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Diritto commerciale -

La responsabilitą sociale di impresa e le politiche retributive degli amministratori nel diritto britannico ed italiano

AUTORE:
ANNO ACCADEMICO: 2022
TIPOLOGIA: Tesi di Laurea Magistrale
ATENEO: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
FACOLTÀ: Giurisprudenza
ABSTRACT
Questa tesi si focalizza sull’analisi dell’adozione da parte di un numero crescente di imprese britanniche ed italiane di politiche retributive volte ad incentivare il top management e i propri amministratori ad adottare strategie di impresa ambientalmente e socialmente sostenibili.
L'implementazione di politiche retributive legate alla “sostenibilità” (o ai cd. obbiettivi “ESG”) è il frutto dell’idea sempre più diffusa che l’adozione di strategie finanziarie che tengano in considerazione gli interessi di una mutevole pluralità di stakeholders sia strumentale alla massimizzazione del profitto dei soci nel lungo periodo (è questo, secondo la dottrina pratica e teorica prevalente, l’“interesse sociale”).
Le varie crisi finanziarie, nonché i gravi e preoccupanti mutamenti climatici, hanno portato numerosi critici a dubitare dell’efficacia economica della visione neoliberista dell’interesse sociale e della connessa responsabilità sociale di impresa che attribuisce alle imprese il solo compito di generare profitti per i propri soci e allo Stato il compito di compensare le esternalità negative che possono derivare dalla loro attività economica, attraverso adeguate politiche di welfare.
Dopo la grande crisi del 2008, ha acquistato linfa vitale una teoria alternativa dell’interesse sociale, la cd “enlightened shareholders’ value theory” che si fa promotrice dell’adozione di strategie di impresa che migliorino la competitività dell’impresa e, allo stesso tempo, facciano progredire le condizioni economiche e sociali della comunità in cui svolge (o su cui ricadono gli effetti de) la propria attività.
In effetti, secondo diverse e convincenti argomentazioni, la creazione di valore per un ampia pletora di stakeholders potrebbe: ridurre il rischio di fallimento del mercato (e quindi incrementarne la resilienza); stimolare l’innovazione; incrementare la produttività e soprattutto incidere positivamente sulla reputazione dell’impresa aumentando la sua attrattività nei confronti dei consumatori e dei potenziali investitori (l’impegno sociale delle imprese spesso incide sull'inclusione e l'esclusione dei loro titoli azionari in determinati indici).
L'impegno per la sostenibilità delle imprese britanniche ed italiane risulta fortemente sostenuto dalle diverse iniziative (soft and hard law) internazionali in materia di sviluppo sostenibile, dai dettagliati doveri di reporting non finanziario e dai diritti di “say on pay” dei soci previsti dalle rispettive normative e dalla prassi nazionale.
Nel Regno Unito, le diverse riforme del Companies Act del 2006 e il Codice di Corporate Governance del 2018 hanno inciso sui doveri fiduciari degli amministratori, incrementando i diritti di voice dei soci e gli obblighi di trasparenza non finanziaria dell’impresa. In particolare il “Director’s Remuneration Report” offre a soci e stakeholder l’opportunità di legare la performance dell’organo esecutivo rispetto agli obbiettivi al medesimo assegnati con le politiche retributive. Al pari del Regno Unito, in Italia la responsabilità sociale di impresa è, oramai, al centro di una stratificata normativa nazionale.
Oltre ad essere stati recentemente introdotti nel panorama giuridico dei modelli organizzativi in cui la sostenibilità giunge a caratterizzare lo stesso oggetto dell’attività economica quali le imprese sociali e le società benefit, a seguito del recepimento della legislazione europea in merito alla responsabilità sociale d’impresa, sono stati inaspriti (sia per le società aperte e quotate sia per le società a controllo pubblico) gli obblighi informativi, estesi a fattori non finanziari, obbligando le società a divulgare nel cosiddetto “bilancio sociale” le azioni effettuate riguardo agli obiettivi "ESG".
In particolare la recente riforma del TUF, che integra le disposizioni delle Direttiva UE 2017/828 con il D.lgs. n.49/2019, mira a garantire che la determinazione dei compensi dell’organo di amministrazione e del top management sia equilibrata e trasparente e disciplina il diritto di “say o pay” dei soci.
Tali evoluzioni normative hanno inciso sulla prassi delle imprese britanniche ed italiane. Negli ultimi anni vi è stato un incremento esponenziale di imprese quotate alla Borsa di Londra e alla Borsa di Milano che adottano parametri ESG nelle politiche retributive dei propri manager. Sono un esempio di questa tendenza le politiche retributive adottate da Shell e Enel, esaminate nel lavoro di tesi.
L'insieme di elementi esaminati nella tesi genera ottimismo sulla sussistenza non solo di ampi spazi di miglioramento, ma anche e soprattutto della crescente consapevolezza del mercato italiano e degli stakeholders sull’importanza di una crescita sostenibile (e misurabile). Il ruolo delle imprese nella nostra società e, implicitamente, il loro futuro, parafrasando Paul Valéry, non è più quello di una volta.

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