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Articolo 499

Codice di Procedura Penale

Regole per l'esame testimoniale

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Dispositivo dell'art. 499 Codice di Procedura Penale

1. L'esametestimoniale si svolge mediante domande su fatti specifici [194] (1).
2. Nel corso dell'esame sono vietate le domande che possono nuocere alla sincerità delle risposte (2).
3. Nell'esame condotto dalla parte che ha chiesto la citazione del testimonee da quella che ha un interesse comune sono vietate le domande che tendono a suggerire le risposte (3).
4. Il presidente cura che l'esame del testimone sia condotto senza ledere il rispetto della persona (4).
5. Il testimone può essere autorizzato dal presidente a consultare, in aiuto della memoria, documenti da lui redatti [501 2, 514 2] (5).
6. Durante l'esame, il presidente, anche di ufficio, interviene per assicurare la pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell'esame e la correttezza delle contestazioni, ordinando, se occorre, l'esibizione del verbale nella parte in cui le dichiarazioni sono state utilizzate per le contestazioni (6).

Note

(1) Recita l'art. 194 che «il testimone è esaminato sui fatti che costituiscono oggetto di prova» (si veda al riguardo quanto dispone l'art. 187 sul punto), ed esclude la possibilità di assumere informazioni sulla moralità dell'imputato salvo che si tratti di fatti specifici che appaiano idonei a qualificarne la personalità (in relazione al reato) ovvero la pericolosità sociale. La norma si chiude con un preciso limite imposto alle domande: devono riguardare fatti determinati, e non possono fondarsi sulle voci correnti nel pubblico (per la c.d. testimonianza indiretta, si veda l'art. 195). E questo limite viene ribadito dall'art. 499, quando si esigono domande su fatti specifici. Con questa prescrizione si vuole evitare che la genericità della domanda possa consentire al teste di divagare o riferire secondo la propria ricostruzione lo svolgimento dei fatti. Si ricorderà quanto osservato a proposito dell'art. 468 circa i c.d. capitoli di prova. Ci si può chiedere a questo punto se possa ritenersi consentito rivolgere domande che si riferiscano a fatti non dedotti nei capitoli di prova. La risposta sembra da ricavarsi dalla ratio dell'art. 468: se la richiesta della previa indicazione dei capitoli di prova è volta ad evitare prove a sorpresa (salvo quanto è previsto dall'art. 493, a proposito della deduzione tardiva), dovrà ritenersi affidata alla saggia valutazione del presidente individuare se la domanda sia il naturale e imprevedibile sviluppo delle risposte ricevute, ovvero costituisca astuto meccanismo per introdurre circostanze che si erano volute nascondere alla controparte. D'altro canto, è lo stesso ultimo comma della norma che stiamo esaminando che affida al presidente il compito di «... assicurare... la lealtà dell'esame...».

(2) Caposaldo dell'esame testimoniale è il principio sancito nel comma 2 dell'articolo in esame, che rappresenta la condizione minima perché, sulla testimonianza, possa fondarsi un giudizio attendibile. La norma è volutamente generica, affidando alla sagacia del presidente la valutazione circa l'idoneità, della domanda, a compromettere la sincerità del teste. La norma va letta anche in relazione al comma 3, che vieta le c.d. domande suggestive da parte di colui che ha chiesto la testimonianza, mentre non le impedisce per il c.d. controesame (cioè per le domande che rivolge la parte contro cui la testimonianza viene fatta valere). Problematica appare infatti la corretta qualificazione della domanda, atteso che quella cd. suggestiva (consentita, come detto, in sede di controesame) può essere, in concreto, idonea a nuocere alla sincerità della risposta (e pertanto vietata in modo assoluto, ai sensi del comma secondo). Sul punto, vedi la nota che segue.

(3) Le c.d. leading questions sono letteralmente le domande che conducono alla risposta, cioè contengono nella loro formulazione il suggerimento necessario per dare la risposta. Chiedere al teste di quale colore fosse la vettura che investì la vittima presuppone che il teste abbia parlato di un investimento ad opera di un'auto; se il teste non ne ha ancora parlato, gli si sta suggerendo una risposta, che potrebbe nuocere alla sua sincerità, ove la circostanza non fosse stata già accertata nel corso dell'indagine. Ecco allora che una domanda, certamente suggestiva, rischia di essere anche nociva, potendo introdurre nella ricostruzione del fatto qualcosa che il teste ignora e non avrebbe altrimenti riferito.
Come si è osservato, la domanda suggestiva è consentita nel controesame dovendosi verificare, dalla parte che tendenzialmente «non crede» al testimone, l'attendibilità dello stesso. Deve però escludersi la formulazione di domande c.d. nocive (in quanto ricadenti nel divieto di cui al comma 2, che vale per tutti). Può pertanto ammettersi la domanda che presuppone qualcosa che il teste non ha dichiarato (al fine di verificarne la sincerità), ma a condizione che non si riferisca a circostanza accertatamente falsa (nel qual caso sarebbe certamente indirizzata a indurre insincerità nel teste).
La rilevanza del principio secondo cui le domande suggestive sono consentite nel solo controesame emerge anche da quanto disposto dall'art. 151 2 disp. att., secondo cui nel caso di prove orali disposte d'ufficio, il presidente inizia l'esame, stabilendo poi all'esito la parte che deve condurre l'esame diretto (e alla quale, quindi, si applicherà il divieto delle domande suggestive).

(4) Il «rispetto della persona» è prescritto tanto nei confronti dei testi quanto delle persone sottoposte ad ispezione [v. 245 2] o perquisizione [v. 249 2] personali. Le esigenze dell'accertamento penale non possono travolgere garanzie costituzionali (art. 2 Cost.), che anche con riferimento alla pena (art. 27 Cost.) esige che questa non consista in trattamenti contrari al senso di umanità. L'art. 198 c. 2 sancisce l'ulteriore principio secondo cui il teste è esonerato dalla risposta, quando questa possa far emergere proprie responsabilità penali (non, quindi, di altra natura: applicazione del brocardo nemo tenetur se detegere).

(5) L'oralità del processo esclude, di norma, il ricorso agli atti scritti. Tuttavia può presentarsi la necessità di dover ravvivare il ricordo con la lettura di appunti che, in quanto redatti dal teste, appaiono consultabili a questo limitato fine, previa autorizzazione del presidente. Applicazione del medesimo principio si rinviene nell'art. 501 2 (con riferimento all'esame dei periti e consulenti tecnici: in questo caso non è richiesta l'autorizzazione del presidente) e nell'art. 514 2 (per l'ufficiale o agente di p.g.).

(6) La norma di chiusura riassume i compiti e i poteri del Presidente, che agisce come garante dei diritti delle parti e dell'esigenza di pervenire alla verità. Di qui la possibilità di intervento anche di ufficio, al di là di ogni sollecitazione delle parti. Ai sensi del nuovo sesto comma dell'art. 499 c.p.p., l'ordine di esibizione del verbale da parte del presidente nella parte in cui le dichiarazioni sono state utilizzate per le contestazioni, è stato introdotto dall'art. 15 della l. 1-3-2001, n. 63. Si tratta di una precisazione operata dal legislatore al fine di assicurare che le contestazioni effettuate siano state poste correttamente.


Ratio Legis

Attesa la particolare delicatezza della prova assunta attraverso i testimoni, e considerato che essa si forma in dibattimento, davanti al giudice (che nulla conosce dei fatti), appare più che comprensibile la cautela del legislatore, che detta una serie di criteri idonei a garantire, fin dove possibile, la correttezza dell'esame e l'attendibilità dei suoi risultati. La disciplina risulta frammentata, in quanto contenuta anche nel libro III, dedicato alle prove (artt. 194-207). Occorre pertanto leggere in contemporanea le norme dettate per avere un quadro esauriente.
Per comprendere la rilevanza della questione che pone il comma 3, va tenuto presente quanto disposto dall'art. 191 in tema di utilizzabilità della prova: la Cassazione ha confermato l'inutilizzabilità di risposte a domande c.d. suggestive (Cass. I, sent. 3187 del 18-3-1992).

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