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Diritto penale -

L'evoluzione applicativa dell'art. 416-bis c. p.: la mafia silente e l'apporto probatorio dei collaboratori di giustizia

AUTORE:
ANNO ACCADEMICO: 2019
TIPOLOGIA: Tesi di Laurea Magistrale
ATENEO: Universitą degli Studi di Bologna
FACOLTÀ: Giurisprudenza
ABSTRACT
L’art. 416-bis c.p. rappresenta tutt’oggi, dal punto di vista repressivo, la risposta legislativa più poderosa all’emergenza costituita dal fenomeno mafioso. Mediante la sua introduzione, avvenuta per opera della legge 16 settembre 1982, n. 646 (c.d. legge «Rognoni-La Torre»), il legislatore perseguì il fine precipuo di reprimere talune condotte associative, particolarmente odiose, che in passato avevano da sempre goduto di enormi margini di impunità, sia per la conclamata inadeguatezza repressiva dell’art. 416 c.p., sia per la diffusa omertà e soggezione che le consorterie mafiose sono in grado di generare nei territori sui quali operano e prosperano. Il risultato dell’intervento legislativo, culminato nella giustapposizione del nuovo art. 416 bis al “tradizionale” art. 416 nel codice penale, è stato la creazione di una originale quanto problematica fattispecie associativa che, a causa della forte matrice sociologica insita nella sua struttura, ha portato negli anni dottrina e giurisprudenza ad effettuare un enorme ed intenso lavoro ermeneutico finalizzato a salvaguardare, da un lato, le esigenze repressive derivanti dalla particolare complessità del fenomeno in questione; dall’altro, ad ancorare la fattispecie all’interno dell’ottica dettata dal Costituente. Se non può essere certamente sottovalutata, infatti, l’efficienza del reato de quo a colpire penalmente le manifestazioni mafiose– efficienza dimostrata, soprattutto, nei primi trent’anni di attività attraverso un’ardita opera repressiva delle c.d. «mafie storiche» (mafia siciliana, ‘ndrangheta e camorra) – bisogna, tuttavia, ammettere la grande potenzialità punitiva discendente dall’art. 416-bis c.p. che, se impiegata in modo abusivo, finirebbe certamente per rappresentare una minaccia ai principi e valori costituzionali discendenti dall’art. 27 della Carta costituzionale, in primis al principio di proporzionalità della pena; potenzialità punitiva derivante non solo dal particolare rigore sanzionatorio, ma dall’intero “sottosistema normativo” creato dalle legislazioni emergenziali antimafia, a cavallo delle stragi del ’92, che hanno in gran parte inciso anche sul terreno processuale (il c.d. “sistema del doppio binario”). E proprio l’art. 27 Cost. – unito ai principi di tassatività ed offensività della norma penale (art. 25 Cost.) – impone di attribuire un’interpretazione costituzionalmente orientata all’art. 416-bis c.p., specialmente nella sua parte più importante rappresentata dal terzo comma: quest’ultimo delinea i tratti caratteristici e tipici del c.d. metodo mafioso, la “punta di diamante” della fattispecie associativa de qua ed elemento da cui promana il disvalore del fatto tipico. Il metodo mafioso rappresenta, infatti, quella caratteristica che dona unicità all’art. 416-bis c.p., differenziandolo rispetto all’intera categoria dei reati associativi. Questo lavoro mira, pertanto, a mettere in luce le peculiarità della fattispecie e le problematiche interpretative derivanti dalla poco felice formula normativa impiegata nel testo del terzo comma dell’articolo in esame, ai sensi del quale «l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva […]». L’ambiguità del dato letterale ha generato una vexata quaestio in dottrina e in giurisprudenza, riguardante la natura da attribuire al reato in questione. Ad un primo orientamento – che tradizionalmente inquadra la fattispecie tra gli illeciti associativi “a struttura mista”, da cui consegue la necessaria esteriorizzazione del metodo mafioso – si è da sempre contrapposto un secondo orientamento, volto ad inquadrare l’art. 416-bis tra gli illeciti associativi a “struttura semplice” e a ritenere, pertanto, sufficiente ai fini della configurazione del reato la mera potenzialità intimidatoria dell’associazione. In termini più chiari, la questione controversa riguarda la concretizzazione sul piano fenomenico del metodo intimidatorio, ritenuta necessaria dal primo indirizzo e meramente eventuale dal secondo. Tale dibattito, proprio quando sembrava ormai del tutto sopito, è riemerso di recente – e con particolare forza, tanto da condurre alla recentissima istanza di rimessione alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel caso “Helvetia” – nei procedimenti riguardanti le infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord e all’estero. In tali giudizi, noti soprattutto per essere incentrati su quella peculiare forma di manifestazione del fenomeno mafioso, denominata «mafia silente», gli aspetti sostanziali e processuali della materia tendono a fondersi poiché l’adesione all’una o all’altra teoria da parte della giurisprudenza sembra dettata più da agevolazioni probatorie – finalizzate a soccorrere la magistratura requirente nei casi in cui non emerga la prova dell’intimidazione – piuttosto che da una approfondita riflessione sulla fattispecie in questione.

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