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Articolo 1454

Codice Civile

Diffida ad adempiere

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Dispositivo dell'art. 1454 Codice Civile

Alla parte inadempiente l'altra può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, con dichiarazione che, decorso inutilmente detto termine, il contratto s'intenderà senz'altro risoluto. Il termine non può essere inferiore a quindici giorni, salvo diversa pattuizione delle parti o salvo che, per la natura del contratto o secondo gli usi, risulti congruo un termine minore. Decorso il termine senza che il contratto sia stato adempiuto, questo è risoluto di diritto (1).

Note

(1) Decorso il termine previsto dalla diffida la risoluzione del contratto si verifica ope legis (o automatica o di diritto) per cui non è richiesta alcuna pronuncia del giudice. Si noti che la diffida ad adempiere presuppone un inadempimento grave [v. 1455] per cui, qualora quest'ultimo sia di scarsa importanza, il destinatario della diffida potrà agire in giudizio al fine di fare accertare con una sentenza che non sussistono i presupposti della risoluzione.


Ratio Legis

La diffida ad adempiere rappresenta un efficace strumento di tutela a favore della parte adempiente, perché con la «minaccia» della risoluzione del contratto l'altra parte è sollecitata ad adempiere.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

232Non è necessario, nel sistema da me delineato, che il creditore chieda al giudice la risoluzione del contratto.
Ho previsto nell'art. 255 una forma di risoluzione per autorità del creditore che, senza negare al debitore la tutela giudiziaria, possa raggiungere più speditamente l'effetto medesimo, che sarebbe prodotto dalla pronuncia giudiziaria.
Il creditore, per atto di ufficiale giudiziario, può, cioè, diffidare il debitore ad adempiere entro un termine non inferiore, ai trenta giorni, ove diversamente non sia stato pattuito nel contratto o la natura di questo non richieda un termine minore. La diffida deve contenere la dichiarazione che, decorso infruttuosamente il termine assegnato, il contratto si intenderà senz'altro risolto.
L'utilità di questa forma sta nel fatto che essa consente di determinare senza indugi la posizione delle parti in confronto del contratto non adempiuto. La unilateralità della dichiarazione non deve impressionare. Il controllo del giudice non mancherà; ma sarà soltanto eventuale e posteriore, come nel caso di clausola risolutiva. Il giudice, ove sorga contestazione, accertera l'avvenuta risoluzione, e perciò non potrà più accordare alcuna dilazione per l'adempimento.
E' chiaro che la diffida dovrà essere notificata solo dopo la scadenza del termine stabilito per l'esecuzione della prestazione. Essa, è da avvertire, non sostituisce procedure speciali preesistenti, che abbiano carattere monitorio e che ugualmente
adducono alla risoluzione del contratto: così non potrà essere usata nel caso di morosità dall'inquilino, che trova, nel titolo 2° del R. decreto 7 agosto 1936, n. 1531, un rimedio di processo spedito, atto a far raggiungere, nel tempo più breve di quello che potrebbe essere necessario in un ordinario giudizio di risoluzione, lo stesso effetto che la diffida descritta nell'art. 255 fa conseguire speditamente in altre situazioni contrattuali.
Noto, ancora, che la risoluzione per autorità del creditore fu prevista nel progetto del codice di commercio del 1925, e che non è sostanzialmente un istituto nuovo per il nostro diritto.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

233La inutile scadenza della dilazione concessa dal giudice a senso dell'art. 253 e del termine concesso dal creditore nella diffida dell'art. 255 (sempre che questa non sia stata oggetto di contestazione dell'altro contraente o sia stata comunque considerata legittima) provoca la risoluzione del contratto (art. 256).
Da allora nessuna delle parti può offrirne o pretenderne l'esecuzione, e la risoluzione si produce senza che sia necessaria una espressa pronuncia.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 19105/2012

In tema di diffida ad adempiere, ai sensi dell'art. 1454, secondo comma, c.c., il termine assegnato al debitore, cui è strumentalmente collegata la risoluzione di diritto del contratto, può essere anche inferiore a quindici giorni, non ponendo detta norma una regola assoluta, purché tale minor termine risulti congruo per la natura del contratto o secondo gli usi, costituendo, in ogni caso, l'accertamento della congruità del termine giudizio di fatto di competenza del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se esente da errori logici e giuridici.

Cass. n. 3477/2012

In tema di diffida ad adempiere, l'unico onere che, ai sensi dell'art. 1454 c.c., grava sulla parte intimante è quello di fissare un termine, entro cui l'altra dovrà adempiere alla propria prestazione pena la risoluzione "ope legis" del contratto, poiché la "ratio" della norma è quella di fissare con chiarezza la posizione delle parti rispetto all'esecuzione del negozio, mediante un formale avvertimento alla parte diffidata che l'intimante non è disposto a tollerare un ulteriore ritardo nell'adempimento.

Cass. n. 14877/2011

In caso di reiterazione di atti di diffida ad adempiere, il termine previsto dall'art. 1454 c.c. decorre dall'ultimo di essi, con la conseguenza che lo "spatium agendi" di quindici giorni, che necessariamente deve intercorrere tra il ricevi­mento della diffida e l'insorgenza della fattispecie risolutoria, deve essere rispettato a far data dal­l'ultima diffida.

Cass. n. 10687/2011

In tema di inadempimento del contratto preliminare di compravendita immobiliare con­tenente un termine, non rispettato alla scadenza, per la stipulazione del definitivo, l'esercizio del­l'azione di esecuzione in forma specifica, ai sensi dell'art. 2932 c.c., dell'obbligo di concludere il medesimo, non presuppone necessariamente la natura essenziale di detto termine, né la previa intimazione di una diffida ad adempiere alla con­troparte, essendo sufficiente la sola condizione oggettiva dell'omessa stipulazione del negozio definitivo che determina di per sé l'interesse alla pronunzia costitutiva, a prescindere da un ina­dempimento imputabile alla controparte stessa.

Cass. sez. un. n. 14292/2010

Affinché la diffida ad adempiere, intimata alla parte inadempiente da un soggetto diverso dall'altro contraente, possa produrre gli effetti di cui all'art. 1454 c.c., è necessario che quel sog­getto sia munito di procura scritta del creditore, indipendentemente dal carattere eventualmente solenne della forma del contratto destinato a risolversi, atteso che, come si desume anche da­gli artt. 1324 e 1392 c.c., la diffida medesima, quale manifestazione di volontà che si sostanzia in un potere unilaterale incidente sulla sorte del rapporto contrattuale tanto da determinare la risoluzione "ipso jure" del vincolo sinallagmatico, ha natura negoziale.

Cass. n. 8250/2009

In materia di diffida ad adempiere, il giudizio sulla congruità del termine di quindici giorni pre­visto dall'art. 1454 c.c. non può essere unilaterale ed avere ad oggetto esclusivamente la situazione del debitore, ma deve prendere in considerazione anche l'interesse del creditore all'adempimento ed il sacrificio che egli sopporta per l'attesa della prestazione; ne consegue che la valutazione di adeguatezza va commisurata - tutte le volte in cui l'obbligazione del debitore sia divenuta attuale già prima della diffida - non rispetto all'intera preparazione all'adempimento, ma soltanto ri­spetto al completamento di quella preparazione che si presume in gran parte compiuta. (Nella specie, la S.C. ha cassato la pronuncia di merito che - essendo passata in giudicato una sentenza di cui all'art. 2932 c.c. che subordinava l'effetto traslativo della compravendita al pagamento del residuo prezzo - aveva ritenuto incongruo il termine di quindici giorni concesso al debitore, non considerando che la diffida ad adempiere era stata notificata dal creditore oltre quattro mesi dopo il passaggio in giudicato della sentenza, e che nel frattempo il debitore aveva il dovere di attivarsi nella preparazione dell'adempimento).

Cass. n. 23315/2007

In tema di contratti a prestazioni corri­spettive, la diffida ad adempiere ha lo scopo di realizzare, pur in mancanza di una clausola ri­solutiva espressa, gli effetti che a detta clausola si ricollegano e, cioé, la rapida risoluzione del rapporto mediante la fissazione di un termine essenziale nell'interesse della parte adempiente, cui è rimessa la valutazione di farne valere la de­correnza e che può rinunciare ad avvalersi della risoluzione già verificatasi; tale diffida è stabilita nell'interesse della parte adempiente e costituisce non un obbligo ma una facoltà che si esprime a priori nella libertà di scegliere questo mezzo di risoluzione del contratto a preferenza di altri e a posteriori nella possibilità di rinunciare agli effetti risolutori già prodotti, il che rientra nell'ambito delle facoltà connesse all'esercizio dell'autonomia privata al pari della rinuncia al potere di ricorrere al congegno risolutorio di cui all'art. 1454 c.c.

Cass. n. 3742/2006

La diffida ad adempiere di cui all'art. 1454 c.c. esige la manifestazione univoca della volontà dell'intimante di ritenere risolto il contratto in caso di mancato adempimento della controparte entro un certo termine, restando escluso che tale manifestazione possa sopraggiungere in un mo­mento successivo alla diffida.

Cass. n. 8910/1998

In tema di diffida ad adempiere, l'unico onere che, ai sensi dell'art. 1454 c.c., grava sulla parte intimante è quello di fissare un termine entro il quale l'altra parte dovrà adempiere alla propria prestazione, pena la risoluzione ope legis del contratto, poiché la ratio della norma citata è quella di fissare con chiarezza la posizione delle parti rispetto all'esecuzione del negozio, mercé un formale avvertimento alla parte diffidata che l'intimante non è disposto a tollerare un ulteriore ritardo nell'adempimento. (Nella specie, il giudice di merito, rilevata l'assenza, in seno alla diffida intimata alla controparte dal promittente vendi­tore di un immobile, dell'indicazione del giorno, dell'ora e del luogo della stipula notarile, aveva ritenuto l'inidoneità dell'atto a produrre gli effetti di risoluzione suoi propri. La Corte di legittimità, nel cassare la sentenza e nel sancire il principio di diritto di cui in massima, ha, ancora, aggiunto che, sebbene la scelta del notaio fosse stata già operata, in sede di stipula del preliminare, dal promissario acquirente, l'onere di contattare il notaio stesso gravava, comunque, su quest'ulti­mo, sì che nessun rilievo poteva annettersi alla circostanza dell'omessa indicazione, da parte del promittente venditore, di giorno, ora e luogo dello stipulando contratto definitivo).

Cass. n. 3566/1995

La diffida ad adempiere può essere fatta nella forma più idonea al raggiungimento dello scopo, non richiedendo la legge una forma par­ticolare, ed è sufficiente per la sua operatività che essa pervenga nella sfera di conoscibilità del destinatario. (Nella specie la sentenza impugnata confermata dalla S.C. aveva ritenuto che l'invio di una lettera raccomandata costituisce mezzo ido­neo a diffidare ed a costituire in mora l'amministratore di un condominio).

Cass. n. 5979/1994

L'assegnazione da parte del creditore con la diffida ad adempiere di un termine inferiore a quello di giorni quindici stabilito dall'art. 1454 c.c. o comunque non congruo comporta l'impossibili­tà di utilizzare la diffida ai fini della risoluzione di diritto del contratto, ma non esclude la riammis­sione in termini della parte inadempiente.

Cass. n. 9085/1990

La regola secondo cui il termine concesso al debitore con la diffida ad adempiere, cui è stru­mentalmente collegata la risoluzione di diritto del contratto, non può essere inferiore a quindici giorni, non è assoluta, potendosi assegnare a nor­ma dell'art. 1454 comma secondo c.c., un termine inferiore ritenuto congruo per la natura del con­tratto e per gli usi. L'accertamento della congruità del termine costituisce un giudizio di fatto di competenza del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se esente da errori logici e giuridici.

Cass. n. 5017/1990

La risoluzione del contratto in difetto di una clausola risolutiva espressa, della quale la parte dichiari di avvalersi, può essere ottenuta, a norma dell'art. 1454 c.c. soltanto mediante intimazione ad adempiere in un congruo termine indicato come risolutorio; a tal fine la semplice dichiarazio­ne unilaterale della parte di ritenere il contratto ri­solto, configurandosi come mera pretesa che non consente all'altra parte l'attuazione del rapporto, deve considerarsi priva di effetti e quindi non pre­clusiva della successiva domanda di adempimen­to, alla quale è ostativa, a norma dell'art. 1453, secondo comma, c.c. solo la domanda giudiziale di risoluzione.

Cass. n. 4066/1990

La diffida ad adempiere di cui all'art. 1454 c.c. esige la manifestazione univoca della volontà dell'intimante di ritenere risolto il contratto in caso di mancato adempimento entro un certo termine. Non è pertanto sufficiente per produrre l'effetto risolutivo del rapporto costituito fra le parti, previsto dalla norma richiamata, la manife­stazione della generica intenzione «di agire in tut­te le sedi più opportune», senza specificare se si intenda ottenere l'adempimento o la risoluzione del contratto.

Cass. n. 4535/1987

La valutazione in ordine alla congruità del termine assegnato dal creditore al debitore con la diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c. va compiuta con esclusivo riferimento alla diffida stessa e al periodo in essa indicato, senza che possa avere ri­lievo il fatto che in precedenza vi siano state altre diffide rimaste infruttuose.

Cass. n. 3867/1985

La diffida ad adempiere, intimata a norma dell'art. 1454 c.c., ha l'effetto di rimettere in ter­mini il debitore fino alla data assegnata con la diffida medesima, con la conseguenza che il suo inadempimento può essere dedotto a sostegno di una successiva, domanda di risoluzione del con­tratto solo quando si sia protratto oltre quella data.

Cass. n. 542/1985

Il termine fissato nella diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c. — il quale è diverso dal termine originario di adempimento e soggiace ad un'au­tonoma disciplina — non può essere inferiore a quello minimo di quindici giorni previsto, dalla norma citata, configurandosi, altrimenti, l'inidoneità della diffida alla produzione di effetti risolu­tivi del rapporto costituito, salvo che, per diversa pattuizione delle parti, per la natura del contratto o secondo gli, usi, risulti congruo un termine mi­nore. Non è, pertanto, giustificata l'assegnazione di un termine minore con riferimento a preceden­ti solleciti rivolti al debitore per l'adempimento, in quanto tale circostanza non attiene alla natura del contratto ma ad un comportamento omissivo del debitore.

Cass. n. 2089/1982

La diffida ad adempiere, di cui all'art. 1454 c.c., pur non richiedendo l'uso di formule sa­cramentali, esige comunque la manifestazione in modo inequivocabile della volontà dell'intimante, da un lato, di ottenere l'adempimento del con­tratto entro un certo termine e, dall'altro, di con­siderare risolto il contratto stesso come effetto dell'inutile decorrenza del termine.

Cass. n. 590/1982

La diffida ad adempiere, che non prefigga il preciso termine entro cui il contraente inadem­piente deve adempiere sotto pena di risoluzione del contratto, è in contrasto con il precetto del­l'art. 1454 c.c., in quanto determina nel diffidato una situazione di incertezza obiettiva, impedendogli di giudicare se il termine stesso sia congruo — come la legge prescrive — ed esaurendosi, in sostanza, nella pretesa che spetti soltanto al con­traente adempiente di giudicare ex post se la pre­stazione dell'altro contraente successiva alla diffi­da, ove si verifichi, ottemperi o meno alla diffida medesima quanto al termine di adempimento.

Cass. n. 132/1982

Ai fini della risoluzione del contratto per inadempimento, la diffida ad adempiere costi­tuisce soltanto una facoltà, non un obbligo per la parte adempiente, ed ha lo scopo di provocare lo scioglimento di diritto del rapporto. La parte adempiente, infatti, può direttamente proporre la domanda, tendente alla risoluzione del rapporto, attraverso una pronunzia costitutiva del giudice, sulla base del solo fatto obiettivo dell'inadempimento di non scarsa importanza.

Cass. n. 3851/1978

La diffida ad adempiere, nella sua struttura logica e sistematica, è uno strumento offerto ad un contraente nei confronti dell'altro inadem­piente per una celere risoluzione del contratto, affinché il contraente adempiente non resti vin­colato all'altro fino alla pronuncia del giudice e possa provvedere con altri alla realizzazione del suo interesse negoziale.

Cass. n. 118/1976

La diffida ad adempiere, ai sensi dell'art. 1454 c.c., presuppone l'inadempienza del diffida­to in ordine ad un'autonoma obbligazione con­trattuale, e richiede l'assegnazione di un congruo termine per l'adempimento dell'obbligazione me­desima; detta diffida, pertanto, non è ravvisabile in un atto intimato con esclusivo riferimento ad un'attività strumentale e preparatoria, rispetto alla realizzazione del risultato finale voluto dai contraenti, con la costituzione dell'obbligazione o comunque con l'assegnazione di un termine solo per l'inizio dell'esecuzione dell'obbligazione, ed a prescindere dall'epoca in cui l'esecuzione stessa debba essere completata.

Cass. n. 2210/1973

Poiché deve considerarsi inadempiente il contraente che, in pendenza del termine, abbia manifestato in modo certo ed inequivoco di non voler eseguire la sua obbligazione, nulla vieta che, in costanza di tale comportamento, l'altra parte possa avvalersi della diffida ad adempiere previ­sta dall'art. 1454 c.c. anche prima della scadenza pattuita, per conseguire quegli effetti risolutori che derivano dalla suddetta norma.

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Quesito n. 10459/2014 giovedì 29 maggio 2014

Marco chiede

Nel 2012 ho stipulato un contratto preliminare per acquisto di un appartamento mai concluso, e vista l'inerzia del venditore nel voler risolvere la situazione vorrei iniziare una procedura che mi consenta di ottenere la proprietà dell'immobile del quale, nel frattempo sono diventato il possessore materiale. Ció premesso, sarei del parere di spedire con raccomanda un'intimazione ad adempiere entro 30 giorni, significando che scaduto quest'ultimo termine in maniera infruttuosa è mia volontá adire le vie legali. Nella stessa lettera vorrei anche ricordargli che il prezzo stabilito a causa del mancato rispetto delle parti e tempi contrattuali sarà decurtato dal valore: - dei lavori non ultimati, - del credito d'imposta non goduto, - e di altre spese impreviste imputabili a lui. Detto ciò volevo sapere se decorso il termine fissato nell'intimazione, il contratto si risolve automaticamente per inadempienza e cosa fare dopo: 1. chiedere una esecuzione in forma specifica del contratto per ottenere il trasferimento di proprietà e il pagamento dei danni subiti da decurtare dal prezzo; 2. Chiedere il doppio della caparra confirmatoria di 300000€=600.000. In quest'ultima ipotesi, poiché il proprietario risulta "nullatenente" ma al momento ha 2 appartamenti intestati (di cui uno è quello oggetto di trattazione), come posso fare per ottenere i soldi anche attraverso un eventuale pignoramento? devo inoltre specificare che a complicare la situazione esiste un' ipoteca bancaria su tutti e due gli immobili di proprietà del venditore di circa 200.000 cadauno, cifra ben superiore al residuo che devo ancora pagare. Grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10459/2014 [risposta a pagamento]

L'invio di una intimazione ad adempiere differisce nella sostanza da una diffida per la risoluzione.
L'intimazione, ex art. 1219 del c.c., è l'atto con cui il creditore richiede formalmente e con formule imperative l'esecuzione della prestazione: scopo dell'intimazione è quello di costituire in mora il debitore, con gli effetti previsti dalla norma.
Al contrario, la diffida ad adempiere inviata ai sensi dell'art. 1454 del c.c. è la comunicazione formale con cui si dà al debitore un termine per adempiere, decorso il quale il contratto s'intenderà risolto. Decorso il termine previsto dalla diffida, la risoluzione del contratto si verifica ope legis (automaticamente), per cui non è richiesta alcuna pronuncia costitutiva del giudice.

Se si vuole mantenere l'immobile, quindi, è bene fare attenzione nella lettera a non menzionare mai la parola "diffida" o "risoluzione", limitandosi a chiedere l'adempimento dell'obbligo assunto con il contratto preliminare entro un certo termine, senza minacciare la risoluzione del contratto. Difatti, una volta che il debitore abbia ricevuto la diffida ad adempiere ex art. 1454, si ritiene che la volontà di risolvere il contratto non possa più essere revocata: si pregiudicherebbe così il raggiungimento del vero obiettivo, cioè quello di mantenere in vita il preliminare e chiedere che sia concluso il contratto definitivo.

L'azione giudiziale da esercitare trascorso il termine dato per l'adempimento nell'intimazione, è quella di cui all'art. 2932 del c.c., nell'ambito della quale si dovrà domandare:
- che il giudice emetta una sentenza che tenga luogo del contratto definitivo non concluso per colpa dell'inerzia del venditore;
- che il giudice valuti l'esistenza di un danno (nell'importo indicato dall'attore-acquirente, che deve provare di aver subito un pregiudizio) e condanni il convenuto-venditore a risarcirlo, nella somma che riterrà dimostrata in giudizio;
- che siano rifuse le spese di lite all'attore.

La restituzione del doppio della caparra confirmatoria non può essere invece richiesta assieme alle altre domande sopra indicate, per le seguenti ragioni.
La caparra consiste in una somma di denaro (o cose fungibili) che viene immediatamente consegnata alla controparte al momento della stipula del contratto. Essa ha principalmente la funzione di determinare preventivamente il danno economico subito dalla parte a causa dell'inadempimento dell'altra.
La caparra va restituita (in misura doppia) laddove la parte non inadempiente abbia esercitato, in conseguenza del grave inadempimento dell'altra, il recesso dal contratto: recesso, che comporta l'obbligo per il promissario acquirente di restituire l'immobile, cosa che invece è estranea al suo obiettivo.
Tutt'al più, la giurisprudenza ha ritenuto che, qualora venga chiesta in giudizio l'esecuzione del contratto e il risarcimento del danno, la caparra possa essere trattenuta in funzione di garanzia dell'adempimento dell'obbligazione risarcitoria (Cass. civ. n. 11356/2006): nel caso di specie, però, il promissario acquirente non è in possesso della caparra, e quindi tale funzione di garanzia non può trovare applicazione.

La soddisfazione del credito riguarda un momento successivo al giudizio di cognizione. Supponendo che il venditore venga condannato al risarcimento del danno in misura superiore al residuo di prezzo che dovrebbe ricevere (fino al quale il giudice potrebbe operare una compensazione), l'acquirente-creditore riuscirà ad ottenere soddisfazione sul secondo immobile di proprietà del debitore solo se:
- il credito per il quale venne iscritta l'ipoteca sia stato in buona parte estinto (ad es., nel caso di mutuo, siano state pagate quasi tutte le rate);
- l'immobile abbia comunque un valore di realizzo al momento della vendita per incanto tale da soddisfare prima il credito residuo della banca e poi il suo.
Per importi fino ad alcune migliaia di euro, è forse preferibile tentare altri tipi di pignoramento (più economici e rapidi di quello immobiliare, che può durare svariati anni) come quello del conto corrente bancario o di beni mobili del debitore.

Tag: caparra confirmatoria, diffida ad adempiere, intimazione ad adempiere

Quesito n. 9667/2014 giovedì 13 febbraio 2014

Maria Rosa A. chiede

Caso:
1.Una società è in liquidazione in seguito a provvedimento dell'autorità giudiziaria.
2.La società è proprietaria di un immobile con diverse unità abitative, ed ha come suo oggetto la messa in ripristino e la rivendita di detto immobile.
3.E' stato compromesso già da tempo risalente, l'acquisto da parte di un socio di un appartamento. il suddetto socio è palesemente inadempiente rispetto all'obbligo pattuito di andare a rogito, ed ha già più volte con falsi motivi inottemperato a detto obbligo nei confronti della società.
4. E' sopravvenuta un'offerta di un terzo per l'acquisto del suddetto app.to, offerta che consiste in una proposta di acquisto, sottoposta a un termine. La vendita di detto appartamento potrebbe verosimilmente evitare il fallimento della società.
Quesito:
Il liquidatore deve essere tenuto a inoltrare diffida ad adempiere (art. 1454 cod. civ.), con scadenza prima del termine dell'offerta del terzo, per modo che, in presenza di un ulteriore e definitivo inadempimento del socio promissario acquirente moroso, il preliminare dallo stesso firmato si risolva di diritto, e l'offerta del terzo possa essere accettata?
Nel caso il liquidatore si limitasse a una messa in mora, o comunque lasciasse cadere l'offerta del terzo senza prendere la suddetta necessaria iniziativa, aspettando una sentenza costitutiva del giudice (art. 1453 cod. civ.) di risoluzione del preliminare firmato dal socio, sarà responsabile nei confronti della società?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9667/2014 [risposta a pagamento]

Durante la fase di liquidazione, la società rimane in vita e non si produce alcuna conseguenza giuridica particolare in ordine ai rapporti giuridici in corso, come avviene invece in materia di fallimento.
Ciò significa che, per quanto riguarda i rapporti giuridici pendenti, troveranno applicazione le norme ordinarie che disciplinano gli specifici rapporti. Naturalmente, si inserisce in questo contesto anche la disciplina sulla responsabilità dei liquidatori della società, i quali, i sensi dell'art. 2489 del c.c., hanno il potere di compiere tutti gli atti utili per la liquidazione della società e sono tenuti ad adempiere i loro doveri con la professionalità e diligenza richieste dalla natura dell'incarico; la loro responsabilità per i danni derivanti dall'inosservanza di tali doveri è disciplinata secondo le norme in tema di responsabilità degli amministratori.

In altre parole, i liquidatori sono preposti al compimento degli atti diretti a "monetizzare" i beni sociali per poter così procedere al pagamento dei creditori sociali e alla ripartizione dell'eventuale residuo attivo.
E' l'assemblea ad avere il compito di dettare i poteri dei liquidatori, anche in ordine alla vendita di singoli beni.

Se l'assemblea delibera che il liquidatore sia tenuto a compiere determinati atti (ad esempio l'inoltro di una diffida ad adempiere finalizzata al compimento di un certo affare), questi è tenuto a farlo, rispondendone altrimenti dinnanzi alla società.

Tuttavia, se l'organo assembleare non impone precise istruzioni o limiti al potere del liquidatore (è pacificamente ritenuto che sia legittima una delibera di nomina nella quale non sia data indicazione specifica dei poteri), questi sarà dotato di pieno potere, da esercitare per il fine che la legge attribuisce alla sua figura.
Il liquidatore avrà quindi una certa libertà nella gestione della fase di liquidazione, delimitata solo dall'interesse dei soci (che deve restare il punto fermo di ogni azione del liquidatore) ma anche, in questa fase "non attiva" della società, dalla soddisfazione dei creditori sociali.
Nel gestire la prosecuzione di un rapporto già esistente - come nel caso di specie, dove esiste un compromesso sottoscritto dalla società e dal socio per la vendita di un appartamento - il liquidatore dovrà agire con diligenza, assumendo i comportamenti che meglio perseguono la duplice finalità di soddisfare sia i soci che i creditori della società. Pertanto, laddove il liquidatore si limiti ad una messa in mora senza inoltrare formale diffida ad adempiere al socio, al fine di dichiarare risolto il contratto, egli procura un probabile danno alla società, che perderà l'occasione di concludere il contratto con un terzo che si dimostri, al contrario, pronto all'acquisto e al relativo pagamento. Difatti, i reiterati inviti di recarsi dal notaio per il rogito dell'atto definitivo, sempre disattesi dal promissario acquirente, certamente dovrebbero indicare al liquidatore la necessità di procedere senza indugio a diffidarlo formalmente ex art 1454 c.c. per non perdere l'offerta di acquisto del nuovo acquirente. Questo, come appare evidente, andrebbe fatto prima della scadenza del termine fissato da quest'ultimo per la validità della sua proposta di acquisto, termine che comunque sia di ampiezza tale da consentire l'invio di una diffida ex art. 1454 c.c. (per legge vanno concessi almeno 15 giorni).

Il liquidatore potrà quindi subire una azione di responsabilità.
In virtù dell'esplicito richiamo al secondo comma dell'art. 2489 c.c., i liquidatori sono soggetti alle stesse azioni di responsabilità cui sono sottoposti gli amministratori, in particolare: azione sociale di responsabilità (art. 2393 del c.c.), azione sociale di responsabilità esercitata dai soci (art. 2393 bis del c.c.); azione di responsabilità esercitata dai creditori (art. 2394 del c.c.); azione individuale di responsabilità esercitata dai soci o da terzi danneggiati (art. 2305 del c.c.).

L'azione sociale di responsabilità dell'amministratore può essere esercitata al fine di ottenere il risarcimento del danno di natura contrattuale, tramite la reintegrazione del patrimonio sociale in conseguenza del suo depauperamento cagionato dagli effetti dannosi provocati dalle condotte (dolose o colpose) degli amministratori; questi ultimi devono aver violato gli obblighi su di loro gravanti in forza della legge e delle previsioni dell’atto costitutivo, ovvero dell'obbligo generale di vigilanza o dell'altrettanto generale obbligo di intervento preventivo e successivo.
Parallelamente, la stessa azione potrà essere rivolta contro il liquidatore che con il suo comportamento abbia cagionato un danno alla società. Trattandosi di danno contrattuale, l'onere della prova dell'esatto adempimento cade proprio sul liquidatore, il quale dovrà dimostrare che la sua condotta non è ricollegabile ad eventuali danni a lui imputati.

In ogni caso, il liquidatore, se con il suo comportamento compromette gravemente la situazione economica della società, potrà essere revocato ai sensi dell'art. 2487, ultimo comma, c.c. ("I liquidatori possono essere revocati dall'assemblea o, quando sussiste una giusta causa, dal tribunale su istanza di soci, dei sindaci o del pubblico ministero"). Recentemente, il Tribunale di Milano, con sentenza dell'8 ottobre 2013 ha stabilito che è possibile anche ricorrere ad una azione cautelare (molto più rapida di un giudizio ordinario) nel caso in cui la condotta del liquidatore sia tale da comportare un arresto nell'attività di liquidazione: "Ai sensi dell’art. 2487, ult. co., c.c., costituisce giusta causa di revoca la condotta del liquidatore che ha posto in essere un atto di gestione in palese violazione dei poteri conferitigli dalla delibera assembleare di nomina, tale da compromettere il rapporto fiduciario che lega la società al liquidatore e quest’ultimo ai soci. Il giudizio instaurato su istanza dei soci ha natura conteziosa e verte sull’accertamento della permanenza del rapporto fiduciario e della sopravvenienza della giusta causa per lo scioglimento del mandato. Qualora l’iniziativa del liquidatore sia idonea ad accentuare contrasti interni alla compagine sociale e così a provocare un rischio di stallo decisionale, è ammissibile l’esperimento della tutela cautelare ex art. 700 c.p.c. al fine di evitare che la durata del procedimento ordinario di cognizione possa frustrare l’ordinato funzionamento della società in fase di liquidazione".

Tag: risoluzione contratto, liquidazione società, diffida ad adempiere, liquidatore società

Quesito n. 4811/2011 mercoledì 21 dicembre 2011

giulia chiede

Che rapporto c'è tra l'atto di costituzione in mora ex art.1219 e la diffida ex art.1454? Da come sono formulati i due articoli sembra che, intimando il debitore ad adempiere entro un certo termine, si tratti al tempo stesso sia di diffida che di costituzione in mora.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 4811/2011 [risposta gratuita]

La costituzione in mora è un sollecito che il creditore rivolge al debitore affinchè questi adempia la propria prestazione. Dalla costituzione in mora del debitore, la legge fa scaturire alcuni effetti a beneficio del creditore:
- l'inizio della decorrenza degli interessi moratori, nella misura dell'interesse legale, se non diversamente pattuiti;
-l'interruzione del termine di prescrizione;
-l'obbligo in capo al debitore di risarcire l'eventuale danno
- nonchè il passaggio del rischio che la prestazione divenga impossibile in capo al debitore.

Vi sono casi in cui in cui la costituzione in mora è automatica, come nelle ipotesi espressamente previste ex art. 1219 c.c. n. 1,2 e 3, cioè quando l'inadempimento deriva da un fatto illecito, quando la controparte ha dichiarato per iscritto di non voler eseguire la prestazione o quando è scaduto il termine in caso di prestazione da eseguire al domicilio del creditore.

La diffida ad adempiere, invece, richiede la volontà espressa di produrre l'effetto giuridico della risoluzione del contratto in caso di protrazione dell'inadempimento dell'altra parte. Il contraente adempiente intima all'altra parte di adempiere entro un determinato termine, oltrepassato il quale automaticamente il rapporto si scioglie in virtù della diffida inviata.

Quesito n. 1726/2010 giovedì 2 dicembre 2010

marzio chiede

Se un coniuge in comunione legale vende da solo un bene della comunione, il contratto è annullabile entro l'anno ex art 184.
Se la controparte è inadempiente e il coniuge contraente fa la diffida ad adempiere entro un termine successivamente scaduto, la successiva disponibilità dell'altro coniuge a convalidare il negozio originario produce qualche effetto sulla effettuata diffida rendendola proveniente da soggetto non unicamente legittimato?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 1726/2010 [risposta gratuita]

La convalida ex art. 184 del c.c., comma 1, da parte del coniuge che non ha partecipato al negozio concluso dall’altro coniuge non ha effetti invalidanti sulla diffida inviata da quest’ultimo. Al contrario, rende la diffida legittima perché la vendita è valida e non più annullabile. Ciò perché l’istituto della convalida ha la finalità di sanare un atto invalido, cioè carente di un suo presupposto di validità al momento della sua stipulazione.
Essendo il terzo contraente inadempimente, i coniugi potranno esperire le azioni più opportune per vedere riconosciute le proprie pretese.

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Testi per approfondire questo articolo

La diffida ad adempiere

Editore: Giuffrè
Collana: Officina. Civile e processo
Pagine: 86
Data di pubblicazione: ottobre 2014
Prezzo: 18,00 -10% 16,20 €

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