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Articolo 643 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398)

Circonvenzione di persone incapaci

Dispositivo dell'art. 643 Codice penale

Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore [2], ovvero abusando dello stato d'infermità o deficienza psichica (1) di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto (2) che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso (3) (4), è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da duecentosei euro a duemilasessantacinque euro.

Note

(1) Per quanto riguarda le persone totalmente incapaci d'intendere e di volere, la dottrina appare divisa tra coloro che non ritengono che questi possano dirsi soggetti passivi del delitto, riconoscendo come necessario almeno un minimo di capacità psichica, e coloro che invece ritengono questi come possibili offesi.
(2) Tale reato è a forma libera, quindi può essere realizzato con qualunque mezzo idoneo ad indurre la vittima a compiere l'atto dannoso, senz ala necessità di ricorrere ad artifici o raggiri. Tuttavia si ritiene che debba essere in ogni caso un'attività positiva, orientata a incidere sul processo volitivo del soggetto, determinandolo.
(3) Riguardo agli effetti dell'atto alcuni autori ritengono possa trattarsi anche di un danno di natura extra patrimoniale, mentre altri optano per una visione restrittiva della norma che fa sì che venga ad integrarsi solo ove il soggetto passivo sia offeso nella sua sfera patrimoniale.
(4) Il terzo che eventualmente subisce il danno non è considerato persona offesa, bensì può assumere la qualifica di danneggiato dal reato agli effetti civili.

Ratio Legis

Secondo la dottrina prevalente, il fondamento di tale norma sarebbe rinvenibile nell'esigenza di tutelare il patrimonio dell'offeso, tuttavia alcuni autori propendono invece per considerare oggetto di tale esigenza la libertà di autodeterminazione di questi.

Massime relative all'art. 643 Codice penale

Cass. n. 3209/2014

Il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l'altrui opera di suggestione e pressione.

Cass. n. 39144/2013

Ai fini dell'integrazione dell'elemento materiale del delitto di circonvenzione di incapace, devono concorrere: (a) la minorata condizione di autodeterminazione del soggetto passivo (minore, infermo psichico e deficiente psichico) in ordine ai suoi interessi patrimoniali: (b) l'induzione a compiere un atto che comporti, per il soggetto passivo e/o per terzi, effetti giuridici dannosi di qualsiasi natura, che deve consistere in un'apprezzabile attività di pressione morale e persuasione che si ponga, in relazione all'atto dispositivo compiuto, in rapporto di causa ad effetto; (c) l'abuso dello stato di vulnerabilità del soggetto passivo, che si verifica quando l'agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il fine di procurare a sé o ad altri un profitto.

Cass. n. 19180/2013

Il soggetto passivo del delitto di circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), titolare del diritto di querela nei casi previsti dal secondo comma dell'art. 649 c.p. è soltanto l'incapace - ossia il soggetto che abbia subito la circonvenzione - quale portatore dell'interesse tutelato dalla norma incriminatrice e non anche il terzo che abbia subito danni in conseguenza degli atti dispositivi posti in essere dall'incapace medesimo, rivestendo detto terzo solo la qualità di persona danneggiata dal reato, come tale legittimata ad esercitare l'azione civile.

Cass. n. 45327/2011

Per la sussistenza del reato di circonvenzione di persone incapaci è necessario che la situazione di deficienza psichica della vittima sia oggettiva e riconoscibile da parte di tutti, in modo che chiunque possa abusarne per i propri fini illeciti.

Cass. n. 6971/2011

L'integrazione della fattispecie criminosa della circonvenzione di persone incapaci non richiede che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente che esso sia affetto da infermità psichica o deficienza psichica, ovvero da un'alterazione dello stato psichico, che sebbene meno grave dell'incapacità, risulti tuttavia idonea a porlo in uno stato di minorata capacità intellettiva, volitiva od affettiva che ne affievolisca le capacità critiche.

Cass. n. 41378/2010

Integra il requisito dello stato di deficienza psichica della persona offesa del delitto di circonvenzione di incapace anche la compromissione della capacità di giudizio dipendente da disturbi di tipo paranoide.

Cass. n. 24192/2010

Rientra nella nozione di "deficienza psichica" ex art. 643 c.p. la minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l'altrui opera di suggestione, perché è "deficienza psichica" qualsiasi minorazione della sfera volitiva ed intellettiva che agevoli la suggestionabilità della vittima e ne riduca i poteri di difesa contro le altrui insidie.

Cass. n. 4816/2010

In tema di circonvenzione di incapaci, quando la persona offesa si trovi nella situazione di poter essere inabilitata a causa di condizioni psichiche così precarie da privarla gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, la prova dell'induzione può essere desunta in via presuntiva, potendo consistere in un qualsiasi comportamento dell'agente cui la vittima non sia in grado di opporsi e che la porti a compiere in favore dell'autore del reato atti per sé pregiudizievoli e privi di causale alcuna, che in condizioni normali non avrebbe compiuto.

Cass. n. 48908/2009

Integra l'elemento costitutivo dell'atto con effetti pregiudizievoli per la persona offesa nella fattispecie criminosa di circonvenzione di incapaci l'ordine impartito dalla stessa persona offesa alla propria banca di trasferire ad un terzo beneficiario una somma di danaro, a prescindere dalla effettiva esecuzione dell'ordine stesso.

Cass. n. 12406/2009

Costituisce un atto con effetti pregiudizievoli e, quindi, idoneo ad integrare la fattispecie di circonvenzione di persone incapaci l'apertura di un libretto cointestato ad autore e vittima, essendo sufficiente che l'atto sia idoneo a ingenerare un pregiudizio o un pericolo di pregiudizio per il soggetto passivo che l'ha posto in essere o per altri.

Cass. n. 10587/2009

In tema di circonvenzione di persone incapaci, l'atto di procura alla riscossione di denaro in nome e per conto dell'incapace può rientrare nella nozione di atto produttivo di effetto dannoso se nel concreto si atteggia a strumento con cui il soggetto attivo si appropria del denaro, depauperando la vittima.

Cass. n. 6078/2009

L'accertamento delle condizioni di deficienza psichica nel soggetto vittima del delitto di circonvenzione di persone incapaci non impedisce che lo stesso sia sentito come testimone e che siano utilizzate probatoriamente le sue dichiarazioni, attesa la differenza tra la capacità per gestire il patrimonio e quella richiesta per riferire in modo veritiero determinati fatti storici.

In tema di delitto di circonvenzione di persone incapaci, la prova della condotta induttiva può essere tratta anche da elementi indiziari e prove logiche, avendo riguardo alla natura dell'atto, all'oggettivo pregiudizio da esso derivante e ad ogni altro accadimento connesso al suo compimento. (Fattispecie in cui è stato probatoriamente valorizzato il carattere pregiudizievole degli atti compiuti ed il fatto che il corrispettivo della vendita di alcuni beni non pervenisse mai alla vittima).

Cass. n. 31320/2008

In tema di delitto di circonvenzione di persone incapaci, le condotte di abuso e di induzione consistono rispettivamente in qualsiasi pressione morale idonea al risultato avuto di mira dall'agente e in tutte le attività di sollecitazione e suggestione capaci di far sì che il soggetto passivo presti il suo consenso al compimento dell'atto dannoso.

Cass. n. 19665/2008

All'accertamento del delitto di circonvenzione di incapace consegue la nullità (e non l'annullabilità) del contratto stipulato dall'incapace per contrarietà a norme imperative, ai sensi dell'art. 1418 c.c.

Cass. n. 1404/2008

Ai fini della sussistenza del reato di circonvenzione di incapaci, in presenza di situazioni di infermità o deficienza psichica di minor portata e/o transitorie occorre provare che il soggetto passivo, nel momento del singolo atto dispositivo che si assume pregiudizievole, era circonvenibile, e che, di fatto, è stato indotto abusivamente all'atto pregiudizievole.

Cass. n. 16575/2005

In tema di circonvenzione di persone incapaci, ai fini della sussistenza dell'elemento dell'induzione debbono essere presi in considerazione non solo le condotte tenute dall'imputato al momento della commissione degli atti pregiudizievoli, ma anche tutto ciò che è accaduto successivamente in quanto indice rivelatore di una antecedente minorata capacità psichica della persona offesa, ed inoltre la valutazione della condotta non deve essere limitata all'attività positiva posta in essere dall'imputato ma deve essere rivolta anche alla valutazione dei risultati degli atti di disposizione patrimoniale compiuti che possono dimostrare indizi sul perpetramento di una induzione in termini di rafforzamento di una decisione in itinere.

Cass. n. 13488/2005

Tra i delitti di cui agli artt. 643 e 629 c.p., pur potendo essere soggetto passivo di quest'ultimo reato anche la persona che versi nello stato di deficienza psichica, non è ammissibile alcun concorso, anche se tra di essi è comune il perseguimento di un profitto, in quanto si differenziano per il mezzo adoperato dall'agente che, nella circonvenzione di incapaci è costituito dall'opera di suggestione o di induzione e nell'estorsione, invece, dall'uso della violenza o minaccia. Ne consegue che la necessaria esistenza di un nesso causale tra l'evento e uno degli indicati comportamenti dell'agente determina la configurabilità dell'uno o dell'altro titolo di reato.

Cass. n. 48537/2004

Ai fini della configurabilità del delitto di circonvenzione di persona incapace, di cui all'art. 643 c.p., è necessario il dolo specifico di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto di carattere non necessariamente patrimoniale, ed è sufficiente che si ingeneri un pericolo di pregiudizio per il soggetto passivo, atteso che trattasi di reato di pericolo.

Cass. n. 48302/2004

In tema di circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), la prova dell'induzione non deve necessariamente essere raggiunta attraverso episodi specifici, ben potendo essere anche indiretta, indiziaria e presunta, cioè risultare da elementi gravi, precisi e concordanti come la natura degli atti compiuti e l'incontestabile pregiudizio da essi derivato.

Cass. n. 2063/2000

Poiché per la configurabilità del delitto di circonvenzione di persone incapaci non occorre che l'effetto dannoso consegua all'atto indotto come sua conseguenza giuridica immediata e che, quindi, l'attitudine a determinare un danno o un pericolo di danno costituisca una manifestazione tipica dell'atto stesso, ma è sufficiente che questo, determinato dal dolo o dalla frode dell'agente, sia idoneo ad ingenerare un pregiudizio o un pericolo di pregiudizio per il soggetto passivo che l'ha posto in essere o per altri, legittimamente viene sussunta in tale figura criminosa, ai fini del sequestro probatorio, l'ipotesi in cui una persona in stato di deficienza psichica venga nominata amministratore di una società commerciale ed indotta a sottoscrivere in tale qualità numerosi assegni di rilevante importo e documenti vari.

Cass. n. 13308/1999

In tema di circonvenzione di incapace, la condotta di induzione, che costituisce elemento essenziale della fattispecie criminosa, si deve concretare in un'apprezzabile attività di suggestione, pressione morale e persuasione finalizzata a determinare la volontà minorata del soggetto passivo, non essendo sufficienti, ad integrare il requisito predetto, la semplice richiesta di compiere l'atto per lui pregiudizievole e tanto meno il mancato attivarsi, da parte di colui che dall'atto riceve vantaggio, per impedirne il compimento. (In applicazione di tale principio la Corte ha rigettato il ricorso del pubblico ministero con il quale si sosteneva che per configurare l'induzione non è necessaria un'iniziativa specifica dell'agente, essendo sufficiente che egli si sia giovato ed abbia approfittato della menomazione psichica del soggetto passivo, traendo vantaggio dall'atto dell'incapace senza attivarsi per impedirne il compimento ed il conseguente pregiudizio).

Cass. n. 2532/1998

In tema di circonvenzione di persone incapaci, lo stato di infermità o deficienza psichica della persona, pur non dovendo necessariamente consistere in una vera e propria malattia mentale, deve pur sempre provocare una incisiva menomazione delle facoltà di discernimento o di determinazione volitiva, tale da rendere possibile l'intervento suggestivo dell'agente; deve, cioè, essere esclusa la capacità del circonvenuto di avere cura dei propri interessi. Questa condizione di incapacità del soggetto passivo costituisce un presupposto del reato, e pertanto il giudizio di colpevolezza può fondarsi solo sull'assoluta certezza della sua sussistenza.

Cass. n. 8034/1997

Il soggetto passivo del delitto di circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), titolare del diritto di querela nei casi previsti dal secondo comma dell'art. 649 c.p. (fatti commessi a danno di congiunti), è soltanto l'incapace ? ossia il soggetto che abbia subito la circonvenzione ? quale portatore dell'interesse tutelato dalla norma incriminatrice, e non anche il terzo che abbia subito danni in conseguenza degli atti dispositivi posti in essere dall'incapace medesimo; il terzo, infatti, riveste solo la qualità di persona danneggiata dal reato ed è pertanto, come tale, legittimato solamente ad esercitare l'azione civile ai sensi dell'art. 2043 c.c.

Cass. n. 266/1997

Ad integrare la condotta costitutiva del delitto di circonvenzione di incapace è sufficiente che il colpevole si giovi, con qualsiasi mezzo idoneo, delle condizioni del soggetto passivo per ottenere un consenso che questi non avrebbe dato se le sue condizioni fossero state normali. Perciò non occorre che la proposta al compimento dell'atto provenga dal colpevole, ricorrendo il reato anche quando quest'ultimo abbia rafforzato, approfittando delle suddette condizioni, nell'incapace una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata ed impedendo l'insorgere di una volontà contraria.

Cass. sez. un. n. 7482/1993

La sentenza penale pronunciata in seguito a giudizio nel procedimento per il delitto di circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.) ha efficacia vincolante, rispetto alle stesse persone che abbiano partecipato al procedimento stesso, nel successivo giudizio civile in tema di nullità della trascrizione di matrimonio contratto dall'incapace stesso, siccome contenente l'accertamento sullo stato di capacità della parte lesa, che rileva in termini di fatto materiale, trattandosi di dato suscettibile di rilievo e verifica con gli appositi strumenti, mediante un'operazione mentale non dissimile, salva la complessità e difficoltà, da ogni altra diretta ad acquisire nozione concreta della realtà esterna.

Cass. n. 9661/1992

Per la consumazione del reato di circonvenzione di persone incapaci, ex art. 643 c.p., è necessaria l'esistenza di uno stato di infermità o deficienza psichica di una persona: per l'esistenza di tale stato, non occorre una vera e propria malattia mentale, ma occorre pur sempre un'effettiva e notevole menomazione delle facoltà intellettive o volitive, tale da rendere possibile la suggestione del minorato da parte di altri. L'incapacità del soggetto passivo costituisce il presupposto del reato e, pertanto, vi deve essere l'assoluta certezza della sua sussistenza. (Nella specie, relativa ad annullamento senza rinvio perché il fatto non sussiste, la perizia psichiatrica aveva dimostrato che il soggetto passivo, al momento dei fatti, era capace di avere cura dei propri interessi economici, escludendo il decadimento delle sue facoltà intellettive e volitive, né la corte d'appello aveva individuato altri elementi per ritenerlo affetto da indebolimento mentale e comunque facilmente suggestionabile).

Cass. n. 7820/1992

La capacità richiesta per gestire il patrimonio e valutare le conseguenze degli atti di disposizione è diversa e maggiore da quella richiesta per rendersi conto di atti lesivi della propria integrità fisica. Pertanto non è contraddittoria la decisione di considerare una persona in condizioni di deficienza psichica, agli effetti del delitto di circonvenzione di persone incapaci di cui all'art. 643 c.p., e di ritenerla, però, in condizioni di percepire le violenze alla propria persona e di riferirle in modo veritiero. (Nella fattispecie, la S.C. ha ritenuto legittima la condanna per i reati di maltrattamenti e di lesioni pronunciata in base alle dichiarazioni della parte lesa, ritenuta lucida e conscia di quanto accaduto, mentre era stata considerata nella stessa sentenza incapace di intendere e di volere al fine di affermare la sussistenza del reato di cui all'art. 643 c.p.).

Cass. n. 7968/1991

Ai fini della configurabilità del reato di circonvenzione di persone incapaci ex art. 643 c.p., lo stato di deficienza psichica o l'infermità del soggetto passivo costituisce un presupposto per il quale vi deve essere assoluta certezza della sua sussistenza. Ne consegue che in mancanza di tale certezza il reato va escluso del tutto e l'imputato assolto con formula ampia.

Cass. n. 6509/1991

Le forme depressive e le manifestazioni di tipo emozionale strettamente collegati con l'età fisiologica avanzata non assumono rilevanza ai fini dell'ipotesi delittuosa di cui all'art. 643 c.p. che richiede una menomazione psichica tale da incidere concretamente sulle condizioni del soggetto e da menomarne sensibilmente le capacità volitive e intellettive.

Cass. n. 2231/1991

Non vi è contraddizione tra il ritenere sussistente l'aggravante della minorata difesa (art. 61 n. 5 c.p.) nel delitto di rapina e l'escludere il delitto di circonvenzione di persone incapaci (art. 643 c.p.), perché ai fini dell'applicazione della attenuante è sufficiente che la difesa sia semplicemente ostacolata per condizioni di tempo o di luogo ovvero perché si tratta di persona debole o incapace di difendersi per deficienze psichiche o fisiche, laddove, per aversi il reato di circonvenzione di persona incapace, è richiesta la sussistenza di una effettiva minorazione delle facoltà intellettive o volitive che, indebolendo il potere di critica, facilita la suggestionabilità del minorato

Cass. n. 1064/1990

In tema di circonvenzione di persone incapaci, di cui all'art. 643 c.p., l'induzione non può dirsi sussistente senza la dimostrazione di un comportamento attivo di persuasione da parte dell'interessato; la prova di una tale attività non deve essere necessariamente diretta, ben potendo essa desumersi da concordanti elementi indiziari.

Cass. n. 4973/1988

Nell'art. 643 c.p. per concretarsi «l'induzione» è sufficiente l'impiego, da parte dell'agente, di qualsiasi mezzo per persuadere od anche per rafforzare nel soggetto passivo una decisione pregiudizievole dallo stesso già adottata, impedendo, così, l'insorgere di una volontà contraria a tale decisione; e mancando nella norma ogni tipizzazione della condotta, la prova della «induzione» può essere anche indiretta, indiziaria o presuntiva, e cioè risultare da elementi gravi, precisi e concordanti come l'isolamento dell'incapace, i continui e stretti rapporti dell'agente con lui, la natura degli atti compiuti senza plausibili motivi e con incontestabile pregiudizio, atteso il potere-dovere del giudice penale di ricercare ovunque prove od elementi di prova al fine ultimo dell'accertamento della verità cui è preordinato il processo penale.

Cass. n. 2827/1988

Il delitto di circonvenzione di incapace di cui all'art. 643 c.p. è reato di pericolo che si realizza nel momento in cui è compiuto l'atto capace di produrre un qualsiasi effetto dannoso per il soggetto passivo o per altri. (Nella fattispecie l'atto dannoso è consistito nel fatto stesso di essersi il soggetto passivo inconsapevolmente privato della disponibilità dei suoi risparmi, sottrattigli con estrema facilità dagli imputati, stanti le sue condizioni mentali: demenza degenerativa e/o arteriosclerotica).

Cass. n. 472/1988

Ai fini della sussistenza del reato di circonvenzione di incapaci, non è necessario che il soggetto passivo sia privo in modo totale della capacità di intendere e di volere, ma è sufficiente che lo stesso versi in uno stato di minorazione della sfera intellettiva e volitiva, tale da privarlo del normale discernimento e potere critico e volitivo così da essere indotto a compiere atti che una persona di media capacità critica non si sarebbe determinata a fare. (Fattispecie relativa a ritenuta sussistenza del reato in relazione alle condizioni di grave decadimento senile e di perdita delle qualità mnemoniche del soggetto passivo, incapace, perciò, di una cosciente volontà di autodeterminazione).

Cass. n. 4760/1987

Nel reato di circonvenzione di incapace, costituisce induzione a compiere atti che importino effetti giuridici dannosi qualsiasi attività di eccitamento, di stimolo, di suggestione, e, quindi, l'uso di qualsiasi mezzo idoneo a determinare nel soggetto passivo il consenso al compimento di un atto giuridico, di guisa che venga a stabilirsi un nesso di causalità fra l'abuso dello stato di infermità o di deficienza psichica dello stesso oggetto passivo e l'evento, il quale si concreta nel compimento dell'atto.

Cass. n. 4747/1987

Lo stato di deficienza psichica, quale elemento costitutivo del reato di cui all'art. 643 c.p., è una condizione del soggetto passivo, la quale deve sussistere nei confronti di tutti, in maniera che chiunque (senza dover ricorrere ad artifizi o raggiri) possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti. Se la deficienza psichica viene affermata non per le oggettive condizioni del soggetto passivo, ma per il raffronto con persone dotate di maggiore capacità psichica e di notevole potere di persuasione e di suggestione, viene necessariamente a mancare il presupposto del fatto costituente reato.

Cass. n. 8069/1986

Ricorre il delitto di circonvenzione di incapace e non già quello di estorsione nell'ipotesi in cui l'imputato, dietro promessa di una bustina di droga, induca un soggetto che versi in stato di agitazione per crisi di astinenza, a sottoscrivere una reintegrazione di debito e a firmare cambiali. (Fattispecie in tema di dedotta violazione dell'art. 477 c.p.p.).

Cass. n. 9731/1985

Ai fini della sussistenza del delitto di circonvenzione di persone incapaci, di cui all'art. 643 c.p. il concetto di induzione, la quale è un elemento del tutto distinto e non va confusa col mezzo usato (atto giuridico), postula una attività positiva diretta a determinare o, quantomeno, a rafforzare (ostacolando ripensamenti) nel soggetto passivo il proposito di compiere un determinato atto giuridico. Invero, indurre vuol dire convincere, influire sulla volontà altrui e quindi esige da parte dell'agente uno stimolo che poi determina il soggetto passivo al compimento dell'atto dannoso. Pertanto, non basta che l'agente si giovi delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo come non possono ritenersi sufficienti semplici richieste rivolte alla vittima, essendo invece necessaria un'attività apprezzabile di suggestione, di pressione morale, di persuasione per determinare la volontà minorata del soggetto passivo. (Fattispecie relativa ad annullamento, per difetto di motivazione, di sentenza di condanna di notaio che aveva redatto testamento pubblico di persona affetta da infermità mentale).

Cass. n. 4387/1984

Per integrare la condotta costitutiva del reato di circonvenzione di incapace, consistente nell'induzione a compiere un atto che implichi un qualsiasi effetto giuridico potenzialmente dannoso, è sufficiente che il colpevole si giovi, con qualsiasi mezzo idoneo, delle condizioni del soggetto passivo per ottenere un consenso che questi non avrebbe dato se le sue condizioni fossero state normali. Non occorre perciò che la proposta diretta al compimento dell'atto parta dal colpevole, ma è sufficiente che questi si sia giovato ed abbia profittato delle condizioni psichiche del soggetto passivo rafforzando in questi una decisione pregiudizievole dallo stesso già adottata ed impedendo l'insorgere di una volontà contraria a tale decisione. Ai fini dell'affermazione di responsabilità per il delitto di cui all'art. 643 c.p., per la prova dell'induzione non è necessario che la dimostrazione dell'induzione del soggetto passivo al compimento dell'atto per lui pregiudizievole sia data attraverso episodi specifici, ben potendo detta prova essere anche indiretta, o indiziaria e presuntiva, cioè risultare da elementi gravi precisi e concordanti, come la natura degli atti compiuti e l'incontestabile pregiudizio da questi derivato.

Cass. n. 10207/1983

Perché sussista il reato previsto dall'art. 643 c.p. occorre che tra l'abuso consistente nel profittare delle condizioni psichiche della vittima per scopi illeciti e il compimento dell'atto dannoso intercorra un rapporto di causalità che si manifesta attraverso l'induzione a compiere l'atto.

Cass. n. 9991/1983

Il profitto a cui fa riferimento l'art. 643 c.p., anche se tale norma non lo dice espressamente, dev'essere ingiusto, in quanto, diversamente, non vi può essere frode patrimoniale; sicché il delitto dev'essere escluso quando nulla è stato frodato o si volle frodare.

Cass. sez. un. n. 7157/1983

Sussiste il reato di circonvenzione di incapaci allorquando l'agente, attraverso un'attività di coazione e persuasione, abusi delle particolari condizioni di incapacità del soggetto passivo, che è indotto a compiere l'atto dannoso in conseguenza di quella attività.

Cass. n. 6904/1983

Il reato di circonvenzione di persona incapace non esige, nel soggetto passivo, un'infermità mentale catalogabile fra le varie forme morbose indicate dalla scienza psichiatrica, ma è sufficiente che la vittima versi in una semplice deficienza psichica che, senza sconfinare nel caso patologico, importi uno stato di menomazione del potere di critica e di indebolimento di quello volitivo, che sia tale da rendere possibile l'altrui opera di suggestione.

Cass. n. 2295/1981

Sussiste l'elemento materiale del reato di circonvenzione di incapace allorché il soggetto attivo approfitta dello stato di deficienza psichica del soggetto passivo per ottenere dallo stesso il consenso a un atto giuridico che in condizioni di normalità non avrebbe dato. Pertanto l'attività dell'agente deve essere accertata e valutata per tutto l'arco di tempo in cui si è esercitata, sino al momento in cui il circonvenuto presta il suo consenso a compiere l'atto giuridico pregiudizievole.

Cass. n. 9293/1979

L'art. 643 c.p. non richiede che l'incapace sia privo della capacità d'intendere in maniera totale ovvero permanente, essendo sufficiente che lo stato di infermità psichica sia limitato ad alcune manifestazioni, anche solo ricorrenti, delle quali l'agente abbia abusato mediante induzione a compiere un atto che un individuo di media normalità psichica non avrebbe acconsentito a compiere.

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Anonimo chiede
giovedì 19/10/2017 - Lazio
“Buongiorno,
nel 2012 mio nonno paterno, dopo aver venduto una casa al mare, ha donato ai suoi tre figli la somma di 90.000,00€ ciascuno a titolo di anticipata successione.
Quest'anno -2017- mio nonno è deceduto.
Egli era in comunione dei beni con sua moglie. A noi risulta che possedessero solo un'altra casa, situata nel centro di R. del valore attuale - a seguito della crisi immobiliare - di circa 600.000€.
Contemporaneamente alle suddette donazioni egli aveva donato alla moglie anche l'altra metà della casa di R., facendo firmare a mio padre, invalido e indigente, un documento di cui ignoriamo il contenuto. E' molto probabile che fosse la rinuncia alla collazione, o il consenso a quest'ultima donazione.
L'attuale vedova non è la madre di mio padre bensì di una sola dei tre fratelli, già donataria dei 90.000,00€ , la quale alla morte di mia nonna sarà erede dell'intera casa.

Qualche giorno fa è "spuntato" un testamento olografo di mio nonno, al quale non si era mai fatto riferimento prima.
Il notaio si è recato improvvisamente presso la RSA dove risiede mio padre per fargli firmare una procura a favore della sorella, finalizzata all'accettazione del testamento.
Perfettamente conscio della sua infermità mentale, non lo ha informato di cosa stesse firmando, né, ovviamente, ha minimamente accennato al contenuto del testamento, che pertanto rimane ignoto.
In questo contesto ribadisco che mi padre è totalmente incapace di intendere e volere e non è stato in grado di capire nulla,ma ha firmato.
Mia madre, divorziata, era presente, ma in quel contesto non si è opposta.

Credo di dover specificare che il notaio in questione, che si è occupato anche delle donazioni di cui al precedente quesito, è in pensione da diversi anni, ed era molto amico di mio nonno. Tutti i suoi atti sono firmati da un altro notaio "in attività".

A seguito di questo episodio il notaio ha aperto il testamento davanti alle eredi e con la procura di mio padre, il quale pertanto ha accettato puramente e semplicemente e non con beneficio d’inventario.

Tutto quello che sappiamo è che mio nonno nel testamento nomina quale unica erede universale la sorella unilaterale di mio padre.

Credo ci sia un ultimo elemento da precisare: ho letto che la successione si apre nel luogo di ultimo domicilio del defunto. Tutto quanto riportato, e quindi l’apertura del testamento, è avvenuto, invece, nella città dove vive ed esercita(va) il notaio.

Quesiti:
si può superare quest’accettazione e successivamente agire in riduzione?
Quanto tempo ho per poter esercitare questa azione in termini di prescrizione e decadenze?
Può ravvisarsi una responsabilità penale dell’ex notaio?”
Consulenza legale i 19/10/2017
Quanto al primo quesito, in realtà Suo padre, non essendo stato istituito erede nel testamento, giuridicamente non ha potuto accettare l'eredità né puramente e semplicemente né avrebbe potuto accettare con beneficio d'inventario, in quanto necessario presupposto dell'accettazione dell'eredità è essere chiamato all'eredità quale erede, ossia venire istituito erede, o da un testamento, o dalla legge (nel caso in cui non vi sia testamento).

Alla luce del fatto che unica erede chiamata per testamento è la sorella del defunto, a Suo padre non si applica la norma di cui all'articolo 564 del Codice Civile che prescrive la necessità di accettare con beneficio d'inventario al fine di agire in riduzione, per le ragioni sopra esposte. Quindi con riferimento alla procura fatta firmare dal notaio a Suo padre due sono le ipotesi: o si tratta di una procura finalizzata ad accettare l'eredità, nulla in quanto il rappresentato non è stato istituito erede, o si tratta di una procura finalizzata a sottoscrivere un atto di acquiescenza al testamento o una rinuncia all'azione di riduzione.

In quest'ultimo caso, quindi anche se fosse stato sottoscritto un atto di acquiescenza al testamento, comunque ciò non importerebbe in primo luogo l'accettazione dell'eredità, sempre per i motivi esposti sopra, né tantomeno, per i medesimi motivi, può comportare rinuncia all'eredità, come è stato anche stabilito dal Tribunale di Roma con la sentenza del 22 gennaio 2014 n. 1564. L'unico effetto che potrebbe aver avuto un atto di acquiescenza al testamento è proprio la rinuncia alla proposizione dell'azione di riduzione, e quindi rinuncia alla quota di legittima, la quale esprime una volontà che può essere espressa anche tramite comportamenti concludenti, non essendo per quest'ultima prescritta alcuna speciale forma.

Comunque, anche se fosse stato sottoscritto un atto del genere, vista l'invalidità anche mentale di Suo padre, ben si potrebbe richiedere giudizialmente un accertamento della carenza della capacità di intendere e di volere di quest'ultimo al momento della sottoscrizione, anche perché, essendo ricoverato presso una RSA, non dovrebbe essere difficile reperire documentazione medica comprovante l'incapacità di capire cosa stava firmando, richiedendo così l'annullamento della procura e di conseguenza l'annullamento dell'atto sottoscritto con la procura.
Tanto più che il notaio che ha fatto firmare la procura, non esercitando già più in quella data, non ha sicuramente potuto redigere la procura per atto pubblico, che sarebbe più difficile far annullare perché munito della certezza del sigillo notarile che comporta pubblica fede; e neanche il fatto che il notaio in pensione fa firmare gli atti a un suo collega in attività può giustificare una procura per atto pubblico, in quanto altrimenti si sarebbe dovuto recare da Suo padre - il notaio in attività - e non l'altro.
Quanto alla sorella che avrebbe agito con una procura falsa, questa sarebbe una rappresentante senza poteri, il cosiddetto falsus procurator, il quale incorre in responsabilità civile che importa l'obbligo di risarcimento dei danni; comunque l'agire in rappresentanza senza avere del necessario potere non configura di per sé un reato.

Invece, a carico del notaio che ha fatto sottoscrivere un atto a Suo padre senza spiegargli nulla ed approfittando della sua incapacità di intendere e di volere, potrebbe configurarsi il reato di circonvenzione d'incapace di cui all'art. 643 del Codice Penale, punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 a 2.065 euro. E vi è di più: gli atti stipulati dall’incapace, quale frutto del detto reato, sono nulli ex art. 1418 c.c. e non semplicemente annullabili, perché l’inosservanza del disposto penalistico perpetra la violazione di una norma imperativa posta a tutela di un interesse pubblico (Cass. civ. n. 19665/2008; Cass. civ. n. 1427/2004; Cass. civ. n. 3272/2001).
Infatti, secondo la Cassazione Civile, sentenza 20 marzo 2017 n. 7081, ai fini dell'applicazione dell'art. 643 c.p., è sufficiente che l'autore dell'atto versi in una situazione soggettiva di fragilità psichica derivante dall'età, dall'insorgenza o dall'aggravamento di una patologia neurologica o psichiatrica anche connessa a tali fattori o dovuta ad anomale dinamiche relazionali che consenta all'altrui opera di suggestione ed induzione di deprivare il personale potere di autodeterminazione, di critica e di giudizio (così, tra l'altro, Sentenza n. 10329 del 19/05/2016). Sempre con la stessa recente sentenza la Cassazione ha affermato che, ai fini della declaratoria di nullità dell'atto sottoscritto dall'incapace, comunque, il Giudice civile è abilitato, oltre ad essere tenuto, ad accertare l'effettiva sussistenza di tutti gli elementi costitutivi del reato, incluso l’elemento soggettivo. Pertanto, l'atto potrà essere dichiarato nullo anche senza iniziare il procedimento penale (contro l'ex notaio).

Quanto alla prescrizione delle azioni, si segnala che per far riconoscere giudizialmente la nullità dell'atto sottoscritto da Suo padre non ci sono termini, essendo la nullità una condizione con cui l'atto nasce e non essendo sanabile; una volta riconosciuta la nullità della procura sottoscritta da Suo padre, sarà coinvolta anche la validità dell'atto, probabilmente di acquiescenza al testamento, che è stato sottoscritto per mezzo di quella procura.

Quanto, invece, all'azione di riduzione delle disposizioni testamentarie, questa si prescrive in dieci anni che decorrono dall'apertura della successione, ossia dalla data del decesso di Suo nonno.

Infine, con riguardo al fatto che la successione si apre nel luogo di ultimo domicilio del defunto, tale criterio è prescritto non tanto per l'apertura del testamento e altri atti connessi e conseguenti (anche perché, se il defunto aveva fatto testamento in vita con un notaio di altro luogo, sarà quel notaio ad aprire il testamento nel proprio luogo), bensì si tratta del criterio per individuare i pubblici uffici presso cui espletare le incombenze relative alla successione, tra cui il Tribunale presso ove presentare il ricorso per la riduzione delle disposizioni testamentarie.

Anonimo chiede
mercoledì 12/10/2016 - Puglia
“Egregi Avvocati,
sono a chiederVi consulenza per un problema che riguarda me e la mia famiglia. Attualmente vivo a casa con i miei genitori anziani ultrasessantacinquenni, invalidi, disabili con molti problemi di salute e molti tormenti psicologici per le recenti perdite di due nipotini (uno di 5 anni e l'altro di pochi minuti di vita) per la loro condizione finanziaria che non permette a me di slegarmi da loro per l'assistenza e le cure dovute, per i miei continui insuccessi e la mia condizione precaria e per tanti altri tormenti velati ma pungenti di altrettante persone senza scrupoli ma furbe che sanno sempre dove e come pungere per far sentire male me e loro. L'ultima di queste è il Signor G. che non fa altro che promettere paradisi a me ed i miei genitori per poi vendermi fumo negli occhi. Niente da dire sul servizio di trasporto che compie 3 volte a settimana(mar-gio-sab alle 12:00 ed alle 17:00) ma le continue promesse fatte soprattutto ai miei genitori sfociano poi in liti perché lui è capace di conquistare la fiducia dei miei con le sole promesse mentre io che mi do da fare per la famiglia non sono tenuto molto in considerazione per questa mia posizione di precarietà. Premetto che ho gia avuto un'esperienza di volontariato con la sua Onlus ma per strani atteggiamenti nei miei confronti ho deciso di non farne più parte e adesso ho chiuso la questione e non mi va di ritornarci su ma evidentemente o per divertimento o qualcos'altro continua con il suo tormento un po su mia madre un po su mio padre e noto sempre più che il signore sta invadendo sempre più gli spazi tanto da farmi sentire un estraneo alla mia famiglia. Pensi che è arrivato a dirmi che devo chiedere il permesso ai miei genitori se un giorno voglio portare fuori di casa mio padre per una passeggiata e per accompagnarlo in clinica dialisi. Tutto questo mi da da pensare e voglio vedere se è possibile far qualcosa per sistemare la questione dato che non sono un capo carceriere, un criminale, un totale incapace, o chissà cosa. Grazie. Cordiali saluti.”
Consulenza legale i 18/10/2016
Parrebbe che i comportamenti descritti nel quesito non possano assumere specifica rilevanza civile, salvo che tra le parti coinvolte non siano intervenuti accordi specifici (contratti, come nel caso del trasporto) con assunzione di obblighi poi non rispettati oppure ancora dazioni di denaro in cambio di servizi di qualche tipo, che potrebbero presentare dei profili di illegittimità/responsabilità, ma che evidentemente non è possibile esaminare in questa sede dal momento che il quesito non offre circostanze più precise in merito.

Al contrario, le condotte riferite parrebbero assumere rilevanza penale, ed in tal caso una denuncia potrebbe costituire una soluzione per far desistere il personaggio di cui si parla dal suo atteggiamento.

Una prima ipotesi da considerare è la circonvenzione di incapaci, di cui all’art. 643 c.p., il cui testo recita: “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d'infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 euro a 2.065 euro”.

Ovviamente, come bene chiarisce la norma, affinché si configuri il reato occorre che la persona di cui il reo approfitta sia indotta a compiere un “atto” e che questo atto sia per la stessa dannoso.

Nel quesito si accenna a continue “promesse” ed “illusioni” all’indirizzo sia delle due persone anziane che del figlio: anche tale tipo di condotta integra il reato di cui all’art. 643 c.p.: “Con riferimento alla fattispecie criminosa della circonvenzione di persone incapaci, sussiste l'elemento dell'induzione quando l'agente abbia posto in essere un'attività apprezzabile di pressione morale, di suggestione o di persuasione, non essendo necessario l'uso di mezzi coattivi o di artifici o raggiri. Inoltre, la prova dell'induzione può essere desunta in via presuntiva, potendo consistere in un qualsiasi comportamento dell'agente cui la vittima non sia in grado di opporsi e che la porti a compiere in favore dell'autore del reato atti per sé pregiudizievoli e privi di causale alcuna, che in normali condizioni non avrebbe compiuto. (…) Sussiste il reato di circonvenzione di persone incapaci ogniqualvolta la persona offesa sia affetta da uno stato di deficienza psichica, concetto che si riferisce alle persone appartenenti a quell'ampia zona grigia esistente tra il confine dell'infermità e della piena normalità mentale: persone non insufficienti davanti a tutte le esigenze dell'ambiente e, quindi, non inferme in senso clinico, ma la cui capacità fallisce soltanto in speciali circostanze della vita” (Tribunale Napoli Nord, 11/03/2016, n. 242).

Va poi tenuto presente che il reato è punibile anche a titolo di semplice tentativo, quando cioè l’atto pregiudizievole non sia ancora stato compiuto: “Il delitto di circonvenzione di persone incapaci è fattispecie punibile anche a titolo di tentativo quando all'opera di induzione del soggetto agente non consegua il compimento dell'atto pregiudizievole per il sopravvenuto verificarsi di fattori esterni indipendenti dalla volontà del soggetto passivo” (Cassazione penale, sez. II, 12/02/2016, n. 8837).

Da ultimo si fa presente che il reato di circonvenzione di incapaci è perseguibile d’ufficio (ovvero da parte dell’Autorità che ne venga a conoscenza), il che significa che non si ha il vincolo del breve termine dei tre mesi per la presentazione della denuncia querela.

Altra fattispecie che potrebbe ravvisarsi nel caso di specie è quella della truffa di cui all’art. 640 c.p., per il quale: “Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 51 euro a 1.032 euro”.

Anche in questo caso, però, è necessario – affinché si possa configurare il reato - che l'inganno del reo porti la persona a compiere un atto, positivo o negativo, che importi una diminuzione del patrimonio di quest’ultima con profitto ingiusto dell'agente o di altri. Tale condotta deve, poi, causare anche l'errore il quale, a sua volta, deve dare origine a una disposizione patrimoniale. Anche se normalmente il reato di truffa è procedibile a querela – che va quindi presentata all’Autorità entro tre mesi -, nel caso concreto sarebbe sicuramente integrata almeno una delle circostanze aggravanti generiche previste dall’art. 61 del c.p., il che renderebbe il reato procedibile d’ufficio.

In conclusione, come già detto, le condotte della persona cui si accenna nel quesito sono ipoteticamente rilevanti ai sensi della legge penale, ma sulla base delle generiche informazioni fornite non è possibile essere più precisi ed offrire certezza in merito alla sicura punibilità delle medesime.

A. V. chiede
martedì 12/07/2016 - Liguria

“Buona Giornata, Il mio caso è delicato. Sono il genero che vede in pericolo il patrimonio di mio suocero (84 anni). Alcuni anni orsono (circa otto/dieci) si è fatto convincere a trasferire i suoi risparmi all'estero (Svizzera). Ora su nostra insistenza (io e mia moglie sua figlia unica) lo abbiamo spronato per il rientro. Ma consigliato dal suo consulente finanziario il patrimonio non rientra per il ricatto della guardia di finanza. Ha ottenuto solo tremila euro. Quale azione bisognerebbe compiere per tutelarsi in futuro visto che tra l'altro mio suocero si è ammalato di cancro all'intestino e la sua depressione è totale. Inoltre il consulente ha aperto una ditta di telefonia in lettonia.”
Consulenza legale i 26/07/2016
Dal quesito scaturiscono due problematiche distinte.

La prima riguarda le responsabilità del consulente finanziario. Al suo "ricatto" sarebbe facilmente opponibile la minaccia di presentare formale denuncia all’Autorità per i reati di cui egli, con il suo comportamento, si è sicuramente reso responsabile, quantomeno a titolo di concorso (si fa riferimento a reati di natura finanziaria legati all’evasione fiscale ma altresì a diversi reati, di cui il consulente risponderebbe in proprio, quali la circonvenzione di incapaci o la truffa contrattuale). Tale strada, tuttavia, come intuibile, costituirebbe un rischio per il suocero evasore, dal momento che le indagini relative al consulente porterebbero gli inquirenti a ricostruire quanto accaduto e di conseguenza ad incriminare con ogni probabilità anche il diretto responsabile della mancata denuncia al fisco (il titolare del patrimonio occultato).

Sotto il profilo civilistico, si potrebbe senz’altro, poi, agire con un’azione di negligenza e responsabilità professionale nei confronti del professionista, avanzando richiesta risarcitoria per i danni subiti e subendi.

Per quanto concerne, invece, la seconda questione, ovvero quale possa essere la tutela per la figlia dell’evasore, va detto che – finché è in vita il padre – quest’ultima non rischia nulla, dal momento che la responsabilità penale è personale ed ugualmente, per quanto riguarda eventuali responsabilità civili (esborsi nei confronti del Fisco), il patrimonio della figlia non potrà essere minimamente intaccato, non essendo la parentela una valida ragione di “aggredibilità” da parte dei creditori dell’obbligato.

Qualora, al contrario, il padre dovesse venir meno, purtroppo la legge prevede che i debiti del defunto si trasferiscano in capo agli eredi.
Vi sarebbero allora due strade possibili da seguire:

a) rinunciare all’eredità, con atto formale che consentirebbe di proteggere il patrimonio della figlia (non si beneficia dell’eredità ma al contempo non se ne subiscono i pesi);

b) accettare l’eredità “con beneficio d’inventario”, cioè attuare una procedura (in Tribunale o con l’assistenza di un notaio), prevista e disciplinata dal codice civile, che prevede l’inventario del patrimonio del defunto affinché l’erede (in questo caso la figlia) risponda dei debiti ereditari solamente nei limiti di quanto ha ricevuto (in buona sostanza: sarà tenuta a pagare solamente nei limiti di valore e/o con i beni ricevuti in eredità, senza che venga intaccato il suo originario e personale patrimonio).

La soluzione preferibile per tutti rimane, in ogni caso, quella che chi ha posto il quesito probabilmente già conosce, ovvero l’autodenuncia, attraverso l’applicazione della cosiddetta “Voluntary Disclosure”, una legge con cui lo Stato italiano offre la possibilità al contribuente che abbia beni o capitali non dichiarati al Fisco italiano depositati all’estero, di poter regolarizzare la propria posizione appunto autodenunciandosi all’Agenzia delle Entrate, in cambio di uno sconto sulle sanzioni e soprattutto dell’esenzione dalle pene previste per i reati fiscali (ma pagando comunque per intero le tasse evase).

Nel caso in cui il suocero, anche per le mutate condizioni di salute, persista nel non voler determinarsi in tal senso o comunque rifiuti collaborare, con ciò correndo dei rischi per sè e per la figlia, è ipotizzabile un ricorso al Giudice affinché valuti un'eventuale diminuzione della capacità del malato di autodeterminarsi e quindi disponga misure consequenziali (amministrazione di sostegno, inabilitazione o interdizione a seconda dei presupposti di fatto e della gravità delle condizioni di salute fisica e mentale del soggetto in questione).