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Articolo 615 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398)

Violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale

Dispositivo dell'art. 615 Codice penale

Il pubblico ufficiale [357], che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni [323], s'introduce o si trattiene nei luoghi indicati nell'articolo precedente(1), è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Se l'abuso consiste nell'introdursi nei detti luoghi senza l'osservanza delle formalità prescritte dalla legge [c.p.p. 352, 247, 250, 251] (2), la pena è della reclusione fino a un anno (3).

Note

(1) Deve sussistere una connessione tra la condotta di abuso e la violazione di domicilio, tra le quali deve sussiste un nesso teleologico, per cui l'abuso incide sulle modalità di commissione del reato, facilitandone la realizzazioe.
(2) La dottrina ritiene che si tratti di una fattispecie autonoma di reato, che si trova in rapporto di specialità (v.15) con la fattispecie di cui al primo comma.
(3) In applicazione del principio dell'analogia in bonam partem, viene considerato legittimo anche alla condotta alternativa della permanenza.

Ratio Legis

La ratio di tale disposizione si coglie nella considerazione che i luoghi di dimora non sono intesi solo nella loro materialtà, ma anche come proiezione spaziale della persona, la cui libertà individuale si estrinseca anche nell'interesse alla tranquillità e sicurezza dei luoghi in cui si svolge la propria vita privata.

Massime relative all'art. 615 Codice penale

Cass. n. 5088/1993

L'abuso di poteri inerenti alle funzioni, che qualifica la condotta del delitto di violazione di domicilio commesso da un pubblico ufficiale, non postula la presenza degli estremi necessari per l'integrazione del reato di abuso di ufficio, potendo realizzarsi per effetto di qualsiasi abuso, come l'usurpazione, lo sviamento, il perseguimento di una finalità diversa, l'inosservanza di leggi, regolamenti o istruzioni, ecc., indipendentemente dall'ingiustizia o meno degli scopi perseguiti dall'agente. (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la sussistenza del reato di cui all'art. 615 c.p. poiché la perquisizione operata da un vigile urbano nei locali ove si esercitava senza licenza l'attività di parrucchiere — così facendo concorrenza a quella debitamente autorizzata, della moglie del predetto pubblico ufficiale — era intesa a conseguire uno scopo giuridicamente lecito, ossia la repressione di un'infrazione amministrativa, ma era contraria all'art. 13, L. 24 novembre 1981, n. 689, che pone il divieto di perseguire i luoghi di privata dimora).

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 615 Codice penale

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Anonimo chiede
venerdì 28/04/2017 - Calabria
“Buongiorno,
con riferimento all'art.615 c.p. ed alla giurisprudenza segnalata sul vostro sito (sentenza cassazione n. 5088 del 1993), non essendo riuscito a trovare detta sentenza, con la presente chiedo di avere copia integrale di detta sentenza con tutti gli estremi utili per la corretta citazione della stessa in un atto processuale.
chiedo inoltre di sapere se sull'argomento (prevalenza dell'art.13 della legge 689/81 - tutela del domicilio - sulle ispezioni del lavoro non preventivamente autorizzate dalla magistratura) vi sia ulteriore giurisprudenza cui poter fare riferimento.
Rimango in attesa di vostre comunicazioni”
Consulenza legale i 09/05/2017
Il problema dell’accesso ad aree o immobili privati costituisce da sempre una delle problematiche più spinose relativa all’attività di controllo della Polizia Locale e non solo.
In pratica, è una questione pregiudiziale ad ogni accertamento perché ne costituisce il limite negativo di partenza. Le norme di riferimento non sono molte, ma le questioni ad esso connesse sono invece più d’una.

La pronuncia di cui al quesito è molto datata ed è presente, purtroppo, nelle banche dati da noi abitualmente utilizzate, solo nella forma massimata (sunto breve del principio di diritto espresso). E', tuttavia, pubblicata sulla seguente rivista: Giustizia Penale 1994, II, 320, normalmente reperibile - se non presso quelle pubbliche - presso le biblioteche universitarie.

Oltre a quest'ultima, possono costituire utile punto di riferimento sul tema le seguenti sentenze:

Cassazione civile, sez. I, 24/03/2005, n. 6361:
La nozione di "privata dimora" rilevante, agli effetti dell'art. 13 l. n. 689 del 1981, per delimitare il potere di ispezione degli organi addetti all'accertamento di illeciti amministrativi (potere che può, appunto, esercitarsi esclusivamente in luoghi diversi dalla privata dimora) coincide con quella rilevante agli effetti del reato di violazione di domicilio (art. 614 c.p.), e dunque comprende non soltanto la casa di abitazione, ma anche qualsiasi luogo destinato permanentemente o transitoriamente all'esplicazione della vita privata o di attività lavorativa, e, quindi, qualunque luogo, anche se - appunto - diverso dalla casa di abitazione, in cui la persona si soffermi per compiere, pur se in modo contingente e provvisorio, atti della sua vita privata riconducibili al lavoro, al commercio, allo studio, allo svago. (Nella fattispecie, la Corte cass. ha ritenuto che costituisse privata dimora la sede di un'associazione privata, e ha quindi considerato illegittima l'ispezione ivi eseguita degli accertatori)

Cassazione civile, sez. I, 27/01/2005, n. 1699
In tema d'accertamento delle sanzioni amministrative, è atto inutilizzabile il verbale di un'ispezione illegittima perché compiuta dai vigili urbani in un luogo di privata dimora, atteso che l'art. 13 della legge n. 689 del 1981 prevede che gli organi addetti al controllo delle violazioni di loro competenza possono assumere informazioni e procedere ad ispezioni di cose e di luoghi diversi dalla privata dimora, ossia da quei luoghi, anche diversi dall'abitazione, destinati permanentemente o transitoriamente all'esplicazione della vita privata o dell'attività lavorativa, in cui la persona si soffermi per compiere, pur se in modo contingente e provvisorio, atti della sua vita privata riconducibili al lavoro, al commercio, allo studio e allo svago. (In applicazione di tale principio, la Corte ha annullato l'ordinanza - ingiunzione emessa dal Presidente della Provincia sulla base di un verbale - considerato inutilizzabile - redatto da due vigili urbani i quali, fingendo di essere fratello e sorella, preoccupati di intervenire in favore di una loro parente, si erano introdotti nel domicilio della persona poi incolpata della violazione amministrativa, riguardante l'organizzazione abusiva di viaggi turistici, e avevano così carpito maliziosamente il suo consenso).”

Esiste poi una pronuncia della Cassazione più recente ma che si limita a ribadire il medesimo principio della n. 5088/1993.

Testi per approfondire questo articolo