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Articolo 500

Codice di Procedura Penale

Contestazioni nell'esame testimoniale

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Dispositivo dell'art. 500 Codice di Procedura Penale

1. Fermi i divieti di lettura [514] e di allegazione [515], le parti, per contestarein tutto o in parte il contenuto della deposizione, possono servirsi delle dichiarazioni precedentemente rese dal testimone [351, 362, 422] (2) e contenute nel fascicolo del pubblico ministero [433] (3). Tale facoltà può essere esercitata solo se sui fatti o sulle circostanze da contestare il testimone abbia già deposto (4).
2. Le dichiarazioni lette per la contestazione possono essere valutate ai fini della credibilità del teste (5).
3. Se il teste rifiuta di sottoporsi all'esame o al controesame di una delle parti, nei confronti di questa non possono essere utilizzate, senza il suo consenso, le dichiarazioni rese ad altra parte, salve restando le sanzioni penali eventualmente applicabili al dichiarante (6).
4. Quando, anche per le circostanze emerse nel dibattimento, vi sono elementi concreti per ritenere che il testimone è stato sottoposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinchè non deponga ovvero deponga il falso, le dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico ministero precedentemente rese dal testimone sono acquisite al fascicolo del dibattimento e quelle previste dal comma 3 possono essere utilizzate (7) (8).
5. Sull'acquisizione di cui al comma 4 il giudice decide senza ritardo, svolgendo gli accertamenti che ritiene necessari, su richiesta della parte, che può fornire gli elementi concreti per ritenere che il testimone è stato sottoposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità (9).
6. A richiesta di parte, le dichiarazioni assunte dal giudice a norma dell'articolo 422 sono acquisite al fascicolo del dibattimento e sono valutate ai fini della prova nei confronti delle parti che hanno partecipato alla loro assunzione, se sono state utilizzate per le contestazioni previste dal presente articolo (10). Fuori dal caso previsto dal periodo precedente, si applicano le disposizioni di cui ai commi 2, 4 e 5.
7. Fuori dai casi di cui al comma 4, su accordo delle parti le dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico ministero precedentemente rese dal testimone sono acquisite al fascicolo del dibattimento (11).

Note

(2) La contestazione avviene dopo che il teste ha deposto e trae origine dal contrasto fra quanto appena dichiarato e quanto verbalizzato in precedenza, durante le indagini preliminari. Poiché la legge sancisce la riserva «fermi i divieti di lettura e di allegazione», deve ritenersi che di norma chi vuole procedere alla contestazione debba leggere al teste quanto dichiarato in precedenza, per consentire al giudice di rilevare il contrasto stesso, senza che ciò comporti formale acquisizione dell'atto al fascicolo del dibattimento. In sintesi, la lettura che la norma intende vietare è quella operata dal Collegio, che comporta acquisizione dell'atto letto al fascicolo utilizzabile per la decisione: la lettura fatta dalle parti non ha tale valenza probatoria.

(3) Un'ulteriore condizione richiesta perché possa procedersi alla contestazione è che l'atto contestato faccia parte del fascicolo del P.M. di cui l'art. 433 ne disciplina il contenuto in negativo, nel senso che vi si trovano tutti gli atti che non sono inclusi (ex art. 431) nel fascicolo per il dibattimento. A stretto rigore, quindi, non sarebbe utilizzabile per le contestazioni la dichiarazione resa in sede di incidente probatorio, posto che il relativo verbale non si trova nel fascicolo del P.M.: deve tuttavia ritenersi che essendo in tal caso possibile la «contestazione» da parte del presidente ex art. 207 1, vada ammessa anche quella delle parti, non essendovi alcuna valida ragione per escluderla.

(4) Tale ultimo periodo è stato aggiunto dall'art.16 della l. 63/2001. Si tratta della riproposizione testuale del secondo comma della vecchia disposizione. Il legislatore infatti, non ha fatto altro che riprodurre testualmente i primi due commi della precedente disposizione, accorpandoli in un unico comma.

(5) Attraverso tale previsione, il legislatore (l. 1-3-2001, n. 63) riecheggia quella che era la versione originaria del codice del 1988 prima degli interventi manipolativi del legislatore del 1992, in base ai quali era consentito utilizzare come prova, le dichiarazioni dopo le contestazioni. Attualmente invece, le dichiarazioni utilizzate per le contestazioni non sono utilizzabili come prova, ma solo valutabili per stabilire la credibilità del teste. Si tratta di una regola di natura prettamente accusatoria (dato che non è consentito agli atti di indagine di divenire prova in dibattimento), alla quale però vengono poste delle eccezioni come risulta dai successivi commi 4, 6 e 7 dell'articolo in esame.

(6) Si tratta anche qui di una modifica apportata dalla c.d. legge sul giusto processo in ossequio al canone costituzionale del principio del contraddittorio. Il comma in esame contempla una ipotesi di inutilizzabilità soggettivamente orientata che spiega cioè i suoi effetti soltanto nei confronti della parte che si è vista negare il diritto al contraddittorio a meno che questa non presti il consenso all'utilizzazione.

(7) Si tratta di una delle deroghe (le altre sono quelle indicate nei commi 6 e 7) al principio della tendenziale inutilizzabilità delle dichiarazioni rese nelle indagini. Attraverso tale previsione si concretizza l'eccezione alla regola del contraddittorio prevista dal comma 5 dell'art. 111 della Cost. Il giudice infatti, come risulta dal testo dell'articolo acquisisce le dichiarazioni contenute nel fascicolo del P.M. e può valutarle come prova. Ciò può fare, nelle medesime circostanze, riguardo alle dichiarazioni rese dal teste quando si sia rifiutato in tutto o in parte di rispondere alle domande.

(8) Si può notare, come rispetto alla precedente formulazione, il legislatore (l. 63/2001) avendo utilizzato nell'attuale testo normativo il riferimento ad elementi concreti ed eliminato quello relativo alle modalità della deposizione, abbia voluto racchiudere la valutazione del giudice nell'ambito di parametri più definiti.

(9) Il legislatore (l. 63/2001), per escludere che l'accertamento degli elementi concreti possa essere ampiamente discrezionale, ha posto la nuova regola dell'accertamento incidentale, all'esito del quale, senza ritardo il giudice deve decidere.

(10) Si tratta anche qui, di una deroga al principio del contraddittorio nella formazione della prova operata dalla c.d. legge sul giusto processo (l. 63/2001). In questo caso, rispetto alla precedente formulazione, ai fini dell'acquisizione delle dichiarazioni assunte dal giudice nell'udienza preliminare, non è più sufficiente il duplice presupposto dell'assunzione da parte del giudice e quello relativo al fatto che la deposizione sia stata utilizzata per la contestazione. Attualmente infatti, oltre ai due presupposti summenzionati, le dichiarazioni rese all'udienza preliminare, pur acquisite al fascicolo per il dibattimento se utilizzate per le contestazioni, sono valutate come prova soltanto nei confronti delle parti che hanno partecipato alla loro assunzione. Inoltre l'acquisizione non avviene ex officio bensì a richiesta di parte. Da ciò discende, come specificato nell'ultima parte della disposizione de quo, che fuori dai casi in cui le dichiarazioni rese in udienza preliminare siano utilizzate come prova, per il resto risultano essere soggette alle stesse regole stabilite per le dichiarazioni rese nel corso delle indagini e contenute nel fascicolo del P.M.

(11) Si tratta dell'ultima deroga al principio del limitato utilizzo delle dichiarazioni contenute nel fascicolo del P.M.


Ratio Legis

La norma è stata dapprima riformulata (l. 356/92, di conv. del d.l. 306/92) a seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 500 e di una parte della direttiva 76 della legge delega (C. Cost. 3-6-1992 n. 255) e successivamente sostituita, nella sua formulazione attuale, dalla l. 63/2001, cd. legge sul giusto processo. Il testo precedente alla riforma del '92 prevedeva che in caso di contestazione il giudice potesse utilizzare la precedente dichiarazione al solo fine di ritenere inattendibile il teste, ma non per acquisire ulteriori conoscenze. La Corte prima, e il legislatore del '92 poi, avevano profondamente modificato il sistema, per evitare che vi fosse una perdita di conoscenza che potesse imporre soluzioni non conformi alla verità. Così, in seguito alla l. 356/92, attraverso le contestazioni si poteva anche attribuire valenza probatoria alle dichiarazioni rese durante le indagini preliminari, purché quanto dichiarato in precedenza dal soggetto trovasse conforto in riscontri estrinseci ovvero nell'ipotesi in cui sono emerse circostanze o situazioni aventi efficacia inquinante la deposizione testimoniale resa in dibattimento. Oggi, invece, in seguito alla c.d. legge sul giusto processo (l. 63/2001), la norma in esame viene completamente riscritta ed il nuovo art. 500 con i suoi primi tre commi, propone una disciplina processuale volta ad attuare i principi costituzionali dettati dall'art. 111 della Costituzione.
Si assiste difatti, ad una riespansione del principio del contraddittorio nella formazione della prova per cui le dichiarazioni lette per le contestazioni, salvo specifiche eccezioni (art. 500, commi 4, 6 e 7), possono essere valutate esclusivamente al fine di valutare la credibilità del teste (art. 500, comma 2). In particolare, dalla riformulazione dell'art. 500 si evince come principio, che le parti possono avvalersi delle dichiarazioni precedentemente rese dal testimone, e contenute nel fascicolo del P.M., per contestare in tutto o in parte il contenuto della deposizione e permettere la valutazione della credibilità del teste (facoltà che può essere concessa solo se il teste abbia già deposto sui fatti da contestare); nonché che le dichiarazioni rese dal teste non sono utilizzabili nel caso in cui egli si rifiuti di sottoporsi al controesame delle parti ed infine che tali dichiarazioni possono essere comunque utilizzate se risulta in modo concreto che il teste è stato sottoposto a violenza, minaccia o promessa di denaro o altra utilità.

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