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La trasparenza nei contratti online: soluzioni europee tra condizioni generali invisibili, operazioni economiche nascoste, click di consenso e obblighi informativi.

AUTORE:
ANNO ACCADEMICO: 2019
TIPOLOGIA: Tesi di Master
ATENEO: Universitą degli Studi di Padova
FACOLTÀ: Giurisprudenza
ABSTRACT
L’importanza del mondo e-commerce dal profilo prospettico delle transazioni, rapporti contrattuali e para-contrattuali, dà l’occasione di avviare un ragionamento incentrato sullo strumentario che disciplina e muove i relativi utenti ed operatori e, all’occorrenza, ne dirime i conflitti. Dalla comparsa di internet tengono banco ragionamenti circa il governo della rete e l’opportunità di un’ingerenza statale. La domanda è sempre la medesima: è davvero opportuno che lo Stato legiferi sullo spazio aperto e libero di internet? Uno strano matrimonio quello tra il web e gli stati nazionali, dove il primo vorrebbe meno ingerenza possibile dal secondo, ma solo il secondo è in grado di creare le condizioni di garanzia di cui si alimenta la fiducia degli utenti. Ed ecco il secondo dilemma: servono nuove regole o è sufficiente adattare le esistenti? Il legislatore ad oggi è intervenuto sempre ex post e in funzione settoriale, spinto dalla preoccupazione di circondare il consumatore di una serie di presidi giuridici di protezione. Un consumatore protetto è un consumatore fiducioso nell’uso di internet e tanto basta allo sviluppo del web, anche se capire chi sia veramente il consumatore nel web diventa problematico. Dinanzi a questo intervento tardivo e marginale del legislatore, lo scenario che si apre è complesso e variegato. Nella crescente dimensione economica di internet il contratto diventa lo strumento principe per regolare i rapporti commerciali e relazionali. Nel web esso si presenta sotto sembianze non convenzionali, tra click sostitutivi della firma, link ignorati dietro ai quali si celano intrecci di clausole generali e derogatorie, nomenclature quali termini di utilizzo o l’abusata parola gratuito, che a tutto fanno pensare tranne che all’esistenza di un rapporto sinallagmatico. Contratti che prima di riferirsi ad una legge dei contratti di qualche ordinamento nazionale, rispondono alla dimensione della tecnica, alle regole di funzionamento delle connessioni, dei siti e dei software. È la Lex informatica che nel complesso non nasce da giuristi e lancia la riflessione su chi sia il nuovo giurista; operatori di azienda che definiscono assetti regolatori muovendosi tra l’incudine delle possibilità tecniche del mondo IT e il martello degli interessi aziendali, con la conseguenza di tracciare uno standard, inventare uno strumentario di clausole, procedure, trattamenti economici, condizioni generali, che si impongono nel mercato e diventano il nuovo diritto delle relazioni, non solo commerciali. In tutto questo si muove in sordina un’altra figura che è il programmatore. Il mastro di chiavi che conosce il linguaggio delle macchine, che può trasformare il programma contrattuale in una stringa di codice inserita nel web, nell’applicazione, nel tasto di conferma, che di conseguenza traduce il verbo giuridico e che allo stesso tempo lo condiziona in base a quello che è lo stato dell’arte delle possibilità della tecnica informatica o in base a ciò che egli stesso è in grado di comprendere delle dinamiche giuridiche. Questo variegato scenario ben si sintetizza semanticamente nella “tecnologicizzazione”, dove lo standard tecnico diventa fonte di norma e preclude tutto ciò che è al di fuori del medesimo, a sua volta deciso non da giuristi ma da tecnici informatici, sulla base di ciò che essi stessi reputano essere le acquisizioni più avanzate e sicure nel settore, scardinando la tradizionale convinzione che le norme vengano poste da soggetti dotati di una qualche legittimazione o investitura. Una “tecnologicizzazione” che porta con sé il risvolto positivo dell’efficienza dei meccanismi tecnologici, in grado di garantire in via effettuale la tutela di determinati interessi, più di quanto possa fare l’enforcement giurisdizionale di una norma astratta; basti pensare che difficilmente un operatore del web o lo sviluppatore di un App permetterebbe l’esistenza di un meccanismo che consenta al fruitore del servizio o del software di essere inadempiente verso i termini di utilizzo. Ogni moneta presenta due facce e, oltre all’efficienza della tecnologia bisogna considerarne gli aspetti etici, legati all’arretramento del giurista. Nel mondo digitale, il diritto pare chinare il capo alla tecnica lasciando che questa detti la regolamentazione, con buona pace dei teorici convinti assertori dell’opportunità che le nuove tecnologie passino sotto lo scrutinio del giurista affinchè egli possa plasmare il diritto esistente al nuovo che avanza e, la necessità di disciplinare i comportamenti e le attività al fine di non rendere tutto ciò che è tecnologicamente possibile, solo per questo, giuridicamente legittimo. In questo quadro frettolosamente tratteggiato, si cercherà di muovere qualche riflessione nella ricerca della compatibilità tra l’assetto tecnico del mondo digitale, la dimensione giuridica che da sempre guida i rapporti contrattuali e la sete di tutela degli utenti del web; a dettare il ritmo dei passi sarà la parola Trasparenza.

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Norme di riferimento

  • Normativa europea: direttiva 2000/31/CE
    Direttiva 2019/770
    Direttiva 2019/771
    Regolamento UE 2019/1150
    Direttiva 2011/83/UE
    Programmi europei:
    - "New deal for consumers" (COM(2018)183 - COM(2018)184 - COM(2018)185)
    - "Common sales law" COM(2011)635
    - "Digital agenda for Europe" COM(2010)245
    - "Digital Market Strategy" COM(2015)192
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