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Articolo 281 octies Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

[Aggiornato al 31/08/2021]

Rimessione della causa al tribunale in composizione collegiale

Dispositivo dell'art. 281 octies Codice di procedura civile

Il giudice, quando rileva che una causa, riservata per la decisione davanti a sé in funzione di giudice monocratico, deve essere decisa dal tribunale in composizione collegiale, provvede a norma degli articoli 187, 188 e 189 (1).

Note

(1) L'ordinanza con cui il giudice monocratico rimette la causa al collegio è sempre revocabile.
La trattazione da parte del giudice monocratico di una causa che avrebbe dovuto essere trattata dal collegio costituisce un'ipotesi di nullità ai sensi del primo comma dell'art. 161 del c.p.c., che può essere fatta valere solo con gli ordinari mezzi di impugnazione della sentenza.

Spiegazione dell'art. 281 octies Codice di procedura civile

La presente norma regola il caso inverso a quello disciplinato dall'art. 281 septies del c.p.c., ossia quello in cui il tribunale in composizione monocratica rilevi che la causa da lui assunta in decisione, in funzione di giudice monocratico, non sia di sua spettanza; in tale ipotesi invita le parti a precisare di nuovo le conclusioni e rimette la causa al collegio.

Contrariamente a quanto previsto dall'art. 281 septies del c.p.c., il provvedimento di rimessione non assume carattere di ordinanza non impugnabile; da ciò ne consegue che il tribunale (al quale la causa sia stata rimessa dal giudice istruttore), qualora non concordi con la valutazione di quest'ultimo in ordine alla collegialità della decisione, potrà revocare l'ordinanza di rimessione e restituire la causa allo stesso istruttore con ordinanza inimpugnabile.

Per quanto concerne il tempo in cui è possibile rilevare l'esistenza del vizio in esame, va detto che la questione della corretta attribuzione della causa al giudice unico o a quello collegiale è rilevabile anche d'ufficio già nella fase iniziale del processo (quindi, ancor prima che la causa entri nella fase decisionale).

Malgrado l'art. 50 quater del c.p.c. escluda che la violazione delle disposizioni relative alla composizione del tribunale sia in grado di determinare una nullità assoluta (rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo), il tenore letterale degli artt. 281 septies, 281 octies c.p.c. induce a ritenere che, almeno in primo grado, la nullità resti rilevabile d'ufficio, rimanendo precluso il suo rilievo ufficioso solo in sede di impugnazione.

Secondo altra tesi, poiché l'art. 50 quater del c.p.c. non richiama più l'art. 158 del c.p.c., la nullità derivante dalla inosservanza delle disposizioni sulla composizione monocratica o collegiale del tribunale è rilevabile soltanto su istanza di parte; tale vizio, invece, sarà rilevabile d'ufficio solo dopo il passaggio della lite alla fase decisoria.

Analogamente a quando detto con riferimento all'art 281 septies c.p.c., anche nel caso previsto dalla norma in esame si pone il problema delle attività da compiere a seguito della rimessione della causa al collegio.
Secondo la tesi prevalente in dottrina, sarebbe sufficiente rimettere le parti al collegio per la decisione, senza imporre alle stesse un nuovo ed inutile scambio di comparse conclusionali e memorie di replica.
Secondo altra tesi, invece, la regressione del processo alla fase della precisazione delle conclusioni deve farsi discendere non solo dalla lettera della legge (che esige dal giudice la pronuncia dei provvedimenti di cui agli artt. 187-189 c.p.c.), ma anche dalla considerazione che la diversa composizione dell'organo giudicante potrebbe indurre le parti ad optare, ex art. 275 del c.p.c. comma 2, per la discussione orale della causa che le parti non avevano chiesto davanti al giudice istruttore.

A seguito della rimessione della causa al collegio, l'organo collegiale, qualora ne ravvisi la necessità per tutti i suoi componenti rimasti estranei alla fase istruttoria, potrebbe disporre d'ufficio la riassunzione di uno o più mezzi di prova.

La norma in esame non considera il caso in cui il giudice unico rimetta la causa al collegio per la decisione (a seguito di un ripensamento sulla spettanza del potere decisorio) dopo aver pronunciato sentenza non definitiva su una questione di rito o di merito.
In assenza di alcuna disposizione al riguardo, ci si è pertanto chiesti se tale attività sia consentita al giudice monocratico o se la pronuncia della sentenza non definitiva gli precluda un siffatto ripensamento.
A tal proposito, parte della dottrina aderisce alla tesi secondo cui il giudice non può cambiare idea circa la spettanza del potere decisorio in sede di pronuncia della sentenza definitiva, argomentando dalla considerazione secondo cui la pronuncia della sentenza non definitiva ha comportato il formarsi del giudicato implicito sulla questione relativa alla legittima costituzione del giudice.

Altra parte della dottrina, invece, argomentando dalla natura ordinatoria e dalla non impugnabilità autonoma del provvedimento che risolva la predetta questione, esclude che il passaggio in giudicato di una sentenza non definitiva possa costituire un ostacolo ad un successivo ripensamento del giudice.

Infine, secondo una tesi intermedia, solo laddove la sentenza non definitiva sia passata in giudicato si potrà configurare un vincolo del collegio a rimettere la causa dinanzi al giudice istruttore in funzione di giudice unico; tale vincolo, al contrario, non sussisterà nel caso in cui la sentenza non definitiva non sia ancora passata in giudicato (l'eventuale contrasto tra le due sentenze, quella definitiva e quella non definitiva), in relazione alla composizione dell'organo giudicante, potrà essere risolto in sede di impugnazione.

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