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Articolo 521

Codice di Procedura Penale

Correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza

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Dispositivo dell'art. 521 Codice di Procedura Penale

1. Nella sentenzail giudice può dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione, purché il reato non ecceda la sua competenza né risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica, [ovvero non risulti tra quelli per i quali è prevista l'udienza preliminare e questa non si sia tenuta] (1).
2. Il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al pubblico ministero se accerta che il fatto è diverso da come descritto nel decreto che dispone il giudizio ovvero nella contestazione effettuata a norma degli articoli 516, 517 e 518 comma 2 (2).
3. Nello stesso modo il giudice procede se il pubblico ministero ha effettuato una nuova contestazione fuori dei casi previsti dagli articoli 516, 517 e 518 comma 2.

Note

(1) In virtù della disposizione in esame, il giudice può qualificare diversamente il reato ascritto, a condizione che non ecceda la sua competenza (nel qual caso dovrà pronunciare sentenza ex art. 23, salvo che il reato sia di competenza di giudice inferiore: art. 23, secondo comma) e che si resti nell'ambito del medesimo fatto, cui viene semplicemente attribuito un differente nomen juris. A seguito della sostituzione del comma 1 di tale norma, operata dall'art. 188 del d.lgs. 19-2-1998, n. 51, a decorrere dal 2-6-1999, è stato introdotto un ulteriore limite all'applicabilità della disposizione del c.1 dell'art. 521, costituito dal caso in cui procedendosi dinanzi al giudice monocratico, il fatto debba essere qualificato come reato rientrante nella cognizione del giudice collegiale, ritenendosi l'imputato maggiormente garantito dal giudizio collegiale. Ulteriore modifica era stata apportata dall'art. 47, comma 6, della l. 16-12-1999 n. 479 (c.d. «Carotti»). Per effetto di tale ultima modifica, quando, ferma restando la cognizione del giudice monocratico, in conseguenza della diversa qualificazione giuridica, il reato in ordine al quale avrebbe dovuto essere pronunciata la sentenza era tra quelli per i quali il giudizio avrebbe dovuto conseguire all'esito dell'udienza preliminare e questa non si fosse tenuta, il giudice non avrebbe potuto decidere, ma avrebbe dovuto disporre la restituzione degli atti al p.m., perché procedesse nelle forme prescritte. Ciò in quanto non si riteneva corretto privare l'imputato dell'udienza preliminare, a causa dell'erronea qualificazione giuridica data dal p.m. al fatto. Successivamente, l'inciso introdotto dalla l. 479/99 (riportato in parentesi quadra) è stato soppresso dall'art. 2undecies, d.l. 7-4-2000, n. 82, conv. in l. 5-6-2000, n. 144. Si ritiene, in dottrina, corretto tale ripensamento del legislatore, in quanto elimina un limite al dovere del giudice di riqualificare il fatto, ove lo ritenga necessario, limite ritenuto difficilmente conciliabile con un sistema processuale in cui la necessità dell'udienza preliminare deve essere eccepita entro rigorosi termini, l'inosservanza dei quali (eventuale sintomo di una «volontà sanante» delle parti, per ragioni di economia processuale) rende del tutto legittima la chiusura del procedimento con una sentenza che qualifichi rettamente il fatto, anche se rientri fra quelli per i quali è prevista l'udienza preliminare e questa non sia stata celebrata.

(2) La restituzione degli atti al P.M. è finalizzata a consentire l'esercizio dell'azione penale in relazione al diverso fatto ritenuto: come specificato nella Relazione al codice, una diversa soluzione (assoluzione in relazione al fatto come contestato) avrebbe comportato, col passaggio in giudicato della sentenza, l'impossibilità di un secondo giudizio ex art. 649. La diversità può concernere anche il fatto oggetto di una contestazione nuova o suppletiva: occorre infatti ricordare che, attesa l'attribuzione al P.M. del ruolo di dominus dell'azione penale, il giudice del dibattimento non può esercitare alcun sindacato preventivo sull'ammissibilità di contestazioni modificative (fatto diverso) o aggiuntive (fatto nuovo) effettuate ai sensi degli art. 516 e 517.
L'ordinanza con cui il giudice dibattimentale dispone, a norma del comma secondo, la trasmissione degli atti al P.M. non è assoggettata, in base al principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, ad alcun gravame; né può utilmente farsi ricorso alla nozione di provvedimento abnorme onde legittimare la ricorribilità per Cassazione. Tale provvedimento, infatti, non ha natura decisoria, ma strumentale, in quanto si concretizza in mero impulso processuale e non lede in alcun modo il diritto di difesa dell'imputato, che potrà svolgersi nei tempi e modi opportuni.


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Origini dell'istituto - La fase degli atti preliminari al dibattimento nel giudizio di primo grado - Il proscioglimento nella fase degli atti preliminari al dibattimento di primo grado - Il proscioglimento predibattimentale e le impugnazioni (L'impugnazione della sentenza predibattimentale - La problematica del proscioglimento nel predibattimento d'appello, di cassazione e di rinvio) - Conclusione - Appendice bibliografica.

(continua)