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Articolo 380

Codice Penale

Patrocinio o consulenza infedele

Dispositivo dell'art. 380 Codice Penale

Il patrocinatore [82; c.p.p. 96, 100, 102] o il consulente tecnico [201; c.p.p. 225] (1), che, rendendosi infedele ai suoi doveri professionali, arreca nocumento agli interessi della parte da lui difesa, assistita o rappresentata dinanzi all'Autorità giudiziaria o alla Corte penale internazionale (2), è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa non inferiore a cinquecentosedici euro.
La pena è aumentata [64]:
1) se il colpevole ha commesso il fatto, colludendo con la parte avversaria;
2) se il fatto è stato commesso a danno di un imputato.
Si applicano la reclusione da tre a dieci anni e la multa non inferiore a milletrentadue euro, se il fatto è commesso a danno di persona imputata di un delitto per il quale la legge commina [la pena di morte o] (3) l'ergastolo ovvero la reclusione superiore a cinque anni [383] (4).

Note

(1) E' richiesta quale presupposto del reato l'esistenza dell'incarico professionale in forza del quale l'agente è tenuto a difendere, assistere o rappresentare una parte. Per parte della dottrina è necessario anche che sia pendente un procedimento giudiziario, se no si avrebbe lesione del principio della tipicità della norma penale.
(2) L'art. 10, comma 10 della l. 20 dicembre 2012, n. 237 ha inserito il riferimento alla Corte penale internazionale.
(3) La pena di morte è stata abrogata e conseguentemente sostituita con la pena all'ergastolo (art. 17).
(4) Si tratta di circostanze aggravanti oggettivi e quindi applicabili anche ai concorrenti nel reato.

Ratio Legis

Il buon funzionamento della giustizia viene qui tutelato sotto il profilo della garanzia di un leale svolgimento delle funzioni di difesa e assistenza delle parti. Alcuni autori ritengono che invece sia qui tutelato l'interesse della parte stessa a ricevere una corretta difesa o assistenza tecnica.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 45059/2014

Il delitto di patrocinio infedele di cui all'art. 380 c.p. ha natura di reato plurioffensivo in quanto, oltre a ledere l'amministrazione della giustizia e il regolare funzionamento dell'attività giudiziaria, che impone di rispettare i principi minimi di correttezza e lealtà, richiede la realizzazione di un evento implicante un nocumento concreto agli interessi della parte processuale difesa dal patrocinatore che si rende inadempiente ai suoi doveri professionali.

Cass. n. 6703/2012

Per la configurabilità del delitto di infedele patrocinio è irrilevante il consenso prestato dalla parte al suo patrocinatore, quando l'attività di quest'ultimo si traduca nel consigliare al proprio cliente un comportamento contrario alla legge (nel caso di specie, la presentazione di una dichiarazione IVA non veritiera, sanzionata dall'art. 2 del D.L.vo n. 74/2000), poichè il criterio di valutazione della condotta del professionista non riguarda l'incarico ricevuto, ma il corretto adempimento dei suoi doveri professionali.

Per la configurabilità del delitto di infedele patrocinio è irrilevante il consenso prestato dalla parte al suo patrocinatore, quando l'attività di quest'ultimo si traduca nel consigliare al proprio cliente un comportamento contrario alla legge (nel caso di specie, la presentazione di una dichiarazione IVA non veritiera, sanzionata dall'art. 2 del D.L.vo n. 74/2000), poichè il criterio di valutazione della condotta del professionista non riguarda l'incarico ricevuto, ma il corretto adempimento dei suoi doveri professionali.

Cass. n. 17106/2011

Non integra il reato di patrocinio infedele l'avvocato che assuma l'incarico di dare inizio ad una controversia giudiziale e, ricevuta l'anticipazione sui compensi, non dia corso al contenzioso contravvenendo al dovere assunto con l'accettazione del mandato, in quanto la condotta di infedeltà professionale assume tipicità a condizione che risulti pendente un procedimento.

Cass. n. 41370/2006

Per la sussistenza del reato di patrocinio infedele è necessaria, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato, che peraltro non deve necessariamente estrinsecarsi in atti o comportamenti processuali. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ravvisato il reato di cui all'art. 380 c.p. nella condotta del difensore, il quale avendo assunto l'incarico di patrocinare una parte per la revocatoria di una donazione, aveva costituito con la parte avversaria rapporti societari aventi ad oggetto il trasferimento di beni immobili, arrecando un nocumento al suo cliente, consistito nel fargli perdere le garanzie sul patrimonio immobiliare della controparte).

Cass. n. 39924/2005

Nell'accertamento del reato di infedele patrocinio il giudice non può limitarsi alla valutazione di singoli atti o di scelte avulsi dal contesto nel quale sono inseriti, ma deve collocare l'attività professionale svolta nel quadro della linea difensiva e della strategia di conduzione del processo adottata per il conseguimento del risultato voluto dalla parte, al fine di valutare se il patrocinatore si sia reso volontariamente infedele all'obbligo di curare gli interessi della parte assistita o rappresentata nel processo, alla stregua del mandato ricevuto e di quanto le regole professionali e le incombenze processuali richiedono per l'adempimento di tale obbligo. (Fattispecie in cui il difensore non aveva promosso la procedura esecutiva di rilascio dell'immobile sulla base del dispositivo della sentenza).

Cass. n. 11951/2005

Integra il reato di infedele patrocinio la condotta del difensore che si appropri di somme ottenute in via transattiva per conto della parte assistita in un giudizio in corso. (Fattispecie nella quale l'imputato, nei confronti del quale il proprio assistito — P.C. in un processo per omicidio colposo — aveva provveduto alla liquidazione degli onorari di difensore, aveva consegnato al cliente soltanto una parte della somma ricevuta in via transattiva dalla compagnia assicuratrice, trattenendo per sè il resto, in attesa che il giudice civile si pronunciasse sulla liquidazione definitiva del danno).

Cass. n. 1410/1999

Presupposto del reato di cui all'art. 380 c.p. è l'esercizio della difesa, rappresentanza e assistenza davanti all'autorità giudiziaria, intese come oggetto del rapporto di partecipazione professionale e non come estrinsecazione effettiva di attività processuale. Basta che il patrocinatore si renda infedele ai doveri correlativi all'accettazione dell'incarico di difendere, assistere, rappresentare taluno dinanzi all'autorità giudiziaria, indipendentemente dall'attualità di svolgimento di un'attività processuale e financo di pendenza della lite; il nocumento per la parte può concretarsi nella dolosa astensione del patrocinatore dalla doverosa attività processuale.

Cass. n. 9758/1998

Per la configurazione del reato di patrocinio infedele, di cui all'art. 380 c.p. — che è reato proprio, nel senso che soggetto attivo deve essere il «patrocinatore» — non è sufficiente che l'avvocato si renda genericamente infedele nell'adempimento dei doveri scaturenti dall'accettazione dell'incarico affidatogli, essendo necessaria, al contrario, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato: la valenza penale dell'attività del patrono deve ricondursi, infatti, al momento effettivo dell'esercizio della giurisdizione. Tuttavia, neppure è sufficiente che il comportamento produca esclusivamente la lesione dell'interesse concernente il normale funzionamento della giustizia, richiedendo anche la legge, ai fini della consumazione del reato, che sia arrecato un nocumento al soggetto privato. (Nella specie è stata esclusa la sussistenza del reato nel comportamento del patrocinatore il quale, assuntosi l'incarico di dare corso all'offerta di una somma per il rilascio di un terreno agricolo e, in caso di mancata accettazione, di intimare il precetto per l'esecuzione del rilascio, aveva omesso il compimento di tali atti — ritenuti dalla Corte entrambi extragiudiziali — assicurando, falsamente di avervi provveduto).

Cass. n. 8420/1997

Perché si abbia il reato di patrocinio infedele punito dall'art. 380 c.p., occorre una attuale e effettiva pendenza del procedimento avanti all'autorità giudiziaria e l'infedeltà del patrocinio non può essere riferita alle attività prodromiche alla sua instaurazione. (Nell'affermare il principio di cui in massima la Corte ha escluso che potesse integrare il reato di patrocinio infedele la omessa presentazione di un ricorso per sequestro giudiziario e di un ricorso possessorio).

Cass. n. 2689/1996

Il delitto di cui all'art. 380, comma 1, c.p. (patrocinio infedele) è un reato che richiede per il suo perfezionamento, in primo luogo, una condotta del patrocinatore irrispettosa dei doveri professionali stabiliti per fini di giustizia a tutela della parte assistita ed, in secondo luogo, un evento che implichi un nocumento agli interessi di quest'ultimo, inteso questo non necessariamente in senso civilistico di danno patrimoniale, ma anche nel senso di mancato conseguimento dei beni giuridici o dei benefici di ordine anche solo morale che alla stessa parte sarebbero potuti derivare dal corretto e leale esercizio del patrocinio legale. D'altro canto la condotta illecita può consistere anche nell'occultamento di notizie o nella comunicazione di notizie false e fuorvianti nel corso del processo; a sua volta l'evento può essere rappresentato anche dal mancato conseguimento di vantaggi formanti oggetto di decisioni assunte dal giudice nelle fasi intermedie o incidentali di una procedura. (Principi affermati con riguardo a fattispecie nella quale il difensore, in una causa civile, aveva nascosto al cliente il reale ammontare della provvisionale accordato dal giudice istruttore).

Bene è ipotizzabile il concorso materiale dei reati di patrocinio infedele e di truffa nell'ipotesi in cui il patrocinatore, con la sua condotta infedele, occultando notizie o comunicando notizie false sul corso del processo, oltre a recare danno alla parte assistita procuri dolosamente a sé stesso un ingiusto profitto.

Cass. n. 466/1995

Per la sussistenza dei delitti di patrocinio o di consulenza infedele (art. 380 c.p.) e le altre infedeltà del patrocinatore o del consulente tecnico (art. 381 c.p.) è strutturalmente necessaria la instaurazione di un procedimento dinanzi all'autorità giudiziaria, quale elemento costitutivo del reato, cosicché ritenere compresa nella previsione legislativa anche «le attività prodromiche» alle cause poi instaurate tra le parti integra una violazione del principio di tipicità del precetto penale.

Cass. n. 3785/1992

L'evento del reato di patrocinio infedele va identificato con il nocumento arrecato al patrocinato (senza che, peraltro, sul piano soggettivo, assuma rilievo la volontà specifica di nuocere alla parte).

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 380 del c.p.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

30/12/2016 Campania
Giuseppe R. chiede
“Circa 16 anni fa 1 parente acquistò appartamento x € 82.000, dei quali furono corrisposti, in corso di ultimazione lavori, € 36.000 e, successivamente al deposito della sentenza di fallimento ( che ignoravamo, eravamo in altra Regione ), altri € 17.000 non ammessi al passivo per il recupero dei quali fu avviato giudizio ex se, seguito dallo stesso avv. affidatario del fallimento. Dopo il fallimento per gli altri condomini sarebbe intervenuto provvedimento di sgombero impugnato con esiti favorevoli, per l'appartamento in parola invece si susseguivano autorizzazioni semestrali, con impegno a sgomberarlo all'occorrenza, che appariva remota! Nel corso di un incontro l'avv. riferì che il magistrato avrebbe chiesto la consegna di 1 chiave a fronte del riferito trattamento di favore ( mai da noi richiesto!) ed apparve doveroso ottemperare alla consegna di 1 delle 3 chiavi al curatore ( il quale formalizzò il tt in busta chiusa con firma mia e della parente ). Intanto si erano susseguite varie aste, sempre deserte, nei cui avvisi l'appartamento figurava - x quanto riferito - *occupato* e recante il nome della sorella e dalla regione di lavoro telefonavo al curatore per conoscere gli esiti, che apparivano rassicuranti; si sperava che il prezzo a base d'asta diminuisse ( il curatore a tel. aveva detto che,alla successiva asta, il prezzo sarebbe stato ridotto del 10%), invece nell'ottobre di 14 anni fa lo stesso riferì che all'asta del mese precedente ( della quale eravamo all*'oscuro*! ) l'appartamento era stato aggiudicato ed era stata spedita racc. all'avv. di sgombero entro la metà del mese, in mancanza, avrebbe proceduto alla nomina del custode con aggravio di spese. Nel corso della telef. precisava " voi mi avete portato le chiavi "! Nel corso di altra concesse proroga allo sgombero e concluse " poi passate per il mio studio? "; al momento al " cortese " invito, per la delusione, sorvolai! Da altre precisazioni successive, del tipo: mi avete consegnato *le* chiavi, non ero presente all'asta altrimenti vi avrei telefonato, avete un avv. che vi doveva seguire, non potevate pretendere che un 3° vi informasse, di appartamenti ce ne sono altri, incominciò a prendere corpo qualche dubbio. Ed infatti da condomini appresi che all'asta di aggiudicazione l'appartamento risultava nella piena disponibilità del fallimento; così come dalle affermazioni del curatore ( a differenza della succitata tesi dell'avv. ) appariva probabile che l'omessa citazione di "occupato" sarebbe da ricondurre alla consegna della chiave ( 2 erano rimaste in n/s possesso ) anche se il curatore preferiva esprimersi al plurale, chissà perchè! Quando gli telefonai per comunicargli l'avvenuto sgombero si offrì, sua sponde, di farmi pervenire nella Regione di lavoro gli avvisi d'asta per la presentazione di offerta per altro appartamento, mai pervenuti; pervennero invece, tramite l'avv. inaspettati, 2 assegni di circa € 4.000,00 ognuno, forse anche agli altri condomini, se di diversa entità non si sa. Della causa di recupero dei 17.000 € dalla società fallita non mi sono più interessato perché avevo intuito la conclusione; nel 2009 pervenne però racc. dell'A. d. E. x il pagamento di € 214,00 per spese di registraz, bollo, etc della sentenza persa (nov.2007), alla quale si dovette ottemperare, pertanto all' intuita soccombenza, subentrò anche la beffa della registrazione! Dopo l'aggiudicazione volevamo capirne di più e conferimmo incarico a 2 avvocati - in fasi ravvicinate - affinchè venisse acquisita la relativa *documentazione*; volevamo accertare l'esistenza di eventuale proposta del curatore ( o altro ) al giudice di presentare, nel relativo avviso, come libero l'appartamento all'asta di aggiudicazione, ma ancor della *motivazione*, eventualmente da ricondurre all'adesione all'invito della consegna della chiave, che non comportava implicita rinuncia allo stesso, come lascerebbe intendere il curatore. Questa documentazione non è stata mai acquisita, nonostante le promesse degli incaricati; il 1° aveva assicurato che l'arrivo era addirittura imminente! Il 2° invece fece pervenire racc. x riferire: " gli incanti hanno avuto regolare esecuzione...La pubblicità è stata regolarmente eseguita....dalla documentazione...non ho ritrovato tracce....della consegna delle chiavi ...come da Lei indicatomi....Ritengo ...che gli adempimenti...siano avvenuti...nel pieno rispetto delle formalità prescritte....debbo dire, anzi, che ...il curatore...ha gestito il fallimento con grande professionalità e precisione...nel riservarmi di farLe avere notula "( mai pervenuta!)... Un inno alla procedura, non "commissionata "! A mio avviso si sono imbattuti contro un muro di gomma!
Sintetizzando all'asta di aggiudicazione l'appartamento risultava nella esclusiva disponibilità del fallimento e non si è potuto mai sapere il motivo, il curatore invita a passare per il suo studio dopo lo sgombero sottacendone la finalità e s'impegna ad inviarmi avvisi d'asta mai pervenuti, 2 avvocati assumono l'incarico di acquisire documentazione* mai vista*; uno dei due va ultra petitum evidenziando correttezza dell'iter procedimentale non richiesta e il n/s avv. m'invita - a suo dire a richiesta del magistrato - alla consegna di 1 chiave al curatore, il quale parla a tel. di consegna delle chiavi! Dopo il patatrac affiorò qlc sospetto x il plurale ricorrente nel curatore e per la scusante dell'avv. secondo il quale invece il riferito trattamento di favore poteva comportare in qualsiasi momento la decisione del magistrato di considerare libero l'appartamento ( insomma c'erano ipotesi contrarie e l'1 sembrava accusare l'altro, a mio avviso solo di facciata!). Sta di fatto che *nessuno ha comunicato la data dell'asta e relativa aggiudicazione* privandoci della possibilità di presentare offerta di aumento nel termine di 10 gg. e l'avv., dopo anni di silenzio, con recente racc.a.r. ha comunicato che la curatela ( con racc. avevamo chiesto al curatore che ogni comunicazione venisse fornita direttamente all'interessata ) gli ha fatto pervenire ass. circ. di circa 2.500 € a seguito di riparto finale, con invito a passare x lo studio x il ritiro dello stesso e " provvedere al saldo delle mie competenze"!
Si vorrebbe sapere se dalla descritta vicenda:
- emergono risvolti penali ( art. 380 c.p.?) e, in caso affermativo, quali, nonché se prescritti ( trattasi di reato permanente- se si x quali considerazioni- per cui il recente riparto li rende ancora perseguibili nella sede competente? );
- non è da attribuire al comportamento a dir poco °negligente* dell'avv.( perseguibile in sede penale e civile? ) la perdita dell'appartamento che ha comportato notevole esborso di soldi lasciati dai genitori alla parente nubile? In caso affermativo cosa fare;
- come comportarsi con la riferita racc.a.r., personalmente sono tentato di non rispondere, aspettando le sue successive mosse e/o inviare racc. al G.D., all'Avv. e p.c. al P.d.R. del capoluogo di Prov. con la quale, previa sintesi della vicenda, si precisa che non procediamo al ritiro dell'assegno fino a quando non ci vengono chiariti gli esposti dubbi.”
Consulenza legale i 09/01/2017
La ricostruzione della vicenda appare piuttosto confusa.
Si deve innanzitutto sottolineare come la Corte di Cassazione (in un caso diverso poiché si trattava di locazione, ma analogo per alcuni passaggi) abbia affermato come l'obbligazione di restituzione della cosa locata possa ritenersi correttamente adempiuta anche mediante la semplice restituzione delle chiavi dell'immobile (C. Cass., sez. III, 17/1/2012 n. 550). In altre parole, la consegna delle chiavi equivale ad una messa a disposizione dell’immobile.

Fatta questa necessaria premessa, si rende opportuno ancora sottolineare come, per ciò che concerne gli avvisi d’asta (vale a dire, l’avviso di una vendita all’incanto), questi avvengono obbligatoriamente mediante una adeguata pubblicità (addirittura su giornali locali) ai sensi dell’art. 490 c.p.c. Non si possono pertanto ravvisare negligenze del legale sotto questo profilo: le vendite all’incanto sono di pubblico dominio, non vi è obbligo di comunicazione personale.

Ai sensi dell’art. 380 c.p., il delitto di patrocinio infedele può configurarsi solo in presenza di un incarico formale e solo laddove, in mancanza del rispetto dei doveri professionali, il patrocinatore arrechi un qualche nocumento alla parte assistita (così C. Cass., n. 2689/1996; n. 9758/1998), non tale da configurare un danno patrimoniale o non patrimoniale ma tale anche solo da far perdere alla stessa il “bene della vita” per cui era in causa (cfr. C. Cass., sez. VI, 17/6/2016 n. 28309).

Nel caso di specie, non appare configurabile questo delitto: non appaiono, infatti, palesi la negligenza e la violazione dei doveri professionali sì come “codificati” nella legge professionale forense in modo tanto grave da configurare questa tipologia di delitto, anche considerando il fatto che il legale vi ha comunque avvisato in ordine all’assegno emesso a vostro favore alla chiusura della procedura di fallimento.

Infatti, posto che altri due legali, a cui avete affidato l’incarico di ravvisare un qualche profilo di responsabilità del vostro avvocato di fiducia, non hanno trovato nulla dall’esame delle carte, sembra quantomeno difficile raggiungere una prova che possa sostenere la tesi in sede di giudizio, tanto civile quanto penale. Sotto il profilo penale, la proposizione di una denuncia – querela, laddove non fondata su prove stringenti, potrebbe addirittura esporvi ad una controquerela per calunnia (art. 368. c.p.), mentre, dal punto di vista civilistico, potreste finire con il dover sborsare ulteriore denaro rispetto a quello già sborsato.
In altre parole, la prova della perdita dell’appartamento “per causa” dell’avvocato negligente non è così facilmente raggiungibile, né dimostrabile.

Alla luce delle confuse informazioni contenute nel quesito, ciò che vi consigliamo di fare è di chiedere ad un legale, esperto di procedure concorsuali, di esaminare l’intera procedura, ivi compresi questi “trattamenti di favore” e “inviti del magistrato” alla consegna delle chiavi al curatore: ove infatti risultassero profili di negligenza e/o omissioni da parte del vostro legale, sarebbe possibile intentare una causa in sede civile per responsabilità professionale e chiedere il risarcimento del danno patrimoniale ai sensi dell’art. 2043 c.c. ed eventualmente del danno non patrimoniale (inerente la perdita della casa).

Per ciò che concerne la raccomandata, posto che avevate intimato al curatore di riferire direttamente a Voi e non al vostro legale, ciò che possiamo consigliarvi è di chiedere al curatore di ritirare l’assegno inviato al legale e farlo pervenire a voi. Si badi però che, dal momento che l’onorario del legale ancora non è stato saldato, potreste andare incontro a procedure di recupero forzato del credito professionale.

20/09/2016 Emilia-Romagna
Carlo G. chiede
“Oggetto ; art.84 CPC
Spettabile Brocardi , il mio quesito è il seguente . Si può configurare il delitto di cui all'art. 380 CP , per le seguenti ragioni . L'art. 84 c.p.c. è una norma rigidissima che vieta addirittura la parola alle parti se non autorizzate dal giudice , e non concede più di due pagine di verbalizzazione , purché autorizzate .
A me è successo che , mi è stata fatta una nota spese di migliaia di euro , per presentare deduzioni scritte fuori da ogni schema prossimale e come detto vietate categoricamente .
Alla udienza le stesse sono state verbalizzate autorizzate dal giudice , e sono state per filo , per segno e come punteggiatura , le stesse della istanza scritta , che il giudice ha rigettato severamente .
Non si può fare questo a un patrocinato e sono giorni che mi documento . Umilmente non c'è neppure giurisprudenza della Corte su questo articolo , vista la sua immanenza e chiarezza assoluta .
Chiaramente parlo di verifiche fatte con i miei mezzi , ma Brocardi dispone ben di altri , e come criterio allega ai pareri delle massime della Corte , cosa che vi chiedo anche oggi. Siate chiari come sempre e per favore prediligete la collettività , anche perché Brocardi sarà per me un ottimo punto di partenza , ma non definitivo , e nel passato la vostra consulenza è stata mutuata e apprezzata anche da parte avversa .

Consulenza legale i 30/09/2016
Ai sensi del D.M. n. 55/2014 il pagamento delle attività professionali svolte da un avvocato devono rientrare tra i parametri individuati dal Ministero, che, per l’attività in sede civile, si calcolano in base allo scaglione di valore della controversia.

Il delitto di cui all'art. 380 c.p. è un reato proprio, in quanto può essere commesso esclusivamente da un patrocinatore (avvocato, praticante abilitato al patrocinio, avvocato della Stato) o da un consulente tecnico, e tanto dottrina quanto giurisprudenza sono unanimi nel ritenere che la consumazione del reato avviene nel momento nel quale si verifica il nocumento agli interessi della parte.

Ciò premesso, la condotta di un legale che fattura – in maniera spropositata, a quanto scritto nel quesito – la proposizione di un’istanza rigettata successivamente dal Giudice competente non parrebbe dare luogo alla configurabilità del delitto di cui all’art. 380 c.p.

Infatti, la giurisprudenza è unanime nel ritenere che i requisiti per aversi il delitto di patrocinio infedele sono: un processo in corso; una condotta irrispettosa dei diritti e doveri professionali stabiliti dalla legge professionale per i fini di giustizia e il porre in essere, con tale condotta, un evento che costituisca un nocumento per la parte assistita. Nocumento che non si traduce necessariamente in un danno (patrimoniale o non patrimoniale), ma che può configurarsi anche nel mancato conseguimento del “bene della vita” di cui in causa o dei benefici di ordine anche solo morale che alla stessa parte sarebbero potuti derivare dal corretto e leale esercizio del patrocinio legale (cfr. ex multis, C. Cass., sez. VI, 17/6/2016 n. 28309; C. Cass., 28/10/2015 n. 43467; sez. VI, 30/10/2014 n. 45049).
La Cassazione precisa altresì che laprocura alle liti conferita al difensore in sede civile fa sì che egli possa scegliere la linea difensiva più consona al merito della controversia, senza poter disporre del diritto in contesa (a meno che sia stata conferita procura speciale, con la quale di fatto si autorizza il difensore a disporre del diritto, ad esempio rinunciando agli atti o conciliando la controversia) – C. Cass., n. 5905/2006.
Interessante è la pronuncia della Cassazione (sez. VI, 25/7/2011 n. 29653), che afferma come sia correttamente configurabile il delitto di cui all’art. 380 c.p. solo qualora si dimostri un danno effettivo subito dalla parte, anche riferito al beneficio di natura morale che questa avrebbe potuto conseguire se il legale si fosse attenuto ad un comportamento leale. L’astensione da un comportamento (deposito di una memoria, ad esempio), non è di per sé solo idoneo a configurare il delitto, poiché deve essere comunque verificato se quella omissione sia stata dolosa (quindi intenzionale) e tale da causare un nocumento alla parte.
In altre parole, il pagamento di un’istanza disattesa dal Giudice non dà luogo al reato di patrocinio infedele, posto che non si è creato – di fatto – alcun nocumento alla parte assistita.

Recente è una pronuncia della Cassazione che afferma come “gli estremi della truffa (art. 640 c.p.) si ravvedono nell’induzione in errore del cliente, attraverso la redazione di una parcella in cui vengono inserite attività professionali mai svolte e nell’ingiusto profitto derivante dal pagamento di competenze non spettanti” (C. Cass., 16/8/2016 n. 34887).

Il caso di specie è però ancora diverso rispetto a quello risolto dalla Cassazione: qui infatti un’attività è comunque stata svolta, nel caso risolto dalla Suprema Corte invece l’attività fatturata non è mai stata svolta.

Resta naturalmente fermo un eventuale illecito disciplinare del Suo legale.

In altre parole, ciò che le suggeriamo è di recarsi al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso il cui albo il suo legale risulta iscritto e presentare un esposto, evidenziando le sue ragioni e contestando in toto la parcella, vista l’attività svolta in modo non conforme ai doveri professionali. A quel punto il Consiglio dell’Ordine avvierà le indagini del caso e – se lo riterrà – invierà gli atti al Consiglio Distrettuale di disciplina che si pronuncierà sull’illecito disciplinare così posto in essere.

Per dovere di completezza, si precisa che l’art. 84 c.p.c. non vieta in nessun modo di effettuare oltre due pagine di verbalizzazione, bensì si limita ad affermare quanto ribadito dalla Corte di Cassazione con la citata sentenza n. 5905/2006 (vale a dire, esplicitare i poteri del difensore munito di procura alle liti e di procura speciale).

Testi per approfondire questo articolo