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Articolo 345

Codice di Procedura Civile

Domande ed eccezioni nuove

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Dispositivo dell'art. 345 Codice di Procedura Civile

Nel giudizio d'appello non possono proporsi domande nuove e, se proposte, debbono essere dichiarate inammissibili d'ufficio (1). Possono tuttavia domandarsi gli interessi [1282 ss. c.c.], i frutti [820 c.c.] e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa (2).
Non possono proporsi nuove eccezioni, che non siano rilevabili anche d'ufficio (3).
Non sono ammessi nuovi mezzi di prova (4) e non possono essere prodotti nuovi documenti (5), salvo [che il collegio non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa ovvero] (6) che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile. Può sempre deferirsi il giuramento decisorio (7).

Note

(1) Poiché il provvedimento che dichiara inammissibile l'appello è una pronuncia di rito, essa non preclude la riproponibilità della domanda in un autonomo e separato giudizio di primo grado.
Anche la parte rimasta contumace in primo grado è soggetta al divieto di ius novorum, a meno che non chieda ed ottenga la rimessione in termini (art. 294 del c.p.c.).
Non si considerato domande "nuove":
- la richiesta di restituzione di quanto eventualmente corrisposto in esecuzione della sentenza di primo grado;
- le domande proposte dai terzi intervenuti ex art. 344 del c.p.c.;
- quelle che derogano al divieto per legge, come il caso previsto dall'art. 1453, comma 2 c.c., secondo il quale è possibile trasformare in domanda di risoluzione l'originaria domanda di adempimento (la giurisprudenza, però, richiede che non vengano dedotti nuovi fatti costitutivi).

(2) Tali domande, esonerate dal divieto di ius novorum, costituiscono lo svolgimento logico e cronologico delle domande proposte in primo grado e quindi non sono propriamente "nuove".
La giurisprudenza:
- in ordine alla domanda per gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza (che ha ad oggetto un credito di valuta), la ritiene ammissibile solo se in primo grado sia stata proposta analoga domanda per i frutti, naturali e civili, maturati fino alla pronuncia della sentenza impugnata;
- in relazione al risarcimento dei danni, distingue il debito di valuta dal debito di valore. Per il primo vale il principio nominalistico, per cui, al pari dell'ipotesi precedente, si chiede che fosse stata proposta analoga domanda nel giudizio di primo grado per il danno maturato fino alla pronuncia della sentenza. Al contrario, il debito di valore, soggetto a rivalutazione, può essere liquidato anche d'ufficio dal giudice d'appello, tenendo in considerazione le variazioni che il prezzo del bene ha subito nel frattempo.
Non è, invece, considerata ammissibile la domanda di risarcimento dei danni prodotti da fatti posteriori alla sentenza, non direttamente ricollegabili ai fatti costitutivi dedotti nel giudizio di primo grado, che dovrà essere proposta in autonomo processo.

(3) La norma prevede il divieto di proporre in appello le eccezioni in senso stretto, cioè quelle la cui deduzione sia rimessa all'iniziativa del convenuto: ad esempio, non può proporsi l'eccezione di compensazione ex art. 1242 del c.c., quella di annullamento ai sensi dell'art. 1442 del c.c. e quella di rescissione ex art. 1449 del c.c..
Sono sempre ammesse, al contrario le mere difese (o eccezioni improprie), attraverso le quali non si deducono fatti estintivi, modificativi o impeditivi rispetto a quelli dedotti dall'attore, ma che consistono nella semplice negazione dei fatti costitutivi posti dall'attore a fondamento della propria pretesa.
Il terzo intervenuto ex art. 344 del c.p.c. può proporre qualsiasi eccezione.
La giurisprudenza ammette anche, pacificamente, la proposizione delle c.d. eccezioni riconvenzionali: si tratta di eccezioni che ampliano, sì, il tema della controversia, ma non mirano alla pronuncia di un provvedimento favorevole a colui che le propone, bensì all'emissione di un provvedimento di rigetto della domanda. Per far ciò, la parte deduce in giudizio un diritto idoneo a paralizzare quello fatto valere dall'attore.

(4) Sono considerati nuovi mezzi di prova, oltre a quelli mai proposti in ordine a nessun fatto dedotto in giudizio, anche quelli diretti a dimostrare un fatto che già in primo grado è stato oggetto di accertamento, ma mediante un mezzo istruttorio diverso (per esempio, è "nuova" in tal senso la prova testimoniale richiesta in appello quando abbia ad oggetto circostanze che in prime cure abbiano formato oggetto di prova documentale).

(5) Le parole "e non possono essere prodotti nuovi documenti" e "o produrli" sono state aggiunte con l. 18 giugno 2009, n. 69.
Prima della riforma, nel silenzio della norma si riteneva generalmente ammissibile la produzione di nuovi documenti. Ora la norma chiarisce che non possono essere prodotti nuovi documenti, tranne nelle ipotesi descritte.

(6) Le parole tra parentesi quadre sono state soppresse con D.L. 22 giugno 2012 n. 83, convertito in l. 11 agosto 2012, n. 143.

(7) Oltre al giuramento decisorio, che può sempre essere deferito ex lege, la dottrina reputa ammissibili anche il giuramento suppletorio e quello estimatorio.


Ratio Legis

Il divieto assoluto di proporre domande nuove ha la funzione di garantire la piena attuazione del principio del doppio grado di giurisdizione. Le domande nuove proposte in appello vanno dichiarate inammissibili dal giudice con pronuncia declinatoria di rito; ciò, anche se la controparte abbia accettato il contraddittorio su di esse.

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Quesiti degli utenti
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Quesito n. 10818/2014 venerdì 18 luglio 2014

TERESA chiede

Art. 345 cpc. Nelle more del processo di appello relativo ad una eredità, l'erede testamentario, soccombente in primo grado, presenta un nuovo, diverso e precedente testamento sempre a suo favore da lui rinvenuto dopo la sentenza di primo grado. Si chiede se, al di la' di quanto disposto dall' art. 345, primo comma (in appello non è consentito produrre domande nuove) e terzo comma (possibilità di produrre in appello nuovi documenti che la parte dimostri di non aver potuto produrre in primo grado per causa ad essa non imputabile), il nuovo testamento non può avere comunque valenza giuridica se presentato dallo stesso erede testamentario in virtu' del principio del "giudicato che copre il dedotto e deducibile". Grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10818/2014 [risposta a pagamento]

Si parla di "cosa giudicata" per riferirsi all'accertamento contenuto nella sentenza che non possa più essere impugnata con i mezzi ordinari (v. art. 323 del c.p.c.) o perché questi sono stati già esperiti, o perché sono scaduti i termini per dar corso agli ulteriori gradi di giudizio. Più precisamente, il giudicato in senso sostanziale è dato dal fatto che il provvedimento fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa (art. 2909 del c.c.), cioè il contenuto della sentenza non può più essere posto in discussione. Il codice di procedura civile prevede, invece, il cd. giudicato in senso formale (art. 324 del c.p.c.), intendendosi con tale espressione l'immutabilità relativa della sentenza (tendenzialmente stabile in quanto impugnabile sono con mezzi straordinari, come la revocazione).
Il principio per cui il giudicato copre "il dedotto e il deducibile" sta a significare che la cosa giudicata fa stato relativamente alle domande e ai fatti che si sono verificati sino ad un certo punto, identificato come il momento della precisazione delle conclusioni (che avviene in un'apposita udienza, l'ultima del processo). La sentenza accerta quanto è stato dedotto o poteva essere dedotto fino a quel momento, ma non quello che non avrebbe potuto, per diverse ragioni, essere dedotto.
Ricordiamo che finché il processo è ancora in corso, tale "deducibile" può "rientrare" se il giudice concede la rimessione in termini, come nel caso previsto dal terzo comma dell'art. 345 del c.p.c. (su questo punto si rimanda a quanto già rilevato nella risposta relativa all'art. 345, http://www.brocardi.it/codice-di-procedura-civile/libro-secondo/titolo-iii/capo-ii/art345.html#commento9985). Una volta terminato il processo, rileveranno giuridicamente quei fatti la cui mancata deduzione è avvenuta in circostanze tali da fondare l'azione di revocazione della sentenza (art. 395 del c.p.c.): ad esempio, il fatto che dopo la sentenza sono stati trovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell'avversario.
Nel caso di specie, la situazione è prematura perché si possa applicare il principio del "giudicato copre il dedotto e il deducibile", in quando è ancora pendente il giudizio di secondo grado e non si è formato alcun giudicato.
Anzi, questo principio non ha in realtà stretta attinenza con la questione relativa alla possibilità di produzione del testamento "scoperto" in fase di appello, in quanto il principio in sé serve solo a capire quali domande e quali fatti siano stati "cristallizzati" nella sentenza passata in giudicato e quindi non potrebbero essere più riproposti in altro giudizio tra le stesse parti.
Supponendo che il giudizio di secondo grado si concluda con la conferma dell'annullamento del testamento e la sentenza passi in giudicato, non ci sembra che questa possa "coprire" anche la domanda diretta ad accertare la validità di un testamento diverso (domanda non oggetto del giudizio conclusosi) , che a nostro giudizio potrebbe essere riproposta in altra e autonoma causa. Difatti si tratterebbe di una domanda che non si sovrappone in alcun modo a quella relativa alla validità del primo testamento, in quanto attiene ad una separata e autonoma questione, cioè all'esistenza e validità di un testamento del tutto diverso (tecnicamente, si dice che ha un diverso petitum).

Tag: Cosa giudicata, dedotto e deducibile

Quesito n. 9985/2014 lunedì 24 marzo 2014

TERESA D. chiede

dopo la sentenza di primo grado che annulla un testamento(datato 1996 e redatto da persona interdetta nel 1998) perchè recante data falsa, uno dei due eredi testamentari eccepisce nel processo d' appello il ritrovamento "fra le sue carte" di altro testamento che lo indica questa volta unico erede. Si chiede se nel caso di specie operi "la causa ad esso non imputabile" di cui al 3°comma dell'art.345 cpc ed il giudice possa accogliere l' appello stesso o rimandare le parti davanti al primo giudice ovvero le deduzione nel processo d' appello del nuovo testamento è inammissibile siccome esulante ed eccedente il contraddittoro originariamente costituito e siccome proposto in subordine all' annullamento del primo testamento

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9985/2014 [risposta a pagamento]

Quella prevista dall'art. 345, terzo comma, laddove viene consentito alla parte in appello di produrre documenti nuovi che la parte dimostri di non aver potuto proporre o produrre nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile, è un'ipotesi particolare dell'istituto della rimessione in termini prevista prima dall'art. 184 bis c.p.c. e ora dall'art. 153 c.p.c.
L'ordinamento, infatti, consente alla parte di compiere un'azione da cui sarebbe decaduta (per inosservanza di un termine perentorio o per il mancato esercizio del potere entro la fine di una fase processuale), solo, però, se tale decadenza sia dovuta a causa non imputabile alla parte.

Per causa "non imputabile" si intende quella causa che non proviene da un comportamento colposo della parte. Si deve trattare, cioè, di un impedimento di fatto, assolutamente non riconducibile alla sfera di volontà del soggetto, che può essere provocata anche dall’ignoranza circa l'esistenza di un documento o da errore (ma non da negligenza). L'onere della prova, naturalmente, è posto in capo alla parte che intende produrre il documento: ed è una prova particolarmente rigorosa quella che deve essere data, in quanto deve dimostrarsi, allegando fatti precisi e fondati, che il documento non abbia potuto prodursi per causa a sé non imputabile.
Solo ove il giudice di appello ritenga che l’errore in cui è incorso l'appellante (che ha provocato la mancata produzione del testamento in primo grado) possa essere ritenuto scusabile, ammetterà il documento.

In appello, quindi, si può ipotizzare la produzione di un testamento la cui esistenza sia stata scoperta dalla parte dopo la conclusione del processo di primo grado: deve trattarsi però di una prova nuova, quindi mai richiesta in primo grado, non di prova richiesta e non ammessa.

Va precisato che il documento "nuovo" non può essere prodotto in qualsiasi momento del processo di appello. La Cassazione ritiene che "le parti devono indicare negli atti introduttivi dell’appello i documenti che intendono produrre, perché alla prima udienza di trattazione il collegio, a norma dell’art. 352 c.p.c., deve provvedere all’ammissione delle prove eventualmente dedotte o invitare le parti a precisare le conclusioni" (Cass. SS.UU., 20 aprile 2005, n. 8203).

Tutto ciò chiarito, si deve ragionare sull'ampliamento del thema decidendum (cioè la materia del contendere) che potrebbe conseguire alla produzione del testamento tardivamente "scoperto".
In appello non è consentito proporre domande nuove (art. 345, primo comma, c.c.) e pertanto non è possibile che l'appellante chieda in subordine di essere dichiarato erede in base al testamento da lui rinvenuto, se ciò non era stato già chiesto in primo grado. E' solo possibile che, se il nuovo documento viene ammesso dal giudice d'appello, questi lo possa considerare rilevante ai fini di stabilire dati di fatto attinenti alle domande già proposte (ad esempio, un'ipotesi di fantasia è che nel "nuovo" testamento si evidenzi che il primo testamento era in realtà proprio stato scritto nel 1996 e che quindi quel testamento era valido).
Si deve escludere che il giudice di appello possa emettere una sentenza che decida sullo status di erede dell'appellante in base al testamento ritrovato: ciò dovrà essere oggetto di un nuovo e diverso processo.

Va in ogni caso sottolineato in maniera decisa che il fatto dell'ammissione del "documento" in giudizio non ne implica affatto la piena valenza probatoria: potrebbe trattarsi, infatti, di un documento falso, oppure di un testamento precedente a quello già conosciuto e quindi superato. Una volta entrato "nel processo", il documento potrà essere contestato sotto qualsiasi profilo (ad es. con querela di falso) e non condurrà necessariamente ad una vittoria dell'appellante.
Infine, non sembrano sussistere nel caso di specie cause di rimessione del giudizio in primo grado ai sensi degli artt. 353 e 354 c.p.c.

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Antonio Carratta

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Gian Franco Ricci

(continua)