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Articolo 26

Costituzione

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Dispositivo dell'art. 26 Costituzione

L'estradizione del cittadino (1) può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali (2) (3) [10; c.p. 13; c.p.p. 697 ss.].
Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici (4).

Note

(1) La cittadinanza italiana deve sussistere al momento della consegna di colui che deve essere estradato, per evitare che un ex cittadino possa beneficiare della norma in esame.

(2) La norma considera la natura negoziale dell'estradizione: essa può essere concessa soltanto quando lo Stato italiano si sia accordato con uno Stato estero. Questa materia è improntata alla reciprocità, per garantire identità di trattamento nelle reciproche richieste di estradizione.
Il divieto è, invece, assoluto per i reati politici. Tuttavia, l'art. 13 del codice penale ammette l'estradizione anche per reati non previsti da accordi internazionali, purché questi ultimi non lo vietino espressamente.

(3) Tale disciplina va, comunque, coordinata con la norma che vieta la pena di morte (v. 27): non sarebbe ammissibile, quindi, l'estradizione verso uno Stato il cui ordinamento ammetta come sanzione, per il reato al quale si riferisce la richiesta, proprio la pena di morte. È quanto espressamente previsto anche dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea dove, accanto al divieto di espulsioni collettive, è fatto divieto di allontanare, espellere o estradare una persona verso uno Stato in cui esiste un serio rischio di essere sottoposto alla pena di morte o (e qui si amplia il campo di tutela rispetto alla nostra Costituzione) alla tortura, pene e trattamenti inumani e degradanti. L'Italia ha aderito a trattati, come quello con gli Stati Uniti d'America, che prevedono la possibilità di concedere l'estradizione anche per reati punibili con la pena di morte, purché lo Stato richiedente offra garanzie della non applicazione o esecuzione della pena capitale. La Corte Costituzionale, con sentenza 25-27 giugno 1996, n. 223, ha però, riaffermato il carattere assoluto del divieto costituzionale di pena di morte, dichiarando l'incostituzionalità dell'art. 698 c.p.p. e della legge di esecuzione del trattato con gli Stati Uniti, nella parte in cui dà esecuzione all'articolo IX del trattato, in quanto consentivano l'estradizione per reati punibili con la pena di morte purché fossero apprestate garanzie soltanto sufficienti, mentre quando è in gioco il bene supremo della vita, la garanzia di non applicabilità della pena di morte deve essere assoluta.

(4) L'articolo in esame, come quello relativo all'estradizione dello straniero (v. 10), fa riferimento alla nozione di reato politico; tale nozione viene data nel nostro ordinamento dall'articolo 8 del codice penale, emanato in epoca fascista (1930), che, al fine di estendere al massimo l'applicazione della legge italiana ai delitti politici commessi all'estero, vi include ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato o un diritto politico del cittadino, e ogni delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici. Il disposto costituzionale, invece, mira a restringere la potestà repressiva dello Stato estero solo laddove il cittadino italiano abbia compiuto fatti criminosi per opporsi a regimi illiberali o per affermare un diritto di libertà il cui esercizio è negato. Diversamente, sarebbe tutelato anche il cittadino che abbia commesso crimini razziali o atti di terrorismo contro ordinamenti democratici per sovvertirli.
Poiché, tuttavia, dottrina e giurisprudenza continuano a ricavare la definizione di reato politico dall'art. 8 c.p., è stato necessario promulgare una legge costituzionale [v. 138], per escludere i delitti di genocidio dalla sfera di applicabilità degli articoli 10 e 26.


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