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Articolo 2256 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Uso illegittimo delle cose sociali

Dispositivo dell'art. 2256 Codice civile

Il socio non può servirsi, senza il consenso degli altri soci (1), delle cose appartenenti al patrimonio sociale per fini estranei a quelli della società [1102, 2248].

Note

(1) E' escluso l'utilizzo personale ad opera del singolo socio dei beni societari, salvo il previo consenso di tutti gli altri soci. In tal caso il socio utilizzatore non conseguirà il possesso del bene, bensì la semplice detenzione, così che l'eventuale trasformaizone del titolo d'uso potrà avvenire solo mediante un atto di inversione.

Ratio Legis

In materia societaria è prevista l’imposizione automatica di un vincolo di destinazione sui beni oggetto dei conferimenti, nel momento dell’accordo contrattuale. Da tale vincolo discende il divieto di utilizzazione personale da parte dei soci dei beni conferiti, che può essere derogato solo con il consenso degli altri soci.
Tale regime si differenzia nettamente da quello della comunione (1100) che prevede cha ciascuno dei comunisti possa liberamente servirsi della cosa comune.


Spiegazione dell'art. 2256 Codice civile

Divieto di utilizzazione

L'articolo in esame costituisce manifestazione dell'autonomia patrimoniale della società di persone: da esso peraltro, consegue che lo schema casuale della società di persone sopporta l'uso non imprenditoriale del patrimonio sociale, sia pure con il consenso di tutti i soci.
L'uso illegittimo delle cose sociali costituisce inadempimento del contratto sociale e determina, sussistendone tutti i presupposti, l'obbligo del socio a risarcire i danni e il diritto degli altri soci a deliberarne l'esclusione.
L'utilizzazione dei beni sociali, per usi estranei a quelli della società, deve essere autorizzata da tutti i soci. Ne consegue che il socio può utlizzare i beni sociali per fini personali solo con il consenso di tutti i soci e ciò comporta non il possesso ma la semplice detenzione del bene stesso.

Massime relative all'art. 2256 Codice civile

Cass. civ. n. 4088/1997

Quando una società per azioni in base ad un rapporto nascente da convenzione con l'acquirente delle proprie azioni, autonomo dal (seppur collegato al) rapporto sociale cui da vita tale acquisto, attribuisce al socio, verso un corrispettivo periodico e per un periodo di lunga durata coincidente con quella della società, il diritto personale di godimento dell'immobile e dei servizi comuni per una determinata frazione spazio-temporale (cosiddetta multiproprietà azionaria) tale attribuzione traendo vita non dallo status sociale ma dalla separata convenzione fra la società e il socio non incontra il divieto posto dall'art. 2256 c.c. che impedisce al socio di servirsi del patrimonio sociale per fini estranei a quelli della società, riferendosi il detto divieto all'ipotesi in cui l'utilizzazione di tali cose non trovi titolo diverso dallo status sociale. Né, qualora con la concessione del suddetto diritto di godimento la società non esaurisca i propri fini sociali, per essere gli stessi comprensivi anche dell'esercizio di imprese (generalmente, turistico-alberghiere o di analoga natura, come nella specie) perla produzione di utili da ripartire fra i soci, può ritenersi insussistente lo scopo di lucro richiesto dell'art. 2247 c.c. Inoltre non comporta rimessione del contenuto della prestazione all'arbitrio di una delle parti contraenti, la previsione contrattuale che (come nella specie) affida la determinazione del corrispettivo dovuto per il godimento dell'unità immobiliare al Consiglio di amministrazione della società, trattandosi di deliberazione soggétta al controllo dell'assemblea dei soci, (che sono anche le controparti della suddetta convenzione), cui spetta di evidenziare eventuali errori nella ripartizione degli utili e degli oneri e di chiederne la correzione. Infine, pur essendo essenziale, per la configurabilità di un diritto personale di godimento, la limitazione dello stesso nel tempo, la sussistenza del requisito non può in tale ipotesi essere valutata alla stregua dell'art. 1573 c.c., inapplicabile nella indicata fattispecie, e deve considerarsi positivamente verificata quando la durata di tale diritto sia fatta coincidere nella convenzione attributiva dello stesso, con quella della società.

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