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Articolo 507

Codice di Procedura Penale

Ammissione di nuove prove

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Dispositivo dell'art. 507 Codice di Procedura Penale

1. Terminata l'acquisizione delle prove, il giudice, se risulta assolutamente necessario, può disporre anche di ufficiol'assunzione di nuovi mezzi di prove [190 2, 509] (1) (2).
1bis. Il giudice può disporre a norma del comma 1 anche l'assunzione di mezzi di prova relativi agli atti acquisiti al fascicolo per il dibattimento a norma degli articoli 431, comma 2, e 493, comma 3 (3).

Note

(1) I mezzi di prova sono gli strumenti (o istituti) processuali attraverso i quali si acquisisce, innanzi al giudice, la prova.
Il codice elenca i seguenti mezzi tipici: testimonianza, esame delle parti, confronti, ricognizioni, esperimenti giudiziali, perizia e documenti.
La dimostrazione del fatto da provare è conseguita proprio mediante i suindicati strumenti procedurali. Questi possono fornire la rappresentazione del modo d'essere (o di non essere) dei fatti oggetto del thema probandi.
Sotto un particolare profilo, può dirsi che il mezzi (es.: la testimonianza) è anche la fonte immediata da cui scaturisce la prova, giacché proprio la sua attivazione (es.: la escussione del teste) produce la prova, che quindi da esso discende e deriva, come l'acqua dalla sua sorgente. Peraltro, il mezzi promana, a sua volta, da una scaturigine ancora più a monte (es.: la testimonianza deriva dalla persona-testimone). Pertanto, ad esempio, la persona-teste (fonte soggettiva di prova) attraverso lo strumento della testimonianza (mezzi o modalità di creazione della prova), pone in essere la sua dichiarazione, di affermazione o negazione di un fatto (prova positiva o negativa). Nel confronto, le persone già esaminate o interrogate (fonti di prova) attraverso tale strumento o mezzo probatorio (mezzo di prova), formano con le loro dichiarazioni la prova di un determinato fatto.

(2) La concezione del processo penale secondo il modello accusatorio, volto all'affermazione di una verità processuale da conseguire attraverso la logica dialettica del contraddittorio e nel rispetto di rigorose regole metodologiche, aveva inizialmente confinato, in ossequio al potere dispositivo delle parti in tema di prove, l'intervento del giudice, ai sensi dell'art. 507, nell'ambito di ipotesi eccezionali; infatti, esso era normalmente precluso dalla inattività delle parti o dalla inosservanza di norme procedurali. In seguito, la necessità di svincolare il giudice dalla prima delle predette circostanze ha indotto a concepire la norma in esame come attributiva al giudice di un potere riequilibrante, atto a supplire le lacune probatorie delle parti, quando le stesse incidono in modo determinante sulla formazione del convincimento e sul risultato del giudizio.
La disposizione pone tre condizioni all'esercizio di siffatta facoltà: a) che sia terminata l'acquisizione delle prove; b) che risulti assolutamente necessario il mezzo istruttorio; c) che si tratti di nuovi mezzi di prova.
Il potere attribuito al giudice è esercitabile non solo ex officio, ma anche su richiesta delle parti e degli enti rappresentativi, che parti non sono.
Circa le modalità di assunzione, si veda l'art. 151 disp. att. (cfr. quanto detto sub art. 499). Nel caso in cui non possa provvedersi nella stessa udienza, l'art. 509 prevede un'ipotesi di sospensione e rinvio del dibattimento.

(3) Il comma 1bis dell'art. 507, introdotto dall'art. 42 della l. 16-12-1999, n. 479 (c.d. «Carotti») estende la facoltà del giudice di integrazione probatoria d'ufficio, all'esito dell'acquisizione delle prove richieste dalle parti, ai mezzi di prova relativi agli atti acquisiti sull'accordo delle parti al fascicolo per il dibattimento, al momento della formazione del fascicolo stesso o in un momento successivo.


Ratio Legis

In un ordinamento improntato al principio di legalità e a quello connesso dell'obbligatorietà dell'azione penale, fine primario ed ineludibile del processo penale, ancorché ispirato al modello accusatorio, è quello della ricerca della verità, per cui non sono ammissibili metodologie processuali che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico, necessario per pervenire ad una giusta decisione. Ne discende che, anche al fine di non vanificare il principio del libero convincimento, il potere officioso previsto dalla norma sia attuabile tutte le volte in cui le prove dedotte dalle parti siano ritenute non sufficienti ad esercitare la funzione conoscitiva del processo, con un apprezzamento di assoluta necessità rimesso alla valutazione discrezionale del giudice.

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