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Articolo 902 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Apertura priva dei requisiti prescritti per le luci

Dispositivo dell'art. 902 Codice civile

L'apertura che non ha i caratteri di veduta o di prospetto è considerata come luce, anche se non sono state osservate le prescrizioni indicate dall'articolo 901.

Il vicino ha sempre il diritto di esigere che essa sia resa conforme alle prescrizioni dell'articolo predetto (1).

Note

(1) Tale articolo ha carattere dispositivo. Le parti possono, infatti, pattuire di mantenere luci irregolari, dando vita, in tal modo, ad una servitù di luce.

Ratio Legis

La disposizione, affermando che le aperture diverse dalle vedute (art. 900 del c.c.) sono da considerare come luci anche qualora non vengano rispettato il dettato di cui all'art. 901, esclude la possibilità di un tertium genus rispetto a luce e veduta.

Spiegazione dell'art. 902 Codice civile

La distinzione tra luci e vedute nella dottrina e nella giurisprudenza sotto il vecchio codice

Dei tre requisiti prescritti dall'art. 901 per l'apertura delle luci nella pratica può mancarne qualcuno, in tutto o in parte: può ad esempio mancare l'inferriata, può mancare la rete metallica o essere apribile anziché fissa, oppure essere a maglie superiori ai prescritti tre centimetri, può infine mancare l'altezza prescritta, sia verso l'interno che verso l'esterno sul fondo del vicino.

La mancanza, in tutto o in parte, dei tre requisiti di legge, rende la luce irregolare, e sotto il vecchio codice tale irregolarità dette luogo a questioni vivamente dibattute, tanto nella dottrina quanto nella giurisprudenza.

La questione più vivamente dibattuta fu quella di vedere se la luce irregolare dovesse, nonostante la sua irregolarità, considerarsi sempre come luce ed essere quindi sottoposta al regime giuridico delle luci, oppure dovesse considerarsi come veduta e seguire il trattamento giuridico delle vedute.

La dottrina si divise: alcuni sostennero che bastava la mancanza di uno dei requisiti di legge perché la luce dovesse considerarsi come veduta, non riconoscendo il legislatore nessuna categoria intermedia fra le luci e le vedute. Ma altri rilevarono l'assurdo a cui portava tale teoria, cioè di dover considerare come veduta anche un' apertura munita di inferriata, invetriata fissa e a tale altezza da impedire una veduta normale, solo perché la maglia dell'inferriata era di qualche centimetro più larga, o l'altezza inferiore di qualche centimetro a quella prescritta. Se ne fece quindi una questione di fatto, da decidersi caso per caso, secondo l’ entità della deroga ai requisiti di legge e le circostanze del caso.

La giurisprudenza, prima molto oscillante, si venne affermando nel senso che il carattere differenziale tra luci e vedute, anziché dall'osservanza dei tre requisiti prescritti dall'art. 902, doveva individuarsi nella funzione esplicata dall'apertura: se essa offriva al proprietario la possibilità di un comodo e normale affaccio sul fondo vicino, l'apertura, nonostante la presenza di alcuno dei requisiti prescritti per le luci, era come veduta; in caso negativo, doveva qualificarsi come luce, anche in mancanza di uno o più dei requisiti di cui all’ art. 902. Il decidere poi se nel dato caso si trattasse della prima o della seconda ipotesi, cioè il decidere se ricorresse o meno l'estremo del comodo e normale affaccio sul fondo vicino, era una questione di fatto da decidersi caso per caso dai giudici di merito, come sottolineò la Cassazione del Regno in una numerosa serie di sentenze.


Soluzione testuale data alla questione dall'art. 902

Il nuovo codice ha risolto tale questione disponendo all'art. 902 che « un'apertura che non ha i caratteri di veduta o di prospetto è considerata come luce, anche se non sono state osservate le prescrizioni indicate dall'art. 901 », sanzionando quindi la giurisprudenza della Cassazione.

L'apertura ha i caratteri di veduta quando, come detto sopra, consente un comodo e normale affaccio sul fondo vicino, e il decidere se ciò si abbia nel caso concreto costituisce apprezzamento di fatto lasciato ai giudici di merito.

La distinzione fra luci e vedute ha grande importanza pratica, poiché, se si tratta di semplice luce, il vicino può chiuderla appoggiandovi il suo edificio ai sensi dell'art. 904; mentre se si tratta di veduta egli ha l'obbligo di distanziare la fabbrica di tre metri a norma dell'art. 907. Per tale argomenti si rinvia alla spiegazione dei dei citati articoli (art. 904; art. 907).


Imprescrittibilità del diritto del vicino di esigere che la luce irregolare sia resa conforme alle prescrizioni di legge

Un'altra questione è stata risoluta testualmente dal nuovo codice, all'art. 902 capov., in materia di luci irregolari. Posto che l'apertura delle luci è subordinata all'osservanza dei tre requisiti di legge, è chiaro che il vicino ha il diritto di esigerne l'osservanza e, quindi, mancando ad esempio l'inferriata, o la grata fissa, o l'altezza, esigere che la luce sia resa conforme a legge e, in difetto, pretenderne la chiusura.

Sotto la vigenza del vecchio codice si era discusso se il vicino potesse esercitare questo suo diritto anche dopo il trentennio dall'apertura della luce irregolare. La giurisprudenza della Cassazione si pronunciò ripetutamente in senso affermativo, e tale soluzione è stata testualmente sancita dal nuovo codice, disponendosi all'art. 902 capoverso che il vicino ha sempre il diritto di esigere che la luce irregolare sia resa conforme alle prescrizioni di legge.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

426 I1 nuovo codice accoglie la distinzione tradizionale delle finestre in luci e vedute (art. 900 del c.c.). Sensibilmente attenuato è il rigoroso regime stabilito per le finestre lucifere dal codice del 1865 (art. 584), il quale consentiva bensì al proprietario del muro contiguo al fondo altrui di aprire luci di qualsiasi dimensione, ma gli imponeva di munirle di una grata di ferro, le cui maglie non avessero un'apertura maggiore di un decimetro, e di un telaio a invetriata fissa. In tal modo la difesa del fondo del vicino da eventuali immissioni o indiscrezioni era spinta fino a inibire il passaggio dell'aria attraverso le finestre lucifere. Con maggiore comprensione delle necessità della convivenza sociale e soprattutto delle esigenze igieniche, il nuovo codice (art. 901 del c.c.) abolisce l'onerosa prescrizione del telaio a invetriata fissa, sostituendola con l'altra di una grata fissa in metallo le cui maglie non siano maggiori di tre centimetri quadrati. Fa obbligo inoltre di munire le finestre lucifere di un'inferriata, ma, senza stabilire l'apertura massima delle maglie, si limita a prescrivere che l'inferriata deve essere idonea, per le sue caratteristiche, a garantire la sicurezza del vicino. Come nel codice precedente, l'apertura delle luci è subordinata all'osservanza di un'altezza minima, tanto dal pavimento o dal suolo che si vuole illuminare, quanto dal suolo del fondo vicino; senonché il nuovo codice, informandosi anche in questo punto al principio di socialità, esclude l'obbligo dell'osservanza dell'altezza minima dal suolo del fondo vicino, quando si tratta di dare luce e aria a un locale che si trovi in tutto o in parte a livello inferiore al suolo del vicino e la condizione dei luoghi non consenta di osservare la prescrizione della legge. Si favorisce così la particolare situazione dei locali seminterrati, che nella moderna tecnica edilizia hanno assunto un notevole sviluppo. Ma anche per altro verso si facilita (art. 903 del c.c.) l'apertura delle finestre lucifere. Il codice del 1865 (art. 586) esigeva per l'apertura di esse il consenso del vicino non solo nel caso in cui si volesse aprirle in un muro comune, ma anche nel caso in cui si volesse aprirle nella sopraelevazione di un muro comune alla quale il vicino non avesse contribuito. Quest'ultima limitazione è sembrata eccessiva, in quanto la parte sopraedificata del muro comune resta di proprietà esclusiva di chi l'ha costruita fino a quando il vicino non ne abbia chiesto e ottenuto la comunione. Né la soluzione accolta dal nuovo codice può pregiudicare gli interessi del vicino, poiché questi conserva la facoltà di rendere comune anche la parte sopraedificata e di chiudere le luci in essa aperte, appoggiandovi il suo edificio (art. 904 del c.c.). E' codificato il principio, già affermato dalla giurisprudenza, che un'apertura, la quale non abbia i caratteri di veduta o di prospetto, in quanto non consenta di affacciarsi e di guardare sul fondo vicino, è considerata come luce, è quindi soggetta al regime relativo, anche se non sono state osservate le prescrizioni stabilite dalla legge (grata fissa, inferriata). Il vicino può sempre chiudere tale finestra, acquistando la comunione del muro e appoggiandovi la propria fabbrica. Egli ha inoltre il diritto di esigere che l'apertura sia resa conforme alle prescrizioni dettate dalla legge per le finestre lucifere (art. 902 del c.c.).

Massime relative all'art. 902 Codice civile

Cass. civ. n. 512/2013

L'apertura sul fondo del vicino, la quale non abbia caratteri di veduta o di prospetto, in quanto non consenta di affacciarsi e guardare, è considerata come luce, anche se non conforme alle prescrizioni dell'art. 901 c.c., sicché, nell'ipotesi di irregolarità, ai sensi dell'art. 902, secondo comma, c.c. il vicino ha diritto di esigere che l'apertura sia resa conforme a tali prescrizioni, anche mediante la sopraelevazione all'altezza minima interna, finalizzata ad impedire l'esercizio della veduta.

Cass. civ. n. 22553/2009

In materia di diritti reali, la domanda volta ad obbligare il vicino alla regolarizzazione di una luce, pur costituendo quantitativamente un "minus" rispetto alla "actio negatoria servitutis", rappresenta un qualcosa di diverso rispetto a quest'ultima; ne consegue che - proposta domanda originaria di riduzione a distanza legale di una servitù di veduta diretta ed indiretta sul proprio fondo - costituisce domanda nuova, come tale inammissibile in appello, quella volta ad ottenere la regolarizzazione di una luce irregolare, atteso che l'accoglimento di detta domanda imporrebbe l'esecuzione di opere non ricomprese nel "petitum" originario.

Cass. civ. n. 8930/2000

Il proprietario del fondo sul quale viene aperta una luce irregolare non ha diritto alla sua chiusura, ma solo alla regolarizzazione di tale luce (art. 902 c.c.), né l'irregolarità della luce può determinare l'usucapione di alcun diritto.

Cass. civ. n. 8693/2000

Una porta non può essere considerata semplice luce irregolare, poiché la sua funzione non è quella di illuminare un locale e di consentire il passaggio dell'aria, ma quella di consentire il passaggio delle persone ovvero di impedirlo e quindi può essere aperta senza rispettare le distanze prescritte negli artt. 905 e 906 c.c. per le vedute, salvo che sia strutturata in modo da consentire di guardare nel fondo del vicino (porta-finestra).

Cass. civ. n. 2368/1988

Con riguardo alla disciplina delle luci che si aprono sul fondo del vicino (art. 901 c.c.), ove quest'ultimo insorga avverso un'apertura, fatta dal confinante, che non corrisponda alle prescrizioni contenute nella norma citata, il giudice che accolga la domanda può legittimamente adottare un comando giudiziale alternativo che ingiunga al confinante di rendere le luci conformi alle prescrizioni suddette ovvero di chiuderle ripristinando lo status quo, atteso che tale formula alternativa non si pone in contrasto con il diritto del vicino di aprire luci sul fondo altrui e che entrambi i comportamenti dedotti nell'ordine giudiziale sono idonei a soddisfare la pretesa del confinante di conformità delle luci alla norma suddetta. Ove però, il convenuto soccombente non provveda, secondo il suo interesse, a regolarizzare le luci o a chiuderle nel termine assegnatogli, l'attore potrà chiedere l'esecuzione, a spese dell'obbligato, della prestazione che ritenga a lui più conveniente.

Cass. civ. n. 5081/1983

Ai sensi dell'art. 902 c.c., l'apertura non avente i caratteri di veduta o di prospetto, in quanto non consenta di affacciarsi e guardare sul fondo vicino, è considerata come luce, anche se non conforme alle prescrizioni del precedente art. 901, ed è soggetta al relativo regime. Il vicino, pertanto, ha il diritto, previsto dal secondo comma del citato art. 902, di esigere che tale apertura sia resa conforme alle indicate prescrizioni, ovvero di chiuderla acquistando la comunione del muro ed appoggiandovi la propria fabbrica, o costruendo in aderenza (come previsto dall'art. 904 c.c.), ma non anche di chiuderla con modalità diverse da quelle consentite dalla disciplina delle luci (nella specie, addossandovi tavole di legno).

Cass. civ. n. 3439/1977

In base al principio dell'autonomia delle parti, un titolo convenzionale può dar luogo a una luce juris servitutis, con disciplina sottratta, anche soltanto in parte, alle norme degli artt. 901 e seguenti del codice civile.

Cass. civ. n. 643/1976

Costituiscono luci, sia pure irregolari, le finestre che, senza l'uso di mezzi artificiali od anormali, non consentono la prospectio, ossia il comodo affaccio, sul fondo del vicino, anche se esse non hanno le caratteristiche previste nell'art. 901 c.c. Nello stabilire se un'apertura costituisce luce o veduta, il giudice del merito può motivare il suo convincimento con il solo riferimento ai dati riguardanti le caratteristiche dell'apertura in esame. (Nella vicenda di specie, la Corte Suprema ha ritenuto esaurientemente motivata la sentenza del giudice di merito, che definiva luci delle aperture in considerazione della loro rilevante altezza dal pavimento [di metri due e quarantacinque e due e ventiquattro]).

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