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Articolo 591

Codice Penale

Abbandono di persone minori o incapaci

Dispositivo dell'art. 591 Codice Penale

Chiunque abbandona (1) una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa (2), e della quale abbia la custodia o debba avere cura (3), è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
Alla stessa pena soggiace chi abbandona all'estero un cittadino italiano [4] minore degli anni diciotto, a lui affidato nel territorio dello Stato [4 2] per ragioni di lavoro.
La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale [582], ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte (4).
Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore [540], dal figlio, dal tutore [346] o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato [291].

Note

(1) La condotta perseguita non si esaurisce nel venir meno degli obblighi assistenziali, ma deve derivarne uno stato di pericolo per il soggetto abbandonato.
(2) Per i minori di quattordici anni è prevista una presunzione assoluta di incapacità, mentre per gli altri soggetti la capacità deve essere accertata e provata.
(3) La custodia è un dovere di sorveglianza ch esi riferisce ad un complesso di cautele e prestazioni di cui necessita una persona che non riesce a provvedere a se stessa.
(4) Si tratta di un delitto aggravato dall'evento, in quanto il risultato più grave non deve essere voluto dall'agente cui è addebitato sulla base della pura causalità.

Ratio Legis

La dottrina tradizionale ritiene che , data la collocazione della norma, questa sia stata inserita al fine di tutelare il bene della vita e dell'incolumità pubblica dei cosiddetti soggetti deboli. Tuttavia altri autori propendono che invece la tutela apprestata abbia per oggetto l'osservanza di obblighi umani e assistenziali.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 10994/2013

I reati di maltrattamenti in famiglia e di abbandono di persone minori o incapaci possono concorrere in quanto le relative fattispecie incriminatrici sono poste a tutela di beni diversi ed integrate da condotte differenti.

Cass. n. 19476/2010

Integra il delitto di abbandono di persona incapace l'omesso adempimento, da parte dell'agente (nella specie, un ausiliare socio-sanitario), dei doveri di custodia e di cura sullo stesso incombenti in ragione del servizio prestato, in modo che ne derivi un pericolo per l'incolumità della persona incapace.

Cass. n. 9276/2009

Ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo del delitto d'abbandono di persone minori rileva esclusivamente la volontà dell'abbandono, sicchè il dolo non è escluso dal fatto che chi ha l'obbligo di custodia ritenga il minore in grado di badare a se stesso, per l'aiuto di coetanei a lui legati da vincoli di parentela.

Cass. n. 5945/2009

Nel reato di abbandono di persona minore o incapace l'evento aggravatore della morte si pone in rapporto di concausa con la condizione patologica della parte lesa, che deve trovarsi, quale presupposto del reato, in condizione di "malattia di mente o di corpo" o di "vecchiaia" tale da non poter provvedere a se stessa.

Cass. n. 15147/2007

Ai fini della sussistenza dell'elemento psicologico del delitto di abbandono di persone incapaci, è richiesta la consapevolezza di abbandonare a se stesso il soggetto passivo che non abbia la capacità di provvedere alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità fisica. (Fattispecie relativa a presunto abbandono di bambino di tre anni, lasciato solo in casa dalla madre, che la Corte ha ritenuto non potesse essere ritenuto sulla base della sola circostanza che costei si fosse momentaneamente recata nel garage attiguo per eseguirvi delle pulizie).

Cass. n. 15245/2005

In tema di abbandono di persona incapace (art. 591 c.p.), l'elemento materiale del reato è costituito da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di custodia che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo anche potenziale per l'incolumità della persona. Ne deriva — nell'ipotesi di stipula di una convenzione di natura privata dalla quale sorga l'obbligo di accoglienza di persona disabile — la sussistenza dell'obbligazione, indipendentemente dalla natura del servizio (sanitario o di semplice ospitalità) di tutela e di sorveglianza in ogni situazione o stato di pericolo, con l'ulteriore corollario che ogni abbandono deve essere considerato pericoloso e che l'interesse tutelato dalla norma penale deve ritenersi violato anche quando l'abbandono sia solo relativo e parziale.

Cass. n. 12238/2004

Il reato di cui all'art. 591 c.p. di abbandono di persone minori o incapaci ha natura permanente, in quanto la condotta si protrae fino a quando gli imputati non fanno cessare le situazioni che non consentono un'assistenza o cura adeguata o fin tanto che tali situazioni non cessano per intervento esterno (in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto irrilevante, ai fini della decorrenza del termine prescrizionale del reato di cui all'art. 591 c.p. addebitato agli amministratori di una casa di riposo, l'intervenuto accertamento della situazione, laddove successivamente non sia cessata la situazione di abbandono delle persone incapaci ricoverate).

Cass. n. 8833/2004

Integra il reato di abbandono di minore (art. 591 c.p.) la condotta del conducente dell'autobus di una scuola che lascia un piccolo alunno a terra con l'effetto di causarne il viaggio di ritorno a casa in una condizione di pericolo rappresentato dalle condizioni di luogo e di tempo (pioggia battente in atto e strada a scorrimento veloce e fuori dal centro urbano).

Cass. n. 4213/2001

In tema di abbandono di persone minori o incapaci, configura il reato di cui all'art. 591 c.p. la condotta dei responsabili dell'assistenza di soggetti ricoverati presso una casa di cura e di riposo privata (nella specie: titolare, amministratore di fatto e medico di base dell'istituzione assistenziale non convenzionata) i quali non pogono rimedio alla evidente insufficienza e inadeguatezza delle strutture assistenziali, atteso che la norma in questione tutela il valore etico-sociale della sicurezza della persona, e pertanto ogni situazione di pericolo o abbandono, anche solo parziale, dei soggetti minori o incapaci impone la piena attivazione del titolare dell'obbligo giuridico a protezione del bene garantito.

Cass. n. 6885/1999

Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 591, primo comma, c.p., la vecchiaia non può essere intesa come condizione determinante una presunzione assoluta d'incapacità di provvedere a sè stessi, dovendosi invece accertare, di volta in volta, se essa sia concretamente causa di pericolo per l'incolumità dell'anziano, sì da dar luogo all'altrui dovere di assumere le opportune iniziative volte ad ovviare al suddetto pericolo. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha escluso che potessero rispondere del reato di cui all'art. 591 c.p. i figli di una donna novantatreenne lasciata a vivere da sola, atteso che detta donna, nonostante l'età, appariva ancora in grado di condurre vita autonoma e non mostrava intenzione alcuna di accettare il ricovero in una casa di riposo).

Cass. n. 4407/1998

L'elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci è costituito da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di cura o di custodia, gravante sull'agente, da cui derivi uno stato di pericolo per l'incolumità della persona, incapace di provvedere a sè stessa per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o altra causa. Venendo in considerazione un reato di pericolo, che non può essere commesso da chiunque, ma soltanto dal soggetto qualificato dal rapporto di protezione che lo lega alla vittima, la condotta deve essere oggettivamente idonea a determinare, anche in via potenziale, l'aggressione del bene protetto dalla norma incriminatrice. Ne consegue, che il criterio giuridico di determinazione del fatto oggettivo, necessario per accertare se una determinata azione o omissione costituisca abbandono di persona incapace, deve essere correlato, da una parte, alla pericolosità del fatto e, dall'altra parte, al contenuto dell'obbligo violato e alla natura dell'incapacità. (Fattispecie nella quale la Suprema Corte ha escluso la configurabilità del reato di cui all'art. 591, commi 1 e 3, c.p., in capo al direttore sanitario ed al custode di una clinica, in relazione al caso di una donna affetta da schizofrenia, in fase però di remissione, che, allontanatasi dalla clinica, era deceduta in seguito a collasso cardiocircolatorio).

Ai fini della sussistenza del reato di cui all'art. 591 c.p. (abbandono di persone minori o incapaci), non è penalmente apprezzabile l'atto con il quale il direttore sanitario di una clinica — presso cui è ricoverato, in trattamento sanitario non obbligatorio, un soggetto affetto da schizofrenia e diabete mellito — dispone che rimanga sempre aperto il cancello di ingresso pedonale della clinica, appositamente custodito da un operatore, atteso che la custodia va adeguata alle innovazioni introdotte con la legge 13 maggio 1978, n. 189, che vieta la coazione strutturale e prevede, per il trattamento sanitario volontario, il ricovero dell'ammalato in strutture aperte con l'utilizzazione di servizi alternativi. (Fattispecie nella quale il soggetto si era allontanato dalla clinica attraverso il cancelletto pedonale, eludendo la sorveglianza dell'operatore, ed era stato rinvenuto cadavere nella campagna circostante a seguito di un decesso attribuito a collasso cardiocircolatorio, conseguente a coma diabetico).

Nell'ambito del trattamento sanitario non obbligatorio di persone incapaci, la custodia del malato, finalizzata a soddisfare esigenze di ordine individuale, sociale e giuridico, comprese quelle di prevenzione di atti autolesivi ed eterolesivi, deve essere conciliata con la libertà terapeutica e la dignità del malato; nell'esercizio del potere-dovere di cura e di custodia, è legittimo trattenere il soggetto che manifesti, anche con la fuga, l'intenzione di allontanarsi dal luogo di ricovero volontario, facendo ricorso alla forza fisica quale brevis et modica vis imposta dalla circostanza per sottrarre l'incapace al pericolo di gravi danni e per pretendere la sottoscrizione dell'atto di formale interruzione della degenza contro la volontà del medico. (Fattispecie in cui è stato affermato che l'incaricato della vigilanza del cancello di ingresso di una clinica ha l'obbligo di intervenire per impedire, anche con la modica vis imposta dalle circostanze che un ammalato si allontani senza il permesso dei medici e senza il previo accertamento delle sue condizioni psichiche, pur escludendo, in fatto, la sussistenza della omessa custodia rilevante ex art. 591 c.p.).

Cass. n. 10126/1995

Nel reato di abbandono di persona minore o incapace (art. 591 c.p.), l'elemento materiale è costituito da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche potenziale, per l'incolumità della persona. Risponde, pertanto, del delitto in questione colui che, pur non allontanandosi dal soggetto passivo, ometta di far intervenire persone idonee ad evitare il pericolo stesso. (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la responsabilità dell'imputata che era rimasta tutta la notte e la mattinata successiva accanto al marito già gravemente sofferente, caduto a terra siccome colpito da emorragia cerebrale e solo dopo circa sedici ore aveva chiesto aiuto ad un vicino, che aveva fatto intervenire un'autoambulanza).

Cass. n. 7003/1995

L'oggetto della tutela dell'art. 591 c.p. (abbandono di persona minore o incapace), diversamente da quello dell'art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare), non è il rispetto dell'obbligo legale di assistenza in quanto tale, bensì il pericolo per l'incolumità fisica, derivante dal suo inadempimento. Pertanto, non si configura la condotta di abbandono, se l'agente non abbia già in custodia o in cura l'incapace o il minore, e a tanto si rifiuti, benché possa esservi legalmente tenuto e risultare penalmente perseguibile per tale ragione per altro titolo. (Fattispecie nella quale è stato ravvisato il reato ex art. 570 c.p., avendo la moglie rifiutato di accogliere il marito affetto da sclerosi multipla, dimesso dall'ospedale ed accompagnato dal fratello e da un suo amico, sicché l'uomo veniva ospitato dalla madre).

Cass. n. 290/1994

La norma dell'art. 591 c.p. tutela il valore etico-sociale della sicurezza della persona fisica contro determinate situazioni di pericolo. In questa prospettiva, nessun limite si pone nella individuazione delle fonti da cui derivano gli obblighi di custodia e di assistenza che realizzano la protezione di quel bene e che si desumono dalle norme giuridiche di qualsiasi natura, da convenzioni di natura pubblica o privata, da regolamenti o legittimi ordini di servizio, rivolti alla tutela della persona umana, in ogni condizione ed in ogni segmento del percorso che va dalla nascita alla morte. Ad ogni situazione che esige detta protezione fa riscontro uno stato di pericolo che esige un pieno attivarsi, sicché ogni abbandono diventa pericoloso e l'interesse risulta violato quando la derelizione sia anche solo relativa o parziale. (Nella fattispecie concernente sanitario che rivestiva la qualifica di assistente con incarico di reperibilità presso una clinica privata che, malgrado l'evidente gravità della patologia del paziente, poi deceduto, anziché intervenire prontamente, per sopperire all'inadeguatezza del medico di guardia, palesata dalla delicatezza del caso, si era limitato a dare per telefono generiche indicazioni ed a suggerire di attendere l'evoluzione del quadro clinico).

Cass. n. 832/1993

Ai sensi dell'art. 591 c.p. (abbandono di persone minori o incapaci) costituisce abbandono qualsiasi azione o omissione che contrasti con l'obbligo della custodia o della cura ed è sufficiente, per l'integrazione del reato, che da tale condotta derivi un pericolo anche solo potenziale per l'incolumità della persona incapace. (Nella specie, relativa a ritenuta sussistenza del reato, l'imputato, amministratore unico di una società, cui era affidata la gestione di un gerontocomio, abbandonava le persone ivi ospitate, incapaci di provvedere a sé stesse per vecchiaia e malattia, consentendo in particolare che le stesse [alcune delle quali addirittura non in grado di intendere e di volere] fossero tenute in pessime condizioni, sotto il profilo igienico e sanitario).

Cass. n. 12334/1990

Costituisce abbandono, punibile ex art. 591 c.p., qualsiasi azione od omissione che contrasti con l'obbligo della custodia e da cui derivi un pericolo, anche solo potenziale, per la vita o per l'incolumità del minore o dell'incapace. Per la configurabilità dell'elemento psicologico è comunque richiesta la consapevolezza di abbandonare il soggetto passivo, che non abbia la capacità di provvedere a sé stesso, in una situazione di pericolo di cui si abbia l'esatta percezione.

Cass. n. 3905/1990

Sussiste il reato di cui all'art. 591 c.p. ove gli incapaci (nel caso di specie minorati psichici) di cui l'imputato abbia la custodia, o di cui debba avere cura, siano lasciati in balia di se stessi o di personale inidoneo (nel caso di specie nell'ambito di case di riposo inadeguate e prive dei requisiti igienici).

Cass. n. 9562/1989

Il delitto di abbandono di minore si distingue da quello di tentato omicidio per il diverso elemento psicologico. Nel primo caso l'elemento soggettivo è costituito dalla coscienza di abbandonare la persona minore o incapace con la consapevolezza del pericolo inerente all'incolumità fisica della stessa con l'instaurarsi di una situazione di pericolo, sia pure potenziale. Nella seconda ipotesi è necessario che il soggetto compia la condotta vietata con la volontà e la consapevolezza di cagionare la morte del soggetto passivo o tale evento si rappresenti come probabile o possibile conseguenza del suo operare, accettando il rischio implicito del suo verificarsi.

Cass. n. 10841/1986

Integra gli estremi del reato di abbandono di persone incapaci ex art. 591 c.p., il repentino allontanamento di tutte le assistenti infermiere di una casa di ricovero per anziani e menomati psichici, essendo irrilevante, ai fini della sussistenza dello stato di pericolo per l'incolumità delle persone predette, la presenza in loco di inservienti civili, idonei, quantitativamente e qualitativamente, alla necessaria assistenza infermieristico-sanitaria o i successivi interventi che consentano di evitare l'aggravamento dei ricoverati.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 591 del c.p.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

05/02/2016 Lombardia
Antonella R. chiede
Buongiorno, in riferimento all'articolo 591 del codice penale in materia di abbandono di persona, la mia domanda e' la seguente: se non mi occupo di un genitore anziano in stato di bisogno sono perseguibile per legge? premetto che non viviamo nella stessa città non sono mai andata d'accordo con lo stesso, non ci telefoniamo e vediamo da anni. vi ringrazio anticipatamente per la risposta che vorrete concedermi. cordiali saluti
Consulenza legale i 15/02/2016
L'art. 591 del c.p. sanziona il reato di "abbandono di persone minori e incapaci". La condotta che viene qui in rilievo è quella prevista dal primo comma (diversa è l'ipotesi di cui al successivo co. 2). I commi 3 e 4 prevedono invece delle aggravanti.
Si ritiene che il bene tutelato sia la vita e l'incolumità individuale dei soggetti c.d. deboli, cioè che versano nella situazione indicata dalla disposizione.

Affinché la fattispecie possa dirsi integrata è necessario il sussistere di tutti i suoi elementi costitutivi.
Soggetto attivo del reato è chi ha un rapporto di custodia o cura con il soggetto, in forza del quale sorge l'obbligo di non abbandonarlo. Nello specifico, risponde dell'omessa custodia chi ha dovere di sorveglianza. Quello di cura, invece, incombe su chi, oltre alla custodia, è titolare di ulteriori doveri, derivanti dalla legge o dall'assunzione per negozio giuridico.

La condotta tipica è quella di abbandono, da intendersi come qualsiasi omissione ai doveri di cura e custodia esistenti, che lasci i soggetti in una situazione di pericolo per la propria incolumità. Rientra nella definizione anche un pericolo solo potenziale.

La disposizione indica anche il soggetto passivo del reato, che può essere "una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a sé stessa e della quale abbia la custodia o debba avere cura" (co. 1). La giurisprudenza ha precisato che, salvo che si tratti di minore di anni 14, l'incapacità non va presunta ma accertata in concreto, non potendosi desumere automaticamente dall'essere anziani lo stato di incapacità e dovendosi raccordare il dovere di cura e custodia all'eventuale capacità di autodeterminazione del soggetto (Cass. 6885/1999).

Sul piano soggettivo si richiede il dolo generico, quale consapevolezza e volontà di abbandonare a se stesso il soggetto incapace di provvedere alle proprie esigenze, in uno stato di pericolo per la sua incolumità.

Come si è detto, per la configurazione del reato è necessario che esista un dovere di custodia o cura del soggetto. A tale proposito la Cassazione ricorre ad un concetto ampio della possibile fonte del dovere di custodia e assistenza: "La norma dell'art. 591 c.p. tutela il valore etico-sociale della sicurezza della persona fisica contro determinate situazioni di pericolo. In questa prospettiva nessun limite si pone nella individuazione delle fonti da cui derivano gli obblighi di custodia e di assistenza che realizzano la protezione di quel bene e che si desumono dalle norme giuridiche di qualsivoglia natura, da convenzioni di natura pubblica o privata, da regolamenti o legittimi ordini di servizio, rivolti alla tutela della persona umana, in ogni condizione ed in ogni segmento del percorso che va dalla nascita alla morte" (Cass. 290/1994).

Quanto al dovere dei figli verso i genitori, la dottrina maggioritaria pone in rilievo la sussistenza di un dovere di carattere morale e sociale in capo ai figli di rispettare i genitori (v. attuale art. 316 del c.c.). Accanto ad esso si pone quello, di natura giuridica, di prestare gli alimenti ex art. 433 ss c.c., ricorrendone i presupposti.
Di conseguenza, seguendo questa impostazione, si potrebbe sostenere che essendo il primo un dovere morale e non giuridico deriverebbe che l'ordinamento non può obbligare il figlio in quanto tale ad accudire il proprio genitore, e che se il figlio non vi assume egli stesso l'obbligo manca un presupposto del reato di cui all'art. 591 c.p.. Tutto ciò presuppone che l'art. 591 c.p. stesso si riferisca ad un dovere di custodia e cura di tipo giuridico. Laddove, invece, lo si ritenesse integrato anche dall'esistenza di un dovere morale le conclusioni dovrebbero essere diverse, così come sarebbero diverse se si dovesse arrivare ad individuare nell'ordinamento un dovere giuridico di assistenza dei figli verso i genitori (interpretazione che non si può escludere in modo assoluto).

Infine si ricorda che anche a voler ritenere che l'ordinamento non imponga, se non come obbligo morale, di accudire i genitori, ciò non toglie che esista un dovere, a ricorrere dei presupposti, di contribuirne al sostentamento. Da cui la possibilità che la sua violazione integri il reato di "violazione degli obblighi di assistenza famigliare" di cui all'art. 570 del c.p..

18/11/2015 Umbria
IVANA chiede
Con il mio ex marito ho l'affidamento condiviso. Mio figlio 19 anni è invalido civile al 100% ed è affetto da autismo e ritardo mentale e per questo prende anche l'accompagno. Ogni volta che esce con lui, lascia volutamente mio figlio da solo a girovagare per la strada. o ad affidarlo a terze persone della sua età ignare della sua patologia. Questo è successo molte volte ed anche su segnalazione di miei conoscenti. qual è la cosa migliore da fare? Per evitargli una denuncia penale, potrei chiedere l'affidamento esclusivo?
Consulenza legale i 24/11/2015
Come noto, in caso di separazione o divorzio i figli minori vengono affidati congiuntamente ai coniugi (scelta sempre favorita) o in esclusiva ad uno dei due genitori.
Nel caso di specie, però, il figlio, invalido, è diventato maggiorenne.

Il figlio maggiorenne, anche se disabile, per legge si presume capace di intendere e di volere (art. 2 del c.c.). Di conseguenza, il giudice non ha più il potere di decidere sul suo affidamento (e - in generale - sugli aspetti personali dell'assistenza), ma solo sull’eventuale diritto al mantenimento.
La Corte di Cassazione ha così statuito in materia: "Va precisato che l'art. 155 quinquies, secondo comma, c.c., stabilisce che ai figli maggiorenni portatori di handicap grave, ai sensi dell'art. 3, comma terzo, l. n. 104 del 1992, si applicano le disposizioni previste in favore dei figli minori. Ai sensi del predetto art. 3, primo e terzo comma, è persona portatrice di handicap, quella che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa, e tale da determinare un processo di svantaggio sociale e dì emarginazione; l'handicap è grave quando la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l'autonomia personale, correlata all'età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione. Il ricordato art. 155 quinquies c.c., come si diceva, dispone applicarsi ai portatori di handicap grave le disposizioni "in favore" dei figli minorenni. È da escludere che possano rilevare le norme sull'affidamento (condiviso od esclusivo); in caso contrario, si dovrebbe concludere che il figlio portatore di handicap, ancorché maggiorenne, sia da considerarsi automaticamente privo della capacità di agire, mentre ciò potrà essere accertato eventualmente, in via parziale o totale, nei giudizi specifici di interdizione, inabilitazione od amministrazione di sostegno. Potranno invece trovare applicazione le norme sulla presenza, le visite, la cura ed il mantenimento da parte del genitore non convivente in virtù degli artt. 155 e 155 bis c.c., nonché quelle in ordine all'assegnazione della casa coniugale, ai sensi dell'art. 155 quater c.c." (Cass. civ., sez. I, 28.5 – 24.7.2012, n. 12977).
Va precisato che oggi, dopo la riforma della filiazione entrata in vigore nel 2014, è l'art. 337 septies del c.c. a sancire che "Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori".

La scelta processuale che resta al genitore convivente con il ragazzo - esclusa una denuncia penale - è quella di chiedere che venga accertata la sussistenza di una ridotta capacità di decidere del figlio nell'ambito di un giudizio per la nomina di un amministratore di sostegno, di un tutore (interdizione) o di un curatore (inabilitazione).
Le tre misure si distinguono in base alla diversa gravità del disagio mentale o dell'incapacità: il rimedio più pesante è l'interdizione, che impedisce alla persona interdetta il compimento di qualsiasi atto patrimoniale e personale (art. 414 del c.c.). L'inabilitazione è prevista nei casi elencati all'art. 415 del c.c. (es. per coloro che per prodigalità, intesa quale tendenza allo sperpero del denaro, o per abuso di sostanze stupefacenti o bevande alcoliche, espongono sè o i membri della loro famiglia a gravi pregiudizi economici); l'amministrazione di sostegno è una misura molto elastica, tanto che è nel provvedimento di nomina che il giudice stabilisce quali atti la persona può compiere da solo e quali con l'assistenza o la rappresentanza dell'amministratore di sostegno (art. 404 del c.c.).

Nel nostro caso, è molto probabile che il giudice opti per l'amministrazione di sostegno, nominando per la carica la madre del ragazzo.
Una volta che questa sia nominata amministratrice di sostegno, ogni decisione relativa alla vita del giovane andrà presa da ella con il consenso del ragazzo (per gli atti che gli sono stati riservati, cioè che può ancora compiere consapevolmente) e con l'ausilio o l'autorizzazione del Giudice tutelare o del Tribunale. Pertanto, il decreto di nomina dell'amministratore di sostegno stabilirà in quali atti quest'ultimo presterà mera assistenza al beneficiario e in quali altri lo sostituirà invece integralmente. Per alcuni atti sarà richiesta l'autorizzazione del Giudice tutelare (es. accettazione di eredità), mentre per altri l'autorizzazione del Tribunale, su parere del Giudice Tutelare (es. alienazione di beni).
Il padre dovrà attenersi alle disposizioni dell'amministratrice di sostegno, la quale potrà intervenire ogniqualvolta esse siano disattese (ad esempio, impedendo al genitore certe condotte).

Il procedimento per il deposito del ricorso al fine di provvedere alla nomina di un tutore/curatore/amministratore di sostegno va seguito da un avvocato.

13/10/2014 Veneto
Giorgia chiede
Conosco una signora che abbandona a casa da soli minorenni senza controllo, e quando rientra li porta in giro con spacciatori, a comprare cocaina, che fumano davanti ai bambini. Che reati compie la signora?
Consulenza legale i 15/10/2014
La signora che pone in essere questi comportamenti può essere accusata innanzitutto del reato di abbandono di minori, ex art. 591 del c.p.: difatti, chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, che si presume incapace di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Perché si abbia il reato in esame, la condotta del colpevole non deve consistere solamente nel mancato rispetto degli obblighi assistenziali, ma deve causare anche uno stato di pericolo per la vita o per l’incolumità del soggetto abbandonato. Si specifica che il dolo (l'intenzione di abbandonare i minori) non è escluso dal fatto che chi ha il dovere di custodia - in questo caso il genitore - stimi il minore capace di badare a se stesso anche grazie all’aiuto di coetanei legati a lui da vincolo di parentela (ad es., fratellini più grandi). Va inoltre considerato che le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore.

Inoltre il codice penale prevede che chiunque maltratti una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, è punito con la reclusione da due a sei anni (reato di maltrattamenti contro familiari, art. 572 del c.p.).
Nel caso in cui alcuni o tutti i fatti di maltrattamento costituiscano per se stessi reati (percosse, lesioni, minacce, ...), l'agente (il genitore che commette il delitto) risponde in concorso anche di tali reati, ad eccezione di quelli, quali le percosse e le minacce, che devono ritenersi elementi costitutivi della violenza fisica o morale propria del delitto di maltrattamenti. Anche le lesioni volontarie sono punibili in concorso con il delitto ex art. 572, in quanto l'aggravante prevista dall'ultimo comma di tale articolo fa riferimento alle lesioni e alla morte quali conseguenze non voluta ed involontarie del fatto.

Si ravvisa ipoteticamente anche un comportamento che configura violazione degli obblighi di assistenza familiare (se si constatasse che ai minori non vengono dati dalla madre nemmeno i mezzi di sussistenza, come cibo, abbigliamento pulito...) : l'art. 570 del c.p. stabilisce che chiunque, serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro.

Dal punto di vista civilistico, in casi estremamente gravi, il giudice può pronunziare la decadenza dalla responsabilità genitoriale, quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. Tale pregiudizio deve dimostrare l’inidoneità della madre ad assolvere al proprio ruolo, per cui l’unica soluzione possibile è quella di sottrarle i poteri decisionali con cui potrebbe nuocere ai figli.

Se una persona è a conoscenza di situazioni in cui l'integrità psico-fisica di minori è messa in pericolo, potrà fare denuncia alle forze dell'ordine, al fine di consentire adeguate indagini sulle condotte della madre.

25/07/2013 Puglia
Mario R. chiede
Dato il completo rifiuto e disinteresse di mia sorella nel trovare un accordo per assicurare a mia madre, assistita notte e giorno da una badante e invalida civile al 100% affetta dal Morbo di Parkinson, un punto di riferimento a cui rivolgersi in caso di necessità e urgenza durante la mia assenza, così da impedirmi di avere una vita familiare. Le chiedo cortesemente di conoscere come posso fare per non essere accusata di abbandono di persona non autosufficiente durante una mia assenza fuori città per un periodo di circa un mese.
Distinti saluti
Consulenza legale i 31/07/2013
Il reato ipotizzabile nel caso in cui un figlio lasci abbandonato a se stesso il genitore anziano e non autosufficiente è quello disciplinato dall'art. 591 del c.p., "Abbandono di persone minori o incapaci".
Ai fini della sussistenza dell'elemento psicologico del delitto di abbandono di persone incapaci, è richiesta la consapevolezza di abbandonare a se stesso il soggetto passivo che non abbia la capacità di provvedere alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità fisica.
Trattandosi di reato di natura dolosa, esso può essere escluso quando l'agente dimostri di avere fondatamente confidato sull'affidamento dell'incapace ad un soggetto terzo: nel caso di specie, se il soggetto incapace è affidato ad un'infermiera o una badante che possa efficacemente provvedere ad ogni necessità dell'anziano, il figlio non può essere accusato di abbandono del genitore.
Se per un mese il figlio, che risulta destinatario di un obbligo specifico di cura e custodia verso il genitore, dovesse risultare irreperibile, ma avesse preavvertito sia la bandante che si occupa della madre, sia la sorella (che pure rifiuta di collaborare), non si ravvisano responsabilità penali nel comportamento dello stesso, dal momento che, in caso di urgenza, vi sono dei soggetti tenuti ad intervenire immediatamente in sua sostituzione e, in ogni caso, è possibile per la badante rivolgersi a pubbliche autorità per chiedere assistenza sanitaria immediata.
Al fine di precostituire una prova della propria buona fede, è consigliabile inviare una lettera alla sorella, precisando per quanto tempo si starà lontani da casa, indicando tutti i contatti necessari (ad esempio, numero di telefono della badante, del medico curante, etc.) in caso di emergenza.

Per quanto concerne il comportamento della sorella che non intende accudire la madre né rendersi disponibile in alcun modo, è bene sottolineare che nei confronti del proprio genitore, incapace di provvedere a se stesso, qualsiasi figlio ha un generico dovere di rispetto (art. 315 c.c.). Per la dottrina maggioritaria, tuttavia, si tratta di un dovere che non ha rilevanza giuridica, bensì solo morale e sociale.

Dal punto di vista penale, il nostro ordinamento prevede il reato di "Violazione degli obblighi di assistenza familiare" (art. 570 del c.p., secondo comma), in base al quale, tra le altre condotte previste, è punito chiunque faccia mancare al genitore i mezzi di sussistenza, nel caso in cui questi si trovi in stato di bisogno (non è necessaria la totale indigenza, essendo sufficiente che sia privo di mezzi economici sufficienti a provvedere alle esigenze della vita). L'ordinamento, quindi, non può obbligare una figlia ad accudire la madre, ma può obbligarla a contribuire economicamente al suo sostentamento, in presenza dei presupposti richiesti dalla legge. Si tratta di delitto punibile, nel caso di specie, a querela della persona offesa.

07/04/2013 Emilia-Romagna
Gianni chiede
Rispetto a custodia e obbligo di cura (v. nota 3), la legge impone dei doveri ai figli di genitori anziani con invalidità civile per deficit cognitivo riconosciuta al 100% da commissione medica? Esiste un dovere di sorveglianza 24/7 nei confronti di un genitore in condizioni di invalidità civile? Quali doveri impone la legge rispetto ai genitori?
Consulenza legale i 15/04/2013
L'articolo 591 c.p. in commento intende sanzionare i casi di violazione degli obblighi assistenziali, punendo il disvalore morale di chi faccia mancare l'indispensabile alla sopravvivenza di un familiare in stato di bisogno.
Costituisce “abbandono” qualsiasi azione od omissione che contrasti con l'obbligo della custodia o della cura.
Per quanto riguarda le persone anziane, con deficit cognitivo medicalmente riconosciuto, esse sono considerate persone incapaci ai sensi dell'articolo in esame: perché possa aversi il reato di abbandono di persona incapace, l'agente deve avere la custodia o la cura della persona. Coloro che nei confronti dell'incapace hanno doveri di sorveglianza, rispondono per l'omessa custodia: coloro, invece, che hanno la "cura" degli incapaci, sono le persone che, oltre che a custodire, sono tenute a vari e complessi obblighi che trovano fondamento in norme o in negozi giuridici.
Per esempio, dalla legge derivano gli obblighi di cura nei riguardi dei malati di mente, assoggettati a trattamento terapeutico obbligatorio ex art. 35, quinto comma, l. 23.12.1978, n. 833. Gli obblighi nei confronti di una persona anziana, affidata a un istituto o a una persona singola, per ragioni di assistenza e di cura derivano, invece, da un negozio di diritto privato.
È discusso se l'obbligo di custodia e cura possa derivare da una sua assunzione spontanea, ma prevale la tesi negativa.
L'incapacità della persona di provvedere a se stessa non può essere presunta, ma va accertata in concreto: lo stato personale, infatti, determina il pericolo che costituisce il presupposto del reato (Cass. civ., Sez. V, 9.4.1999, di annullamento della sentenza che aveva ravvisato il reato di abbandono, sul presupposto che la madre anziana dovesse ritenersi incapace di provvedere a se stessa "per l'età", senza alcun accertamento in concreto sull'effettiva sussistenza di tale condizione).
Nel caso di specie, l'incapacità è stata accertata da una commissione medica, pertanto, il presupposto sussiste.
Come detto, l'ordinamento richiede l'esistenza di un preesistente obbligo specifico di cura o custodia. Ad esempio, con sentenza dell'8.6.1992, il Trib. di Rovigo ha ritenuto l'insussistenza del fatto di reato, per mancanza di un obbligo di cura o custodia, in capo alla figlia e al genero nei riguardi della madre e suocera anziana, anche perché era vivo il marito della donna, destinatario dell'obbligo.
Affinché il reato sussista, è necessario che, in dipendenza dell'abbandono, si crei uno stato, anche solo potenziale, di pericolo per la incolumità della persona abbandonata.
La condotta dell'abbandono della persona incapace consiste nel lasciarla in balìa di se stessa oppure di lasciarla a chi non sia in grado di provvedere adeguatamente all'assistenza inerente al dovere di custodia o di cura: si deve così determinare una potenziale situazione di pericolo per l'incolumità dell'incapace.
Quanto alle modalità dell'abbandono, si deve verificare una separazione materiale tra il custode e il "custodito", non essendo sufficiente una trascuratezza di tipo esclusivamente morale, ad esempio un disinteresse affettivo. La ratio della norma è, infatti, solo quella di evitare che le persone più deboli si trovino in situazioni di pericolo dovute alla loro incapacità di provvedere ai propri bisogni primari.
In questo senso, non si deve confondere il reato di abbandono di incapace con la violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570 del c.p..
L'esposizione al pericolo può essere meramente virtuale: essa non è esclusa dal fatto che la condotta determinante l'abbandono sia temporanea, né dalla possibilità che terzi possano soccorrere l'incapace, quando essi siano inidonei a supplire alle attività di custodia o di cura facenti capo al soggetto attivo del reato.
Pertanto, esistendo un obbligo - per legge o per negozio giuridico - di cura o custodia dei figli nei confronti dei genitori anziani, invalidi, la legge non precisa nel dettaglio come essi debbano adempiere ai propri doveri. Il dovere di sorveglianza dell'incapace va commisurato al singolo soggetto, e la custodia può essere temporaneamente demandata ad altri soggetti che abbiano però le competenze per questo tipo di assistenza.
E' bene ricordare che il delitto di cui all'art. 591 c.p. è aggravato se dal fatto deriva una lesione personale o la morte e anche, ai sensi del quarto comma, se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato.

14/07/2010
angelo catania chiede

Vorrei sapere se un adulto è da ritenersi incapace se è sotto l'effetto dell'alcool e dunque ebbro.

Consulenza legale i 22/12/2010

L'abuso abituale di alcool è considerato dalla legge un rovinoso sistema di vita che può pregiudicare i beni economici e della propria famiglia, indipendentemente dalla esistenza di una infermità mentale. In realtà in capo a colui che abusa abitualmente di alcool sussiste sicuramente un indebolimento della volontà. Per questo il nostro ordinamento ha previsto che anche nei confronti di questi soggetti possa essere pronunciata l'inabilitazione, ossia quel procedimento giudiziale che priva il soggetto della capacità di compiere gli atti patrimoniali eccedenti l'ordinaria amministrazione (art. 415 del c.c.. Si dovrà quindi nominare un curatore che integrerà, con il suo assenso, la volontà dell'inabilitato.


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