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Articolo 2598 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Atti di concorrenza sleale

Dispositivo dell'art. 2598 Codice civile

Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi [2563, 2568, 2569] e dei diritti di brevetto [2584, 2592, 2593], compie atti di concorrenza (1) sleale chiunque:
1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione [2564] con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente;
2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente (2);
3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda [1175, 2599, 2600].

Note

(1) Si trovano in situazione di concorrenza tutte le imprese i cui prodotti e servizi concernano la stessa categoria di consumatori, pur operando in qualsiasi fase della produzione degli stessi. Deve trattarsi quindi di soggetti che operano nello stesso stadio della catena produttiva-distributiva di mercato.
(2) Si parla di concorrenza sleale per denigrazione o per vanteria quando vengono diffuse notizie ed apprezzamenti sull'attività altrui tali da screditare la medesima. E' richiesta una effettiva divulgazione ad una pluralità di persone, non essendo configurabile nell'ipotesi di esternazioni occasionali a singoli interlocutori.

Ratio Legis

La ratio della norma è quella di imporre alle imprese operanti nel mercato regole di correttezza e di lealtà, in modo che nessuna si avvantaggi, nella diffusione e collocazione dei propri prodotti, con l'utilizzo di metodi contrari all'etica commerciale.

Massime relative all'art. 2598 Codice civile

Cass. n. 4739/2012

La nozione di concorrenza sleale di cui all'art. 2598 c.c. va desunta dalla "ratio" della norma, che impone, alle imprese operanti nel mercato, regole di correttezza e di lealtà, in modo che nessuna si possa avvantaggiare, nella diffusione e collocazione dei propri prodotti o servizi, con l'adozione di metodi contrari all'etica delle relazioni commerciali; ne consegue che si trovano in situazione di concorrenza tutte le imprese i cui prodotti e servizi concernano la stessa categoria di consumatori e che operino quindi in una qualsiasi delle fasi della produzione o del commercio destinate a sfociare nella collocazione sul mercato di tali beni. Infatti, quale che sia l'anello della catena che porta il prodotto alla stessa categoria di consumatori in cui si collochi un imprenditore, questi viene a trovarsi in conflitto potenziale con gli imprenditori posti su anelli diversi, proprio perché è la clientela finale quella che determina il successo o meno della sua attività, per cui ognuno di essi è interessato a che gli altri rispettino le regole di cui alla citata disposizione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto la produzione e la distribuzione di "gabbiette" per tappi di bottiglia di vino frizzante strettamente connesse con la fabbricazione delle macchine che dette gabbiette producono, così che, pur a diversi livelli, i produttori di tali oggetti insistono nel medesimo settore di attività).

Cass. n. 18218/2009

In tema di contratti c.d. di sponsorizza­zione - nei quali beni particolarmente noti ed ammirati, inseriti in circuiti di manifestazioni, corse o regate seguite da un vasto pubblico ed utilizzati come veicolo di diffusione di messaggi pubblicitari, essendo corredati dal marchio o dalla denominazione dell'impresa che si vuole pubblicizzare - la tutela dei diritti all'immagine e alla denominazione del bene risulterebbe pre­giudicata qualora si consentisse a chiunque di ap­propriarsene a scopi pubblicitari, senza ottenere il consenso dei titolari e senza pagare le dovute. "royalties". Il danno, patrimoniale e non, causato da tale comportamento illecito è risarcibile, ai sensi degli artt. 2043 e 2059 c.c., sotto il profilo sia del c.d. annacquamento della denominazione e dello svilimento dell'immagine del bene, sia del pregiudizio economico per il mancato esborso del prezzo, che comunemente è dovuto per simili campagne pubblicitarie, mentre non è applicabile la tutela di cui all'art. 2598 ss. c.c., in tema di con­correnza sleale, per la mancanza di un rapporto di concorrenzialità tra le imprese.

Cass. n. 17144/2009

In tema di concorrenza sleale, presuppo­sto indefettibile dell'illecito è la sussistenza di una situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori, derivante dal contemporaneo esercizio di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune, e quindi la comunanza di clientela, la quale non è data dalla identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti, bensì dal­l'insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti che sono in grado di soddisfare quel bisogno. La sussistenza di tale requisito va verificata anche in una prospettiva potenziale, do­vendosi esaminare se l'attività di cui si tratta, con­siderata nella sua naturale dinamicità, consenta di configurare, quale esito di mercato fisiologico e prevedibile, sul piano temporale e geografico, e quindi su quello merceologico, l'offerta dei me­desimi prodotti, ovvero di prodotti affini e suc­cedanei rispetto a quelli offerti dal soggetto che lamenta la concorrenza sleale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, nella parte in cui, nonostante il di­verso pregio dei prodotti delle parti ed il diverso livello dei negozi presso cui essi erano reperibili, aveva ritenuto sussistente la confondibilità tra gli stessi, in virtù della loro appartenenza alla mede­sima categoria merceologica e dell'adozione di un marchio fortemente confondibile, che avrebbero potuto indurre il pubblico a ritenere entrambi i prodotti riconducibili all'attività della medesima impresa).

Cass. n. 21392/2005

La mancanza di un rapporto di concorren­zialità tra l'autore di un determinato fatto e l'im­prenditore che si assume da esso danneggiato, o anche la mancanza in capo al primo di una qual­siasi relazione con l'imprenditore concorrente tale da far ritenere che l'attività sia stata ogget­tivamente svolta nell'interesse di quest'ultimo, se valgono ad escludere rispetto all'autore del fatto l'ipotesi della concorrenza sleale, non impedi­scono però di configurare nei suoi confronti la responsabilità per fatto illecito di cui all'art. 2043 c.c. (Fattispecie relativa a domanda di risarci­mento del danno proposta da alcune società, qua­li titolari di un diritto sulla denominazione d'ori­gine «Salame Felino» in quanto operanti nella zona tipica di tale denominazione, nei confronti di un ente senza scopo di lucro, avente come fine istituzionale l'attività di c.d. normalizzazione tec­nica, in relazione alla divulgazione di una «norma tecnica» concernente l'individuazione delle com­ponenti di qualità del «Salame Felino» e delle sue tecniche di produzione, la quale, secondo le at­trici, non riproduceva le reali componenti tipiche del prodotto).

Cass. n. 560/2005

Presupposto giuridico per la legittima confi­gurabilità di un atto di concorrenza sleale è la sus­sistenza di una situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori (e la conseguente idoneità della condotta di uno dei due concorrenti ad arre­care pregiudizio all'altro, pur in assenza di danno attuale), così che la normativa dettata, in materia, dall'art. 2598 c.c. non può ritenersi applicabile ai rapporti tra professionisti (nella specie, avvocati). La nozione di azienda di cui al n. 3 dell'art. 2598 sopra citato, difatti, coincide con quella di cui al precedente art. 2555, stesso codice, sicchè (pur essendo innegabile che, sotto il profilo meramen­te ontologico, studi di liberi professionisti siano, di fatto, per personale, mezzi tecnici impiegati e quant'altro, assimilabili ad una azienda) l'intento del legislatore, inteso a differenziare nettamente la libera professione dall'attività d'impresa (inten­to confermato, tra l'altro, proprio con riguardo alla professione di avvocato, dal regime delle incompatibilità di cui all'art. 3 primo comma del R.D.L. 1578/1933, comprendente, tra l'altro, il divieto dell'esercizio del commercio in nome pro­prio o altrui, divieto privo di significato se lo stu­dio professionale fosse assimilabile ad un'azienda commerciale) va interpretato ed attuato nel senso della inapplicabilità tout court del regime di re­sponsabilità da concorrenza sleale ai rapporti tra liberi professionisti, e ció in via di interpretazione tanto diretta, quanto analogica, senza che possa, in contrario, invocarsi il disposto di cui all'art. 2105 c.c., funzionale alla disciplina della respon­sabilità contrattuale del prestatore nei confronti del proprio datore di lavoro ed alla repressione di una fattispecie di concorrenza illecita, laddove l'art. 2598 attiene alla responsabilità extracontrattuale tra imprenditori onde reprimerne com­portamenti di concorrenza sleale.

Cass. n. 13071/2003

Il principio secondo il quale la concorrenza sleale deve ritenersi fattispecie tipicamente ricon­ducibile ai soggetti del mercato in concorrenza, non configurabile, quindi, qualora non sussista il cosiddetto «rapporto di concorrenzialità», non esclude la sussistenza di un atto di concorrenza sleale anche nel caso in cui un tale atto sia posto in essere da colui il quale si trovi con il soggetto avvantaggiato in una particolare relazione, in grado di far ritenere che l'attività sia stata ogget­tivamente svolta nell'interesse di quest'ultimo; peraltro, a detto fine è insufficiente la mera circo­stanza del vantaggio arrecato all'imprenditore concorrente, ma neppure occorre che sia stato stipulato con questi un pactum sceleris, essendo invece sufficiente il dato oggettivo consistente nell'esistenza di una relazione di interessi tra autore dell'atto ed imprenditore avvantaggiato; in carenza del quale l'attività del primo può inte­grare un illecito ex art. 2043, c.c., non anche un atto di concorrenza sleale. (Nella specie, un rap­presentante di commercio di tre diverse imprese aveva compiuto atti diretti. a sviare la clientela di un imprenditore in favore di una impresa da lui non rappresentata; la S.C., in applicazione del succitato principio di diritto, ha cassato la sentenza impugnata, la quale aveva ritenuto la re­sponsabilità del rappresentante di commercio ex art. 2598, c.c., anche in mancanza di prova della esistenza di una relazione di interessi tra il pre­detto e l'imprenditore concorrente avvantaggiato dall'atto di concorrenza sleale).

Cass. n. 5375/2001

Il principio secondo il quale la concorrenza sleale deve ritenersi fattispecie típicamente ricon­ducibile ai soggetti del mercato in concorrenza, non configurabile, pertanto, ove manchi tale presupposto soggettivo (il cosiddetto «rapporto di concorrenzialità»), non esclude la legittima predicabilità dell'illecito concorrenziale anche quando l'atto lesivo del diritto del concorrente venga compiuto da un soggetto (cosiddetto terzo interposto) il quale, pur non possedendo egli stes­so i necessari requisiti soggettivi (non essendo, cioè, concorrente del danneggiato), agisca tut­tavia per conto di (o comunque in collegamento con) un concorrente del danneggiato stesso, es­sendo egli stesso legittimato a porre in essere atti che ne cagionino vantaggi economici. In tal caso, pertanto, il terzo va legittimamente ritenuto re­sponsabile, in solido, con l'imprenditore che si sia giovato della sua condotta, mentre, mancando del tutto siffatto collegamento tra il terzo autore del comportamento lesivo del principio della corret­tezza professionale e l'imprenditore concorrente del danneggiato, il terzo stesso è chiamato a ri­spondere ai sensi dell'art. 2043 c.c., e non anche del successivo art. 2598, con tutte le conseguenti differenze in tema di prova dell'elemento psicolo­gico dell'illecito de quo. (Nell'affermare il princi­pio di diritto che precede, la Suprema Corte ha, peraltro, confermato, nella specie, la sentenza del giudice di merito, che aveva ritenuto la sus­sistenza dell'ipotesi concorrenziale tipica ex art. 2598 n. 3 c.c. nel comportamento della Camera di commercio di Gorizia ? che aveva arbitraria­mente ampliato i confini della cosiddetta «zona franca» consentendo, in tal modo, ai produttori di birra residenti di estendere la loro attività fi­scalmente agevolata al più ampio territorio provinciale in danno dei concorrenti di diversa residenza, chiamati ad affrontare un maggior costo d'impresa ? poiché in nessuna delle due fasi di merito era stata sollevata la questione della mancanza di collegamento tra la predetta Camera di commercio e gli imprenditori avvantaggiati, e le relative doglianze, rappresentate per la prima volta in sede di giudizio di legittimità, erano da considerarsi inammissibili in rito, pur se fondate in fatto).

Cass. n. 1617/2000

In tema di concorrenza sleale, presupposto indefettibile della fattispecie di illecito prevista dall'art. 2598 c.c. è la sussistenza di una effettiva situazione concorrenziale tra soggetti economici, il cui obiettivo consiste nella conquista di una maggiore clientela a danno del concorrente. Ne consegue che la comunanza di clientela — data non già dalla identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti delle due imprese, bensì dall'insieme dei consumatori che sentono il medesimo biso­gno di mercato, e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti che quel bisogno sono idonei a soddi­sfare - è elemento costitutivo di detta fattispecie, la cui assenza impedisce ogni concorrenza, ¡ion potendo ritenersi decisiva di per sè, a tali effetti, la circostanza, da utilizzare solo come criterio integrativo, della identità del procedimento di commercializzazione adottato. Peraltro, la sus­sistenza della predetta comunanza di clientela va verificato anche in una prospettiva potenziale, do­vendosi, al riguardo, esaminare se l'attività di cui si tratta, considerata nella sua naturale dinamici­tà, consenta di configurare, quale esito di merca­to fisiologico e prevedibile, sul piano temporale e geografico, e, quindi, su quello merceologico, l'offerta dei medesimi prodotti, ovvero di prodotti affini o succedanei rispetto a quelli attualmente offerti dal soggetto che lamenta la concorrenza sleale. (Nella fattispecie, la S.C. ha confermato la decisione della corte di merito che, in difformità da quella del giudice di primo grado, aveva esclu­so la configurabilità della concorrenza sleale nel­l'attività di una società che offriva prodotti per il corpo direttamente a domicilio dei consumatori, attraverso un particolare sistema di concessiona­rie, già adottato da altra società, produttrice di contenitori di uso casalingo).

Cass. n. 11047/1998

In tema di concorrenza sleale, l'attacco ingiusto diretto a ledere le posizioni ed i diritti tutelati dall'art. 2598 c.c., e, in particolare, idoneo a confondere il pubblico circa la qualità merceo­logica dei prodotti offerti, con evidente vantaggio conseguente ad una comparazione tra i prezzi di vendita che non dia conto, in virtù della confusio­ne così ingenerata nel consumatore, della diffe­rente struttura del costo di produzione, legittima una reazione, da parte del soggetto leso, volta a ri­stabilire la verità dei fatti onde consentire al pub­blico la conoscenza circa la intrinseca diversità tra i prodotti rispettivamente commercializzati, senza che l'autore della reazione possa essere considerato responsabile del danno conseguente­mente arrecato all'aggressore, e senza che spieghi influenza, in contrario, la natura extracontrattuale dell'illecito di cui all'art. 2598 c.c. (Nella specie, la Federargentieri aveva denunciato, attraverso una campagna di stampa, la diffusione di un fenomeno commerciale, ritenuto poi scorretto anche in sede giurisdizionale, consistente nella immissione sul mercato, da parte di svariate imprese, di oggetti in materiale sintetico rivestiti da una sottile pati­na d'argento applicata mediante bagno galvanico, oggetti sui quali veniva apposto il marchio con­trassegnante i prodotti in metallo prezioso ed il relativo titolo in millesimi, così da farli apparire e porre in vendita come prodotti d'argenteria, in­troducendo sul mercato un inammissibile fattore di confusione. La S.C., nell'enunciare il principio di diritto di cui in massima, ha confermato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto legittimo, sotto il profilo dell'autotutela, tale com­portamento della parte lesa).

Cass. n. 4458/1997

La nozione di concorrenza sleale contenuta nella norma di cui all'art. 2598 c.c., deve essere desunta dalla ratio della norma stessa che impone alle imprese operanti nel mercato, regole di cor­rettezza e di lealtà, in modo che nessuna si possa avvantaggiare nella diffusione e collocazione dei propri prodotti o servizi, con l'adozione di metodi contrari all'etica delle relazioni commerciali. Ne consegue che si trovano in situazioni di concorrenza tutte le imprese i cui prodotti e servizi con­cernano la stessa categoria di consumatori e che operano quindi in una qualsiasi delle fasi della produzione o del commercio destinata a sfociare nella collocazione sul mercato di tali beni. Infatti, quale che sia l'anello della catena che porta il prodotto alla stessa categoria di consumatori in cui si collochi un imprenditore, questi viene a trovarsi in conflitto potenziale con gli imprenditori posti su anelli diversi, proprio perché è la clientela fina­le quella che determina il successo o meno della sua attività, onde ognuno di essi è interessato che gli altri rispettino le regole di cui all'art. 2598 c.c.

Cass. n. 6887/1996

La concorrenza sleale deve, comunque, consistere in attività dirette ad appropriarsi ille­gittimamente dello spazio di mercato ovvero della clientela del concorrente, che si concretino nella confusione dei segni prodotti, nella diffusione di notizie e di apprezzamenti sui prodotti e sull'at­tività del concorrente o in atti non conformi alla correttezza professionale; con la conseguenza che l'illecito non pub derivare dal danno commerciale in sé, né nel fatto che una condotta individuale di mercato produca diminuzione di affari nel concorrente, in quanto il gioco della concorrenza rende legittime condotte egoistiche, dirette al per­seguimento di maggiori affari, attuate senza rot­tura delle indicate regole legali della concorrenza. (Affermando tale principio, la Suprema Corte ha confermato la decisione di merito che non ha ritenuto configurabile un illecito concorrenziale nell'attività di una impresa di vendite per corri­spondenza, la quale, acquistati legittimamente all'estero diversi capi d'abbigliamento di una casa italiana d'alta moda, li ha messi in vendita me­diante catalogo postale, non determinando tale attività una scorretta ingerenza nella diffusione selettiva e nell'organizzazione d'impresa della casa di moda).

Cass. sez. un. n. 12103/1995

L'illecito concorrenziale di cui all'art. 2598 c.c. non si perfeziona necessariamente attraverso la produzione di un pregiudizio attuale al pa­trimonio del soggetto concorrente, essendo suffi­ciente la potenzialità o il pericolo di un danno, concretantesi nell'idoneità della condotta vietata a cagionare un pregiudizio.

Cass. n. 4096/1991

Anche con riguardo a società che, sebbene sciolta, non sia ancora estinta, l'attualità dell'eser­cizio dell'attività sociale di impresa implica che ben possono qualificarsi come di concorrenza sleale gli atti ex art. 2598 c.c. idonei a pregiudi­care gli interessi dell'azienda sociale.

Cass. n. 4755/1986

Con riguardo al pregiudizio che la reputa­zione del prodotto d'impresa subisca a causa del comportamento altrui, come nel caso di merce che riceva uno svilimento dal fatto del rivenditore che la consegni in confezioni rovinate o mano­messe (nella specie, trattandosi di profumi ed altri articoli di bellezza), la non configurabilità di atti di concorrenza sleale, ai sensi dell'art. 2598 c.c., per difetto dei relativi requisiti, quale, nella suddetta ipotesi, la mancanza di un avvantaggiamento dell'imprenditore concorrente per effetto di quel comportamento del rivenditore, non im­plica di per sé che il comportamento medesimo debba essere considerato espressione del princi­pio di libera concorrenza, potendo esso integrare gli estremi dell'illecito aquiliano, ove l'indicato pregiudizio della reputazione della merce venga a riflettersi negativamente sulla reputazione dell'impresa produttrice, e quindi sulla sua sfera patrimoniale.

Cass. n. 2020/1982

I vantaggi, in termini di avviamento e clien­tela, che derivano al committente dall'attività pro­mozionale svolta dall'agente, restano acquisiti al committente medesimo, anche dopo l'estinzione del rapporto di agenzia, come bene appartenente alla sua azienda, tutelabile contro eventuali atti di concorrenza sleale, pure se provenienti dall'agen­te stesso dopo la suddetta estinzione del rapporto.

Cass. n. 742/1981

Il terzo, anche non imprenditore, che senza essere ausiliario o dipendente coopera con l'im­prenditore, diretto autore dell'atto di concorren­za sleale, fornendogli i mezzi idonei — anche mediante il compimento di atti semplicemente preparatori e agevolativi (nella specie: fornitura di stampi di gomma che l'imprenditore avrebbe utilizzato per la produzione di statuine identiche a quelle già ammesse sul mercato da un'impresa concorrente) — risponde a titolo di concorrenza, in applicazione della regola della responsabilità solidale nell'illecito, sempreché gli effetti di que­sto possano farsi a lui risalire attraverso il colle­gamento anche psicologico della sua attività con l'atto concorrenziale. Tale collegamento psicolo­gico non richiede necessariamente il dolo diretto alla consumazione dell'illecito, ma può risiedere anche soltanto nella colpa, intesa quale possibilità di prevedere, con la prestazione della doverosa attenzione e con l'adozione delle necessarie precauzioni, l'utilizzazione che l'imprenditore con­corrente potrà fare dell'attività del terzo o delle cose da lui fornite.

Cass. n. 2996/1980

Devono considerarsi concorrenziali anche gli atti riferibili ad un'attività imprenditoriale in via di organizzazione ovvero compiuti in danno di chi stia organizzando la propria attività im­prenditrice; ne consegue che la società poste­riormente sorta è tenuta a rispondere degli atti di concorrenza sleale oggettivamente lesivi di un imprenditore concorrente, anche se realizzati du­rante la fase organizzativa, qualora gli atti stessi siano collegati con l'oggetto e l'interesse sociale, essendo necessaria e sufficiente una potenziale comunanza di mercato o di clientela.

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Anonimo chiede
martedì 26/09/2017 - Lombardia
“Buonasera, sono un subagente assicurativo, ad oggi lavoro con un mandato e la mia agenzia di riferimento commercializza polizze di una nota compagnia assicurativa da Gennaio 18 mi dimetterò e otterrò mandato da una agenzia di una sua concorrente ,nel attuale mandato non ho nessun patto di non concorrenza quindi nessuna indennitá in denaro.
Vorrei, una volta preso il mandato con la nuova agenzia, contattare tutti i miei clienti (tutti acquisiti da me e fidelizzati nel corso degli anni) per avvisare del mio passaggio a nuova compagnia, e sicuramente la maggior parte mi chiederanno un preventivo il quale sará certamente più vantaggioso per delle scontistiche che la nuova compagnia mi mette a disposizione.
Vi scrivo per capire qual'è la linea da non superare per incappare nella concorrenza sleale, mi spiego meglio con degli esempi:

Posso tenermi un documento excell redatto da me con la lista di tutti i clienti e i dati personali (num telefono, mail, data sottoscrizione polizza, premio annuo) ?

Posso contattare i miei clienti per proporre nuove polizze (o io devo solo limitarmi ad avvisare del cambio e solo se saranno loro a chiedermi info potrò operare)?

Da quello che ho capito non é concorrenza sleale se non denigro la vecchia compagnia e se non utilizzo banche dati create da loro, ma se mettessi a confronto le due polizze (la pol della vecchia compagnia utilizzando documenti che ai tempi ho consegnato al cliente o che reperirei sul web) e la nuova proposta risulterebbe obiettivamente più vantaggiosa in termini di costi per il cliente, rischierei?

da quanto mi é stato riferito, se apporto un vantaggio al consumatore e non denigro la vecchia mandante o utilizzo banche dati di proprietá dovrei essere in una botte di ferro, ma sono cose cosi delicate che preferisco chiedere a voi esperti

Grazie mille”
Consulenza legale i 03/10/2017
La fattispecie descritta rientra in quella disciplinata dall’articolo 2598 del Codice Civile, il quale regola gli atti di concorrenza sleale.

Le pronuncie dei giudici sul tema specifico non sono del tutto omogenee, soprattuto perchè ogni caso concreto analizzato ha le sue sfaccettature e la pronuncia, alla fine, deve risolvere il caso concreto.
Vediamo di analizzare qualche pronuncia.

Una pronuncia del Tribunale di Mantova dell'ottobre 2003 ha affrontato il tema dell’attività concorrenziale posta in essere da soggetti che in precedenza hanno operato all’interno dell’organizzazione imprenditoriale concorrente, disponendo di notizie, informazioni ed esperienze tali da poter pregiudicare l’equilibrio concorrenziale (c.d. concorrenza differenziale).
In particolare, la pronuncia citata si riferisce alla figura di un agente assicurativo, il quale, cessato il rapporto di lavoro con un’impresa di assicurazioni, ha iniziato a lavorare per un’impresa concorrente, avvalendosi di notizie riservate relative alla clientela della "vecchia" assicurazione, attraverso elenchi dettagliati dei clienti.
Da un lato, continuava a gestire i rapporti assicurativi facendosi delegare dai clienti stessi per il compimento delle relative attività (come il pagamento dei premi), così impedendo l’instaurazione del rapporto con i nuovi agenti, dall’altro, presentandosi a loro in prossimità delle scadenze, li convinceva a non rinnovare i contratti ed a concluderne di nuovi con la società per cui lavorava; alla precedente assicurazione pervenivano infatti centinaia di disdette, tutte uguali, confezionate dall’ex agente. Alcune delle disdette erano anche risultate false, e l’attività era compiuta denigrando con notizie false la vecchia compagnia assicuratrice.
L'impresa ha proposto ricorso, poi concesso, per ottenere un provvedimento cautelare d’urgenza ex art. [[n700pc]] c. proc. civile per inibire l’utilizzo delle informazioni relative alla clientela da parte dell’ex agente, provvedimento confermato dal Tribunale di Mantova.

Bisogna citare altresì una pronuncia della Corte di Cassazione del 1991, che ha stabilito i princìpi e definito l’ambito di applicazione dell’art. 2598 c.c. relativamente allo storno di clientela da parte di ex dipendente. Come nel caso di cui al quesito, l’analisi condotta dalla Corte si svolge “al di fuori di qualsiasi pattuizione di non concorrenza”: in tal caso, l’attività concorrenziale in sé è lecita, ma con il limite codicistico previsto dalla citata norma e dall'art. 2600 c.c. che sanziona la concorrenza sleale.
La Corte di Cassazione ha compiuto una distinzione fondamentale tra la “situazione concorrenziale fisiologica”, che consiste nell’acquisizione di clienti altrui attraverso la proposizione di più efficienti servizi o migliori condizioni economiche contrattuali, che “costituisce componente della normale competitività concorrenziale”, valore dell’economia di mercato e fonte di sviluppo economico delle imprese, dalla c.d. “concorrenza parassitaria” in senso ampio, “volta a sviare a proprio vantaggio i valori di iniziative originali ovvero dei valori aziendali delle imprese concorrenti”.
Parallelamente la Corte ha stabilito che, se da un lato il lavoratore può crescere professionalmente proprio in virtù delle conoscenze acquisite nel corso del rapporto di lavoro e che tali competenze possono legittimamente costituire supporto nell’impostazione di nuove iniziative imprenditoriali, dall’altro, nel momento in cui l’ex dipendente offre la sua professionalità arricchita ad altra impresa o ne diventi titolare, scatta l’operatività delle regole di “correttezza professionale”, le quali impongono innanzitutto il rifiuto della concorrenza parassitaria.
La sentenza della Cassazione ha spiegato che le informazioni relative alla clientela ed ai rapporti tra l’impresa e la clientela stessa costituiscono “per loro natura la riserva operativa interna di ogni impresa che, in quanto tale, non è destinata ad essere offerta alla conoscenza dei terzi ed è destinata a rimanere riservata, come garanzia di validità funzionale dell’iniziativa imprenditoriale”. In quest’ottica, le informazioni relative alla clientela sono per loro natura riservate e l’utilizzazione a proprio vantaggio di esse può costituire una delle forme di concorrenza parassitaria in senso lato, contrarie ai princìpi della professionalità imprenditoriale e come tali illecite, ma la Corte ha anche precisato che l’illiceità della condotta non deve essere ricercata episodicamente, ma deve essere desunta dall’insieme della manovra posta in essere per danneggiare il concorrente o per approfittare sistematicamente del suo avviamento sul mercato.
La decisione della Corte di Cassazione del 1991 è stata successivamente ripresa nel 1999 da una sentenza di merito, relativa al caso di un agente assicurativo. Il Tribunale di Trento, nel 1999, ha escluso la responsabilità dell’ex agente, ritenendo che la condotta posta in essere non costituisse concorrenza sleale, osservando che, nel caso concreto, non era possibile rilevare l’esistenza di una manovra volta al danneggiamento del concorrente o all'approfittamento sistematico del suo avviamento sul mercato; infatti, il particolare rapporto personale che legava l’agente agli assicurati escludeva il fatto che l’acquisizione sistematica della clientela alla nuova compagnia derivasse dalla conoscenza di notizie riservate, quanto piuttosto dalla mera conoscenza in capo agli assicurati del passaggio dell’agente da una compagnia all’altra. Se l’agente si era "approfittato" di un fattore, questo era la stima e la fiducia che in lui nutrivano gli assicurati, ma ciò era frutto della preparazione e della capacità professionale che l’agente aveva acquisito e/o affinato durante il preesistente rapporto, liberamente utilizzabili nel gioco della concorrenza.

Quest’ultima sentenza si pone in apparente contrasto con la decisione del Tribunale di Mantova di cui sopra. Tuttavia, i princìpi sottesi sono i medesimi; la differenza si rinviene nei comportamenti oggetto di giudizio, che possono atteggiarsi in maniera molto diversa: se la mera comunicazione alla clientela di aver cambiato compagnia è lecita, illecita risulta la condotta di chi si rechi dai clienti per convincerli a cambiare assicurazione o addirittura di chi non espliciti chiaramente la sua condizione di ex agente, approfittando della confusione ingenerata nella clientela.

Nel 2014, i Tribunali di Milano, con la sentenza n, 3958 del 2014, e di Genova, con la sentenza n. 6579/14, si sono pronunciati su ricorsi presentati da alcune compagnie assicurative contro propri ex agenti, che avevano illegittimamente fotocopiato e trattenuto la documentazione contrattuale del "loro" portafoglio, in vista dello sviamento di clientela in favore della nuova compagnia in procinto di rilasciare loro il mandato. In entrambe le vicende, in vista del cambio di compagnia, un agente ha allestito un proprio "archivio" composto dai dati personali e contrattuali dei clienti intermediati, in vista dell'invio di una pluralità di disdette volte allo sviamento di clientela. Tali attività configurerebbero, ad unanime avviso dei giudici, una violazione del diritto di proprietà industriale della compagnia sui dati personali e contrattuali dei propri clienti. Da una parte, "il fatto che l'agente cerchi di portarsi, nel nuovo rapporto d'agenzia, il cliente è attività illegittima e professionalmente scorretta". Dall'altra parte, "il fatto che l'assicuratore concorrente attiri il cliente medesimo, con tariffe più basse, appartiene, ugualmente, all'ambito dell'illegittimità e della scorrettezza professionale", e sarebbe onere della nuova compagnia mandante, "conoscendo i pregressi rapporti dell'agente, di compiere tutti i necessari accertamenti, prima della stipula delle nuove polizze procurategli", per stabilire se ciò avvenisse, illegittimamente, a scapito della prima compagnia.

Alla luce di quanto esposto, quindi, si consiglia prudenza.
Se da un lato avvisare i clienti del cambio di agenzia può ritenersi attività concorrenzialmente lecita da un punto di vista del libero mercato e della correttezza professionale, convincerli a stipulare nuove polizze o addirittura denigrare la precedente agenzia potrebbe importare responsabilità come concorrenza sleale. Se sono i clienti, invece, che per la stima che ripongono in lei, spontaneamente si propongono di seguirla nella nuova compagnia e nella sottoscrizione di una nuova polizza ... allora non v'è alcun problema. Va trovata la giusta formula.

Anonimo chiede
martedì 11/04/2017 - Lazio
“Buongiorno, vi scrivo per ricevere una consulenza rigurado ad un progetto che intendo realizzare e che potrebbe, sebbene senza dolo da parte mia, incorrere nella c.d. concorrenza sleale o violazione di copyright.
Nello specifico ho intenzione di comercializzare all'ingrosso dei prodotti che abbiano attinenza con la mia città; io ed il mio team abbiamo regolarmente acquistato delle illustrazioni (e relative licenze per la vendita) riferite ad alcuni elementi architettonici tipici della mia città. Il mio grafico ha realizzato, partendo da tali immagini, delle nuove e originali opere frutto dell'unione di più immagini e della propria abilità.

Il problema, nello specifico, è che la mia città di origine è sede di una manifestazione estremamente conosicuta non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Per questo motivo, senza violare alcun copyright posseduto dalla società che detiene regolarmente i diritti, abbiamo pensato di inserire un elemento ( regolarmente acquistato da noi) che richiami in modo esplicito, tale evento. Non abbiamo preso spunto da oggetti già prodotti dalla sopracitata società nè abbiamo utilizzato una terminologia che anche lontanamente abbia a che fare con questo evento.

Proprio quest'anno si festaggia una ricorrenza speciale e perciò abbiamo pensato di inserire il numero ( in cifre arabe) di tale edizione e in un altro soggetto l'anno di inizio e l'anno attuale.
La società organizzatrice ha prodotto un logo specifico per festeggiare tale ricorrenza.

Il mio quesito è il seguente: è possibile che la società detentrice dei diritti di immagine possa agire contro le mie opere ?
Nel caso in cui mettessi in vendita tali prodotti incorrerei in una violazione o illecito sfruttamento ?
E' questo il caso del c.d. atto di confusione ?

Spero di essere stato chiaro ed esaustivo.
Vi ringrazio per la disponibilità.”
Consulenza legale i 19/04/2017
Gli elementi forniti nel quesito non consentono, ad avviso di chi scrive, di ravvisare un’ipotesi di concorrenza sleale in capo alla società che intende sfruttare l’evento che si tiene nella sua città per promuovere i propri prodotti.

Va preliminarmente e doverosamente chiarito che è difficile fornire un parere esaustivo e specifico in merito se non si prende visione dei prodotti in questione ed altresì di quanto, invece, commercializzato/pubblicizzato dalla società che detiene (a quel che è scritto nel quesito) i diritti di immagine legati alla manifestazione cittadina.

In generale si può dire che affinché si abbia concorrenza sleale occorre, prima di ogni altra cosa, che l’imprenditore utilizzi o imiti i segni distintivi di un altro imprenditore: nel caso di specie, pare che già tale fondamentale presupposto manchi, dal momento che si parla di elementi grafici che richiamano l’evento cittadino ma senza l’utilizzo dei “segni distintivi” propri dell’altra società.
Se le immagini, le forme, gli slogan utilizzati non richiamano esplicitamente o implicitamente quelle altrui, ma più semplicemente viene richiamato all’attenzione del consumatore finale l’evento tipico della città utilizzando elementi grafici del tutto nuovi e slegati da quelli dell’altra società, non si ravvisa l’elemento dell’uso di segni distintivi altrui e, quindi, il presupposto essenziale per la “confusione” cui si accenna nel quesito.

Quest’ultima fattispecie (art. 2598 n. 1 cod. civ.) presuppone che i segni della società A che detiene i diritti legati alla manifestazione abbiano attitudine “distintiva” della società stessa, ovvero siano capaci di contraddistinguere l’imprenditore in questione sul mercato: quindi, se un altro imprenditore B utilizza segni uguali o simili a quelli di A, crea confusione in capo alla clientela, che viene indotta a pensare che i prodotti di B siano in realtà riferibili ad A, con evidente vantaggio per la prima e danno economico per la seconda.

Per lo stesso motivo pare doversi escludere l’”imitazione servile” (sempre n. 1 del 2598 cod. civ.), perché – nel caso di specie – non viene posta in essere alcuna “imitazione” dei prodotti concorrenti, o meglio non viene posta in essere con lo scopo di creare confusione nel pubblico.

Si noti bene, infatti, che l’imitazione fedele di prodotti altrui non è di per sé illecita, ma lo è solamente laddove sia confusoria: chi lamenta un danno sotto questo profilo deve dunque dimostrare che l’imitazione da parte del concorrente investe nello specifico quegli elementi che servono a distinguere il suo prodotto sul mercato. E questo carattere di “originalità” sussiste solo laddove il prodotto in questione presenti degli aspetti formali nuovi rispetto a ciò che è già noto.
Da questo punto di vista, per tornare alla fattispecie in esame, non si ravvisano elementi per affermare un’imitazione servile confusoria.

Per ciò che riguarda, invece, il diritto d’autore e le sue possibili violazioni, va ricordato che la disciplina del diritto d’autore assicura tutela non alle semplici idee, ma alla loro concretizzazione esterna, ovvero alla forma che esse assumono, forma che deve presentare i caratteri dell’originalità e della novità oggettiva.

Per questo motivo, nel caso in esame, è evidente che – per quanto riguarda il logo creato ex novo ed originalmente dalla società che detiene i diritti sull’evento – non potrà essere utilizzato il medesimo identico logo né creato un logo simile che possa creare confusione con il primo.
Lo stesso valga per eventuali prodotti eventualmente creati ad hoc in relazione all’evento cittadino e che abbiano assunto una forma particolarmente creativa ed originale che li rende unici e riconducibili solamente a quel determinato autore (la società di cui si discute).

Si riportano infine due pronunce, datate ma ancora valide nei principi che esprimono, che possono costituire un utile spunto di riflessione in casi come quello di cui al quesito che ci occupa:

- “Il titolo di un'opera è protetto ai sensi dell'art. 100 l. 22 aprile 1941, n. 633 sul diritto d'autore non come bene autonomo, ma in quanto individua l'opera stessa, sicché non può esistere un diritto al titolo ove non esista l'opera dell'ingegno tutelata da esso individuata. La tutela prevista dal citato art. 100 non può, pertanto, attribuirsi ad una sigla volta ad individuare una manifestazione consistente in un incontro fra artisti (nella specie cosiddetti Madonnari) con periodicità annuale e nello svolgimento fra gli stessi di una gara. Invero, la manifestazione organizzativa, anche se a contenuto artistico, non può mai costituire un'opera dell'ingegno tutelata ai sensi della legge n. 633 del 1941, giacché essa di esaurisce in sè stessa e non realizza un'opera avente una sua estrinsecazione materiale idonea a circolare o ad essere riprodotta separatamente dall'idea creativa.” (Cassazione civile, sez. I, 05/02/1988, n. 1264);

- “L'idea pubblicitaria, ancorché dotata del requisito della creatività, non è compresa nella elencazione delle opere protette, contenuta nell'art. 2575 c.c. e nell'art. 1 l. 22 aprile 1941 n. 633, elencazione che ha carattere tassativo. L'idea pubblicitaria non può essere considerata come lavoro di ingegneria od opera analoga protetta dall'art. 99 della citata legge n. 633 del 1941.” (Corte appello Milano, 02/10/1981).

In ogni caso, lo si ripete per correttezza, sarebbe necessario visionare i prodotti e gli elementi grafici di cui si sta parlando, per poterli mettere a confronto; sarebbe necessario inoltre approfondire il significato delle frasi “abbiamo pensato di inserire un elemento ( regolarmente acquistato da noi) che richiami in modo esplicito, tale evento” e “abbiamo pensato di inserire il numero ( in cifre arabe) di tale edizione e in un altro soggetto l'anno di inizio e l'anno attuale” (a quale “soggetto” si fa riferimento?); infine, occorrerebbe – a titolo di completezza – effettuare una ricerca (laddove ciò non sia già stato fatto) per verificare sotto il profilo formale (ad esempio presso l’Ufficio marchi e brevetti o il Ministero dei Beni Culturali) se vi siano e quali siano, nello specifico, i diritti che fanno capo alla società che pubblicizza la manifestazione cittadina.

Anonimo chiede
martedì 13/12/2016 - Sardegna
“Salve, sono un piccolissimo importatore di articoli da regalo,
ho acquistato in Cina tramite un sito internet dei puzzle in legno tridimensionali che si animano grazie a dei pannelli solari, la spesa totale dell'importazione è stata circa 18 mila dollari.
La ditta fornitrice ha fornito i vari certificati necessari all'importazione.
Il problema nasce dal fatto che un'altro importatore italiano di cui io ero cliente (tramite una società diversa da quella usata per la mia importazione) ha importato in precedenza lo stesso articolo e adesso minaccia(ad oggi solo verbalmente) persecuzione legale nei miei confronti per concorrenza sleale, la ditta cinese fornitrice non è la stessa della mia.
Le cosiderazioni sono queste:
1)gli articoli in oggetto sono praticamente identici (questo l'ho scoperto solo quando sono arrivati in italia)
2)i certificati CE degli articoli in questione del mio fornitore sono del 2016 mentre quelli della ditta fornitrice di cui si è avvalsa controparte del 2012.
3)Nelle scatole e nelle istruzioni non c'è indicato nessun copiright o riferimento a patenti d'importazione (nè nelle sue e tantomeno nelle mie).
4) Sono stato cliente della controparte ma tramite una ditta diversa da quella che poi ha importato gli articoli in questione.
Non so bene come comportarmi o come avrei dovuto comportarmi.
Grazie Cordiali Saluti

Consulenza legale i 19/12/2016
Gli atti di concorrenza sleale sono disciplinati dall’art. 2598 cod. civ., il quale, nella parte che qui ci interessa maggiormente, recita: “(…) compie atti di concorrenza sleale chiunque:
1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente; (…)”; (3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda”.

Presupposto di una situazione di concorrenzialità è che si tratti di attività svolta da due imprenditori, e che vi sia l’idoneità della condotta di uno dei due ad arrecare un pregiudizio all’altro, anche solo potenziale. Infatti, l’art. 2598 c.c. non richiede il danno effettivo: la condotta concorrenziale è illecita anche quando costituisce un potenziale danno per l’altrui attività imprenditoriale.
Per “danno” si intende il concreto rischio che l’uno tolga all’altro uno spazio di mercato: un atto di concorrenza è riscontrabile solo ove vi sia l’astratta possibilità di una clientela comune. E’ sufficiente a tal fine il contemporaneo esercizio, da parte di più imprenditori, di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune.

Per tornare al quesito, dunque, occorre in primo luogo verificare (ma ciò non risulta esplicitato nel testo) - presumendo che i due importatori svolgano tale attività a titolo professionale - se questi ultimi operino nello stesso spazio di mercato e/o comunque che possano raggiungere potenzialmente la medesima clientela (per vicinanza territoriale, per categoria merceologica venduta, ecc.).

Ciò detto, nel caso di specie pare potersi ipotizzare la fattispecie concorrenziale tipica dell’”imitazione servile” (2598 secondo comma): in tal caso, occorre che la parte che si assume lesa dimostri non solo la priorità della forma del prodotto che si ritiene sia stata imitata ma soprattutto il carattere distintivo (e non funzionale) sul mercato della medesima.
Chi agisce in concorrenza, insomma, non può limitarsi a provare che il proprio prodotto è imitato fedelmente da quello concorrente ma deve anche dimostrare che l’imitazione è confusoria perché investe quegli elementi che servono a distinguere il suo prodotto sul mercato, così risultando idonea a generare confusione nel pubblico.
Nel caso di specie, dunque, sarebbe necessario che l’importatore che si ritiene leso dimostrasse che quell’articolo, da lui importato per primo e poi venduto al pubblico, ha una reale capacità distintiva sul mercato, tale da renderlo facilmente riconoscibile dalla clientela come prodotto di quel determinato imprenditore.
Ad avviso di chi scrive, tale fattispecie concorrenziale - di fatto - dovrebbe escludersi, salva l’ipotesi della vendita in esclusiva, ovvero che il prodotto importato di cui si discute sia stato acquistato dal fornitore cinese, con l’accordo che l’importatore italiano vendesse il prodotto stesso in esclusiva.

Al di fuori dell’imitazione servile, è concorrente sleale chi “compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente”. In questa categoria residuale di atti concorrenziali può rientrare, evidentemente, qualsiasi condotta astrattamente idonea a danneggiare l’altrui attività: tuttavia, anche in tale ipotesi, si potrà/dovrà valutare solo caso per caso e spetterà a chi agisce come parte lesa provare la potenzialità lesiva dell’attività imprenditoriale altrui.

Si precisa che il fatto che il prodotto non sia coperto da copyright è del tutto irrilevante ai fini dell’illiceità delle condotte di cui all’art. 2598 c.c..

Ugualmente irrilevante è il presupposto soggettivo: la fattispecie concorrenziale è integrata, infatti, solo dalla presenza dei presupposti oggettivi sopra evidenziati di cui alla norma e prescinde dalla sussistenza del dolo o della colpa che non ne sono fatti costitutivi e rilevano unicamente ai fini del risarcimento del danno.
Sotto questo profilo, “Può rilevarsi buona fede nel soggetto attivo della concorrenza sleale solo quando costui abbia posto in essere il comportamento vietato ignorando incolpevolmente di ledere l'altrui diritto, intendendosi tale circostanza non nel senso di ignoranza di porre in essere un atto di concorrenza sleale, ma nell'adozione di tutte le iniziative che avrebbero consentito di evitare l'errore” (Tribunale Firenze, Sez. Proprietà Industriale e Intellettuale, 11/12/2006).
Purtroppo, quindi: “Ai fini dell'accertamento di condotte di concorrenza sleale per sviamento di clientela non è necessario che il comportamento del concorrente sia malevolo o fraudolento, dovendosi avere riguardo esclusivo alla natura oggettiva delle condotte, le quali assumono rilievo ai sensi dell'art. 2598, n. 3 c.c. quand'anche siano tenute in perfetta buona fede o per mera ignoranza o imperizia.” (Tribunale Bologna, 18/04/2008).

In conclusione, quand’anche il secondo importatore abbia operato nella più assoluta buona fede, egli potrà comunque essere ritenuto responsabile di atti di concorrenza sleale, beninteso, se ve ne siano i presupposti oggettivi (quelli anzidetti della natura imprenditoriale dell’attività; del medesimo, anche solo potenziale, bacino d’utenza raggiunto; dell’idoneità dell’una attività a sottrarre spazi di mercato all’altra, ecc.) e se controparte (perché l’onere della prova spetta a chi si assume leso) riesca a dimostrare concretamente la potenzialità lesiva della condotta altrui, in alcuni casi in modo specifico (come nel caso dell’imitazione servile).