Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 825 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Diritti demaniali su beni altrui

Dispositivo dell'art. 825 Codice civile

Sono parimenti soggetti al regime del demanio pubblico [823], i diritti reali che spettano allo Stato, alle province e ai comuni su beni appartenenti ad altri soggetti (1), quando i diritti stessi sono costituiti per l'utilità di alcuno dei beni indicati dagli articoli precedenti (2) o per il conseguimento di fini di pubblico interesse corrispondenti a quelli a cui servono i beni medesimi (3).

Note

(1) L'articolo prevede anche per i diritti reali di godimento che fanno capo al lo Stato o agli enti pubblici territoriali la regolamentazione propria dei beni demaniali.
(2) Sono le c.d. servitù pubbliche come, ad esempio, la servitù di scarico che grava sui terreni limitrofi ai laghi, al fine di consentire il deflusso delle acque in eccedenza.
(3) Tale disposizione positivizza in tal modo le c.d. servitù di uso pubblico, che vengono in essere a vantaggio di una collettività indeterminata di persone. Ne è esempio molto diffuso la servitù di passaggio su strada privata.

Spiegazione dell'art. 825 Codice civile

Nozione ed esempi dei diritti reali pubblici sui beni altrui

È stato sempre ritenuto pacifico che del pubblico demanio fanno parte oltre ai beni corporali anche cose incorporali, ossia diritti su beni altrui. Mancava però nel diritto positivo un'esplicita affermazione di questo principio: il presente articolo, che non ha corrispondenza nel codice abrogato, è diretto sia a riconoscere il principio stesso, sia a stabilirne la portata e i limiti. Non è sempre agevole infatti distinguere i diritti di cui si tratta da altri poteri spettanti alla pubblica amministrazione sui beni dei privati.

a) I diritti d'ordine demaniale devono avere carattere reale, dovendo consistere, cioè, come la proprietà pubblica di cui sono soltanto una parte, in un potere diretto dell'amministrazione sulla cosa. Non hanno carattere reale, p. es., i poteri a cui corrispondono i vari doveri positivi del proprietario in ordine alla funzione sociale del suo diritto: in tal caso nessun rapporto si stabilisce fra l'amministrazione e la cosa, ma soltanto fra la prima e il proprietario. Non hanno carattere reale nemmeno le limitazioni negative imposte dalle varie leggi al diritto di proprietà, sebbene tali limitazioni abbiano talora lo scopo di devolvere a vantaggio della generalità quelle utilità della cosa che vengono sottratte al proprietario, tuttavia esse non si concretizzano in un diritto dell'amministrazione sul bene, ma piuttosto delimitano, in modo più ristretto dell’ordinario, il contenuto stesso del diritto di proprietà. Per questa ragione non sono considerati di ordine demaniale i poteri relativi al vincolo di conservazione delle bellezze naturali, alla conservazione delle cose d'interesse artistico e archeologico, i divieti di edificare e altre limitazioni alla proprietà edilizia, ecc.

b) Il carattere reale del diritto non è, d'altra parte, sufficiente da solo a costituire la figura giuridica contemplata nel presente articolo. L'amministrazione, per l'accesso a un proprio stabilimento, può essere titolare di una servitù di passaggio sopra un fondo privato; per vantaggio di un proprio edificio, può godere di una servitù di prospetto sopra un fondo ad esso contiguo; può anche avere un diritto di usufrutto sopra un edificio altrui ed esercitare questo diritto adibendo l'edificio a sede di propri uffici. Tutti questi sono diritti reali che possono spettare allo Stato, alla provincia o al comune su beni di altri soggetti, ma non sono diritti reali pubblici.

Per identificare questi ultimi, l'art. 825 usa una for­mula molto precisa: deve trattarsi di diritti costituiti per utilità di un bene demaniale o per il conseguimento di fini corrispondenti a quelli a cui servono i beni demaniali. La prima ipotesi si riferisce alle servitù prediali: qualunque servitù fra un fondo appartenente allo Stato, alla provincia o al comune e altro appartenente a un privato ha carattere demaniale, solo quando il fondo dominante sia costituito da un bene demaniale. Sono fra queste le servitù a favore dei fiumi e di altri corsi di acqua (p. es. servita della via alzaia)
La seconda ipotesi riguarda i diritti reali di godimento: questi devono essere rivolti al conseguimento di fini di pubblico interesse, cui normalmente servono i beni demaniali. Il più importante fra questi è il diritto di uso pubblico gravante sul le strade vicinali, ossia le strade costruite dai privati con parti dei loro fondi e per utilità delle comunicazioni fra i fondi medesimi. Anche nell'interno dei luoghi abitati possono esservi piazze, vicoli ed altri spazi di pro­prietà privata soggetti all'uso pubblico. Titolare di questi diritti di uso è sempre il comune, al quale le leggi speciali attribuiscono particolari poteri per regolare il medesimo e per assicurare la manutenzione delle strade da parte dei rispettivi proprietari e di coloro che se ne servono.

Un altro diritto di godimento a favore del pubblico dei comuni o delle rispettive frazioni era previsto dall'art. 542 del vecchio codice e si riferiva all'uso delle acque private per scopo di alimentazione e d'igiene. Il diritto poteva avere come titolo la prescrizione o la convenzione fra il comune e il privato proprietario. La disposizione non è stata riprodotta nel nuovo codice: la ragione deve ricercarsi nella mutata condizione delle acque secondo le leggi speciali più recenti. Ogni acqua che possa soddisfare ai bisogni di una popolazione, ossia di una generalità, deve essere inclusa fra le acque pubbliche e non può appartenere ai privati.

Si possono invece ricordare altre servitù, che alcuni chiamano di semplice tolleranza, quali quella di appoggio sulle private costruzioni delle cassette per la posta e delle lampade per l'illuminazione delle vie; quella di passaggio e di appoggio delle condutture elettriche sui fondi e sugli edifici privati, etc. La servitù di elettrodotto, fra tutte la più importante, è ampiamente regolata dal T. U. 11 dicembre 1933, n. 1775, sulle acque e sugli impianti elettrici (art. 119-129).

Hanno, infine, carattere di servitù pubbliche i diritti d'uso concessi alla generalità sopra musei, pinacoteche e biblioteche di proprietà privata. Ciò non poteva dirsi sotto la passata legislazione, per la quale gli stessi beni, quando erano in proprietà dello Stato, non avevano carattere demaniale : divenuto demaniale il diritto di proprietà, anche i minori diritti reali, quando sussistono su cose altrui, partecipano della stessa natura.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

394 L'enumerazione non si esaurisce nel codice civile: essa si accresce di quei beni che altre leggi dichiarano al presente o successivamente dichiareranno appartenere al pubblico demanio. All'espressadichiarazione della loro demanialità equivale l'assoggettamento di dati beni al regime dei beni demaniali. In tal modo, quali beni siano demaniali risulta determinato in modo tassativo dalla legge: non dalla sola enumerazione del codice, ma da quella che può risultare tenendo conto di tutto il complesso della nostra legislazione. Tale regime viene esteso ai diritti reali che su beni altrui hanno lo Stato, la province e i comuni, quando i diritti stessi sono costituiti per l'utilità di alcuno dei beni demaniali o assoggettati al regime del demanio pubblico, ovvero sono costituiti per il conseguimento di fini di pubblico interesse corrispondenti a quelli a cui servono i beni medesimi (art. 825 del c.c.). L'estensione consegue dall'accessorietà, dei menzionati diritti o dall'identità del fine che essi sono destinati ad attuare. Al regime dei beni demaniali ho infine assoggettato (art. 824 del c.c., secondo comma) i mercati comunali, avuto riguardo all'uso pubblico di essi, nonché i cimiteri, di cui già sotto l'impero del codice precedente autorevoli scrittori affermavano la demanialità.

Massime relative all'art. 825 Codice civile

Cass. civ. n. 28632/2017

Perché si costituisca per usucapione una servitù pubblica di passaggio su una strada privata, è necessario che concorrano contemporaneamente le seguenti condizioni: 1) l'uso generalizzato del passaggio da parte di una collettività indeterminata di individui, considerati "uti cives" in quanto portatori di un interesse generale, non essendo sufficiente un'utilizzazione "uti singuli", cioè finalizzata a soddisfare un personale esclusivo interesse per il più agevole accesso ad un determinato immobile di proprietà privata; 2) l'oggettiva idoneità del bene a soddisfare il fine di pubblico interesse perseguito tramite l'esercizio della servitù; 3) il protrarsi dell'uso per il tempo necessario all'usucapione.

Cass. civ. n. 4851/2016

La cosiddetta "dicatio ad patriam", quale modo di costituzione di una servitù di uso pubblico, consiste nel comportamento del proprietario che, seppure non intenzionalmente diretto a dar vita al diritto di uso pubblico, metta volontariamente, con carattere di continuità (non di precarietà e tolleranza), un proprio bene a disposizione della collettività, assoggettandolo al correlativo uso, al fine di soddisfare un'esigenza comune ai membri di tale collettività "uti cives", indipendentemente dai motivi per i quali detto comportamento venga tenuto, dalla sua spontaneità e dallo spirito che lo anima. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha confermato, sul punto, la sentenza impugnata, che aveva ritenuto che i privati avessero inteso destinare le aree di loro proprietà all'uso, come strada, dei soli proprietari e utenti degli edifici, costruiti o da costruire, sui diversi lotti fronteggianti, con conseguente illegittimità della condotta del Comune che, occupandole, ne le aveva sottratto ai proprietari realizzandovi opere stabili che ne avevano mutato irreversibilmente la conformazione).

Cass. civ. n. 4207/2012

La "dicatio ad patriam", quale modo di costituzione di una servitù, postula un comportamento ad uso pubblico, del proprietario che, seppur non intenzionalmente diretto a dar vita al diritto di uso pubblico, metta volontariamente, con carattere di continuità, un proprio bene a disposizione della collettività, assoggettandolo al relativo uso. (Nella specie, la S.C. ha escluso che tale comportamento potesse essere ravvisato nel fatto che il proprietario, pur consentendo il passaggio pubblico su una strada privata di accesso ad alcuni edifici e di collegamento tra due strade pubbliche, aveva tuttavia contestato l'abusiva ingerenza del Comune che l'aveva asfaltata e denominata).

Cass. civ. n. 20138/2011

Le servitù di uso pubblico possono essere acquistate mediante il possesso protrattosi per il tempo necessario all'usucapione anche se manchino opere visibili e permanenti destinate al loro esercizio, essendo il requisito dell'apparenza prescritto dall'art. 1061 c.c. soltanto per le servitù prediali.

Cass. civ. n. 354/2011

Un'area privata può ritenersi assoggettata a servitù pubblica di passaggio, allorché sussista non solo l'uso generalizzato del passaggio da parte di una collettività indeterminata di individui, considerati "uti cives" in quanto portatori di un interesse generale, e la sussistenza di un titolo valido a sostenere l'affermazione di un diritto di uso pubblico, ma anche l'ulteriore requisito dell'oggettiva idoneità del bene a soddisfare il fine di pubblico interesse perseguito tramite l'esercizio della servitù. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale aveva escluso il requisito dell'oggettiva idoneità a soddisfare un fine di pubblico interesse con riferimento ad una mulattiera di montagna di ridottissime dimensioni ed assai scoscesa, su cui non era consentito un transito generalizzato di mezzi agricoli).

Cass. civ. n. 11346/2004

Ai fini dell'assoggettamento per usucapione di un'area privata ad una servitù di uso pubblico, è necessario che l'uso risponda alla necessità ed utilità di un insieme di persone, agenti come componenti della collettività, e che sia esercitato continuativamente per oltre un ventennio con l'intenzione di agire uti cives e disconoscendo il diritto del proprietario.

Cass. civ. n. 15111/2000

La dicatio ad patriam quale modo di costituzione di una servitù di uso pubblico consiste nel comportamento del proprietario che, pur se non intenzionalmente diretto alla produzione dell'effetto di dar vita al diritto di uso pubblico, metta volontariamente con carattere di continuità e non di mera precarietà e tolleranza, un proprio bene a disposizione della collettività assoggettandolo al correlativo uso che ne perfeziona l'esistenza senza che occorra un congruo periodo di tempo o un atto negoziale ovvero ablatorio al fine di soddisfare un'esigenza comune dei membri della collettività uti cives indipendentemente dai motivi per i quali detto comportamento venga tenuto, dalla sua spontaneità o meno e dallo spirito che l'anima. La volontarietà del comportamento è ravvisabile anche quando il privato proprietario con il non far cessare l'uso pubblico iniziato in conseguenza di una sua attività diversamente finalizzata, manifesti chiaramente per facta concludentia l'intenzione di voler mantenere la sua cosa a disposizione della collettività così da rendere legittimo l'uso pubblico della medesima.

Cass. civ. n. 12181/1998

La cosiddetta dicatio ad patriam ha, come suo indefettibile presupposto, l'asservimento del bene all'uso pubblico nello stato in cui il bene stesso si trovi, e non in quello realizzabile a seguito di manipolazioni quali quelle conseguenti alle irreversibili trasformazioni che caratterizzano il (diverso) istituto dell'accensione invertita.

Cass. civ. n. 5312/1998

Perché un'area privata possa ritenersi assoggettata a uso pubblico di passaggio è necessario che l'uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di soggetti considerati uti cives, ossia quali titolari di un pubblico interesse di carattere generale e non uti singuli, ossia quali soggetti che si trovano in una posizione qualificata rispetto al bene che si pretende gravato. Deve, pertanto, escludersi l'uso pubblico del passaggio quando questo venga esercitato soltanto dai proprietari di determinati immobili in dipendenza della particolare ubicazione degli stessi o da coloro che abbiano occasione di accedere ad essi per esigenze connesse alla loro privata utilizzazione.

Cass. civ. n. 9903/1995

Le servitù di uso pubblico possono costituirsi anche mediante dicatio ad patriam a favore di una comunità indeterminata di soggetti considerati uti cives, su beni di proprietà privata per fini di pubblico interesse, corrispondenti a quelli cui servono i beni demaniali e pertanto postulano che il bene privato abbia caratteristiche intrinseche identiche a quelle di un bene demaniale, giacché altrimenti non sarebbe idoneo a fornire le medesime utilità.

Cass. civ. n. 4755/1995

L'assoggetamento di un'area ad una servitù di uso pubblico per effetto del possesso, richiede: a) la generalità di uso da parte di una collettività indeterminata di individui, considerati uti cives, ossia quali titolari di un interesse generale; b) l'oggettiva idoneità del bene che si pretende gravato all'attuazione di un fine di pubblico interesse, che può consistere anche nella mera comodità; c) il protrarsi del possesso per il tempo previsto dalla legge per l'ususcapione.

Cass. civ. n. 5452/1989

Per la costituzione di una servitù di pubblico passaggio su un fondo privato — il cui accertamento è compito esclusivo del giudice di merito — è necessaria la prova specifica di un effettivo e pacifico uso della strada da parte della generalità dei cittadini, con l'acquiescenza del proprietario, non essendo sufficiente, per ritenere la sussistenza di un uso generale così ampio di un bene privato, che le singole utilizzazioni dedotte a prova dell'esistenza della servitù si risolvano in sporadici episodi svoltisi in maniera discontinua e per tolleranza dei legittimi proprietari.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: una volta effettuato il pagamento sarà possibile inviare documenti o altro materiale relativo al quesito posto; indicazioni sulle modalità dell'invio verranno fornite via email.

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Consulenze legali
relative all'articolo 825 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Marco B. chiede
giovedì 21/11/2019 - Marche
“Salve il 5/12/2018 ho scritto una lettera al mio comune indirizzata al sindaco, gestione del patrimonio, vigili urbani chiedendo una risposta univoca su come l'ente riteneva un vicolo ( lunghezza 30 metri per meno di 5 metri di larghezza ) di accesso a tre edifici uno dei quali è dove abito un quanto per l'ufficio gestione del patrimonio ed ufficio tecnico dicevano proprietà privata per i vigili (verbalmente ) con servitù in quanto a suo tempo è stato realizzato il tappeto d'usura ed installato un lampione; la mia richiesta di installare una rastrelliera per bici mi veniva negata ( sempre richieste verbali ) detto vicolo è ancora intestato ai 4 acquirenti originali (tutti defunti) dei lotti dove sono gli edifici, io e l'erede di un'altro intestatario siamo qui residenti mentre il fabbricato situato nei due lotti è stato venduto senza trasferire la proprietà del vicolo. tra la mia vicina erede ed il comune c'è stato un contenzioso per un doppio passo carrabile concesso a chi ha acquistato un appartamento di fronte, contenzioso con sentenza in appello precedente alla mia lettera che ha dato torto alla mia vicina, ho avuto risposta dall'ufficio dopo 6 mesi e probabilmente perché avevo fatto una mail al prefetto chiedendo il suo aiuto che confermava lo stato di proprietà privata, in data 17/ ottobre i vigili urbani hanno apposto il segnale di stop nel vicolo oltre che in altre vie vicine richiamando la sentenza e sull'ordinanza revocavano solo per la via di nostra residenza qualsiasi comunicazione contraria all'ordinanza qualche giorno dopo mi è arrivata la rettifica della gestione del patrimonio che dichiara che è venuta a conoscenza della sentenza ( a me mai notificata ) insiste sulla particella l'uso pubblico uti cives. H o avuto un colloquio con il vice sindaco chiedendo che mi fosse concesso un parcheggio o una rastrelliera per bici almeno per i mesi estivi pagando l'uso pubblico ma mi ha promesso che parlerà con il dirigente dei vigili e mi farà sapere se è fattibile di realizzare un parcheggio a strisce blu e degli stalli per moto ove parcheggiare anche le bici. vorrei sapere se c'è un modo per bloccare questa cosa in quanto ( a detta del vicesindaco) il comune non ha intenzione di acquisire la proprietà ( solo se gliela cediamo a nostre spese ed a titolo gratuito ) non mette per iscritto ( a meno che sia sufficiente solo la risposta della gestione del patrimonio ) se fa i marciapiedi e sistema il manto stradale. visto che un avvocato a cui avevo chiesto consiglio ha dichiarato che il comune avrebbe dovuto acquisire la proprietà già dal 93, che il tecnico geometra sostiene che non vale la pena, chiedo un chiarimento cioè se il fatto che sul suolo c'è una scritta da più di vent'anni "proprietà privata" conti qualcosa, che la mia richiesta di chiarimenti è stata effettuata prima che la sentenza passasse in giudicato, che la stessa non mi è stata mai notificata e che io non ho promosso alcun contenzioso, che il contenzioso è stato causato dalla concessione di un DOPPIO passo carrabile senza chiedere alcun consenso agli altri aventi diritto ( noi non abbiamo contestato nemmeno un'altro passo sempre per quieto vivere ) se infine ci spetta un indennizzo per questa servitù ed i tempi entro il quale andrebbe richiesta grazie”
Consulenza legale i 03/12/2019
Il presente quesito riguarda una situazione abbastanza intricata, resa ancora più incerta dal comportamento contraddittorio del Comune, che non ha dato, come sarebbe stato invece suo dovere, risposte esaustive alle legittime richieste di chiarimenti relative al vicolo di cui si tratta.
Per una maggiore chiarezza, quindi, si tratteranno singolarmente le varie questioni rilevanti, per illustrare da ultimo le conclusioni e le possibili soluzioni.

1- Le risultanze catastali.

Il vicolo, che è collegato alla via pubblica ed ha la funzione di accesso a tre diversi edifici residenziali, è accatastato quale “corte urbana” (categoria F1) e risulta di proprietà pro quota di cinque diversi soggetti, oggi deceduti.
La proprietà della strada è, quindi, stata trasmessa, sempre pro quota, agli eredi ed agli aventi causa dei soggetti indicati nella visura catastale e ciò indipendentemente dal fatto che i dati presenti in catasto non siano stati aggiornati.
Si tratta di una situazione abbastanza frequente, che però non influisce sui principi in tema di eredità e di trasferimento dei diritti reali, e che può essere facilmente risolta mediante una domanda di aggiornamento e rettifica dei dati rivolta all'Agenzia delle Entrate (che ha assorbito le competenze una volta appartenenti all'Agenzia del Territorio).

2- Il contenzioso tra il Comune e una degli eredi succeduti agli originari titolari della strada.

A quanto risulta, una comproprietaria ha convenuto in giudizio il Comune, che aveva concesso a un residente l’apertura di due passi carrabili sul vicolo, ai sensi dell’art. 22 del codice strada e dell’art.46, D.P.R. 495/92 (regolamento attuativo del Codice della strada).
La controversia pare essere stata promossa di fronte al Giudice civile e non al Giudice amministrativo perché, da quanto noto, non riguardava in senso stretto la legittimità del provvedimento di autorizzazione all’apertura del passo carrabile, bensì l’appartenenza o meno della strada privata al demanio pubblico.
Come già accennato, il comportamento del Comune appare decisamente contraddittorio, in quanto -da un lato- di fronte alla richiesta di chiarimenti circa la natura del vicolo formulata da un comproprietario ha sostenuto che esso non appartenga alla viabilità urbana e che non possieda le caratteristiche perché ne venga dichiarato l’uso pubblico, mentre -dall’altro lato- ha resistito nel giudizio promosso da un’altra comproprietaria affermando la tesi esattamente opposta.

È stato reperito solo uno stralcio della decisione di appello, ma secondo quanto è possibile ricavare dalla ricostruzione dei fatti illustrata dall’Ente sembrerebbe essere stata promossa una negatoria servitutis.
Si tratta di un’azione diretta ad accertare l’inesistenza di diritti altrui su un bene (nella fattispecie l’inesistenza di servitù pubbliche sul vicolo), chiedendo che si ordini la cessazione di turbative o molestie ed eventualmente anche il risarcimento del danno (art. 949 c.c.).
Ciò spiegherebbe anche la ragione per la quale solo una comproprietaria abbia assunto l’iniziativa, senza allargare il contraddittorio agli altri proprietari, che non solo non sono stati portati a conoscenza della sentenza, ma nemmeno sono stati citati in giudizio (cioè invitati a partecipare al processo).

Invero, è principio giurisprudenziale consolidato quello secondo cui, in caso la proprietà del fondo servente appartenga a più soggetti, è sufficiente che l’azione a difesa del diritto di proprietà sia esercitata da uno solo di questi a tutela dell’interesse comune, non ricorrendo alcuna ipotesi di litisconsorzio necessario ove non venga richiesto alcun mutamento dello stato di fatto o una modificazione materiale del bene (Cassazione civile, sez. VI, 06 aprile 2016, n.6622; Cassazione civile, sez. II, 07 giugno 2002, n.8261).
Qualora siano rispettati tali presupposti, quanto accertato dal Giudice varrà anche per i comproprietari, nei confronti dei quali la sentenza svolgerà ugualmente i propri effetti, indipendentemente dal fatto che venga loro notificata.
Nel presente caso, il Comune asserisce che, a conclusione del processo, la Corte d’Appello avrebbe respinto le domande della comproprietaria ed avrebbe sancito la presenza di una servitù di uso pubblico sul vicolo.
Non è, però, dato sapere se la decisione sia ad oggi passata in giudicato o se sia stata impugnata davanti alla Corte di Cassazione.

3- Le servitù di uso pubblico: diritti e doveri dei proprietari e del Comune.

L’istituto è disciplinato dall’art. 825 del Codice civile, ai sensi del quale si applica lo stesso regime del demanio pubblico anche ai diritti reali che spettano allo Stato, alle Province e ai Comuni su beni appartenenti ad altri soggetti, quando i diritti stessi sono costituiti per l'utilità di alcuno dei beni indicati dagli articoli precedenti o per il conseguimento di fini di pubblico interesse corrispondenti a quelli a cui servono i beni medesimi.

La costituzione di una servitù di uso pubblico rappresenta una forte limitazione per i diritti dei privati proprietari del fondo servente, posto che essa è opponibile anche quando non sia trascritta, non prevede il pagamento di indennizzi, non si estingue per non uso e consente un utilizzo generalizzato del bene a tutta la collettività (Cassazione civile sez. II, 31 maggio 2019, n.15032; Cassazione civile sez. I, 08 febbraio 2019, n.3788).
D’altro canto, la presenza di tale servitù fa sorgere in capo al Comune il potere-dovere di regolare la circolazione come previsto dal Codice della strada, assumendosi gli oneri conseguenti, ad es. installando l’impianto di illuminazione, imponendo ai privati di rimuovere i manufatti pericolosi per la circolazione o che impediscano la manutenzione della strada (TAR Venezia, sez. III, 22 aprile 2013, n.595; TAR Brescia, sez. I, 11 novembre 2008, n.1602; TAR Napoli, sez. V, 04 febbraio 2004, n.1582).

La giurisprudenza è, invece, concorde nel ritenere che l’assoggettamento di un bene ad uso pubblico di passaggio non possa legittimare il proprietario di un fondo confinante all'apertura di passo carrabile sulla strada medesima, nemmeno in forza di ottenuta concessione amministrativa, poiché il Comune competente, titolare di una servitù di passaggio su area privata, può esercitare sulla medesima i soli poteri che siano volti a garantire e disciplinare l'uso generale da parte della collettività; ne consegue che, ove ciò non sia espressamente consentito dal titolo, il Comune non può concedere al singolo usi eccezionali e particolari su porzioni di detto immobile (Cassazione civile sez. II, 12 luglio 2007, n.15661).
In breve, anche in presenza di una servitù di uso pubblico il Comune non dispone del potere di autorizzare l’apertura di passi carrabili ai privati, necessitando a tal fine di un più ampio titolo di acquisto, cioè la proprietà (da ultimo, Cassazione civile, sez. II, 21 febbraio 2017, n.4416, che cita numerosi precedenti concordi in materia).

Quanto alla responsabilità per eventuali danni subiti da terzi, è stato affermato che la natura privata della strada non è di per sé sufficiente ad escludere la responsabilità dell’Ente, in quanto il Comune che consenta il pubblico transito su di un'area di proprietà privata assume l'obbligo di verificare che la manutenzione della stessa e dei relativi manufatti sia eseguita e, conseguentemente, di provvedervi. Sussiste cioè in capo alla P.A. territoriale, benché non proprietaria, un dovere di sorveglianza, che costituisce un obbligo primario derivante dal principio del neminem laedere, che determina la responsabilità per il danno cagionato all'utente dell'area (Cassazione civile, sez. VI, 07 febbraio 2017, n.3216; Cassazione civile, sez. III, 4 gennaio 2010, n. 7).
Questo significa che, nell'ipotesi di danni terzi (cose o persone) verificatisi sul tratto di strada sul quale insiste la servitù il Comune potrà essere legittimamente chiamato a risponderne, e non potrà "discolparsi" sostenendo che la strada non appartenga al demanio pubblico ma sia di proprietà privata ad uso pubblico.

Infine, riguardo i criteri da seguire per la ripartizione degli oneri di manutenzione tra Comune e proprietari in mancanza di indicazioni chiare nel titolo costitutivo della servitù, si registrano opinioni discordanti.
Alcune pronunce affermano, infatti, che le spese debbano gravare esclusivamente sull’Ente pubblico (TAR Lecce, sez. II, 01 aprile 2004, n. 2265 e 22 luglio 2004, n. 5368), mentre altre sentenze –per la verità riguardanti le strade vicinali, che hanno caratteristiche particolari e diverse rispetto a quelle delle strade urbane ad uso pubblico- sanciscono soltanto l’obbligo di concorrere alle spese, insieme ai privati proprietari (Consiglio di Stato sez. IV, 21 settembre 2015, n.4398; TAR Perugia , sez. I , 25 settembre 2014, n. 503).
Nel caso di specie sembrano ricorrere validi elementi per sostenere la prima delle dette tesi, secondo cui la manutenzione andrebbe svolta ad esclusivo carico del Comune, posto che non si tratta di una strada vicinale e che, quindi, la relativa disciplina non è immediatamente applicabile, che il vicolo, come accertato giudizialmente, è stato “attratto” nella viabilità urbana ed inserito nell’elenco delle strade comunali e, non ultimo, che il Comune ha già di sua iniziativa ed a sue spese provveduto all’asfaltatura ed all’installazione dell’illuminazione pubblica.

4- Conclusioni.

Alla luce di tutte le considerazioni di cui sopra, è possibile fissare i seguenti punti fermi.
Se sul vicolo è stata dichiarata la presenza di una servitù di uso pubblico, il Comune non deve versare alcun indennizzo ai proprietari, ma è gravato dal potere/dovere di regolare la circolazione stradale (come fatto con l’ordinanza dell’ottobre 2019) e di provvedere a proprie spese a tutte le opere necessarie a garantire l’uso generale del bene e ad assicurare la sicurezza della circolazione, tra le quali potrebbe certamente essere ricompresa anche la realizzazione di nuovi marciapiedi.
Al contempo, il Comune sarà gravato anche della responsabilità nei confronti dei terzi per i danni che eventualmente dovessero subire.

Non è, invece, legittimo che il Comune consenta ad altri privati di aprire passi carrabili sul vicolo, in quanto tale facoltà gli spetterebbe soltanto nel caso in cui acquisisse la piena proprietà del bene e non la sola servitù di uso pubblico, né è possibile per i proprietari chiudere la strada (ad es. installando una sbarra all'imbocco del vicolo), perché ciò impedirebbe il suo potenziale utilizzo da parte della collettività.

Per dirimere in modo certo e definitivo la questione, tuttavia, è indispensabile ottenere una copia integrale della sentenza della Corte d’appello, che permetterà di chiarire il preciso oggetto delle domande accolte dal Giudice.
Infatti, qualora si trattasse di un’azione diversa dalla negatoria servitutis e con oggetto più ampio, sarebbe stata necessaria la partecipazione di tutti i proprietari interessati, che avrebbero dovuto essere chiamati in causa ed essere messi in condizione di svolgere efficacemente e pienamente le proprie difese.
Per reperire la sentenza è possibile sia formulare nei confronti del Comune un’istanza di accesso agli atti, motivata dalla duplice qualità di comproprietario del bene e di destinatario, in quanto residente, dell’ordinanza regolatrice della circolazione stradale emessa nell’ottobre 2019, sia chiederne una copia alla Corte d’appello competente.

Una volta compresa la reale portata di quanto statuito dal Giudice, sarà possibile richiamare l’Ente all’adempimento di tutti gli oneri derivanti dalla titolarità della servitù sopra illustrati, oppure proporre la stesura di un accordo tra Comune e tutti i proprietari, che precisi in modo chiaro i rispettivi obblighi e diritti.
Allo stato, non sembra invece di particolare utilità pratica contattare giornali o trasmissioni televisive, perlomeno finché non saranno state ricostruite in modo completo le circostanze di fatto rilevanti e ne potrà essere così fornito un resoconto accurato e corrispondente al vero.

Alberto F. chiede
lunedì 01/08/2016 - Emilia-Romagna
“Egr. Signori,
nel 1980 ho acquistato un piccolo mappale di terreno classificato "Busco Ceduo", allora come oggi, il lato ovest confinava con i primi 100 metri del tratto iniziale di una vecchia strada Vicinale lunga 500 metri attualmente in disuso e coltivata dai frontisti per 300 metri nel tratto centrale. Nella mappa catastale, la Vicinale, congiunge due strade comunali ed è rappresentata con tratto continuo senza numero di mappale come le altre due che si inseriscono poi nella Provinciale.
Il proprietario del terreno confinante con la Vicinale della parte opposta la mio mappale, negli ultimi 5/6 anni mi richiedeva continuamente la potatura delle querce, esistenti fin dal 1980. Le piante cresciute sulla mia proprietà sono attraversate da un cavo dell'Enel e da un cavo della Telecom. Più volte ho richiesto ai due Enti di intervenire per mettere in sicurezza i loro impianti, per poi permettermi di effettuare la potatura richiesta da controparte. Finalmente un anno fa dopo l'intervento di Enel, ordinavo ad una ditta specializzata la richiesta potatura delle querce. Nel frattempo c.p. incaricava un Ing. per determinare i confini. Il tecnico, in base alle mappe catastali, dichiarava che la strada Vicinale doveva essere spostata per 2 metri verso la mia proprietà in mezzo alle piante.
A quel punto, Contro Parte negava il permesso di effettuare la potatura sostenendo che le querce non erano più di mia proprietà e che con il permesso dell' Ufficio Tecnico Comunale, le avrebbero tagliate loro.
Al fine di raggiungere un accordo, più volte ho parlato con loro. Nel novembre 2015, ho inviato una raccomandata ribadendo che per quasi quarant'anni ho coltivato quelle piante che con gli arbusti sottostanti, delimitavano il mio confine condiviso con la Vicinale.
Controparte supportata dall' Uff. Comunale sostentava che la strada Vicinale, così come indicano le mappa catastali, collegata alle altre, senza numero di mappale, deve essere classificata comunale e quindi demaniale , inalienabile, non usucapibile da privati e riposizionata come dal planimetrie ufficiali.
C.P., nonostante la proteste, nel mese di aprile tagliava a terra le piante e poneva una cordicella lungo il nuovo confine. Con l'escavatore operava lungo la strada per delimitare il nuovo tracciato. Protestavo e facevo intervenire i Tecnici Comunali che ammettevano l'autorizzazione alla potatura per evitare il danneggiamento del cortile, ma non il taglio totale. Ordinavano a c.p. di sospendere i lavori in attesa di chiarimenti.
Ho fatto molte indagini:
- negli atti pubblici presso il Catasto e in Archivio Notarile, in un solo rogito del 1959 ho trovato l'inesistenza della Vicinale nel opposto tratto terminale,
- in Comune la Vicinale non è iscritta negli elenchi appositi,
- da più di 30 anni è utilizzata solo da noi pochi frontisti.

Il Catasto da me interpellato ha dichiarato:
- che la strada è allibrata alla partita speciale delle strade. Come tale non risultano informazioni attinenti il suo regime, pubblico o privato ...,
- per la sua natura privata o pubblica a norma del D.L. 285/92 e gli art. 822,824,825 del C.C. la verifica dovrà essere rivolta al Comune che dovrà tener conto della iscrizione negli elenchi comunali e di quanto prevede la legge per stabilire la pubblicità .
Allegando la lettera del Catasto, ho richiesto al Segretario Comunale: delucidazioni in merito alla proprietà del terreno, sedime di scorrimento della vicinale. Sono in attesa di risposta.
Premesso quanto sopra, Vi chiedo di spiegarmi,in base all'art. 825, quale corretta procedura devo tenere per non perdere il terreno e per costringere contro parte ad un accordo per l'uso comune di quei 100 di strada che io intendo di utilizzare.
Cordiali saluti.

Consulenza legale i 03/08/2016
Le strade vicinali vengono equiparate alle strade comunali dall’art. 2 C.d.S. Ciò che rileva è però stabilire se sussista o meno un diritto di uso pubblico sulle stesse, per verificare se esse siano inquadrabili nell’ambito pubblicistico o privatistico.

L’iscrizione di una strada nell’elenco delle vie pubbliche o gravate da uso pubblico non ha natura costitutiva e portata assoluta, ma riveste funzione puramente dichiarativa della pretesa del Comune (Cassazione, sentenza 4938/1992), ponendo una semplice presunzione di pubblicità dell’uso, superabile con la prova contraria della natura della strada e dell’inesistenza di un diritto di godimento da parte della collettività mediante un’azione negatoria di servitù (ai sensi dell’art. 1079 c.c.).

La strada vicinale acquista il carattere di strada pubblica per intervento del Comune mediante un provvedimento di classificazione, in conseguenza del quale la strada risulterà sottoposta al regime giuridico dei beni demaniali ai sensi dell’art. 825 c.c. Si badi però che i diritti reali contemplati dall’art. 825 c.c. vengono costituiti solo alla presenza di due requisiti: per l’utilità di beni demaniali o per il conseguimento di fini di pubblico interesse. In altre parole, si applica l’art. 825 c.c. allorquando sussista un interesse collettivo di un gruppo di persone esercitato uti cives (che – salvo approfondimenti – non pare sussistere nel caso di specie).

Ciò che si desume dalla narrazione è che il Comune ha incaricato un privato di occuparsi della manutenzione della strada con la relativa potatura degli arbusti: si potrebbe dunque presumere l’inesistenza di un uso pubblico della strada stessa, ciò che non consentirebbe l’applicazione dell’art. 825 c.c. ma che consentirebbe invece l’usucapione del tratto di strada coltivato dal proprietario (possesso non interrotto per oltre venti anni e coltivazione uti dominus).

Se invece, a seguito delle indagini da parte del Comune, risultasse che la strada in oggetto è caratterizzata da uso pubblico, purtroppo non sarebbe possibile agire per i propri diritti e/o la salvaguardia delle piante coltivate, posto che i beni demaniali non sono – per loro stessa natura – usucapibili.

Testi per approfondire questo articolo

  • Animo Possidere. Studi su animus e possessio nel pensiero giurisprudenziale classico

    Editore: Giappichelli
    Data di pubblicazione: maggio 2017
    Prezzo: 22,00 -5% 20,90 €
    Categorie: Possesso
    "La ricerca si compone di tre capitoli. Nel primo si ricostruiscono in breve le diverse teorie emerse in dottrina sul significato e sul ruolo del termine animus in materia possessoria: dall'indirizzo 'ortodosso', che scorge nell'animus (insieme al corpus) un elemento costitutivo del possesso, all'indirizzo 'eterodosso', propenso a vedere nell'animus un fattore esterno e alternativo al corpus, mezzo attraverso cui possedere. Sempre nello stesso capitolo, si cerca di delineare, anticipando le... (continua)
  • I beni comuni. L'inaspettata rinascita degli usi collettivi

    Collana: Le sentinelle dell'acropoli dell'anima
    Pagine: 148
    Data di pubblicazione: aprile 2018
    Prezzo: 11,00 -5% 10,45 €
    Categorie: Usi civici
    Il presente volume «I beni comuni e l'inaspettata riscoperta degli usi collettivi» riporta una delle ultime lezioni pubbliche tenute da Stefano Rodotà nella sede dell'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli alla presenza partecipata di ricercatori, amministratori e centinaia di cittadini. Il testo, corredato dai cinque contributi che animarono la tavola rotonda prevista per quell'occasione, mette al centro la tematica dei beni comuni in connessione con la... (continua)
  • Casa. Istruzioni per l'uso. Con aggiornamento online

    Collana: I tascabili
    Pagine: 80
    Data di pubblicazione: luglio 2018
    Prezzo: 12,00 -5% 11,40 €
    Categorie: Proprietà
    La casa come diritto, investimento, onere e desiderio. Tra i paesi europei, l'Italia è quello con il numero più alto di proprietari ma, con la crisi, tante famiglie hanno rinunciato al sogno di un'abitazione o a lottare per non perderla. Quello dell'abitare è un tema complesso che va ripensato alla luce delle trasformazioni che viviamo. Bisogna ripartire dal rilancio degli interventi dello Stato e degli enti locali a sostegno dell'edilizia pubblica; sostenere la nascita... (continua)
  • Diritti reali

    Editore: Giuffrè
    Data di pubblicazione: giugno 2019
    Prezzo: 190,00 -5% 180,50 €
    Categorie: Diritti reali
    L'opera rivisita i diritti reali in prospettiva storico-comparata e multilivello, proponendo una sistematica innovativa. Dal punto di vista strutturale, l'articolazione contempla la teoria dei beni e delle situazioni soggettive reali, l'analisi della proprietà, dei diritti reali di godimento e del possesso, nonché delle loro vicende giuridiche, con attenzione ai fenomeni di concorrenzialità di più titolari e ai regimi giuridici di opponibilità. Completano... (continua)
  • I diritti reali

    Editore: Giuffrè
    Collana: Collana notarile
    Data di pubblicazione: giugno 2019
    Prezzo: 45,00 -5% 42,75 €
    Categorie: Diritti reali
    Il testo affronta una ricognizione specifica dei singoli diritti reali quali proprietà, possesso, comunione, condominio, usufrutto, superficie, enfiteusi, servitù, uso e abitazione, tematiche discusse e spesso contraddittorie, illustrandone la trattazione teorica e cercando, allo stesso tempo, di chiarirne i contenuti mediante l'inserimento di casi pratici, corredati dalle relative soluzioni. L'opera, giunta alla quarta edizione, evidenzia le più recenti decisioni della... (continua)