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Diritto penale -

La "mina vagante" del nostro ordinamento: il delitto di plagio

AUTORE:
ANNO ACCADEMICO: 2023
TIPOLOGIA: Tesi di Laurea Magistrale
ATENEO: Universitą degli Studi di Bologna
FACOLTÀ: Giurisprudenza
ABSTRACT
Il contributo ricostruisce, in prospettiva storico-sistematica e costituzionalmente orientata, la parabola del delitto di plagio, già previsto dall’art. 603 c.p. e dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 96 del 1981, interrogandosi sulla persistente attualità della categoria alla luce delle trasformazioni socio-tecnologiche contemporanee.
L’analisi si colloca all’intersezione tra principio di legalità e tutela dell’autodeterminazione individuale, evidenziando i limiti strutturali della tipizzazione penale dei fenomeni di dominio psichico. La ricostruzione genealogica del "plagium" mostra il passaggio dalla privazione materiale della libertà, tipica del diritto romano, a una concezione centrata sulla soggezione morale. Tale evoluzione approda problematicamente nell’art. 603 c.p., che incriminava la riduzione di taluno in “totale stato di soggezione”, formula caratterizzata da marcata indeterminatezza.
La dottrina oscillò tra una lettura materialistica, assimilabile alla schiavitù di fatto, e una concezione psicologica fondata sull’annientamento dell’autodeterminazione. Particolare rilievo assume il procedimento a carico di Aldo Braibanti (1968), unico caso conclusosi con condanna per plagio e assurto a leading case. L’analisi evidenzia come l’accertamento del “dominio” fosse fondato su valutazioni ampiamente discrezionali, con il rischio di sovrapporre l’influenza relazionale al condizionamento penalmente rilevante.
La sentenza n. 96 del 1981 della Corte Costituzionale ha consolidato il principio di tassatività quale corollario del principio di legalità ex art. 25, comma 2, Cost., rilevando l’impossibilità di circoscrivere la nozione di “stato di soggezione” mediante criteri oggettivi e verificabili. La pronuncia ha così escluso la compatibilità della fattispecie con le esigenze di prevedibilità proprie del diritto penale liberale.
Muovendo da tale approdo, il contributo esamina le nuove forme di manipolazione sviluppatesi nell’ambiente digitale. In tale prospettiva viene analizzata la Blue Whale Challenge, fenomeno emerso nel 2016 e strutturato attorno a una sequenza progressiva di prove autolesive culminanti nel suicidio, orchestrate mediante tecniche di adescamento, isolamento ed escalation coercitiva.
Analoga attenzione è riservata alle comunità “Pro-Ana” e “Pro-Mia”, nelle quali anoressia e bulimia vengono rielaborate come opzioni identitarie e rafforzate attraverso dinamiche di gruppo assimilabili a modelli settari. L’ecosistema digitale, caratterizzato da anonimato e amplificazione algoritmica, si configura quale moltiplicatore di vulnerabilità, specie in soggetti minorenni.
Sotto il profilo sistematico, l’elaborato valuta l’idoneità delle fattispecie attualmente vigenti — quali l’istigazione al suicidio, la violenza privata e la circonvenzione di incapaci — a intercettare tali fenomeni, evidenziandone la frammentarietà e l’incapacità di tipizzare unitariamente il dominio psichico.
In conclusione, il plagio si presenta quale categoria formalmente espunta ma concettualmente persistente. La sua vicenda normativa costituisce un paradigma delle tensioni tra esigenze di protezione dell’integrità psichica e garanzie del principio di legalità, confermando la difficoltà di tradurre penalmente la manipolazione mentale senza compromettere i presupposti dello Stato di diritto.

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