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Articolo 143 bis Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Cognome della moglie

Dispositivo dell'art. 143 bis Codice civile

La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito (1) e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze [156bis, 328].

Note

(1) In aderenza al principio di parità tra marito e moglie, è consentito alla donna - limitatamente ai rapporti professionali - derogare a tale dovere, mantenendo solo il proprio cognome da nubile.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 143 bis Codice civile

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Concetta G. chiede
sabato 25/04/2015 - Lazio
“Buongiorno,
desidero porre alla vostra attenzione quanto segue:
in data 25/2/2014 ho presentato alla Prefettura di ... 2 istanze
1) cambiamento di nome da Concetta a Cettina
2) aggiunta al mio cognome di nascita quello di mio marito

In data 15/5/2014 è stata emessa, con decreto prefettizio, l'autorizzazione a far affiggere all'Albo pretorio del Comune di ... ed in quello di ... (mio paese di nascita).
Nel mese di agosto ho consegnato alla Prefettura l'attestazione dell'avvenuta pubblicazione.
Da allora non ho più saputo nulla: l'addetta alla mia pratica mi ha comunicato verbalmente che avevano posto un quesito al Ministero e che stavano aspettando la risposta per emettere il decreto definitivo.
Secondo voi era illegittima la mia richiesta? Cosa posso fare per accelerare questo decreto? Perché hanno dovuto chiedere al Ministero?
Per tutta la pratica ho seguito la corretta procedura.
Eventualmente mi potete aiutare?
Grazie e saluti”
Consulenza legale i 28/04/2015
Nel caso in esame, sembra che siano state seguite correttamente tutte le procedure previste dalla legge.

Difatti, gli artt. 89 e seguenti del DPR 3.11.2000, n. 396 prescrivono che qualunque cittadino che voglia cambiare il nome o aggiungere al proprio un altro nome, ovvero voglia cambiare il cognome, anche perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l'origine naturale, o aggiungere al proprio un altro cognome, deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione è situato l'ufficio dello stato civile dove si trova l'atto di nascita al quale la richiesta si riferisce. Nella domanda l'istante deve esporre le ragioni a fondamento della richiesta.

L'art. 90 stabilisce che il prefetto, assunte informazioni sulla domanda, se la ritiene meritevole di essere presa in considerazione, autorizza con suo decreto il richiedente a fare affiggere all'albo pretorio del comune di nascita e di attuale residenza del medesime richiedente un avviso contenente il sunto della domanda. L'affissione deve avere la durata di giorni trenta consecutivi e deve risultare dalla relazione fatta dal responsabile in calce all'avviso.

Trascorso il termine per eventuali opposizioni, il richiedente presenta al prefetto un esemplare dell'avviso con la relazione attestante l'eseguita affissione e la sua durata nonché la documentazione comprovante le avvenute notificazioni, ove prescritte.
Infine, il prefetto, accertata la regolarità delle affissioni e delle notificazioni e vagliate le eventuali opposizioni, provvede sulla domanda con decreto.

Prima della riforma operata con D.P.R. 13 marzo 2012, n. 54, vigevano anche gli artt. 84-88 del DPR 396/2000, i quali prevedevano che per il solo cambio del cognome o di aggiunta al proprio di un altro cognome la competenza fosse devoluta al Ministero dell’Interno, mentre gli artt. 89 e seguenti concernevano la domanda di cambiamento del nome, di aggiunta al proprio di un altro nome o di mutamento del cognome perché ridicolo o vergognoso o perché rivela origine naturale, affidate al Prefetto.

Oggi, questa distinzione non opera più, quindi il Ministero dell'Interno non deve fornire alcuna autorizzazione e il prefetto è l'unica autorita decisionale in materia.

Pertanto, nel caso di specie, come spiegato anche dall'addetta, non si è trasmessa al Ministero la domanda del cittadino per ottenere una qualche "approvazione" - peraltro, se si è già provveduto all'affissione, significa che il prefetto ha già valutato positivamente l'ammissibilità della richiesta di modifica - ma si è "posto un quesito" al dicastero dell'interno, per ragioni non conosciute, magari attinenti ad aspetti interpretativi solo formali (non è possibile immaginare quali, senza aver esaminato la documentazione del caso).
Difatti, secondo quanto affermato nella Circolare del Ministero dell'Interno, Dipartimento per gli affari interni e territoriali, n. 14 del 21 maggio 2012 "l'unicità interpretativa ed applicativa [della nuova normativa del 2012] viene assicurata in ragione del mantenimento, in capo al Ministero dell'lnterno - Direzione centrale per i servizi demografici - del compito di emanare le opportune direttive nella materia, al fine di assicurare all'attivita la necessaria coerenza normativa e l'omogeneita dell'applicazione sui territorio".

Non si vedono motivi per cui il cittadino non possa chiedere alla Prefettura il contenuto del quesito posto al Ministero, in quanto di norma, salvi i casi elencati dalla legge, i soggetti nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato a produrre effetti diretti hanno diritto di prendere visione degli atti del procedimento (art. 10, legge 241/1990). A tale scopo, si dovrà depositare apposita domanda di accesso agli atti.

Il cittadino, poi, ha certamente diritto a non vedere dilatare irragionevolmente i tempi di durata del procedimento amministrativo. In tal senso, soccorre l’articolo 2 bis della Legge n. 241/1990, così come modificato dal D.L. 21 giugno 2013, n. 69, che recita:
1. Le pubbliche amministrazioni e i soggetti di cui all'articolo 1, comma 1-ter, sono tenuti al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento.
1-bis. Fatto salvo quanto previsto dal comma 1 e ad esclusione delle ipotesi di silenzio qualificato e dei concorsi pubblici, in caso di inosservanza del termine di conclusione del procedimento ad istanza di parte, per il quale sussiste l'obbligo di pronunziarsi, l'istante ha diritto di ottenere un indennizzo per il mero ritardo alle condizioni e con le modalità stabilite dalla legge o, sulla base della legge, da un regolamento emanato ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400. In tal caso le somme corrisposte o da corrispondere a titolo di indennizzo sono detratte dal risarcimento
".

Si ricorda, infine, che, in caso di provvedimento di diniego, necessariamente motivato, sarà possibile esperire le impugnazioni di legge (ricorso straordinario al Presidente della Repubblica oppure ricorso al TAR competente per territorio, rispettivamente entro giorni 120 e giorni 60 dalla data della notifica).

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