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Articolo 27

Costituzione

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Dispositivo dell'art. 27 Costituzione

La responsabilità penale è personale (1) (2) [c.p. 40 ss.].
L'imputato [c.p.p. 60, ss.] non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva (3).
Le pene [c.p. 17 ss.] non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte (4) (5).

Note

(1) Tale principio implica che ciascuno è responsabile solo delle proprie azioni e che nessuno può essere punito per un fatto che sia stato commesso da altri. Sono quindi vietate le pene trasmissibili e quelle collettive.
La responsabilità penale si distingue nettamente dalla responsabilità civile, le cui conseguenze (ad esempio il risarcimento dei danni provocati da un incidente stradale) possono, invece, trasmettersi anche agli eredi del responsabile.
La responsabilità penale è stata per lungo tempo considerata come esclusiva delle persone fisiche, in omaggio al principio «societas delinquere non potest». Tuttavia, di fronte all'inquietante incremento di talune gravi forme di criminalità economica e ambientale, che vedono come protagonisti fondamentali le società, e alla sistematica violazione del senso di giustizia in relazione a reati, come quelli inerenti a incidenti sul lavoro o offese alla persona e danni al patrimonio dei consumatori, puniti solo con pene detentive intrasmissibili, il nostro ordinamento ha introdotto una responsabilità amministrativa degli enti per alcuni reati che, pur commessi materialmente da amministratori o dipendenti, sono da ricollegare direttamente all'ente medesimo. Il legislatore del 2001 ha scelto di introdurre una terza ipotesi di sanzioni, che unisce le linee essenziali del sistema penale con quello amministrativo allo scopo di contemperare le ragioni dell'efficacia preventiva con quelle della massima garanzia.

(2) Un comportamento penalmente sanzionabile dovrebbe essere imputato ad un soggetto solo quando sia da lui voluto o quantomeno sia a lui rimproverabile a titolo di colpa. Sarebbero allora incostituzionali tutte le ipotesi di responsabilità oggettiva, in cui il fatto penalmente rilevante è addebitato al soggetto solo sulla base di un rapporto di causalità materiale, senza che possa essere ricondotto, direttamente o indirettamente, alla sua volontà. Tale interpretazione, tenacemente avversata dalla Corte Costituzionale [v. 134], è stata accolta solo alla fine degli anni ottanta (con le sentenze nn. 85 e 1085 del 1988). Permangono, tuttavia, residue ipotesi di responsabilità oggettiva ancora vigenti, ad esempio i casi in cui all'autore di un reato vengono addebitate anche le conseguenze delle sue azioni che non siano volute e neppure riconducibili a negligenza, imprudenza e imperizia (come la morte conseguente a percosse o lesioni o maltrattamenti).

(3) Si ha responsabilità penale solo quando un soggetto è riconosciuto colpevole della commissione di un reato: una volta che un individuo è stato condannato o assolto per un reato con sentenza definitiva, non può essere giudicato nuovamente per lo stesso reato. È quanto sancito anche dall'art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Finché un giusto processo non abbia accertato tale responsabilità con sentenza definitiva, il soggetto non può essere considerato colpevole né deve essere assoggettato a pena. Pertanto il semplice invio di un informazione di garanzia non equivale a condanna: il soggetto «informato» è sottoposto alle indagini di magistratura e forza pubblica, e possono essergli inflitte delle misure particolari (per es. custodia cautelare in carcere per non farlo fuggire o impedirgli di «inquinare le prove»): ciò non equivale a riconoscimento automatico della colpevolezza. Vige, dunque, nel nostro sistema la presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva; questo principio, affermato da Montesquieu (quando lo Stato non riesce a garantire l'innocenza dei cittadini non può nemmeno garantirne la libertà), in Italia ha avuto piena attuazione solo col codice di procedura penale del 1989 e permea anche l'art. 48 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.
Il nuovo codice di procedura penale ha una visione più garantista della persona sottoposta a processo e, pertanto, limita le possibilità di custodia cautelare durante il processo e prima della condanna (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di commissione di altri reati) e pone integralmente a carico dell'accusa (il pubblico ministero) l'attività di prova della colpevolezza dell'indagato, poi imputato. Un'ulteriore forma di rafforzamento della presunzione di colpevolezza poteva essere rappresentata dalla previsione, contenuta nella legge n. 46 del 2006, dell'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del pubblico ministero. Tuttavia la Corte costituzionale non è stata dello stesso avviso e, con sentenza n. 26 del 2007, ha ritenuto irragionevole la disparità di trattamento fra le parti del processo introdotto da tale previsione, cassandola.
Il diritto di ogni individuo a non essere sottoposto né a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti viene garantito anche dall'art. II-64 della Costituzione europea. Tale diritto va ad inserirsi nella più ampia tutela della dignità umana (art. 1 Carta, art. 3 Cost.) e del diritto all'integrità della persona (art. 3 Carta, art. 32 Cost.).

(4) I principi di umanità e di finalità rieducativa della pena ed il rifiuto di quanto era stato possibile sotto il precedente regime, hanno imposto il ripudio della pena di morte. La Costituzione aveva però lasciato alla legge ordinaria (quindi al Parlamento) la possibilità di mantenere o eliminare (o reintrodurla dopo averla eliminata) la pena di morte, ma solo in periodo di guerra. Sfruttando questa facoltà, l'art. 1 della L. 13-10-1994, n. 589 ha eliminato la pena di morte anche dai codici penali militari di guerra.
La norma costituzionale, nella sua formulazione originaria, appariva ormai in conflitto con l'evoluzione sia dell'ordinamento italiano che di quello europeo. La stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 223 del 1996, aveva delineato il divieto della pena di morte come assoluto collegandolo alla inviolabilità del diritto alla vita sancito dall'art. 2 Cost. Finalmente, con la legge costituzionale n. 1 del 2007, è stato espunto dalla disposizione in esame ogni riferimento alla possibilità di introdurre la pena di morte nel nostro ordinamento. Tale novella costituzionale renderà più forte la posizione dell'Italia nella lotta per la sospensione universale delle pene capitali (cd. moratoria internazionale sulla pena di morte).
Durante la XIII legislatura era stata approvata in prima lettura dalla Camera dei deputati una propostadi legge costituzionale relativa all'art. 27, tesa all'abolizione della previsione della pena di morte nel comma 4. In effetti la suddetta norma appare ormai in «conflitto» con l'ordinamento e con i valori costituzionali. La stessa Corte costituzionale (sent. n. 223 del 1996) ha delineato il divieto della pena di morte come assoluto, collegandolo alla inviolabilità del diritto alla vita sancita dall'art. 2 Cost.
Il ripudio della pena capitale (sia come condanna che come esecuzione) è stata ripresa anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. All'art. 2, infatti, accanto al diritto alla vita per ogni individuo, viene sancito che nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato.

(5) Comma così sostituito dalla L. cost. 2-10-2007, n. 1. Il comma previgente così disponeva: «Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra».


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