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Articolo 1150

Codice Civile

Riparazioni, miglioramenti e addizioni

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Dispositivo dell'art. 1150 Codice Civile

Il possessore, anche se di mala fede, ha diritto al rimborso delle spese fatte per le riparazioni straordinarie. Ha anche diritto a indennità per i miglioramenti recati alla cosa, purché sussistano al tempo della restituzione. L'indennitàsi deve corrispondere nella misura dell'aumento di valore conseguito dalla cosa per effetto dei miglioramenti, se il possessore è di buona fede; se il possessore è di mala fede, nella minor somma tra l'importo della spesa e l'aumento di valore. Se il possessore è tenuto alla restituzione dei frutti, gli spetta anche il rimborso delle spese fatte per le riparazioni ordinarie, limitatamente al tempo per il quale la restituzione è dovuta. Per le addizioni fatte dal possessore sulla cosa si applica il disposto dell'articolo 936. Tuttavia, se le addizioni costituiscono miglioramento e il possessore è di buona fede, è dovuta un'indennità nella misura dell'aumento di valore conseguito dalla cosa [disp. att. 157].


Ratio Legis

La norma stabilisce che il possessore della cosa ha diritto al rimborso delle spese effettuate per la conservazione e la funzionalità della cosa medesima, da parte di chi ne rivendichi la titolarità: ciò risponde all'esigenza di evitare un ingiustificato arricchimento da parte di chi vanti un diritto sul bene in oggetto. L'articolo stabilisce analiticamente quali, tra le spese effettuate dal possessore, sono rimborsabili: tali sono le spese necessarie, cioè le spese per le riparazioni ordinarie e straordinarie, le spese utili, cioè le spese per i miglioramenti della cosa, le spese voluttuarie, cioè le spese per le addizioni alla cosa, rimborsabili soltanto nella misura in cui si risolvano in un miglioramento del bene. Le spese per le riparazioni ordinarie sono rimborsabili al possessore di buona fede a partire dal momento in cui viene richiesta con domanda giudiziale la restituzione della cosa; al possessore di malafede, invece, che è sin dall'inizio consapevole di ledere il diritto altrui, le spese sono rimborsabili a partire dal momento in cui è iniziato il possesso: il possessore di malafede, infatti, non acquista i frutti percepiti durante il possesso e non può quindi compensare le spese effettuate sino alla domanda giudiziale di restituzione della cosa, con il godimento di essa [v. 1148]. Le spese per le riparazioni straordinarie sono rimborsabili integralmente, indipendentemente dal fatto che il possessore sia di buona o mala fede. Le spese per i miglioramenti apportati alla cosa, purché essi risultino esistenti al momento della restituzione del bene al titolare del diritto, comportano che al possessore di buona fede venga corrisposta un'indennità pari all'aumento di valore (effetto delle migliorie) della cosa; al possessore di malafede, invece, spetta una indennità pari alla minor somma tra la spesa effettuata e l'aumento di valore della cosa. Le spese per le addizioni, ove ad esse consegua un effettivo miglioramento della cosa, sono rimborsabili nella misura dell'aumento di valore del bene al solo possessore di buona fede. Se le addizioni non importano alcun miglioramento della cosa, trova invece applicazione l'art. 936.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

541Per ciò che concerne i diritti del possessore in ordine alle somme erogate sulla cosa, il codice del 1865, equiparando il possessore di buona e di mala fede, attribuiva per le spese necessarie i1 rimborso integrale (art. 1150 del c.c.) e per le utili la minor somma tra lo speso e il migliorato (art. 705), mentre negava ogni rimborso per le spese voluttuarie. A tale sistema ho sostituito un sistema più organico e razionale. Ho distinto, nell'art. 1150, le spese fatte per le riparazioni ordinarie, quelle fatte per le riparazioni straordinarie e quelle sostenute per i miglioramenti recati alla cosa. Quanto alle prime poiché esse costituiscono in un certo senso un onere inerenti al godimento della cosa, è ovvio che il possessore non può esigerne il rimborso che nel caso in cui sia tenuto alla restituzione dei frutti e limitatamente al tempo per il quale la restituzione sia dovuta; quanto alle seconde, è riconosciuto al possessore, così di buona come di mala fede, il diritto al rimborso integrale; quanto ai miglioramenti, è riconosciuto diritto a indennità nella misura dell'aumento di valore conseguito dalla cosa per effetto dei miglioramenti stessi, ovvero nella minor somma tra l'importo della spesa e l'aumento di valore, secondo che il possessore sia di buona o di mala fede.
Nel progetto della Commissione Reale era inserita una di sposizione (art. 546), nella quale si riconosceva al possessori il diritto a indennità anche per le spese fatte per la liberazione della cosa da pegni, ipoteche o da oneri reali. La disposizione mi è sembrata superflua, giacché le liberazioni accennate, come la liberazione del fondo da servitù, possono anch'esse, per identità di ratio, ricondursi nell'ambito del secondo e del terzo comma dell'art. 1150.
L'ultimo comma dell'articolo in esame prevede l'ipotesi che il possessore abbia fatto addizioni sulla cosa: per queste si applica la disciplina dettata dall'art. 936 del c.c. per le opere fatte da un terzo con maseriali propri su suolo altrui. Per il caso però che le addizioni costituiscano miglioramento si riconosce al possessore di buona fede lo stesso diritto che gli è riconosciute per gli altri miglioramenti, è cioè il diritto a indennità nella misura dell'aumento di valore conseguito dalla cosa.
Ho creduto opportuno (art. 1151 del c.c.) concedere al giudice la facoltà di disporre, su istanza de] rivendicante, che il pagamento delle indennità da questo dovute al possessore sia ratizzato. Possono esservi infatti dei casi in cui l'integrale e immediato pagamento riesca per il rivendicante particolarmente gravoso. A tutela dei diritti del possessore è però stabilito che il giudice, nel disporre il pagamento rateale, ordina la prestazione delle relative garanzie.

Brocardi collegati a questo articolo

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 8156/2012

Ai sensi dell'art. 1150 c.c., il possessore ha diritto all'indennità per i miglioramenti, purché l'incremento di valore sussista al tempo della restituzione della cosa, in quanto il diritto medesimo prescinde dall'esistenza di un rapporto contrattuale fra le parti e si correla al dato obiettivo dell'incremento di valore secondo criteri di effettività e attualità, traendo il proprietario vantaggio dalla miglioria solo dal momento della reintegrazione nel godimento del bene. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha cassato la decisione di merito, che aveva valutato quali opere indennizzabili una tettoia e un pozzo, nonostante l'una fosse stata costruita con materiali in fibrocemento di amianto, la cui utilizzabilità è stata vietata dalla legge 27 marzo 1992, n. 257, e l'altra realizzata senza autorizzazione del Genio civile, ciò che escludeva, per entrambe, la sussistenza, effettiva e attuale, dell'incremento di valore).

Cass. n. 1904/2012

Il principio secondo il quale la domanda giudiziale fa cessare gli effetti del possesso di buona fede che non siano divenuti irrevocabili ed impedisce quelli ulteriori non attiene soltanto all'acquisto dei frutti, ma si riferisce a tutti i possibili effetti del possesso di buona fede, tra i quali è quello che attribuisce al possessore il diritto di essere indennizzato dal proprietario dell'incremento di valore arrecato alla cosa, che resta, dunque, irrilevante, ove dipenda da opere eseguite dopo la notificazione della domanda. (Fattispecie relativa a migliorie eseguite dal promissario acquirente, in possesso del bene, dopo la proposizione della domanda di risoluzione del contratto introdotta dal promittente venditore).

Cass. n. 6489/2011

Colui il quale abbia acquistato il possesso di un fondo agricolo a titolo di esecuzione anticipa­ta di un contratto preliminare non è possessore di esso, ma mero detentore qualificato. Ne consegue che, dichiarato nullo il contratto preliminare, al promissario acquirente non spetta né il diritto all'indennità per i miglioramenti previsto dall'art. 1150 c.c., né quello di ritenzione previsto dall'art. 1152 c.c., diritti attribuiti dalla legge unicamente al possessore di buona fede, e non anche al deten­tore, ancorché qualificato.

Cass. n. 17245/2010

La norma dell'art. 1150 c.c., che attribuisce al possessore, all'atto della restituzione della cosa, il diritto al rimborso delle spese fatte per le riparazio­ni straordinarie ed all'indennità per i miglioramenti recati alla cosa stessa, è di natura eccezionale e non può, dunque, essere applicata in via analogica al detentore; ne consegue che, qualora nella promessa di vendita venga concordata la consegna del bene prima della stipulazione del contratto definitivo, la relazione del promissorio acquirente con il bene si definisce in termini di detenzione qualificata, sicché l'art. 1150 c.c. non si applica a tale ipotesi.

Cass. n. 13259/2009

Il coniuge che, in costanza di matrimonio, abbia provveduto a proprie spese ad eseguire mi­gliorie od ampliamenti dell'immobile di proprietà esclusiva dell'altro coniuge ed in godimento del nucleo familiare, in quanto compossessore ha diritto ai rimborsi ed alle indennità contemplate dall'art. 1150 c.c. in favore del possessore, nella misura prevista dalla legge a seconda che fosse in buona o mala fede, mentre va esclusa l'invocabi­lità dell'art. 936 cod. civ., in tema di opere fatte da un terzo con materiali propri, difettando nel compossessore il requisito della terzietà.

Cass. n. 743/2009

Al comproprietario e compossessore di buona fede di un immobile, che vi abbia eseguito addizioni costituenti miglioramenti (nella specie, costruendo un fabbricato sul terreno acquistato "pro indiviso"), non si applica la normativa del­l'art. 936 cod. civ ,nel richiamo fattone all'art. 1150, quinto comma, cod. civ., in quanto tale di­sciplina postula che autore delle opere realizzate su suolo altrui sia un terzo, non potendo qualifi­carsi come tale il titolare di un diritto di natura reale, avente ad oggetto il fondo su cui le opere sono state eseguite; a tale comproprietario, per i predetti miglioramenti, non è pertanto dovuta un'indennità nella misura dell'aumento di valore conseguito dal bene ma, dovendo egli essere considerato, secondo i casi, un mandatario degli altri partecipi alla comunione, ai sensi dell'art. 1720 o un utile gestore nel loro interesse, ai sensi dell'art. 2031 cod. civ spetta soltanto il rimborso degli oneri sostenuti.

Cass. n. 11300/2007

Con riferimento alle indennità dovute al possessore ai sensi dell'art.1150 c.c., l'esecuzione di una costruzione senza autorizzazione (e perciò esposta, in mancanza di condono o di sanatoria, al pericolo di demolizione per ordine della compe­tente autorità amministrativa) non realizza un mi­glioramento indennizzabile, essendo al riguardo necessario un incremento non precario, ma stabile ed effettivo, nel patrimonio del proprietario. Né assume rilievo l'eventualità di una successiva sa­natoria dell'abuso, essendo in tal caso esperibile, ai sensi dell'art.2041 c.c., l'azione di arricchimento senza causa, nei limiti della differenza fra la som­ma dovuta ai sensi dell'art. 1150 c.c. e gli oneri economici derivanti dalla sanatoria.

Cass. n. 4024/2004

In tema di indennità prevista dall'art. 1150 c.c. a favore del possessore, anche se di mala fede, il diritto, astraendo dall'esistenza di un rapporto contrattuale esistente fra le parti, si correla all'in­cremento di valore attuale ed effettivo del patri­monio del proprietario determinato dai migliora­menti del bene al momento della sua restituzione. Ne consegue che costituisce domanda nuova e, come tale, è inammissibile in appello, la do­manda in questo grado proposta, ai sensi dell'art. 1150 c.c., dagli attori che in prime cure avevano chiesto, in relazione al dedotto inadempimento contrattuale, il risarcimento dei danni consistiti nelle spese sostenute per l'esecuzione delle opere che il venditore si era obbligato ad effettuare per il completamento del rustico oggetto della vendi­ta.

Cass. n. 16012/2002

Il diritto del possessore di buona fede ad un indennizzo, secondo la previsione dell'art. 1150 c.c., per i miglioramenti arrecati al bene altrui ed esistenti al tempo della restituzione, si correla all'incremento attuale ed effettivo che si verifica, in conseguenza di tali miglioramenti, nel patri­monio dell'attore in rivendicazione; pertanto ove il miglioramento consista in un'opera necessaria­mente destinata alla demolizione, deve escludersi la spettanza di tale indennizzo in considerazione della precarietà dell'aumento di valore conseguito dal fondo rivendicato.

Cass. n. 12342/2002

Il diritto ad una indennità per i migliora­menti arrecati alla cosa ed esistenti al tempo della restituzione, il quale si correla all'incremento at­tuale ed effettivo che si verifica, in conseguenza di tali miglioramenti, nel patrimonio del pro­prietario, spetta al possessore in ogni caso, ex art. 1150 c.c., avendo la distinzione tra possessore di buona o mala fede rilevanza unicamente ai fini del calcolo della indennità medesima. Ove detti miglioramenti siano costituiti da addizioni, il pro­prietario, in virtù del disposto dell'art. 936, quarto comma, espressamente richiamato, può obbliga­re il terzo ad asportarli, salvo che costui le abbia fatte in buona fede o che il proprietario stesso ne fosse a conoscenza e non vi si fosse opposto.

Cass. n. 6777/2001

Nelle controversie riconducibili alle fatti­specie regolate dagli artt. 1150 e 936 c.c. nessun indennizzo a carico del proprietario del fondo può essere preteso dal terzo costruttore che ab­bia realizzato l'opera in violazione della norma­tiva edilizia, autonomamente commettendo nel primo caso, o concorrendo nel secondo, i reati previsti e puniti dagli artt. 31 e 41 della legge n. 1150/42 e 10 e 13 della legge n. 765/67 e ciò non tanto perché possano essere poste in dubbio la sussistenza o l'entità della locupletazione del proprietario del fondo nella prospettiva di un ordine di demolizione da parte della pubblica amministrazione competente, quanto piuttosto perché è da ritenere in contrasto con i principi generali dell'ordinamento ed in particolare con la funzione dell'amministrazione della giustizia che possa l'agente conseguire indirettamente, ma pur sempre per via giudiziaria, quel vantaggio che si era ripromesso di ottenere nel porre in essere l'attività penalmente illecita e che in via diretta gli è precluso dagli artt. 1346 e 1418 c.c.

Cass. n. 8834/1997

Al possessore del fondo non spetta inden­nizzo per addizioni consistenti in edifici abusiva­mente eretti sullo stesso, non potendo ammettersi alcun indennizzo per lo svolgimento di un'attività illecita anche sotto il profilo penale.

Cass. n. 7985/1997

La previsione normativa di cui all'art. 1150, comma primo, c.c. accomuna, senza distinzioni di sorta, il possessore di mala fede a quello di buona fede quanto al riconoscimento del diritto al rimborso delle spese per le riparazioni straordi­narie, al pari di quella di cui al successivo comma quarto, per effetto della quale al rimborso delle spese per le riparazioni ordinarie ha diritto «il possessore (non meglio qualificato sotto il profilo dello status soggettivo) tenuto alla restituzione dei frutti». La distinzione tra possessore di buona e di mala fede rileva, pertanto, in quest'ultima ipotesi, al solo, limitato fine di individuare il dies a quo del dovuto rimborso, che coincide con il (diverso) momento a partire dal quale ciascuno di essi ri­sulti, rispettivamente, obbligato alla restituzione dei frutti (artt. 1148 e 1150 comma quarto c.c.).

Cass. n. 5866/1995

Nel caso in cui un coniuge consegni all'altro una somma di denaro e quest'ultimo la utilizzi per opere di miglioramento della casa coniugale, di sua proprietà, deve presumersi, in mancanza di prova contraria, che la consegna sia stata effettuata in adempimento dell'obbligo di con­tribuzione di cui all'art. 143 c.c. Tuttavia, essendo stata la somma impiegata in modo da compor­tare anche l'arricchimento esclusivo del coniuge accipiente, questi è tenuto ad indennizzare l'altro del vantaggio conseguito (nella specie, la corte di merito aveva attribuito un'indennità ex art. 1150 c.c.).

Cass. n. 8918/1991

Ai sensi dell'art. 1150 ult. comma c.c., qualora le addizioni sul bene altrui, costituente miglioramento, siano state apportate dal pos­sessore in buona fede, al possessore medesimo spetta un'indennità nella misura dell'aumento di valore conseguito dalla cosa, mentre resta esclusa la facoltà accordata al proprietario dall'art. 936 c.c. (scelta fra il pagamento di detto incremento e l'eventuale minore importo rappresentato dal valore dei materiali e dal prezzo della mano d'opera).

Cass. n. 6278/1990

Al possessore di azioni, il quale aderisca ad un aumento di capitale con denaro proprio, e poi subisca la rivendicazione dei titoli da parte del proprietario, deve riconoscersi l'indennità con­templata dall'art. 1150, secondo e terzo comma, c.c., tenendo conto che detto aumento di capitale, quali siano le modalità con cui venga attuato o le ragioni che lo abbiano determinato, segna un incremento della consistenza economica del bene da restituire al rivendicante. Peraltro, anche se tale indennità, per la buona fede del possessore (da presumersi), debba essere correlata al mag­gior valore del «pacchetto» azionario, il relativo ammontare non può coincidere con la maggior entità nominale delle azioni (e quindi con l'esbor­so affrontato per l'aumento di capitale), fino a che il possessore non deduca e dimostri un diverso prezzo di mercato dei titoli stessi.

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