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Articolo 923

Codice Civile

Cose suscettibili di occupazione

Dispositivo dell'art. 923 Codice Civile

Le cose mobili (1) [812] che non sono proprietà di alcuno (2) si acquistano con l'occupazione.
Tali sono le cose abbandonate e gli animali che formano oggetto di caccia (3) o di pesca.

Note

(1) Relativamente agli edifici che non sono di proprietà di alcuno, cfr. 827.

(2) Gli animali che possono essere cacciati fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato (art. 826 del c.c.).
La proprietà di quest'ultimo viene meno quando essi sono uccisi, producendosi, in tal modo, un acquisto a titolo originario in favore del cacciatore.

(3) Circa la selvaggina, vedasi l'art. 1, l. 1992, n.157.

Ratio Legis

Si discute se l'occupazione sia un atto giuridico in senso stretto o piuttosto un negozio (nel qual caso l'incapace non potrebbe acquistare per occupazione).

Brocardi

Animus derelinquendi
Animus occupandi
Derelictio
Id quod quis pro derelicto habet, continuo meum fit
Longo silentio res habetur pro derelicta
Occupatio
Quod nullius est, id naturali ratione occupanti conceditur
Res derelictae
Res nullius
Si res pro derelicto habita sit, statim nostra esse desinit et occupantis statim fit
Statim nostra desinit esse res quam derelinquimus

Spiegazione dell'Articolo 923 del Codice Civile


Confronto del nuovo testo con quello del vecchio codice

L'art. 711 del codice civile del 1865 era cosi formulato: « Le cose che non sono ma possono venire in proprietà di alcuno si acquistano con l'occupazione. Tali sono gli animali che formano oggetto di caccia o di pesca, il tesoro e le cose mobili abbandonate ».

Basta confrontare il testo dei due articoli per rilevare che nel nuovo codice non vi sono, per questo articolo, novità sostanziali. La forma, tuttavia, dell'art. 923 vale per se stessa ad eliminare alcune delle questioni che erano state sollevate nella interpretazione dell'art. 711, ad es. quella che concerneva la possibilità di acquisto degli immobili, mediante occupazione.


Esclusione dell'acquisto degli immobili

Il nuovo testo parla espressamente di occupazione di cose mobili e implicitamente esclude quella degli immobili, mentre dicendosi nel codice del 1865, all'art. 710, in forma generica, che la proprietà si acqui- con l'occupazione e ribadendosi nell'art. 711 che « le cose.... si acquistano con l'occupazione », senza alcuna specificazione, sorgeva spontanea l'interpretazione che ii legislatore avesse voluto ammettere l'acquisto degli immobili per occupazione. La maggioranza della dottrina era in questo senso e tale prevalente opinione trovava appoggio, oltre che nella lettera della legge, in valide argomentazioni di carattere storico e logico.

Oggi, oltre che dal testo dell'art. 923, per se stesso già chiaro, ogni possibilità di dubbio sull'esclusione degli immobili dall'acquisto per occupazione è eliminata dall' art. 827 del c.c., il quale stab-lisce che « i beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato ».


Elementi dell'occupazione. Elemento soggettivo

Appare ora opportuno precisare, in relazione al primo comma dell'articolo in esame, quali sono gli elementi che devono sussistere affinchè si possa parlare di occupazione.

Circa l'elemento soggettivo, se cioè basti che l'occupante si impossessi della cosa che non è in proprietà di alcuno, basti, quindi, l'acquisizione del corpus oppure occorra anche l'animus, cioè l'intenzione nell'occupante di divenire proprietario della cosa, il legislatore, con l'articolo in esame, non ha preso posizione. Vi sono, invece, codici stranieri che provvedono esplicitamente al riguardo. Il codice ex-austriaco sancisce che « il modo di acquistare consiste nell'occupazione con la quale si riduce in proprio potere la cosa che non appartiene ad alcuno, con l'intenzione di farla propria ». Il codice tedesco esprime lo stesso concetto: « chi prende possesso di una cosa mobile di nessuno con l'animus di averla per sé ne acquista la proprietà ». E così il codice cinese dispone che « colui il quale, con la volontà di essere proprietario, prende possesso di una cosa mobile senza padrone, ne acquista la proprietà ». Altri codici invece,al pari del nostro, non precisano l'elemento soggettivo.

La questione sulla necessità di questo elemento, consistente nella precisa intenzione di voler acquistare la proprietà con l'occupazione, è stata lungamente e vivacemente dibattuta dagli interpreti del diritto romano. La maggioranza di essi ritiene necessario l'elemento intenzionale ora indicato, ad esempio Scialoja ha evidenziato che « l'animus necessario per occupare sia l'animus possidendi e che non vi si debba aggiungere quest'altro elemento dell'intenzione diretta ad acquistare la proprietà ».

Anche i1 Segre nella Relazione per il titolo « della occupazione e del ritrovamento » al progetto della Commissione Reale per la riforma dei codici scrive che « l'occupazione non è che acquisto del possesso; non occorre altro animus che quello occorrente per l'acquisto del possesso, in altri termini, l'animus d'insignorirsi della cosa, non quella di diventare proprietario ».

Ma dal punto di vista pratico, che è quello che deve guidare il legislatore nel redigere il testo legislativo e il magistrato nell'applicarlo, sembra che sia, se non impossibile, certo molto difficile valutare nei casi singoli se questo « insignorimento della cosa » si arresti, nell'intenzione dell'occupante, ad una potestà di fatto concretante il possesso oppure si estenda alla pienezza di godimento e di esclusività che caratterizzano la proprietà. L'indagine riuscirebbe ancor più scabrosa oggi che il possesso è definito dall' art. 1140 del c.c. quale « potere sulla cosa che si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà ».

Ora, quando la manifestazione esterna della volontà dell'occupante finisce per essere identica tanto se egli abbia l'intenzione di divenire semplicemente possessore quanto se abbia quella di acquisire la proprietà della cosa, bene ha fatto il legislatore a non richiedere espressamente quale elemento soggettivo determinante l'occupazione, la precisazione dell'intenzione dell'occupazione e a preoccuparsi piuttosto di mettere in evidenza il fatto dell'occupazione ai fini dell'acquisto della proprietà.

Indubbiamente la materialità dell'impossessamento è accompagnata da un'intenzione, ma poiché questa è dal legislatore implicitamente collegata col fatto, quale intenzione di acquisto di proprietà, è necessario, perché tale acquisto non avvenga, che l'occupante, compiendo l'impossessamento, manifesti esplicitamente la propria volontà, negativa, quella cioè di non volere avere la proprietà della cosa, su cui tuttavia ha preso it potere di fatto. Si concreterebbe siffatta ipotesi nel caso di chi dichiarasse nel momento dell'impossessamento, di compiere questo in nome altrui oppure di compierlo al solo fine di custodire temporaneamente la cosa senza volerla far propria. Sono ipotesi rare, ma devono essere prevedute.

Lo stesso Scialoja, del resto, finisce per concludere — dopo avere compiuta una interessante analisi di testi romani e dopo avere fatto acute e sottili distinzioni fra l'intenzione considerata sotto l'aspetto giuridico e quella considerata sotto l'aspetto economico — che « per l'occupazione non è necessaria l'intenzione di divenire proprietario, se questa si considera come intenzione perfetta e cosciente giuridicamente, è necessaria, quando si consideri come intenzione tale che il diritto debba poi considerarla come sufficiente all'acquisto della proprietà ».

La maggior parte della dottrina è dell'opinione che debba esservi l'intenzione dell'occupante di far propria la cosa perché l'occupazione produca l'effetto dell'acquisto della proprietà. Di fronte al silenzio del legislatore circa l'elemento soggettivo, deve, tuttavia, intendersi praticamente che l'accennata intenzione sussista, e cioè che il fatto materiale dell'occupazione sia accompagnato dall'animus domini dell'occupante a meno che il secondo non sia da escludere, come abbiamo già accennato, per una chiara manifestazione di volontà contraria dello stesso occupante.


Elemento oggettivo

Nell'art. 923, al contrario di quello soggettivo, è precisato l'elemento oggettivo dell'occupazione, consistente in « cose mobili che non sono proprietà di alcuno ». Il vecchio codice aggiungeva « ma che possono venire in proprietà »: l' aggiunta è stata soppressa perché era superflua. Se, infatti, una cosa non può costituire oggetto di proprietà perché extra commercium, è evidente che l'atto di occupazione non potrebbe farle cambiare natura.

Le « cose che non sono in proprietà di alcuno » possono essere di due categorie secondo che non hanno formato mai oggetto di proprietà oppure che hanno avuto e più non hanno proprietario. La prima costituisce le res nullius, originalmente tali, la seconda le res derelictae divenute nullius per abbandono.


Le res nullius

I Glossatori distinsero, per il diritto romano, sette gruppi di res nullius a seconda ahe fossero tali per : natura, facto, tempore, censura, casu, culpa, iuris naturalis constitutione.

I giureconsulti romani, tuttavia, fecero classificazioni più semplici. Gaio nelle sue Institutions accenna a tutte le cose di cui in terra, nel mare e nel cielo ci si può impossessare perché prima non appartenevano ad alcuno, quali gli animali selvatici cioè le terrae bestiae, gli uccelli, e i pesci. Paolo, riportando l'opinione di Nerva figlio, indica lo stesso concetto ora accennato di Gaio, aggiungendovi le prede belliche, l'isola nata nel mare, e le cose trovate sulla riva del mare quali le gemme, i lapilli, le perle. Ma la categoria più importante di cose di cui può essere acquistata la proprietà mediante occupazione, tanto per il diritto romano quanto per il diritto italiano odierno, resta costituita dagli animali che formano oggetto di caccia e di pesca, com'è espressamente detto nel secondo comma dell'art. 923. Nello stesso comma sono indicate le cose abbandonate, di cui diremo appresso, ma non il tesoro — come faceva l'art. 711 del vecchio codice — perché per il tesoro sono dettate norme particolari, in virtù delle quali non può dirsi che esso debba rientrare, sic et simpliciter, fra gli oggetti di occupazione.

Quanto alla caccia e alla pesca, l' art. 712 del vecchio codice faceva richiamo alle leggi particolari e poneva il divieto di introduzione nel fondo altrui per esercitarvi la caccia o la pesca contro il divieto del possessore. Il contenuto dell'art. 712 non è stato soppresso — come potrebbe sembrare a chi si arrestasse al semplice confronto dei due codici in questo punto — ma è stato solamente spostato, per una più logica sistemazione della materia, fra le disposizioni generali della proprietà fondiaria. È stabilito, infatti, nell' art. 842 del c.c. che « il proprietario di un fondo non pub impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall'autorità. Per l'esercizio della pesca occorre il consenso del proprietario del fondo ».

Il compito di illustrare tale articolo è stato già assolto. Ma, poiché questo si occupa dell'esercizio della caccia e della pesca soltanto in fondi altrui, si deve qui avvertire che non può restare dubbio alcuno che le norme sulla caccia e sulla pesca, quali mezzi di acquisto della proprietà degli animali per occupazione, continuano ad essere regolate dalle leggi speciali.


Le res derelictae

Le cose abbandonate, di cui parla il secondo comma dell'art. 113, costituiscono, come abbiamo sopra accennato, la seconda categoria delle « cose che non sono proprietà di alcuno ».

Sulle res derelictae sorse, nel periodo classico, una delle non poche dispute fra proculiani e sabiniani, perché questi ritenevano che fosse sufficiente l'abbandono della cosa con l' animus derelinquendi perché la proprietà fosse perduta e la res derelicta diventasse senz'altro nullius quelli, invece, sostenevano che il proprietario, anche se animo derelinquendi abbandonava la cosa, non ne perdesse la proprietà se non nel momento in cui il terzo ne prendeva possesso, cioè occupava la cosa stessa.

Ma Giustiniano risolse definitivamente la questione nel senso sabiniano dichiarando che, per effetto della derelizione, la proprietà sulla cosa cessava immediatamente e veniva poi acquistata da chi per primo compiva l'occupazione. Ed è questo il concetto che si è nei secoli mantenuto e continua anche oggi a vigere in materia.


Diritti dei terzi sulle cose abbandonate

Non deve però ritenersi che, con l'abbandono della cosa da parte del proprietario, come si estingue il diritto di proprietà si estinguano anche eventuali altri diritti spettanti a terzi sulla cosa stessa. L'occupante, invero, acquista la proprietà della cosa nello stato di fatto e di diritto in cui essa si trovava nel momento dell'occupazione, e poiché il proprietario con l'atto di derelizione poteva disporre e rinunciare soltanto al proprio diritto non già sopprimere quelli dei terzi, i diritti di questi, come potevano essere fatti valere contro il precedente proprietario così restano efficaci contro l'occupante, nuovo proprietario.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

430Non ho apportato in questa materia innovazioni notevoli alle regole del codice del 1865, ma ho avuto cura di risolvere alcuni punti dubbi e le controversie che ne erano sorte. L'art. 923 del c.c., riproducendo con lieve variante l'art. 711 del codice precedente, pone in evidenza che l'occupazione, come modo di acquisto della proprietÓ, Ŕ limitata alle cose mobili. L'esclusione della possibilitÓ di acquistare per occupazione i beni immobili si coordina con la norma che ho introdotto nell'art. 827 del c.c. per attribuire al patrimonio dello Stato i beni immobili che non siano di proprietà di alcuno. E' così risolta una questione che traeva vita dalla formula generica dell'articolo 711 del codice anteriore.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 923 del c.c.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

10/03/2015 Puglia
Raffaele F. chiede

Aggredibilità del Fondo Patrimoniale.
Dopo essere rientrato in possesso di un immobile con sentenza di convalida di sfratto si è posto il problema del recupero del credito, circa 40mila euro tra morosità e spese giudiziarie. L'iniziale ottimismo con cui mi sono approcciato inizialmente all'operazione ha cozzato duramente con i risultati della visura ipotecaria dei beni immobili del mio inquilino da cui risultava la costituzione di un fondo patrimoniale risalente al 2005 e in cui erano confluiti gran parte dei beni su cui avrebbe avuto senso agire per il recupero. Prima di muovermi legalmente sto raccogliendo un po' di pareri tuttavia discordi: accanto a chi dice che non posso agire sui beni del Fondo c'è la tesi di chi sostiene che invece -trattandosi di ditta individuale in cui tra l'altro erano impiegati gli stessi familiari- l'attività in questione rientra tra le attività svolte negli interessi e bisogni della famiglia e quindi il Fondo deve rispondere per i debiti contratti nel suo esercizio.

Consulenza legale i 16/03/2015

L'aggredibilità del fondo patrimoniale è materia continua di discussione in dottrina e in giurisprudenza.
I giudici di legittimità ritengono, in generale, che si debba guardare alla oggettiva destinazione dei debiti assunti alle esigenze familiari: quindi, il criterio identificativo andrebbe ricercato non tanto nella natura delle obbligazioni, quanto nella relazione che esiste tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia.

Ad esempio, Cass. civ., sez. III, 7.1.1984 n. 134 ha sancito: "In tema di esecuzione sui beni del fondo patrimoniale, il disposto dell'art. 170 c.c. - nel testo di cui alla legge 19 maggio 1975 n. 151 - per il quale detta esecuzione non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia, va inteso non in senso restrittivo, come riferentesi cioè alla necessità di soddisfare l’indispensabile per l’esistenza della famiglia, bensì -analogamente a quanto, prima della riforma di cui alla richiamata legge n. 151 del 1975, avveniva per i frutti dei beni dotali- nel senso di ricomprendere in detti bisogni anche quelle esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi".

La giurisprudenza di merito ha, però, ritenuto che in generale debbano essere escluse le esigenze nascenti dall'esercizio di attività professionali o imprenditoriali, anche se in forma di ditta individuale o impresa familiare (Tribunale di Mondovì, 13.10.2005, "I debiti derivanti dall'acquisto di merci per l'attività di impresa condotta da uno solo dei coniugi non sono riconducibili ai bisogni della famiglia ex art. 167, poiché i redditi di tale attività appartengono allo stesso che non è pertanto tenuto a destinarli a tali bisogni se non limitatamente all'onere di contribuzione familiare al quale, peraltro, può assolvere integralmente anche con proventi diversi"; nello stesso senso v. Trib. Varese, sent. 15.12.2010.; Trib. Cosenza, ord. 715/2012).

Esistono, tuttavia, alcune pronunce di diverso avviso, come Trib. Massa Carrara del 5.5.1999, in un caso in cui il debito con la banca era stato contratto per le necessità di una piccola impresa o società a gestione familiare destinata a sopperire al mantenimento della famiglia del contraente.
Si riscontra anche un precedente innanzi alla Suprema Corte, Cass. civ., sez. I, 18.9.2001 n. 11683: con tale pronuncia, ripreso il principio di cui alla sentenza 134/1984, la Corte di Cassazione concludeva "Sulla base di tali principi la sentenza impugnata appare del tutto immune dai vizi denunciati, avendo la Corte di Appello proceduto all'accertamento della sussistenza del requisito imposto dalla legge perché potesse procedersi all'iscrizione ipotecaria sull'immobile conferito nel fondo ed avendo congruamente dato conto delle ragioni che inducevano a ritenere che il debito assunto dal debitore con la garanzia della moglie, pur traendo origine da esigenze imprenditoriali del medesimo, fosse diretto a sopperire alle esigenze della famiglia, nel senso ampio sopra precisato".

Si ravvisa, quindi, un filone giurisprudenziale di merito sostanzialmente allineato sulla tesi dell'esclusione dai bisogni della famiglia delle obbligazioni contratte per l'impresa individuale di uno dei coniugi; dall'altro, altra parte della giurisprudenza di merito e una certa parte della dottrina che, invece, motivando con i principi sanciti dalla Cassazione, ritiene che non potrebbero ritenersi contratti per “scopi estranei” i debiti inerenti l’attività di lavoro autonomo di un coniuge, allorquando da tale attività la famiglia tragga i mezzi di mantenimento, a maggior ragione quanto nell'impresa prestino la loro attività anche i familiari dell'imprenditore.

Non esistendo una posizione univoca di cui poter dare conto in questa sede, ci si limita a prendere atto che i tribunali generalmente sembrano orientati verso la posizione negativa: quindi, prima di procedere ad esecuzione forzata contro i beni conferiti nel fondo, sarebbe opportuno indagare circa la prassi del tribunale davanti al quale l'espropriazione sarà richiesta, senza tuttavia alcuna garanzia circa l'esito dell'azione.

Dovendo prendere una posizione, si ritiene preferibile la tesi dottrinale, laddove emerga con evidenza che l'impresa individuale sia l'unica fonte di sostentamento della famiglia: non si potrà, pertanto, prescindere da una analisi in concreto dell'obbligazione assunta dal debitore.


22/12/2014 Puglia
Raffaele F. chiede

Non essendo un legale potrei dire qualche sciocchezza. Cercherò comunque di dettagliare tutto quanto necessario. Causa decesso del conduttore (tra l'altro moroso) del mio immobile, seguente rinuncia degli eredi (passività dell'asse ereditario) e condotta inspiegabilmente passiva del mio legale, mi ritrovo -a distanza di 16 mesi dal decesso- a non poter ancora disporre dell'immobile perchè al suo interno ci sono ancora i beni del de-cuius (officina meccanica con svariate e costose attrezzature, tra cui anche autoveicoli). So che la procedura standard prevede un'istanza al tribunale per la nomina di un curatore causa eredità giacente. Il legale mi dice tuttavia che la questione è complicata dalla presenza di un erede non rinunciatario ma "interdicibile" (persona disabile che tuttavia non è mai stata sottoposta ad una procedura per interdizione), questione di cui sembra si stiano occupando gli eredi (ma con una tempistica che mi sembra di capire non sia delle più brevi). Aggiungo che so per certo che ci sono altri creditori (del resto c'è stata una rinuncia anche per questo) ma nessuno di loro si sta particolarmente interessando alla presentazione di questa benedetta istanza. Fin qui la premessa. La domanda è: posso legittimamente entrare nel mio locale rifacendomi all'art. 923 c.c.? Il fatto che gli eredi hanno rinunciato e che gli altri creditori non hanno fatto niente in tutto questo tempo non è un buon motivo per presumere uno stato di abbandono e quindi legittimarmi quanto meno ad entrare nel mio locale? Aggiungo che sono anche disposto a riconoscere dei legittimi indennizzi ai legittimi proprietari di questi beni che dovessero presentarsi (magari pubblicando un avviso all'Albo Pretorio del Comune) ma quanto meno vorrei sapere se posso agire in questi termini bypassando la procedura giudiziaria canonica. Spero di essere stato esaustivo.

Consulenza legale i 29/12/2014

Nel caso di specie si è aperta una successione ereditaria a favore di alcuni soggetti, di cui tutti rinunciatari tranne uno, che dovrà essere interdetto a causa di una infermità di mente.
I beni ereditari si trovano quindi in stato di abbandono da parte dei chiamati all'eredità e sembra che nessuno di loro voglia farli propri.

Secondo dottrina e giurisprudenza, nel periodo che intercorre tra la morte del de cuius e l'acquisto da parte del chiamato, i beni ereditari, anche se attualmente senza titolare, non diventano, per ciò stesso, res nullius. Non si possono, cioè, liberamente acquistare dal primo occupante ai sensi dell'art. 923 del c.c. (che si applica ai beni mobili).
Neanche la legge considera i beni ereditari, prima dell'acquisto, come res derelictae, anzi, li tiene uniti in base alla loro comune destinazione.
La dottrina ha affermato che il patrimonio ereditario, durante la situazione di vacanza di un titolare, rientrerebbe nella categoria dei "patrimoni di destinazione".
In virtù di tali principi, è previsto il sistema di amministrazione di cui all'art. 528 del c.c., e cioè la nomina del curatore dell'eredità giacente: difatti, fino a che non sia chiara l'identità del futuro erede, sorge l'esigenza di assicurare la conservazione e l'amministrazione del patrimonio ereditario, al fine di salvaguardare gli interessi di tutti coloro che vantano diritti sul patrimonio ereditario.

In effetti, nel caso in esame, ad impedire che i beni possano considerarsi "abbandonati" depone il fatto che esiste comunque un soggetto chiamato che potrebbe accettare l'eredità, a mezzo di un tutore, dopo essere stato interdetto; ed inoltre, sussiste la possibilità giuridica (anche se remota nel concreto) che i rinunciatari revochino la rinunzia ex art. 525 c.c. e accettino l'eredità, cosa che può accadere fino a che il diritto di accettare non è prescritto (10 anni dall'apertura della successione).

Per tutte queste ragioni, i beni ereditari attualmente privi di titolare e almeno fino a dieci anni dopo la morte del de cuius non possono considerarsi res derelictae suscettibili di occupazione ex art. 923 c.c.

L'unica strada percorribile resta quindi quella della nomina di un curatore dell'eredità giacente.
Tuttavia, per tentare di accelerare il procedimento interdittivo in capo all'unico chiamato che non ha ancora rinunciato, si potrebbe provare ad esperire nei suoi confronti un'actio interrogatoria ai sensi dell'art. 481 del c.c., cioè un'azione con cui chiunque abbia interesse (quindi anche un creditore), può chiedere che l'autorità giudiziaria fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all'eredità. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare. Tale azione si può esperire contro qualsiasi chiamato, anche se incapace.

Potendo, poi, individuare un soggetto "responsabile" dell'eredità (il futuro interdetto o il curatore dell'eredità giacente), si può ipotizzare di velocizzare la liberazione dell'immobile dai beni ereditari mediante una offerta formale degli stessi nelle forme di cui agli artt. 1206 ss. c.c. Si configurerebbe cioè un rapporto di debitore-creditore tra chi detiene i beni ereditari e colui che ne diverrà titolare o comunque dovrà amministrarli. La mora del creditore risulta importante per il debitore che voglia liberarsi dal peso di detenere i beni altrui, perché il creditore messo in mora sarà tenuto a risarcire i danni derivati dalla sua mora e a sostenere le spese per la custodia e la conservazione della cosa dovuta.


01/12/2014 Piemonte
Alessandro S. chiede

Si può rivendicare la proprietà di un pontile comunale strappato dalle recenti piogge dal suo ormeggio sul lago d'Orta?

Consulenza legale i 11/12/2014

Il codice civile prevede espressamente alcune ipotesi di acquisto della proprietà relative a fenomeni naturali. Ad esempio, ai sensi dell'art. 941 del c.c. le unioni di terra e gli incrementi, che si formano successivamente e impercettibilmente nei fondi posti lungo le rive dei fiumi o torrenti, appartengono al proprietario del fondo, salvo quanto è disposto dalle leggi speciali; oppure, l'art. 945 del c.c. stabilisce che le isole e le unioni di terra che si formano nel letto dei fiumi o torrenti appartengono al demanio pubblico; e così via.

Vi è una norma che sembrerebbe - ad una lettura superficiale - applicarsi al caso di specie: l'art. 944 del c.c. stabilisce che, se un fiume o torrente stacca per forza istantanea una parte considerevole e riconoscibile di un fondo contiguo al suo corso e la trasporta verso un fondo inferiore o verso l'opposta riva, il proprietario del fondo al quale si è unita la parte staccata ne acquista la proprietà. Deve però pagare all'altro proprietario un'indennità nei limiti del maggior valore recato al fondo dall'avulsione.
Tuttavia, mancano alcuni presupposti della norma: intanto, nel caso di specie non si tratta di un "fiume o torrente", ma di un lago; inoltre, sembra mancare l'elemento della congiunzione (organica e aderente) della parte avulsa con altro terreno.

Mancando una norma specifica che regoli la fattispecie, si devono guardare i principi generali.
Quindi si pongono due questioni:
1. il pontile è un bene che può essere acquistato da un privato?
2. se sì, vi può essere occupazione ai sensi dell'art. 923 del c.c.?

1.
Se il pontile appartiene al demanio pubblico lacuale, il privato non può in alcun caso diventarne proprietario (art. 823 del c.c.: "I beni che fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano").
Se esso appartiene al patrimonio del comune, può trattarsi di bene disponibile (così definito quando non è destinato direttamente ed immediatamente a soddisfare esigenze di perseguimento dei fini istituzionali dell'ente e che è, salvo leggi speciali, soggetto alle norme di diritto privato del codice civile) o di bene indisponibile (in quanto la destinazione di esso è volta al perseguimento di finalità istituzionali dell'ente).

In questo secondo caso, il bene può essere alienato (cioè volontariamente ceduto ad altri da parte del comune) ma non sottratto alla sua destinazione, se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano.
C'è un caso speciale emblematico regolato dalla legge, quello della fauna selvatica, considerata patrimonio indisponibile dello Stato con art. 1, L. 27 dicembre 1977, n. 968; in precedenza, poiché non era stabilito che facesse parte del patrimonio indisponibile, gli animali selvatici non custoditi in fondi chiusi dovevano considerarsi res nullius, suscettibile di occupazione a norma dell’art. 923 c.c.

Tornando al primo caso (bene del patrimonio disponibile) è ipotizzabile in astratto una occupazione.

2.
Tuttavia, l'occupazione ex art. 923 può aversi solo su c.d. res nullius, cioè su cosa che non era di proprietà di alcuno; e su cosa abbandonata, che è la cosa abbandonata dal proprietario con l'intenzione di spogliarsene.
Appare evidente che nel caso di specie il pontile comunale staccato dal lago a causa di un fenomeno atmosferico intenso non è né res nullius, né res derelicta (abbandonata).

Si deve quindi rispondere al quesito in senso negativo.

Se il comune si disinteressasse per molti anni del pontile, e questo si potesse far rientrare nel suo patrimonio disponibile, si potrebbe ipotizzare un acquisto per usucapione ventennale.