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Articolo 349 Codice di procedura penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n.477)

Identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini e di altre persone

Dispositivo dell'art. 349 Codice di procedura penale

1. La polizia giudiziaria procede alla identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini e delle persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.
2. Alla identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini [61] può procedersi anche eseguendo, ove occorra, rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici nonché altri accertamenti (1).
2-bis. Se gli accertamenti indicati dal comma 2 comportano il prelievo di capelli o saliva e manca il consenso dell'interessato, la polizia giudiziaria procede al prelievo coattivo nel rispetto della dignità personale del soggetto, previa autorizzazione scritta, oppure resa oralmente e confermata per iscritto, del pubblico ministero (2).
3. Quando procede alla identificazione, la polizia giudiziaria invita la persona nei cui confronti vengono svolte le indagini a dichiarare o a eleggere il domicilio per le notificazioni a norma dell'articolo 161. Osserva inoltre le disposizioni dell'articolo 66 (3).
4. Se taluna delle persone indicate nel comma 1 rifiuta di farsi identificare ovvero fornisce generalità o documenti di identificazione in relazione ai quali sussistono sufficienti elementi per ritenerne la falsità, la polizia giudiziaria la accompagna nei propri uffici e ivi la trattiene per il tempo strettamente necessario per la identificazione e comunque non oltre le dodici ore (4).
5. Dell'accompagnamento e dell'ora in cui questo è stato compiuto è data immediata notizia al pubblico ministero il quale, se ritiene che non ricorrono le condizioni previste dal comma 4, ordina il rilascio della persona accompagnata.
6. Al pubblico ministero è data altresì notizia del rilascio della persona accompagnata e dell'ora in cui esso è avvenuto.

Note

(1) Tali rilievi sono da ritenersi quali accertamenti che non comportano pregiudizi per la libertà personale del soggetto diversi da quello consistente nell'immobilizzazione indispensabile per descrivere o fotografare o misurare parti esposte del corpo umano, eccetto il cado di prelievo di materiale biologico di cui al coma 2-bis.
(2) Tale comma è stato inserito dall’art. 10, comma 1, del D.L. 27 luglio 2005, n. 144, convertito nella l. 31 luglio 2005, n. 155.
(3) In primo luogo, dunque, la P.G. invita l'indagato a dichiarare le proprie generalità e quant'altro vale a identificarlo, ammonendolo circa le conseguenze cui si espone chi rifiuta di fornire le proprie generalità (artt. 496 e 651), poi lo invita a dichiarare o a eleggere il domicilio per le identificazioni ai sensi dell'art. 161.
(4) Trattasi di c.d. fermo identificativo.

Ratio Legis

Essendo i compiti investigativi demandati alla P.G., a quest'ultima spetta in primo luogo l'attività identificativa.

Massime relative all'art. 349 Codice di procedura penale

Cass. n. 38544/2008

Gli accertamenti dattiloscopici compiuti dalla polizia giudiziaria, pur potendo costituire fonte di prova nel giudizio, non hanno carattere né formale, né sostanziale di perizia, ma s'inquadrano nell'attività preliminare d'accertamento e d'assicurazione delle prove, per l'espletamento della quale non è necessario venga garantita la presenza e l'intervento del difensore dell'indiziato.

Cass. n. 1326/1995

Il riconoscimento fotografico di persone — che deve essere tenuto distinto dalla ricognizione personale prevista dall'art. 213 c.p.p. — costituisce un mezzo di prova pienamente utilizzabile ai fini della formazione del convincimento del giudice se adeguatamente motivato in relazione al suo contenuto intrinseco ed alle modalità di controllo e di riscontro.

Cass. n. 6422/1994

Il valore della ricognizione fotografica eseguita dalla polizia giudiziaria, per sé meramente indiziario, viene totalmente meno ove la ricognizione di persona, successivamente eseguita in sede di incidente probatorio, dia esito negativo, potendo conservare valenza indiziaria al riconoscimento fotografico solo la dimostrazione che il detto esito negativo sia l'effetto di un mendacio. Da ciò deriva, a corollario, che l'individuazione consente un'oggettiva ripetibilità attraverso il corrispondente strumento di acquisizione probatoria e, dunque, come ad essa non possa essere assegnato il valore di atto (contenutisticamente) non ripetibile.

Cass. n. 1725/1994

Gli atti di individuazione fotografica effettuati dalla polizia giudiziaria su delega del P.M. non sono compresi tra gli atti del P.M. ai quali il difensore e l'indagato abbiano diritto di assistere. La mancata partecipazione del difensore e della persona indagata alla individuazione fotografica non può pregiudicare il diritto alla difesa, trattandosi di atto di indagine finalizzato non a formare la prova ma ad orientare le investigazioni e che è utilizzabile per l'emissione di una misura cautelare.

Cass. n. 1680/1993

Il giudice di merito può trarre il proprio convincimento da ogni elemento indiziante o di prova e, quindi, anche da ricognizioni non formali e riconoscimenti fotografici, sicché nell'ambito dei poteri discrezionali di valutazione che l'ordinamento gli riconosce, può attribuire concreto valore indiziante o probatorio all'identificazione dell'autore del reato mediante riconoscimento fotografico, che costituisce accertamento di fatto utilizzabile in virtù dei principi della non tassatività dei mezzi di prova e del libero convincimento, che consentono il ricorso non solo alle cosiddette «prove legali», ma anche ad elementi di giudizio diversi, purché acquisiti non in violazione di specifici divieti.

Cass. n. 2390/1992

Allorché risulti rispettato il termine di cui all'art. 390 c.p.p. per la richiesta di convalida dell'arresto, diviene irrilevante la questione dell'eventuale legittimità del precedente accompagnamento in commissariato.

Cass. n. 826/1991

Atteso il principio di fondo per cui i «gravi indizi di colpevolezza» richiesti dall'art. 273 c.p.p. non coincidono con le «prove» sulla base delle quali può affermarsi, in sede decisoria di merito, la responsabilità dell'imputato, la sussistenza dei detti indizi può essere desunta anche da atti non utilizzabili come prove tra cui, in particolare, gli accertamenti dattiloscopici eseguiti, anche d'iniziativa, dalla polizia giudiziaria ai sensi dell'art. 349, comma 2, c.p.p.

L'art. 349, comma secondo, c.p.p., collocato nel titolo IV del libro V del codice, dedicato proprio alla disciplina dell'attività ad iniziativa della polizia giudiziaria, cioè non delegata dal P.M., prevede espressamente che all'identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini — attività che la polizia giudiziaria può eseguire di propria iniziativa — possa procedersi anche effettuando, se necessario, rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici nonché altri accertamenti. Se, quindi, la polizia giudiziaria è autorizzata ad eseguire rilievi dattiloscopici finalizzati all'identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, è evidente che la stessa può, anche di propria iniziativa, effettuare raffronti, tramite personale specializzato a sua disposizione, tra le impronte rilevate e quelle di pregiudicati in precedenza acquisite ovvero tra le medesime e quelle della persona inquisita.

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