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Articolo 2106 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Sanzioni disciplinari

Dispositivo dell'art. 2106 Codice civile

L'inosservanza delle disposizioni contenute nei due articoli precedenti può dar luogo all'applicazione di sanzioni disciplinari (1), secondo la gravità dell'infrazione [e in conformità delle norme corporative] (2).

Note

(1) La sanzione è irrogabile purchè vi sia sussistenza ed imputabilità del fatto e adeguatezza della sanzione, ovvero proporzionalità tra infrazione e sanzione.
(2) Le norme corporative sono state abrogate, quali fonti di diritto, per effetto della soppressione dell'ordinamento corporativo, disposta con R.D.L. 09 agosto 1943, n. 721 e della soppressione delle organizzazioni sindacali fasciste, disposta con D.Lgs.Lgt. 23 novembre 1944, n. 369.

Ratio Legis

Il potere di infliggere sanzioni disciplinari e di proporzionare la gravità dell'illecito accertato rientra nel potere di organizzazione dell'impresa quale esercizio della libertà di iniziativa economica tutelato dall'art. 41 Cost., ciò nonostante a norma dell'art. 7, L. 20 maggio 1970, n. 300 la sanzione disciplinare è irrogabile a condizione che vengano preventivamente contestati gli addebiti al lavoratore in modo che possa esporre le proprie difese.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 2106 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Rita C. chiede
sabato 25/02/2017 - Abruzzo
“Mi rivolgo a Lei confidando la sua esperienza nel settore disciplinare del pubblico impiego
mi chiamo Rita C. Funzionario dipendente dell Agenzia delle Entrate di P.
con 42 anni di servizio e prossima al pensionamento previsto per settembre 2018
Detto questo il 29 Novembre 2016 sono stata sottoposta a indagine AUDIT per accessi effettuati
nel 2015.
Agli accessi sono stata autorizzata e abilitata alla selezione , dal luglio 2014, per la scelta dei contribuenti da sottoporre a controllo
in particolar modo nel settore del Redditometro
Era logico che con tale autorizzazione avessi effettuato molti accessi con proficuo risultato
I funzionari mi hanno sottoposto i nominativi in due elenchi separati
nel primo (allegato n. 1) c erano quelli ritenuti connessi all attività istituzionale
Nel secondo elenco (allegato 2) vi erano soggetti ritenuti non connessi alla
attività istituzionale, in particolare si sono soffermati su :
Un bar gelateria che ho giustificato aver fatto l accesso per ricerca del recapito
un professionista che ho giustificato per un controllo versamento su richiesta dell interessato
e una collega che ho giustificato per essere stata presente nella lista del redditometro per una spesa effettuata
I funzionari si sono soffermati soprattutto su quest ultima con tono inquisitorio hanno incominciato
a chiedermi perché non evessi fatto un invito alla collega, ipotizzando un danno all'erario
mi sono sentita colpevolizzata ingiustamente ed emozionalmente distrutta
Tra l altro non mi hanno avvisata che potevo farmi assistere
ho firmato il verbale e dopo qualche giorno il 01 dicembre 2016 ho inviato una memoria scritta
giustificando l archiviazione della collega anche se secondo il mio parere eranco andati oltre
l incarico da loro ricevuto che era attinente alla giustificazione degli accessi.
pensavo fosse finita cosi , quando il 3 Febbraio 2017 mi vedo notificare una comunizazione disciplinare
con la quale mi si incolpa di aver fatto numerosi accessi
che a parte il bar gelateria, hanno effettuato ulteriori indagini sul professionista
dicendo che non ho detto il vero e di aver trovato 13 soggetti riconducibili allo stesso-
io non ero a conoscenza di questa ulteriore indagine e chi sono questi soggetti
e di avermi convocata per il 10 Marzo presso la Direzione Regionale di......
Su suggerimento del Sindacato Alfa al quale sono iscritta ho chiesto in data 10 Febbraio l'accesso agli atti
perché non so chi sono questi 13 soggetti
e per avere il diritto di difendermi. a tutt oggi non ho ricevuto risposta
Voglio precisare che gli accessi sono stati fatti a video senza trasmissione di atti all'esterno
senza profitto . non ritengo di essere colpevole di abuso di ufficio
Le chiedo la cortesia di fornirmi la sua cunsulenza al riguardo
e se ci sono possibilità di evitare il penale.”
Consulenza legale i 05/03/2017
La disciplina legale in materia di potere disciplinare nel pubblico impiego è quella dell’art. 2106 del codice civile, in parte dell’art. 7 dello Statuto dei lavoratori, nonchè degli artt. da 54 a 55 septies del D.Lgs. 165 del 2001.
A tale normativa va aggiunto, per quello che qui ci interessa, il necessario riferimento al codice di comportamento dei dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, approvato con provvedimento 16 settembre 2015 del direttore Rossella Orlandi.
Si tratta di un codice che tende ad esaltare perfino gli aspetti morali del dipendente: ad esempio, nell’articolo 2 sui “principi generali”, assumono valenza di doveri minimi per il dipendente l’improntare il proprio comportamento al rispetto dei principi etici universalmente riconosciuti e il collaborare attivamente alla realizzazione degli obiettivi dell’Agenzia.

Il codice di comportamento, come è ovvio che sia, regola l’attività lavorativa all’interno dell’Agenzia, individuando le condotte che il dipendente deve tenere o deve evitare in tale ambito.
Particolare attenzione viene dedicata all’utilizzo dei sistemi informatici; la delicatezza dei dati a disposizione dell’Agenzia, spesso personali ma frequentemente anche sensibili, hanno infatti imposto la previsione di uno specifico articolo, proprio destinato a essi.

Da questa disposizione ne discende che:
  • è sempre necessaria l’autorizzazione per l’utilizzo di tali strumenti ed è vietata l’effettuazione di download di programmi o di file di provenienza esterna sul computer dato in uso dall’Agenzia, se non inerenti l’attività d’ufficio;
  • non si possono detenere o utilizzare abusivamente codici, parole chiave o altri mezzi idonei all’accesso a un sistema informatico o telematico;
  • parallelamente, non si possono trasferire all’esterno o trasmettere file o documenti riservati se non per finalità strettamente attinenti alle proprie mansioni e in ogni caso è necessaria la previa autorizzazione del responsabile dell’ufficio.

In altri termini, costituisce principio generale quello secondo cui informazioni, applicazioni e apparecchiature devono essere utilizzati esclusivamente per motivi di ufficio, evitando che tali beni siano prestati o ceduti a terzi senza autorizzazione preventiva del responsabile dell’ufficio.

Particolare attenzione è rivolta alla riservatezza e ai rapporti con i mezzi di informazione.
Oltre al doveroso rispetto del segreto d’ufficio, il dipendente deve mantenere riservate le notizie e le informazioni apprese nell’esercizio delle proprie funzioni. Coerentemente, il dipendente consulta i soli fascicoli direttamente collegati alla sua attività e ne fa uso conforme ai doveri d’ufficio, consentendone perciò l’accesso solo a coloro che ne abbiano titolo, conformemente alle prescrizioni dell’ufficio, con la precisazione ulteriore che il divieto di divulgazione all’esterno, salvo specifica autorizzazione, deve riguardare ovviamente anche gli organi di informazione, attenendosi alle direttive impartite in materia dall’Agenzia.

Ora, da quanto detto nel testo del quesito risulta che si era stati espressamente autorizzati e abilitati all’accesso all’anagrafe dei contribuenti per la scelta di quali tra questi sottoporre a controllo nel settore del redditometro, autorizzazione che si ritiene non possa che essere stata data in forma generica e non con specifico riferimento a contribuenti ben determinati.
Tanto si ritiene possa essere in qualche misura sufficiente a giustificare qualunque tipo di accesso e verso qualsiasi nominativo contenuto in anagrafe tributaria, trattandosi di espletamento di attività istituzionale regolarmente ed espressamente autorizzato.

Né può dirsi che nell’espletamento di tale attività, con riferimento ai soggetti contestati, si sia incorsi in violazione della normativa dettata dal codice di comportamento sopra richiamato, in quanto, come prima visto, tale codice:
  1. richiede l’espressa autorizzazione per l’utilizzo degli strumenti informatici a disposizione (autorizzazione sussistente);
  2. vieta la detenzione o utilizzo abusivo di codici, parole chiave o altri mezzi idonei all’accesso a un sistema informatico o telematico (l’autorizzazione presuppone un uso ed un possesso legittimo dei codici o quant’altro necessario per accedere al sistema informatico);
  3. vieta di trasferire all’esterno o trasmettere file o documenti riservati se non per finalità strettamente attinenti alle proprie mansioni (comportamento questo che, da quanto si legge nel quesito, non risulta contestato).

A questo punto il problema che si pone è quello di far valere le proprie difese nel contradittorio con l’amministrazione procedente, ed a tal fine il richiamo va fatto alla normativa congiunta di cui si è detto all’inizio di questa risposta.
Dall’esame di tale normativa si evince innanzitutto che ogni provvedimento disciplinare, ad eccezione del rimprovero verbale, deve essere adottato previa tempestiva contestazione scritta dell’addebito al dipendente.
Ricevuta la contestazione disciplinare, è necessario agire con la massima tempestività.

Al fine di poter predisporre idonee giustificazioni (che possono essere rese accompagnati da un rappresentante sindacale o da un legale) sarà opportuno poter visionare la documentazione relativa al procedimento disciplinare o comunque utile per la predisposizione delle difese, e formulare allo scopo istanza di accesso agli atti (il dipendente ha diritto di accesso agli atti istruttori del procedimento ex art. 55 bis, 5° comma Dlgs 165/2001, e ciò risulta essere stato correttamente fatto).

Su tale tema diverse sono le pronunce della Corte di Cassazione e, tra le altre, merita di essere segnalata la sentenza della Sezione lavoro 27/10/2000, n. 14225, nella quale si afferma esplicitamente che il lavoratore sottoposto a procedimento disciplinare ha diritto ad accedere agli atti, seppure tale diritto non sia assoluto, bensì contenuto nei limiti del diritto di difesa.
In tal senso si è affermato che la documentazione alla quale il lavoratore soggetto a procedimento disciplinare ha diritto di accedere per poter approntare un’adeguata difesa, in relazione alla contestazione disciplinare mossagli, è esclusivamente quella avente diretta e precisa connessione con gli addebiti oggetto della contestazione, e non altra e diversa documentazione che pure, a giudizio dello stesso lavoratore, potrebbe risultargli utile consultare.
Nel senso espresso dalla Corte di Cassazione può poi argomentarsi anche dalle norme contenute nella legge fondamentale in materia, ossia la Legge n. 241/1990.
In particolare, dall’art 22 comma 1 lett. b) della legge n. 241/90, nel testo novellato dalla legge 11 febbraio 2005 n. 15, si ricava che, in tema di legittimazione attiva all’esercizio del diritto di accesso, è richiesta la titolarità di interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso (cfr. Cons. St., sez. IV, 10.03.2014 n. 1134).
Inoltre, ai sensi dell’art. 24 comma 7, l. n. 241/1990, l’accesso ai documenti amministrativi va garantito, qualora sia funzionale a qualunque forma di tutela, sia giudiziale che stragiudiziale, anche prima e indipendentemente dall’effettivo esercizio di un’azione giudiziale (cfr. Cons. St., sez. V, 23 febbraio 2010, n. 1067).

Pertanto, si ritiene che sussista il pieno diritto ad acquisire ogni atto istruttorio relativo agli accessi della cui legittimità si dubita, con la conseguenza che, nell’ipotesi in cui si continui a non avere alcun riscontro a tale legittima richiesta di accesso agli atti, il lavoratore avrà facoltà, ex art. 55 bis D.lgs. 165/2001, di formulare motivata istanza di rinvio del termine per l'esercizio della sua difesa.

Per quanto concerne le preoccupazioni in ordine ad eventuali risvolti penali della vicenda, si ritiene che non vi possano essere grossi margini per la configurabilità del reato di abuso d’ufficio, e ciò prevalentemente in considerazione del fatto che tale reato, nella attuale formulazione dell’art. 323 c.p., si presenta quale reato di evento e non di pura condotta.
Ciò comporta che tale delitto può dirsi integrato solo allorquando l'agente procuri a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrechi ad altri un danno ingiusto, ma nulla di tutto ciò si ritiene che possa rimproverarsi all’autore dell’illecito contestato.

Testi per approfondire questo articolo