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Articolo 895 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Divieto di ripiantare alberi a distanza non legale

Dispositivo dell'art. 895 Codice civile

Se si è acquistato il diritto di tenere alberi a distanza minore di quelle sopra indicate, e l'albero muore o viene reciso o abbattuto, il vicino non può sostituirlo, se non osservando la distanza legale(1).

La disposizione non si applica quando gli alberi fanno parte di filare situato lungo il confine.

Note

(1) La disposizione in oggetto prevede una norma eccezionale rispetto al principio tradizionale per cui la servitù, pur in presenza di una modifica dello stato dei luoghi, si estingue esclusivamente se sono decorsi venti anni dal momento in cui l'utilizzo diventa impossibile (art. 1074 del c.c.).
Si tratta di un articolo di carattere dispositivo; i vicini, cioè, non sono obbligati a conformarsi a quanto in esso sancito.

Spiegazione dell'art. 895 Codice civile

Acquisto del diritto di tenere alberi a distanza minore della legale

Come rilevato nella spiegazione dell’art. 894, poiché le distanze dell'art. 892 sono stabilite nell'interesse privato e non hanno carattere di ordine pubblico, esse sono derogabili dalla volontà, degli interessati, mediante la. costituzione di una servitù contraria. Oltre che per convenzione, il diritto di tenere una pianta a distanza minore di quella legale può nascere tanto per destinazione del padre di famiglia come per prescrizione.

Relativamente a tale servitù costituita per fatto dell’uomo, sotto la vigenza del vecchio codice sono sorte due questioni: anzitutto, se recisa la pianta che dà luogo alla servitù questa si estingua, o se invece perduri relativamente ai nuovi polloni che sorgono dalla ceppaia.. Ci si chiedeva poi se, nel caso in cui la pianta venisse estirpata o morisse, si avesse il diritto di surrogarla entro il termine di prescrizione con una nuova pianta, posta alla stessa distanza della prima.


Appartenenza dei frutti caduti dai rami protesi sul fondo vicino

Questa seconda questione, che aveva dato luogo a vivaci discussioni, è stata ora risoluta testualmente dal nuovo codice in senso negativo. Dispone appunto l'art. 895 che se si è acquistato il diritto di tenere alberi a distanza minore della legale, e l'albero muore o viene reciso o abbattuto, il vicino non può sostituirlo, se non osservando la distanza legale: si è così sanzionata l'opinione dominante tanto della dottrina quanto della giurisprudenza.

Senonché, a tale soluzione negativa la giurisprudenza prevalente faceva eccezione quando invece di una pianta singola si trattasse di piante a filare. È vero che qualche sentenza della Cassazione aveva deciso negativamente tale questione osservando che « l'intendimento di chi pianta gli alberi è irrilevante, perché il legislatore considera gli alberi isolatamente e non fa alcuna eccezione per i filari di alberi ». Ma fu osservato in senso contrario che quando i filari di alberi (un viale di pini, di cipressi, ecc.) sono tali da costituire una collettività, l'intendimento di chi pianta non può considerarsi irrilevante, sia che la servitù sia sorta per titolo, sia che per destinazione del padre di famiglia; e anche nell'acquisto per prescrizione può dirsi che il possesso si riferisce obbiettivamente alla collettività, e non ai singoli alberi.

Anche tale questione è stata ora testualmente risoluta dal nuovo codice, il quale dispone che la disposizione dell'art. 895 non si applica quando gli alberi fanno parte di un filare situato lungo il confine.


Se tale divieto si estende ai nuovi polloni sorti dalla ceppaia dell’albero reciso

È ancora dubbio invece se possa ritenersi testualmente risolta in senso negativo dall'art. 895 anche l'altra questione sopra accennata per prima, relativa ai nuovi polloni che sorgono dalla ceppaia. Si risponde negativamente, perché tale ipotesi non può certamente rientrare nei casi di albero che muore o che venga abbattuto, di cui è fatta menzione nell'art. 895. Potrebbe rientrare, è vero, nella ipotesi di albero che venga reciso, ma non pare che il sorgere dei nuovi polloni dalla ceppaia, che è un fatto naturale, possa. identificarsi col fatto della sostituzione del nuovo albero da parte del vicino, che è quello previsto e vietato dall'art. 895.

Conviene allora accennare alla questione sorta in proposito sotto il vecchio codice, che perdurerebbe anche sotto il nuovo. L'opinione dominante ritiene che la servitù perduri relativamente ai nuovi polloni che sorgono dalla ceppaia: si dice che, anche se reciso, non è stato tolto integralmente, perché ne resta la ceppaia, che ne + parte essenziale, di modo che i nuovi polloni, più che alberi nuovi, dovrebbero considerarsi come continuazione dell' albero preesistente.

Contro tale soluzione non mancano però delle obiezioni. La principale è che con la recisione della pianta subentrano un certo numero di polloni, i quali crescendo vengono a costituire qualche cosa di diverso da quello che poteva restare l'albero originario. Si pensi che per certi alberi, ad es. per il castagno, la ceppaia in seguito ai successivi tagli potrebbe estendersi tanto da toccare e anche invadere il fondo vicino: cosa che invece non fa mai il normale accrescimento di un albero. Ora, è innegabile che il pregiudizio che la proprietà vicina viene a risentire in questo modo è molto maggiore di quello che essa risentirebbe dalla permanenza dell'albero preesistente.

Quindi, la soluzione affermativa dovrebbe essere condizionata, come è stato detto in qualche decisione, alla circostanza che i polloni sorti dalla ceppaia preesistente mantengano la stessa linea. La soluzione nettamente e indistintamente negativa data alla questione dalla Cassazione sembra, in verità, eccessiva, quantunque non manchi di precedenti nella giurisprudenza.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

424 Circa le distanze da osservarsi per alcune piantagioni, l'art. 892 del c.c. riproduce con lievi modificazioni l'art. 579 del codice del 1865, precisando, quanto agli alberi di non alto fusto, l'altezza massima del fusto non ramificato (tre metri), la quale non era invece determinata dal codice anteriore, che faceva riferimento alla «breve altezza» del fusto semplice, e precisando altresì, quanto al modo di calcolare le distanze, che queste si misurano dalla linea del confine alla base esterna del tronco dell'albero nel tempo della piantagione, o dalla linea stessa al luogo in cui fu fatta la semina. Inoltre, a differenza del codice precedente che non faceva menzione degli usi locali e dava prevalenza soltanto ai regolamenti, l'art. 892 dispone che, in mancanza di regolamenti, gli usi locali prevalgono sulle disposizioni del codice. A queste i regolamenti e gli usi locali prevalgono anche quando si tratta di alberi presso strade, canali o su confini di boschi (art. 893 del c.c.). E' conservata nell'art. 894 del c.c. (art. 581 del codice del 1865) la facoltà del vicino di esigere che siano estirpati gli alberi e le siepi che sorgono a distanza minore di quella legale. L'art. 895 del c.c. regola il caso che siasi acquistato il diritto di tenere l'albero a distanza minore di quella legale e l'albero muoia o venga reciso o abbattuto: in questo caso l'albero che sia ripiantato dovrà essere tenuto alla distanza legale. Non così se la pianta perita faceva parte di un filare lungo il confine, poiché la sistemazione in filare conferisce al complesso arboreó un carattere unitario. Ad eliminare ogni ragione di dubbio ho esplicitamente dichiarato (art. 896 del c.c., primo comma) che il diritto di esigere il taglio dei rami degli alberi del vicino che si protendono sul proprio fondo e di tagliare le radici che vi si addentrano può esercitarsi in qualunque tempo. In questa materia è lasciato però ampio campo di applicazione, oltre che ai regolamenti, agli usi locali, e ciò per tutte le specie arboree, in quanto si è soppressa l'inopportuna limitazione del codice del 1865 (art. 582), che gli usi richiamava soltanto per gli ulivi. A proposito dei rami che si protendono dal fondo del vicino, il secondo comma dell'art. 896 risolve un'annosa questione, e cioè se i frutti naturalmente caduti da tali rami appartengano al proprietario dell'albero che li ha prodotti ovvero al proprietario del fondo su cui sono caduti. Facendo salvi gli usi locali, è sembrato preferibile adottare la seconda soluzione.

Massime relative all'art. 895 Codice civile

Cass. civ. n. 10192/2013

Il diritto di tenere alberi a distanza minore di quella legale si mantiene, ai sensi dell'art. 895, secondo comma, cod. civ., anche in base all'esistenza delle ceppaie e dei polloni, atteso che le piante di nuova germogliazione sono la continuazione vegetativa delle precedenti, sia come singoli individui, sia nella "universitas rerum" in cui si concretizza il filare.

Cass. civ. n. 15199/2008

Il diritto di tenere a distanza minore di quella legale un filare di alberi situato lungo il confine ha per oggetto non le piante singolarmente, bensì l'intero filare inteso come universitas rerum. Pertanto, finché questo conserva unitariamente la sua vitalità, esso può essere integrato mediante la sostituzione di piante nuove a quelle che via via muoiono o vengono abbattute; quando, invece, il filare venga distrutto nella sua interezza, per opera dell'uomo o per evento naturale, la sostituzione può avere luogo soltanto nel rispetto della distanza prevista dalla legge.

Cass. civ. n. 5928/1999

Ai sensi dell'art. 895, comma primo, c.c., nella ipotesi in cui, per morte, recisione o abbattimento, un albero non facente parte di un filare sia stato eliminato, si estingue, in deroga ai principi in tema di estinzione delle servitù, anche la servitù che consentiva il mantenimento dell'albero a distanza inferiore a quella legale, non avendo il titolare del fondo dominante alcun diritto di sostituire l'albero eliminato se non osservando le distanze legali.

Cass. civ. n. 1898/1975

La deroga al divieto di ripiantare alberi a distanza non legale presuppone l'esistenza di «un filare», cioè di una serie unitaria di alberi — piantati o seminati dalla mano dell'uomo, ovvero germinati spontaneamente — che si incorporino nel suolo in allineamento secondo una linea ideale, retta od anche non rigorosamente tale. Rappresenta un apprezzamento di fatto del giudice del merito, insindacabile nel giudizio di Cassazione, ove adeguatamente motivato, lo stabilire se, in concreto, secondo la loro disposizione sul suolo, gli alberi costituiscano un filare. (Nella specie, la Corte Suprema ha ritenuto che il giudice del merito abbia adeguatamente motivato rilevando che gli alberi non seguivano una linea ideale rettilinea ma, invece, erano posti alle distanze più disparate dal rettilineo confine).

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