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Articolo 506

Codice di Procedura Penale

Poteri del presidente in ordine all'esame dei testimoni e delle parti private

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Dispositivo dell'art. 506 Codice di Procedura Penale

1. Il presidente, anche su richiesta di altro componente del collegio, in base ai risultati delle prove assunte nel dibattimento a iniziativa delle parti o a seguito delle letture disposte a norma degli articoli 511, 512 e 513, può indicare alle parti temi di prova nuovi o più ampi, utili per la completezza dell'esame (1).
2. Il presidente, anche su richiesta di altro componente del collegio, può rivolgere domande ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici, alle persone indicate nell'articolo 210 ed alle parti già esaminate, solo dopo l'esame e il controesame. Resta salvo il diritto delle parti di concludere l'esame secondo l'ordine indicato negli articoli 498, commi 1 e 2, e 503, comma 2 (2).

Note

(1) La richiesta può provenire tanto dal presidente direttamente, quanto per suo tramite da un componente del collegio. Quel che conta è che essa intervenga a conclusione dell'istruzione dibattimentale, trattandosi di un potere subalterno, alla luce di quanto sancito dall'art. 190 1. Occorre cioè che le parti abbiano esaurito le loro richieste probatorie (vedi, in merito, il richiamo alle letture) e ciononostante il presidente ritenga il materiale raccolto meritevole di ulteriore approfondimento. Va sottolineato che la norma in esame accenna a temi di prova nuovi o più ampi, utili per la completezza dell'esame: si tratta di una sollecitazione del potere delle parti, cui compete in concreto di dover provvedere. Se viceversa si palesasse la assoluta necessità di assumere prove nuove, può provvedervi direttamente il giudice (e non il presidente), fruendo del potere conferitogli dall'art. 507.
Se necessario, il dibattimento verrà sospeso e rinviato [v. 509].

(2) Il nuovo testo del secondo comma della norma in esame, come sostituito dall'art. 41, l. 16-12-1999, n. 479 (c.d. «Carotti»), presenta, rispetto al testo previgente, due elementi di novità: il primo è costituito dall'inserimento, fra i soggetti ai quali il presidente può rivolgere domande (in aggiunta ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici e alle parti private) delle persone indicate nell'art. 210 del codice. Ciò in virtù dell'esigenza, già esaminata trattando dell'art. 468, di attribuire a tali soggetti un'autonoma rilevanza processuale, distinta da quella dei testimoni e delle altre parti. Non è mancato chi ha ritenuto pleonastica tale disposizione, avuto riguardo alla collocazione dell'art. 210 fra le norme concernenti l'esame delle parti (libro terzo, titolo secondo, capo secondo) cui si riferisce esplicitamente il secondo comma dell'articolo in esame.
Il secondo elemento di novità consiste nel fatto che il presidente (o i componenti del collegio, attraverso il presidente) o il giudice (nel rito monocratico) possono porre domande alle persone esaminate solo dopo che abbia avuto luogo l'esame e il controesame, dunque al termine dell'escussione delle parti. Ciò allo scopo di evitare che il giudice interferisca nell'assunzione delle prove richieste dalle parti, in conformità alle caratteristiche proprie del processo accusatorio. Nonostante durante i lavori preparatori della legge di riforma si fosse auspicato il contrario (proponendo la sanzione dell'inutilizzabilità in caso di improprio intervento del giudice), nel testo definitivamente approvato della norma non si riconnette alcuna conseguenza processuale alla sua eventuale inosservanza.


Ratio Legis

Il fine del processo è sempre e comunque l'accertamento della verità (sostanziale, e non meramente processuale). Appare quindi coerente con tale fine la possibilità, offerta al presidente, di indicare alle parti temi di prova nuovi o più ampi, ovvero di rivolgere domande alle persone intervenute nell'istruzione dibattimentale.

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(continua)