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Articolo 112

Codice di Procedura Civile

Corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato

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Dispositivo dell'art. 112 Codice di Procedura Civile

Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda (1)e non oltre i limiti (2) di essa; e non può pronunciare d'ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti (3).

Note

(1) Il vizio di omessa pronuncia si verifica nell'ipotesi in cui manchi completamente il provvedimento del giudice che risolva la questione portata alla sua attenzione. Quindi tale vizio si configura in tutte quelle ipotesi in cui manchi una decisione in ordine alla domanda delle parti che rendeva necessaria l'emissione di una pronuncia di accoglimento o di rigetto.

(2) I limiti soggettivi ed oggettivi della domanda sono fissati dalle parti in virtù del principio dispositivo. Infatti, in base a tale principio, viene sottratta al giudice la facoltà di determinare il thema decidendum, per cui una sua decisione che superi quanto richiesto risulta viziata da ultra petizione, mentre una decisione caratterizzata da un sostanziale mutamento del petitum o della causa petendi, risulta viziata da extra petizione. In tali casi, la decisione sarà affetta da nullità, convertibile in motivo di gravame ex art. 161, non rilevabile, quindi, d'ufficio dal giudice d'appello e sanabile, pertanto, col solo passaggio in giudicato del provvedimento.

(3) Nell'ambito del potere del giudice di rilevare ex officio le eccezioni, è opportuno distinguere le eccezioni in senso proprio ed improprio. Infatti, solo le seconde, consistenti in mere negazioni dei fatti costitutivi del diritto controverso, sono rilevabili d'ufficio, in quanto allegazioni di fatti sottratte alla disponibilità della parte ed in grado di contestare autonomamente il fondamento della domanda.


Ratio Legis

La norma in commento impone al giudice sia individuare il contenuto e la portata delle domande o delle eccezioni proposte e sollevate dalle parti sia di pronunciarsi entro determinati margini, fissati dalle parti o dalla legge, per le materie sottratte alla loro disponibilità. Invero, il principio al quale si riferisce la norma si può sostanziare nel brocardo latino «da mihi factum dabo tibi jus», per cui spetta al solo giudice la valutazione esatta del significato giuridico delle espressioni usate, sempre che questa operazione ermeneutica non stravolga la volontà processuale delle parti.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 11371/2014

La domanda di annullamento del contratto per violenza morale non può essere riqualificata dal giudice come domanda di annullamento per dolo, egli incorrendo, altrimenti, in ultrapetizione per mutamento del fatto costitutivo.

Cass. n. 7809/2014

In tema di violazione delle distanze legali, non incorre in ultrapetizione il giudice che, richiesto dell'ordine di demolizione della costruzione, ne ordini il semplice arretramento, essendo la decisione contenuta nei limiti della più ampia domanda di parte, senza esulare dalla "causa petendi", intesa come l'insieme delle circostanze di fatto poste a fondamento della pretesa.

Cass. n. 6226/2014

In tema di interpretazione della domanda giudiziale, il giudice non è condizionato dalle formali parole utilizzate dalla parte, ma deve tener conto della situazione dedotta in causa e della volontà effettiva, nonché delle finalità che la parte intende perseguire.

Cass. n. 5952/2014

Il potere del giudice di rilevare d'ufficio le nullità del contratto di assicurazione (nella specie, per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti) o delle singole clausole di esso va coordinato necessariamente con il principio dispositivo e con quello della corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Ne consegue che il contraente, laddove deduca la nullità di una clausola di delimitazione del rischio, è tenuto ad allegare ritualmente i fatti costitutivi dell'eccezione (ovvero l'esistenza della clausola, la sua inconoscibilità, il suo contenuto in tesi vessatorio) nella comparsa di risposta o con le memorie di cui all'art. 183 cod. proc. civ.

Cass. n. 5923/2014

Il potere del giudice di rilievo d'ufficio dell'eccezione non implica il superamento del divieto della scienza privata, occorrendo pur sempre che determinati fatti modificativi, impeditivi o estintivi risultino acquisiti agli atti. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che il rilievo del giudicato esterno si fondava su una circostanza - l'emissione di una precedente sentenza ormai incontestabile - non dedotta da alcuna delle parti e, quindi, verosimilmente introdotta in giudizio attraverso il ricorso alla scienza privata del giudice, essendo le due decisioni affidate allo stesso relatore).

Cass. n. 4744/2014

Nel giudizio di responsabilità ex art. 1669 cod. civ., non incorre in ultrapetizione il giudice che, richiesto di condannare l'appaltatore al pagamento della somma necessaria per eliminare i vizi dell'opera, lo condanni a pagare la medesima somma a titolo di risarcimento del danno, non ricorrendo un titolo diverso da quello della domanda, poiché il costo dell'eliminazione dei difetti è parte del generico ed onnicomprensivo danno risarcibile.

Cass. n. 4493/2014

In tema di risoluzione del contratto, incorre in ultrapetizione il giudice che, a fronte di una domanda di risoluzione per inadempimento, pronunci la risoluzione consensuale.

Cass. n. 4205/2014

Mentre nell'interpretazione dei provvedimenti giurisdizionali si deve fare applicazione, in via analogica, dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 12 e seguenti delle preleggi, in ragione dell'ammissibilità di tali provvedimenti, per natura ed effetti, agli atti normativi, nell'interpretazione degli atti processuali delle parti occorre, fare riferimento ai criteri di ermeneutica di cui all'art. 1362 cod. civ., che valorizzano l'intenzione delle parti e che, pur essendo dettati in materia di contratti, hanno portata generale.

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