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Articolo 2410 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 10/06/2019]

Emissione

Dispositivo dell'art. 2410 Codice civile

Se la legge o lo statuto non dispongono diversamente, l'emissione di obbligazioni è deliberata dagli amministratori (1).

In ogni caso la deliberazione di emissione deve risultare da verbale redatto da notaio ed è depositata ed iscritta a norma dell'articolo 2436.

Note

(1) Sono competenti all'emissione di obbligazioni, valorizzando così il principio generale dell'autonomia statutaria.

Ratio Legis

Ratio della norma è quella di limitare l'indebitamento societario, equilibrando le diverse risorse finanziarie, impedendo una deviazione dello scopo economico perseguito dalla società.

Spiegazione dell'art. 2410 Codice civile

Le obbligazioni di società costituiscono il tipico strumento messo a disposizione delle società azionarie per la raccolta di capitale di prestito.
L'emissione delle obbligazioni rappresenta un'operazione di raccolta del risparmio tra il pubblico, consentito alla società.
Le obbligazioni si caratterizzano per la presenza di un'organizzazione di gruppo regolata dalla legge e dotata di propri organi.

Le obbligazioni vengono definite in dottrina titoli di credito, al portatore o nominativi, che rappresentano frazioni di uguale valore nominale e con uguali diritti di un'unica operazione di finanziamento a titolo di mutuo.
Quanto alla regolamentazione del mercato finanziario, le obbligazioni vengono qualificate come valori mobiliari e quindi strumenti finanziari. Esse possono essere quotate in un mercato regolamentato, alle condizioni fissate dai regolamenti adottati dalle società di gestione del mercato.

L'emissione delle obbligazioni tradizionalmente è consentita solo alle società per azioni e in accomandita per azioni.
Prima della riforma era espressamente vietata alle s.r.l.. Con la riforma operata dal D. Lgs. 6/2003 il divieto è venuto meno e le s.r.l. possono emettere titoli di debito soggetti ad autonoma disciplina.
Restano, invece, escluse le società di persone.

Per quanto riguarda il procedimento di emissione, l'input spetta all'organo amministrativo, il cui verbale di deliberazione consiliare deve essere redatto da notaio e deve essere depositato e iscritto nel registro delle imprese.
La norma fa salva ogni diversa disposizione statutaria, per cui è possibile devolvere la competenza all'assemblea.

Relazione al D.Lgs. 6/2003

(Relazione illustrativa del decreto legislativo recante: "Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366.")

7 La delega prevede (art.4, comma 5) che la disciplina relativa all'emissione di obbligazioni sia modificata nel senso: a) di attenuarne o rimuoverne i limiti all'emissione; b) di consentire l'autonomia statutaria di determinare l'organo competente a decidere l'emissione. In attuazione non solo della specifica previsione della delega, ma anche del principio generale di valorizzazione dell'autonomia statutaria, l'art. 2410 del c.c. rimette in principio la decisione sull'emissione di obbligazioni all'organo amministrativo, salvo diversa previsione statutaria. E' conservata la regola della pubblicità della decisione e del deposito. In applicazione di uno degli indirizzi generali della Riforma, l'arricchimento degli strumenti di finanziamento dell'impresa, l'art. 2411 del c.c. dà espresso riconoscimento alla possibilità che il prestito obbligazionario assuma profili di subordinazione, e possa partecipare, anche giuridicamente, al rischio di impresa. Si recepisce così l'esperienza estera diffusa e consolidata, e già nota in Italia in settori specialistici, contribuendo, come è evidente, ad assottigliare la linea di confine tra capitale di rischio e capitale di credito. Difficile problema quello del limite all'emissione di obbligazioni. Il Codice Civile del 1942, nello stabilire all'art. 2410 che: "la società può emettere obbligazioni... per somme non eccedenti il capitale versato ed esistente secondo l'ultimo bilancio approvato" si adeguava, verosimilmente, alla tesi che nel limite, e quindi nel capitale, appunto "versato ed esistente", ravvisava un principio di garanzia per gli obbligazionisti. Così interpretata, la disciplina, oltre ovviamente a condizionare e limitare pesantemente la possibilità di ricorso a tali strumenti di finanziamento tipicamente a medio-lungo termine, provocava rilevanti difficoltà applicative, soprattutto per l'accertamento dell'effettiva esistenza del capitale alla data di emissione. L'impostazione a base della disciplina del Codice Civile del 1942 era stata fortemente criticata, ed è oggi diffusamente accettata la tesi che individua la portata del limite nel senso di attuare l'esigenza di un'equilibrata distribuzione del rischio di attività di impresa tra azionisti e obbligazionisti. In altri termini, si è in presenza di una tecnica diretta ad impedire che gli azionisti ricorrano al mercato del capitale di credito a medio-lungo termine in misura eccessiva rispetto a quanto rischiano in proprio, e dunque di un principio sistematicamente analogo al limite alla emissione di azioni di risparmio e privilegiate, anche questo determinato con riferimento al capitale. Sulla base di questa impostazione del problema e dell'indicazione della delega, nonché di quanto già parzialmente avvenuto per effetto del d.lgs. n. 385 del 1993, che per talune società ha modificato il Codice Civile, si è delineato nell'art. 2412 del c.c. un regime innovativo. Si è ritenuto di mantenere in principio una regola di rapporto fra il ricorso al mercato fra il capitale di rischio e il capitale di credito, prendendo a base del parametro il capitale sociale come ammontare versato o che i soci si sono impegnati a versare, più, essenzialmente se non esclusivamente, le riserve da utili, tutto ciò che in sostanza rappresenta l'impegno economico dei soci nella società. E' sembrato opportuno al fine di agevolare l'accesso al mercato dei capitali considerare tale parametro nella misura del doppio della cifra risultante dagli elementi sopra indicati al fine di individuare il limite in questione. E' sembrato, altresì, opportuno ad ulteriore garanzia dei terzi chiedere ai sindaci l'attestazione del rispetto di questi limiti. Si è poi previsto, per agevolare il ricorso a queste fonti di finanziamento, che il limite possa essere superato se l'eccedenza è sottoscritta da parte di investitori che per la loro qualifica non hanno bisogno di speciale tutela, proteggendo il principio con la responsabilità del sottoscrittore in caso di successiva circolazione. A tal fine si sono individuati tali investitori per le loro caratteristiche di professionalità e per la loro soggezione a forme di vigilanza prudenziale; con ciò avvalendosi dei criteri che per fini analoghi sono previsti nell'articolo 11 del d. lgs. N. 385 del 1993. Per le obbligazioni garantite da ipoteca sui beni alla società si è ritenuto di doverle escludere dal limite e dal calcolo del limite. Per le società, invece, le cui azioni sono negoziate in mercati regolamentati, esistendo il controllo del mercato, si è ritenuto di non stabilire alcun limite, a condizione, ovviamente, che destinate alla quotazione siano anche le obbligazioni. Si è mantenuta la deroga speciale prevista nell'attuale art. 2410, 3° comma. Alla restante disciplina delle obbligazioni si sono apportate solo le modifiche conseguenti a quelle principali.

Massime relative all'art. 2410 Codice civile

Cass. civ. n. 23015/2010

L'offerta al pubblico di valori mobiliari di associazione in partecipazione - mediante emissione di certificati rappresentativi della posizione di associato - non costituisce negozio in frode alla legge, ex art. 1344 c.c. in relazione all'art. 2410 c.c. ed alla luce della legge n. 216 del 1974 (disposizioni applicabili, "ratione temporis", con riguardo al quadro normativo vigente prima del d.l.vo n. 385 del 1993), in quanto la disciplina del prestito obbligazionario è modellata su quella del mutuo, e la diversità rispetto al contratto di associazione in partecipazione, individuabile nel fatto che l'associato rischia il suo apporto, porta ad escludere che l'emissione di buoni rappresentativi da parte dell'associata possa integrare l'elusione dell'art. 2410 c.c.

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