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Articolo 133

Codice Penale

Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena

Dispositivo dell'art. 133 Codice Penale

Nell'esercizio del potere discrezionale indicato nell'articolo precedente [164, 169, 175, 203 2], il giudice deve tener conto della gravità del reato (1), desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall'oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell'azione (2);
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato (3);
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa (4).
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere (5) del colpevole [103, 105, 108; c.p.p. 220], desunta:
1) dai motivi a delinquere (6) e dal carattere del reo (7);
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato (8);
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato (9);
4) dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

Note

(1) Nell'esercizio del suo potere discrezionale il giudice deve tenere cono di due diversi parametri: la gravità del reato (comma 1) e la capacità a delinquere (comma 2), che devo no essere desunti dagli indici riportati specificatamente dalla norma in esame.

(2) Il primo indice atto a valutare la gravità del reato attiene al disvalore dell'azione criminosa, che può desumersi, ad esempio, dalla natura, dalla specie del reato in esame e/o dai mezzi utilizzati. Si pensi quindi, per chiarire, al ruolo della durata della condotta tipica nei reati permanenti, ovvero alle particolari condizioni di clandestinità dell'arma nel caso di porto illegale.

(3) Relativamente a tale indice dovrà guardarsi al bene giuridico leso (ad esempio la vita nel caso di omicidio).

(4) Non è però solo il contributo oggettivo che rileva, ma anche quello soggettivo. Di conseguenza, il giudice è tenuto a valutare l'intensità del dolo, in virtù del grado di adesione volontaristica dell'agente al fatto criminoso (distinguendosi, in tal caso, tra dolo intenzionale e dolo eventuale (art. 43), della complessità del processo deliberativo (che permette di distinguere tra dolo d'impeto, nel quale la decisione di commettere il reato sorge improvvisa e viene immediatamente eseguita, e dolo di proposito, nel quale un consistente lasso temporale intercorre tra la formulazione del proposito e la sua attuazione, e dolo di premeditazione, che figura come circostanza aggravante nell'omicidio e nelle lesioni personali (art. 577), nonché del grado di consapevolezza del disvalore penale del fatto.
Per quanto attiene al grado della colpa, rilevano il livello di previsione (colpa cosciente) o di prevedibilità (colpa incosciente) dell'evento criminoso (art. 43) e il grado di esigibilità del modello comportamentale dovuto dall'agente.

(5) Non è pacifico cosa debba intendersi per capacità a delinquere. Chi sostiene la funzione retributiva della pena, la considera come l'attitudine al crimine commesso, in grado di esprimere i livello di morale partecipazione, e dunque di responsabilità. Altri, invece, propendono a considerarla l'attitudine a commettere nuovi reati, ritenendo centrale la funzione rieducativa della pena (secondo quanto previsto dall' articolo 27, c. 3, Cost.).

(6) La disposizione richiama i c.d. motivi a delinquere. Tali sarebbero quegli impulsi di natura psichica che determinano l'agire dell'uomo, e proprio questa loro caratterizzazione, ovvero l'attinenza alla sfera della psiche, porta alcuni autori a criticare il loro inserimento nella norma in esame, in quanto il giudice non avrebbe le competenze necessarie a emettere giudizi su pulsioni non manifeste.

(7) L'espressione carattere del reo ha un ampio ambito di applicazione, in quanto attiene alle diverse componenti della personalità umana, siano esse biologiche, etiche o psichiche. Tuttavia una parte della dottrina ritiene che, in tale sede, dovrebbero rilevare solo i profili innati della personalità.

(8) La valutazione diretta alla quantificazione della pena da irrogare può quindi prende in considerazione condotte e situazioni diverse da quelle strettamente inerenti al reato. Per chiarire, si fa riferimento alle generiche manifestazioni di devianza (come l'alcolismo), i precedenti giudiziari (come provvedimenti di interdizione o inabilitazione, dichiarazioni di fallimento), eventuali precedenti penali (rimane però controversa la rilevanza delle sentenze di proscioglimento per amnistia propria).

(9) Per esemplificare il riferimento è qui, ad esempio ad una lunga esitazione prima del delitto quale indice di una minor riprovevolezza dell'agire criminoso, o ad un atteggiamento particolarmente cinico nella perpetrazione di un delitto contro la persona, o alla successiva collaborazione processuale del reo.

Ratio Legis

La norma ha un'importanza fondamentale, in quanto ha la funzione di indirizzare il giudice nell'esercizio del potere discrezionale, sulla base di parametri oggettivi, legati alla gravità del reato, e soggetti, relativi invece alla capacità a delinquere del reo. Tuttavia, nonostante l'analitica descrizione degli indici fattuali di commisurazione della pena, secondo alcuni autori la norma manca di indicare i criteri finalistici sottesi, nel senso che non è chiaro se la gravità del fatto e la capacità a delinquere vadano interpretate in chiave retributiva ovvero specialpreventiva. Si tratta di uno snodo dottrinale rilevante, stante la polivalenza dei termini utilizzati, ancora fortemente dibattuto. Secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata, la soluzione starebbe nei binomi retribuzione-gravità del reato e specialprevenzione-capacità criminale.

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