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Storia e filosofia del diritto -

Il dovere nel diritto in Marco Tullio Cicerone

AUTORE:
ANNO ACCADEMICO: 2017
TIPOLOGIA: Tesi di Laurea Magistrale
ATENEO: Universitą degli Studi di Roma La Sapienza
FACOLTÀ: Giurisprudenza
ABSTRACT
Il lavoro ha l’obiettivo di analizzare la figura di Cicerone dal punto di vista prettamente filosofico-giuridico, viene quindi tralasciato l’esame della figura dell’autore romano dal punto di vista politico e come oratore e avvocato. Sono state trattate analiticamente le tre opere che dell’Arpinate sembrano essere quelle che più nello specifico affrontano lo studio della sua visione del diritto e del fenomeno della giuridicità: il De republica, il De legibus e il De officiis. È proprio il De officiis che avrà un risalto preponderante dato che lo scopo principale di queste pagine è quello di approfondire e di riflettere sulla dimensione del dovere e sull’importanza che questa dimensione assume nell’ambito del fenomeno giuridico. Questo intento verrà seguito attraverso l’instaurazione di un dialogo continuo tra il sentire dell’autore latino e la filosofia del diritto più moderna, prima fra tutte quella di Bruno Romano. Al fine di ciò, questo lavoro si sviluppa, nel suo primo capitolo, come un’analisi generale che verte sui principi generali del diritto e sul dovere nel diritto, prendendo come costante punto di riferimento e come guida i testi e il pensiero di Bruno Romano. Dallo studio puntuale della filosofia del dovere di Romano, comparata con quella di Cicerone, emerge la condizione per la quale adempiere ai propri obblighi è necessario poiché, solo così, è possibile che gli altri membri componenti la societas hominum esercitino i propri diritti e vengano riconosciuti come soggetti dal punto di vista giuridico. Nel capitolo che segue sono state analizzati i trattati che dell’autore romano sono sembrate rappresentare una novità sostanziale nello svolgimento del pensiero antico. Partendo dall’assunto che l’eclettismo di Cicerone debba considerarsi come autonomia di pensiero e rielaborazione ragionata della filosofia greca, l’analisi dello Stato, delle leggi e dei doveri, viene svolta dall’autore prendendo come punto di riferimento i principi elaborati dalla scuola stoica ma in una chiave giuridica, profondamente coerente con lo spirito e la forma mentis romana. Le tematiche della forma di Stato perfetta, dell’uomo politico ideale e dello ius naturale si inquadrano nella concezione ciceroniana secondo la quale l’essere umano è un essere morale poiché dotato di volontà libera e, per questo motivo, obbligato dalla sua stessa natura a vivere la vita seguendo quegli officia che la ratio gli impone, fuggendo gli istinti e le passioni e differenziandosi così nettamente dallo stato bestiale della forza, della violenza e della sopraffazione in nome della costruzione di una società umana coesa e unita. Per questo motivo, l’Arpinate nell’ultima opera scritta nella sua vita si preoccupa di sottolineare le modalità del vivere onestamente, nel rispetto della propria natura di esseri razionali e nell’esercizio della solidarietà nei confronti degli altri uomini, vivendo una vita armonizzata al dovere di iustitia e che fugga gli squilibri delle disuguaglianze e della violenza. Vivere armonicamente con la natura vuol dire vivere perseguendo l’utilitas commune e non i propri vantaggi personali a detrimento di quelli degli altri consociati. Emerge allora la necessità che l’honestum si identifichi con l’utile e questo perché per utilitas va intesa solamente l’utilità di tutti, dello Stato, del cosmo, del genus humanum e sono da fuggire invece tutte le spinte egoistiche e utilitaristiche che rendono l’uomo più vicino alla bestia che ai suoi simili. L’ultimo capitolo con il quale termina la tesi, ha come filo conduttore la concezione secondo la quale gli esseri umani, in quanto unici viventi dotati di ragione, siano i soli capaci di sentire dentro di sé l’obbligatorietà dell’adempimento del proprio dovere giuridico. Partendo dall’analisi di alcuni capisaldi dell’etica stoica e della concezione del logos come legge eterna, immutabile e razionale che governa gli uomini e insieme l’universo intero, si è passati poi all’esame di quei doveri che per Cicerone derivano dalla condizione per la quale l’uomo è naturalmente dotato delle facoltà razionali che distinguono la sua dimensione da quella istintuale e irrazionale del non-umano. Dalla natura hominis deriva l’inclinazione al vivere associato: è la loro stessa natura, l’ipsa humanitas, che spinge gli esseri umani a vivere in società e, per mantenere salde le relazioni interpersonali, è necessario l’adempimento del dovere: ognuno cioè è destinatario dell’obbligo di rispettare l’alterità nella sua profonda essenza, quella di essere umano. La realtà giuridica umana deve essere il riflesso dell’ordine naturale voluto dal logos, la realtà fenomenica espressa nell’ordo iuridicus deve essere conforme ai principi ideali che trovano la loro origine nell’ordo naturalis.

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