagamenti dovuti, secondo il piano, alle amministrazioni pubbliche e agli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie (art. 11 comma 5);
  2. se risultano compiuti durante la procedura atti diretti a frodare le ragioni dei creditori (art. 11 comma 5)
  3. se il proponente non adempie agli obblighi derivanti dal piano, se le garanzie promesse non vengono costituite o se l’esecuzione del piano diviene impossibile anche per ragioni non imputabili al debitore (art. 14 bis comma 2 lett. b).
Ex art. 14 quinquies la procedura di liquidazione viene dichiarata aperta con decreto dal Giudice addetto al Tribunale competente ex art. 9 comma 1 (ossia il Tribunale del luogo di residenza o sede principale del debitore); con il medesimo decreto viene anche nominato un liquidatore.

Di particolare interesse, in relazione alla possibilità di consentire al debitore di svolgere l’attività da cui trae sostentamento per sé e la sua famiglia (oltre che per poter pagare i debiti da cui è gravato), è il comma 2 lettera e) dell’art. 14 quinquies, per effetto del quale il debitore può chiedere al Giudice della liquidazione, “in presenza di grave e specifiche ragioni” di continuare ad utilizzare alcuni dei beni facenti parte dell’inventario e della liquidazione.
E’ chiaro che tale autorizzazione potrebbe chiedersi sia per l’abitazione che per il laboratorio, beni per i quali non dovrebbe risultare difficile individuare quelle gravi e specifiche ragioni che il legislatore richiede.

Per quanto concerne infine l’ultima domanda, ossia fin quando è possibile sospendere la procedura esecutiva in attesa che il piano del consumatore venga omologato, il riferimento normativo lo si rinviene nell’art. 12 bis comma 2 della Legge 3/2012.
Prevede tale norma che il giudice, con lo stesso decreto con cui convoca i creditori e nelle more della convocazione dei medesimi, “può” disporre la sospensione delle azioni esecutive pregiudizievoli intraprese dai creditori, e ciò fino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo.
Dalla lettura di tale norma è facile rilevare una differenza con la procedura di accordo con i creditori, derivante dal fatto che nel piano del consumatore la sospensione non opera in modo automatico, ma è soggetta al potere discrezionale del giudice, il quale a tal fine dovrà effettuare una valutazione nell’interesse sia del debitore che dei creditori (per la sospensione nella procedura di accordo con i creditori, invece, il riferimento va fatto all’art. 10 comma 2 lett. c).

Nessun preciso momento temporale viene individuato per sospendere le procedure esecutive in corso, il che comporta che, nel silenzio della legge, anche se vi è stata l’assegnazione provvisoria, fin quando il procedimento esecutivo non venga definitivamente concluso, si potrà chiedere ed ottenere la sospensione dello stesso, sospensione che ovviamente potrà diventare definitiva solo con l’omologa del piano.

Particolarmente interessante si ritiene che possa essere quanto disposto dall’art. 14 novies, nella parte in cui è detto che, se alla data di apertura della procedura di liquidazione sono pendenti procedure esecutive, il liquidatore può subentrarvi; si tratta di una opportunità per bloccare temporaneamente quella procedura esecutiva e consentire al liquidatore di portare avanti il suo programma di liquidazione, il quale potrebbe anche prevedere l’opportunità di dare priorità alla liquidazione di beni diversi da quello per il quale vi è già stata l’assegnazione provvisoria.
E’ inutile dire che trattasi di scelte discrezionali del liquidatore e dello stesso giudice, per le quali non sussiste alcun preciso parametro di riferimento, se non quello dettato dal buon senso.

Testi per approfondire questo articolo