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La gestione privata delle carceri negli Stati Uniti: studio di diritto comparato.

AUTORE:
ANNO ACCADEMICO: 2018
TIPOLOGIA: Tesi di Laurea Magistrale
ATENEO: Universitą degli Studi di Trieste
FACOLTÀ: Giurisprudenza
ABSTRACT
Nel lontano 1971, Philip Zimbardo, rinomato professore dell’Università di Stanford, cercò di capire quali ragioni spingano un individuo onesto ed equilibrato a porre in essere una condotta aggressiva. Per raggiungere questo scopo, decise di condurre un esperimento che impose definitivamente una nuova tesi: l’Effetto Lucifero. Un gruppo di 24 studenti venne reclutato per trascorrere un paio di settimane in un carcere fittizio, messo a punto nel seminterrato dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Stanford. Prima dell’inizio dell’esperimento, gli studenti vennero valutati per escludere quelli con problemi psicologici, malattie o precedenti penali, e vennero divisi in guardie e detenuti . Furono riprodotte le stesse condizioni caratterizzanti un istituto penitenziario e i risultati furono sorprendenti. In pochi giorni, le guardie divennero spietate, comminando maltrattamenti ed umiliazioni di tutti i generi ai detenuti. Questi ultimi iniziarono a comportarsi, a tutti gli effetti, come prigionieri sottomessi, arrivando a chiedere di essere rilasciati davanti alla Commissione Rilascio. Inoltre, gli stessi sperimentatori, calatisi smisuratamente nel ruolo di dirigenti carcerari, incominciarono a considerare “ordinari” gli abusi che venivano perpetrati, pensando solo a come impedire eventuali tentativi di evasione . È noto come si concluse la vicenda: l’esperimento venne sospeso ben prima del suo termine ideale, per manifesta insostenibilità dello stesso. Per quale ragione si è scelto di menzionare l’esperimento della prigione di Stanford? La ragione è che esso dà l’opportunità di riflettere sul fatto che qualsiasi individuo considerabile “normale” può diventare crudele e totalmente indifferente, se inserito nel contesto sbagliato. Per questo motivo, bisogna abbandonare l’idea che i detenuti siano anormali o malati ed iniziare a considerarli, in primo luogo ed imprescindibilmente, come persone che hanno commesso degli errori. Soltanto partendo da questa constatazione è possibile affrontare la materia senza pregiudizi e valutare il sistema penitenziario statunitense in maniera oggettiva. Innanzitutto, è importante chiarire perché la tesi prende in considerazione il sistema penitenziario statunitense e non, ad esempio, quello italiano. Le motivazioni sono molteplici. In primo luogo, il sistema penitenziario statunitense è uno dei più avanzati dal punto di vista tecnologico. È sufficiente effettuare una breve ricerca sui più diffusi strumenti informatici per avere contezza del fenomeno: sono disponibili numerosi documentari che permettono di farsi un’idea dell’avanguardia del sistema da questo punto di vista. Ma le ragioni principali risiedono nella coesistenza di varie strutture di detenzione e nel fenomeno, tipicamente (ma non esclusivamente) americano, della privatizzazione. Questo profilo, in particolare, è quello che maggiormente merita l’attenzione dell’osservatore italiano, poco incline a conciliare l’idea del sistema penitenziario a quella di una gestione privata. Eppure, se la privatizzazione effettivamente funzionasse in un sistema complesso come quello statunitense, la soluzione potrebbe risultare interessante anche per il sistema italiano. In quest’ottica, l’elaborato si suddivide in tre capitoli. I primi due analizzano il sistema in generale e i diritti concretamente o astrattamente riconosciuti ai detenuti, mentre il terzo esamina i pro e i contro della privatizzazione. Ci si potrebbe chiedere come mai la privatizzazione, elemento fondante di questo elaborato, sia affrontata soltanto in un capitolo. La risposta è semplice. Per analizzare una scelta come quella statunitense, bisogna cercare di capire il contesto e i motivi che hanno portato ad una decisione del genere. Pertanto, risulta opportuno cominciare dall’analisi del sistema in generale, per poi passare ai problemi che affliggono lo stesso, fino ad arrivare ai diritti che dovrebbero essere garantiti ai detenuti. Soltanto all’esito di un tale percorso, è possibile esaminare il fenomeno della privatizzazione in maniera esaustiva e comprendere se questo rappresenti una soluzione efficace ai diversi problemi aperti dalla gestione delle strutture carcerarie o semplicemente una misura caratteristica del diritto statunitense, che non merita di essere imitata.

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