Cassazione penale Sez. I sentenza n. 12366 del 14 settembre 1990

(1 massima)

(massima n. 1)

Nel caso in cui le reazioni «a corto circuito» sono caratterizzate dal fatto che tra la rappresentazione nella coscienza del fattore motivante (stimolo) e la conseguente esecuzione trascorre un certo lasso di tempo durante il quale il soggetto, pur avendone la possibilità, non valuta tutti i contromotivi e le conseguenze della propria azione, è evidente che esse comprimono quella capacità di volere la cui presenza è necessaria perché si abbia imputabilità. Infatti anche se risulta integra la capacità di intendere viene in tali manifestazioni compromessa quella capacità di volere intesa come attitudine della persona a determinarsi in modo autonomo con possibilità di optare per la condotta adatta al motivo che appare più ragionevole e quindi di resistere agli stimoli degli avvenimenti esterni.

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