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Articolo 409

Codice di Procedura Civile

Controversie individuali di lavoro

Dispositivo dell'art. 409 Codice di Procedura Civile

Si osservano le disposizioni del presente capo nelle controversie relative a:
1) rapporti (1) di lavoro subordinato privato, anche se non inerenti all'esercizio di una impresa (2);
2) rapporti di mezzadria, di colonia parziaria, di compartecipazione agraria, di affitto a coltivatore diretto, nonché rapporti derivanti da altri contratti agrari, salva la competenza delle sezioni specializzate agrarie(3);
3) rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato (4);
4) rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici che svolgono esclusivamente o prevalentemente attività economica;
5) rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici ed altri rapporti di lavoro pubblico, sempreché non siano devoluti dalla legge ad altro giudice (5)(6).

Note

(1) La prima categoria di controversie si riferisce ai rapporti di lavoro subordinato privato di cui all'art. 2094 del c.c., in base al quale il prestatore di lavoro si obbliga a mediante retribuzione a collaborare nell'impresa prestando la propria attività manuale o intellettuale. Caratteri peculiari del rapporto sono quindi la personalità, continuitività, eterodeterminazione ed esclusività della prestazione lavorativa, subordinazione, vincolo di orario e retribuzione fissa.
(2) Con la riforma del 1973 è stato superato il concetto di «rapporto introaziendale», con la conseguenza di poter ricomprendere nell'accezione di rapporto di lavoro subordinato privato qualsiasi tipologia tipo di lavoro subordinato, anche se non inquadrato in un'organizzazione imprenditoriale come il lavoro domestico o il lavoro a domicilio.
(3) La disposizione di cui al num. 2 fa salva la competenza preesistente delle sezioni specializzate agrarie, restringendo in maniera rilevante la competenza del giudice ordinario, il quale resta competente a conoscere le controversie relative ai rapporti di mezzadria, di colonia parziaria e di compartecipazione, alle sole controversie non derivanti da proroga, nonché ai rapporti di soccida ed alle controversie relative alla affrancazione dei fondi concessi in enfiteusi disciplinate dalla l. 22-7-1966, n. 607 e rapporti assimilati (si confronti la legge 14 febbraio 1990, n. 29). Restano invece di competenza esclusiva delle sezioni specializzate agrarie le controversie relative ai rapporti di affitto a coltivatore diretto.
(4) Il num. 3 della presente norma rinvia ai rapporti di lavoro parasubordinato, ovvero quei rapporti di lavoro caratterizzati dalla continuità e stabilità della prestazione, coordinazione e personalità.
(5) Si definisce rapporto di pubblico impiego quel rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dagli elementi della collaborazione in posizione di dipendenza, da una relativa continuità e, in genere, da un corrispettivo predeterminato o almeno predeterminabile, nel quale il datore di lavoro è la Pubblica Amministrazione. Si tratta quindi di rapporti di lavoro instaurati con gli enti pubblici economici, ovvero enti che pur perseguendo finalità di ordine generale, agiscono con una struttura imprenditoriale e con criteri di gestione di tipo economico.
(6) Con il d.l.vo 3 febbraio del 1993, n. 29 sono state devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie riguardanti il rapporto di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche. Inoltre, il d.l.vo 31 marzo 1998, n. 80 ha ulteriormente allargato la competenza del giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro, attribuendogli anche il potere di decidere le controversie relative alla selezione ed accesso al lavoro, al conferimento del TFR, al comportamento antisindacale ed alla contrattazione collettiva. Restano invece di competenza esclusiva del giudice del lavoro le controversie di cui agli artt. 33 e 34 del d.lgs. 80/1998 relative al mercato mobiliare, servizio farmaceutico, materia urbanistica ed edilizia.

Ratio Legis

La norma in analisi assoggetta alla disciplina processuale lavoristica cinque diverse categorie di controversie caratterizzate dal fatto che la domanda trova il suo titolo giuridico in uno dei rapporti elencati. In questo elenco si riscontrano fattispecie caratterizzate dalla subordinazione economica del prestatore, o ancora dalla natura personale della prestazione. Pertanto, elemento sufficiente a far sì che la controversia sia assoggettata al rito del lavoro è proprio l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 2397/2014

Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario e costituisce controversia individuale di lavoro, ex art. 409 cod. proc. civ., la domanda proposta da un dipendente pubblico - il cui rapporto risulti, "ratione temporis", contrattualizzato - diretta a far valere, nei confronti del proprio datore di lavoro, il diritto di accedere a taluni documenti del proprio fascicolo personale, poiché mira a tutelare una situazione soggettiva che trova la sua fonte nel rapporto di lavoro e non la pretesa, spettante a qualsiasi interessato, di conseguire l'accesso a documenti amministrativi che lo riguardino, con la conseguenza che la stessa resta sottratta all'operatività sia dell'art. 25 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (che devolve al giudice amministrativo la cognizione delle controversie relative alla tutela del diritto di accesso da parte di chiunque vi abbia interesse), sia dell'art. 152, comma 13, del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, secondo cui le controversie in materia di trattamento di dati personali sono definite dall'autorità giudiziaria ordinaria con sentenza ricorribile solo per cassazione.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 409 del c.p.c.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Giovanni F. chiede
sabato 01/02/2014 - Lazio
“Con ricorso ex art. 409 cpc ( n° x/03) è stato chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato per il periodo 95-98 espletato con orario solo al mattino dalle 9 alle 13. Parte convenuta ha depositato certificato di studio della ricorrente dimostrante l'impossibilità di osservare l'orario di lavoro antimeridiano.La parte ricorrente ha cercato, alla prima udienza, di cambiare l'orario da "mattino" a pomeriggio (ore 16-20). Il giudice ha dichiarato nullo il ricorso con sentenza per tentativo di emendatio libelli. La ricorrente ha proposto nuovo ricorso (n. y/06) con le stesse pretese del primo, variando solo l'orario da "mattino" a "pomeriggio", senza chiedere la riunione al primo ricorso e senza che il giudice l'abbia poi disposta d'ufficio. Come condizione di procedibilità della nuova domanda andava esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione? In caso affermativo occorrerebbe un riferimento giurisprudenziale, per poterlo dedurre in appello.”
Consulenza legale i 09/02/2014
L’obbligatorietà del tentativo di conciliazione nelle cause di lavoro venne introdotta nel nostro ordinamento con il d.lgs. del 31 marzo 1998, n. 80, che ha riformato gli artt. 410 e ss. c.p.c. Il tentativo di conciliazione era configurato come una condizione di procedibilità dell’eventuale domanda giudiziaria.
La richiesta di tentativo di conciliazione interrompeva i termini prescrizionali e sospendeva quelli decadenziali per la durata del tentativo e per i venti giorni successivi alla sua conclusione.

L’art. 31 della L. 183/2010 ha reso facoltativo l’esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie di cui agli artt. 409 ss. c.p.c., prevedendo solo alcune eccezioni.
La legge n. 183 del 2010 non ha previsto un regime transitorio. Una nota ministeriale del 25.11.2010 ha stabilito che:
"- per le istanze presentate prima del 24/11/2010 alle DPL, si applicano le procedure previste dalla normativa previgente;
- per le istanze proposte prima del 24 novembre u.s., le commissioni, sia che abbiano convocato le parti prima del 24/11 o che siano ancora in fase di effettuare convocazione, dovranno informare le parti sulla facoltatività del tentativo, e sulla possibilità di esperire la conciliazione che avrà comunque efficacia ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 2113 c.c.".

Poiché, nel caso di specie, il secondo ricorso è stato depositato nel 2006, troverà applicazione la disciplina prevista dal d.lgs 80/1998, che prevedeva l'obbligatorietà del tentativo di conciliazione.
In base ai dati di fatto esposti nel quesito, sembra di comprendere che il primo ricorso sia stato dichiarato nullo per "mutatio libelli" (proposizione di una domanda nuova, vietata: mentre per "emendatio libelli" si intende la modificazione della domanda, che nel rito del lavoro è ammissibile se autorizzata da giudice) e non è stato rigettato nel merito. Il giudice, cioè, non ha preso in esame la situazione di fatto e risolto la controversia, ma si è limitato a rilevare che la domanda è stata mutata in modo tale da non consentire la prosecuzione di quel giudizio. In tal caso, il secondo ricorso costituirebbe una legittima riproposizione della domanda, non soggetta alla riunione con la prima causa (che dovrebbe essere stata addirittura cancellata dal ruolo, cioè eliminata tra le cause pendenti di quel tribunale).

Ciò premesso, va ribadito che il mancato previo svolgimento del tentativo di conciliazione, rilevabile anche d’ufficio dal giudice, comporta la sospensione del giudizio e l’assegnazione di un termine alle parti per il relativo espletamento.
Tuttavia, l'eccezione di improcedibilità della domanda per mancato esperimento del tentativo di conciliazione obbligatorio non può essere proposta in qualsiasi momento. Essa deve essere eccepita dalla parte convenuta ai sensi e per gli effetti dell’art. 416 del c.p.c. o anche rilevata d’ufficio, comunque non oltre la prima udienza di discussione di cui all’art. 420 del c.p.c..
La giurisprudenza di legittimità ha stabilito con orientamento ormai consolidato che: "L'esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione è previsto dall'art. 412 bis c.p.c. quale condizione di procedibilità della domanda nel processo del lavoro; la relativa mancanza deve essere eccepita dal convenuto nella memoria difensiva di cui all'art. 416 c.p.c., e può essere rilevata anche d'ufficio dal giudice, purché non oltre l'udienza di cui all'art. 420 c.p.c., con la conseguenza che ove l'improcedibilità dell'azione, ancorché segnalata dalla parte, non venga rilevata dal giudice entro il suddetto termine, la questione non può essere riproposta nei successivi gradi di giudizio" (Cass. civ., sez. Lavoro, 16 agosto 2004, n. 15956).
Si segnalano, inoltre: Cass. civ., sez. Lavoro, 14 ottobre 2009, n. 21797, "Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, da cui il Collegio non ritiene di doversi discostare, il mancato esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione, previsto dall'art. 412 bis c.p.c. quale condizione di procedibilità della domanda nel processo del lavoro, deve essere eccepito dal convenuto nella memoria difensiva di cui all'art. 416 c.p.c. e può essere rilevato anche d'ufficio dal giudice, purché non oltre l'udienza di cui all'art. 420 c.p.c. con la conseguenza che ove l'improcedibilità dell'azione, ancorché segnalata dalla parte, non venga rilevata dal giudice entro il suddetto termine, la questione non può essere riproposta nei successivi gradi di giudizio (cfr, ex pluribus, Cass., nn. 15956/2004; 13394/2004; 11629/2004)"; Cass. civ., sez. Lavoro, 4 maggio 2010 n. 10713, "Il motivo è infondato alla luce del condiviso orientamento di questa Corte secondo cui la mancanza dell'esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione, previsto dall'art. 412 bis c.p.c., quale condizione di procedibilità della domanda nel processo del lavoro, deve essere eccepita dal convenuto nella memoria difensiva di cui all'art. 416 c.p.c. e può essere rilevata anche d'ufficio dal giudice, purchè non oltre l'udienza di cui all'art. 420 c.p.c., con la conseguenza che ove l'improcedibilità dell'azione, ancorchè segnalata dalla parte, non venga rilevata dal giudice entro il suddetto termine, la questione non può essere riproposta nei successivi gradi di giudizio".

Pertanto, non sembra possibile proporre in appello l'eccezione relativa al mancato esperimento del tentativo di conciliazione, atteso che essa, anche se fondata, poteva essere proposta solo nel primo grado di giudizio e con i limiti temporali sopra indicati.

sandra d'alessandro chiede
giovedì 20/01/2011

“Quali sono i rapporti di questa normativa con il D.lgs. 28/2010 e il D.M. 180/2010, aventi come oggetto la normativa e il regolamento in merito alla mediazione civile?
Grazie”

Consulenza legale i 21/01/2011

L'art. 23 (rubricato "Abrogazioni") del decreto legislativo 28/2010 in materia di conciliazione delle controversie civili e commerciali, attuativo dell'art. 60 della legge 69/2009, recita: "Restano ferme le disposizioni che prevedono i procedimenti obbligatori di conciliazione e mediazione, comunque denominati, nonché le disposizioni concernenti i procedimenti di conciliazione relativi alle controversie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile".


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    (continua)
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    Il processo del lavoro, introdotto con la l. 533 del 1973, è un rito d’importanza centrale nel sistema della giurisdizionale civile, vuoi per la delicatezza delle situazioni soggettive tutelate, vuoi perché rappresenta da anni un modello e un punto di riferimento imprescindibile per le riforme del giudizio ordinario di cognizione. Una centralità definitivamente suggellata dal d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150 (sulla c.d. riduzione e semplificazione dei riti... (continua)