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Articolo 516

Codice di Procedura Penale

Modifica della imputazione

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Dispositivo dell'art. 516 Codice di Procedura Penale

1. Se nel corso dell'istruzione dibattimentale il fatto risulta diversoda come è descritto nel decreto che dispone il giudizio[429], e non appartiene alla competenza di un giudice superiore, il pubblico ministero modifica l'imputazione [423 1, 522] e procede alla relativa contestazione[520] (1) (2).
1bis. Se a seguito della modifica il reato risulta attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica, l'inosservanza delle disposizioni sulla composizione del giudice è rilevata o eccepita, a pena di decadenza, immediatamente dopo la nuova contestazione ovvero, nei casi indicati dagli articoli 519 comma 2 e 520 comma 2, prima del compimento di ogni altro atto nella nuova udienza fissata a norma dei medesimi articoli (3).
1ter. Se a seguito della modifica risulta un reato per il quale è prevista l'udienza preliminare, e questa non si è tenuta, l'inosservanza delle relative disposizioni è eccepita, a pena di decadenza, entro il termine indicato dal comma 1bis (4).

Note

(1) La Corte Costituzionale, con sent. 30-5-1994, n. 265, ha dichiarato parzialmente illegittimo l'articolo «nella parte in cui non prevede la facoltà dell'imputato di richiedere al giudice del dibattimento l'applicazione di pena a norma dell'art. 444 del c.p.p., relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale ovvero quando l'imputato ha tempestivamente e ritualmente proposto la richiesta di applicazione di pena in ordine alle originarie imputazioni». Con successiva sent. 19-12-1995, n. 530, la Consulta ha dichiarato l'illegittimità della norma nella parte in cui «non prevede la facoltà dell'imputato di proporre domanda di oblazione, ai sensi degli artt. 162 e 162bis c.p., relativamente al fatto diverso contestato in dibattimento».

(2) Assai problematico appare il significato da attribuire, in concreto, alla locuzione «fatto diverso». Al fine di una corretta lettura della disposizione, appare opportuno far ricorso ad un'interpretazione sistematica, che tenga cioè conto delle indubbie correlazioni esistenti con altre norme in materia. Il riferimento è principalmente all'art. 521, in cui si disciplina il potere del giudice di «dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione», mentre, al secondo comma, si prevede che «il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al P.M. se accerta che il fatto è diverso da come descritto nel decreto che dispone il giudizio ovvero nella contestazione effettuata a norma degli articoli 516, 517 e 518, secondo comma». Il successivo art. 522 decreta con la sanzione più grave, la nullità, ancorché limitata alla parte della sentenza effettivamente viziata, l'inosservanza delle norme del capo IV.
Da una disamina complessiva delle citate disposizioni, appare chiaro come la diversità del fatto non concerna l'ipotesi di differente definizione giuridica dell'episodio di vita, ovvero del differente nomen juris attribuito alla vicenda portata alla sua valutazione, facoltà sicuramente consentita al giudicante ai sensi dell'art. 521.
La nozione di fatto diverso va invece intesa in senso materiale e naturalistico, con riferimento non solo al fatto storico che, pur integrando una diversa imputazione, resti invariato, ma anche al fatto che presenti connotati materiali parzialmente difformi da quelli descritti nel decreto che dispone il giudizio. In altri termini, le risultanze dibattimentali rendono necessaria una puntualizzazione della ricostruzione degli elementi materiali o dei referenti spazio-temporali del fatto: la difformità può riguardare il profilo psicologico, il luogo o la data di consumazione del fatto, o anche le persone indicate come complici (la locuzione fatto è invero espressione più ampia di condotta). A titolo esemplificativo, possono ricordarsi le seguenti situazioni: chiamato a rispondere di corruzione, a seguito dell'istruttoria dibattimentale al pubblico ufficiale si contesta la concussione; accertata la violenza alla persona, il furto diventa rapina, e così via.
In ossequio ai principi informatori del sistema, in siffatte ipotesi il legislatore attribuisce al P.M. il potere di procedere alla modifica dell'imputazione, mentre al giudice non resta che prenderne atto, essendo rimandata ogni valutazione alla fase della decisione. Il presidente dovrà informare l'imputato che ha diritto al termine di difesa (ex art. 519); in caso di assenza o contumacia dello stesso, gli verrà notificato estratto del verbale d'udienza contenente la contestazione (art. 520).

(3) Tale comma è stato inserito dall'art. 186, d.lgs. 19-2-1998, n. 51, con decorrenza 2-6-1999. La modifica si fonda sulla considerazione che la disciplina processuale maggiormente garantista per l'imputato è quella prevista per il tribunale collegiale. A riprova di ciò, si noti che nel caso inverso, quando cioè, procedendosi dinanzi al tribunale collegiale l'imputazione modificata rientra nelle attribuzioni del tribunale monocratico, la diversa cognizione non può essere rilevata o eccepita.

(4) L'ipotesi descritta dal comma 1ter, introdotta dall'art. 47, comma 4 della l. 16-12-1999, n. 479 (c.d. «Carotti») considera il caso in cui l'imputato sia stato tratto a giudizio dinanzi al tribunale monocratico con citazione diretta e che, a seguito della modifica dell'imputazione, si debba procedere per un reato per il quale, a parità di attribuzione, l'azione penale doveva essere proposta con la richiesta di rinvio a giudizio. La riforma operata dalla l. 479/99 ha inteso attribuire al solo imputato la scelta se proseguire nel dibattimento, ovvero se eccepire il vizio, determinando la restituzione degli atti al p.m.


Ratio Legis

Al fine di una più adeguata comprensione dell'istituto, occorre procedere ad una lettura unitaria delle norme che disciplinano le nuove contestazioni, la modifica dell'imputazione e la correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza (artt. 516-522). La ratio delle indicate disposizioni risiede nell'esigenza di assicurare il contraddittorio sul contenuto dell'accusa, in modo da garantire l'effettivo e pieno esercizio del diritto di difesa dell'imputato e da soddisfare ragioni di speditezza e semplificazione del processo.
La disciplina positivamente fissata è variamente articolata.
L'articolo in esame, come agevolmente si evince dalla rubrica, regola l'ipotesi di modificazione dell'accusa in conseguenza della ricostruzione in termini diversi del fatto ascritto. Si evidenzia pertanto immediatamente l'elemento differenziale rispetto alle previsioni degli artt. 517 e 518, entrambe basate sull'insorgenza di un fatto nuovo che si aggiunge al thema decidendum.
Nell'ambito dei fatti nuovi, vanno poi ulteriormente differenziati quelli costituiti da un reato connesso a norma dell'art. 12, comma primo, lettera b) ovvero da una circostanza aggravante (casi disciplinati dall'art. 517) e quelli che esulano da dette situazioni, non presentando alcun legame col fatto base (regolati dall'art. 518).

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