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Articolo 336 Codice di procedura penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n.477)

Querela

Dispositivo dell'art. 336 Codice di procedura penale

1. La querela [c.p. 120] è proposta mediante dichiarazione nella quale, personalmente o a mezzo di procuratore speciale [122], si manifesta la volontà che si proceda in ordine a un fatto previsto dalla legge come reato [427, 542] (1) (2).

Note

(1) Si tratta di una dichiarazione di scienza e al contempo anche di una manifestazione di intenti, che non risulta sottoposta all'adozione di formule sacramentali.
(2) La persona che propone una querela ha diritto di ottenere attestazione della ricezione dall'autorità davanti alla quale la denuncia o la querela è stata presentata o proposta. L'attestazione può essere apposta in calce alla copia dell'atto.

Ratio Legis

In alcuni casi il legislatore ha ritenuto che necessitassero maggiore tutela interessi alternativi all'esigenza di dare attuazione alla legge penale.

Massime relative all'art. 336 Codice di procedura penale

Cass. n. 46473/2014

Ai fini della decisione del giudizio abbreviato, la querela può essere utilizzata come mezzo di prova anche in relazione al suo contenuto, in quanto la scelta dell'imputato di procedere con tale rito alternativo rende utilizzabili tutti gli atti, legalmente compiuti o formati, che siano stati acquisiti al fascicolo del pubblico ministero.

Cass. n. 28851/2002

La denuncia formalmente presentata per un fatto originariamente qualificato come persegibile d'ufficio e poi ritenuto integrativo, invece, di reato perseguibile a querela, è da considerare idonea ad assumere anche valore di querela, sempre che essa non si limiti alla mera esposizione dei fatti, ma esprima la volontà che, indipendentemente dalla loro apparente qualificazione giuridica, si proceda nei confronti del responsabile. (Fattispecie in tema di estorsione, poi diversamente qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni).

Cass. n. 43478/2001

In tema di reati perseguibili a querela, la sussistenza della volontà di punizione da parte della persona offesa, non richiedendo formule particolari, può essere riconosciuta dal giudice anche in atti che non contengono la sua esplicita manifestazione; ne consegue che tale volontà può essere riconosciuta anche nell'atto con il quale la persona offesa si costituisce parte civile, nonché nella persistenza di tale costituzione nei successivi gradi di giudizio. (Nella fattispecie, il ricorrente, imputato di furto — reato che, per effetto dell'art. 12 della legge 25 giugno 1999 intervenuta dopo la sentenza di primo grado, è divenuto perseguibile a querela — aveva dedotto che erroneamente il giudice di secondo grado aveva opinato che non occorresse dare alla persona offesa l'informazione prevista dall'art. 19 comma II della predetta legge, ritenendo che la partecipazione della stessa, costituitasi parte civile, al giudizio di appello dimostrava la persistenza della volontà di punizione dell'autore del fatto. La Corte, enunziando il principio di cui in massima, ha rigettato il ricorso).

Cass. n. 1654/1998

L'art. 123 c.p. dispone che la querela si estende di diritto a tutti coloro che hanno commesso il reato. In altri termini, ai sensi dell'art. 123 c.p. per il principio dell'unicità del reato concorsuale, la querela sporta contro uno dei compartecipi si estende a tutti coloro che hanno commesso il reato. Ne deriva che nessuna improcedibilità deriva dal fatto che la persona offesa abbia sporto querela soltanto contro uno o alcuni degli autori del reato, escludendone gli altri, poiché la querela dispiega ope legis i propri effetti nei confronti di tutti i soggetti che hanno concorso a commettere il reato, anche senza, ed eventualmente contro, la volontà del querelante. Infatti la querela è condizione di punibilità del fatto-reato, e non di uno o di taluno soltanto degli autori; con essa si rimuove soltanto l'ostacolo della perseguibilità di taluni reati, restando al pubblico ministero il potere di accertamento e di persecuzione dei rei, sicché la querela tempestivamente proposta, conserva valore nei riguardi di coloro che, non indicati inizialmente, risultino poi autori o compartecipi del reato.

Cass. n. 1210/1994

Poiché sia nel codice vigente che in quello abrogato la natura della querela è semplicemente quella di condizione di procedibilità e la sua funzione quella di consentire all'autorità procedente la sicura individuazione del fatto-reato, contenuto necessario e sufficiente per la sua validità è che manifesti l'istanza di punizione in ordine ad un fatto-reato, senza ulteriori precisazioni, dettagli o circostanziate descrizioni; qualora tuttavia tale contenuto, ai fini della validità della querela, debba essere integrato da dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari, anche queste debbono essere incluse nel fascicolo del dibattimento ai sensi dell'art. 431, lettera a) c.p.p., senza che ciò pregiudichi il principio della formazione dibattimentale della prova, giacché dette dichiarazioni possono essere utilizzate solo per verificare la condizione di procedibilità.

Cass. n. 4784/1993

L'art. 366 c.p.p., pur avendo introdotto il riferimento «ad un fatto previsto dalla legge come reato», nulla ha innovato ? come chiaramente risulta dalla relazione al progetto preliminare ? relativamente al contenuto della querela. Deve, quindi escludersi che tale disposizione imponga al querelante un'indicazione e precisazione del fatto reato, nei suoi termini giuridici, così introducendo un onere che trasformerebbe l'istituto da semplice domanda a procedere, in contestazione (privata) dell'accusa.

Cass. n. 10585/1992

Poiché la querela è una manifestazione di volontà intesa a rimuovere un ostacolo alla perseguibilità di determinati reati, detto ostacolo non può ritenersi persistente, e quindi non può ritenersi precluso l'esercizio dell'azione penale dal fatto che il reato, denunciato come perseguibile di ufficio, risulti, all'esito di più approfondite valutazioni da parte del giudice, perseguibile a querela. (In motivazione, peraltro, la Corte ha affermato la necessità inderogabile, in situazioni del genere, di un'indagine sull'effettiva volontà della parte offesa, desumibile, tra l'altro, dal suo atteggiarsi rispetto al processo, con la conseguenza — nel caso di specie — che la avvenuta costituzione di parte civile si configura come coerente esplicazione di volontà preesistente e persistente in ordine alla richiesta di punizione del responsabile del reato).

Cass. n. 8418/1992

Il diritto di querela concerne unicamente il fatto delittuoso, quale è esposto nella sua essenzialità e non nei dettagli, spettando al giudice e non al privato di attribuire al fatto le definizioni e le conseguenze giuridiche che ne derivano. Correttamente, pertanto, il giudice può ravvisare, a carico del direttore responsabile di un giornale, il reato di omissione di controllo ex art. 57 c.p., pur essendo stata la querela proposta esclusivamente per la diffamazione a mezzo stampa. (Nella specie, a seguito di querela della parte offesa per il reato di diffamazione a mezzo stampa, erano stati rinviati a giudizio l'autore dell'articolo pubblicato per diffamazione e il direttore del giornale per il reato di cui all'art. 57 c.p.).

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Maria S.S. chiede
lunedì 13/06/2016 - Lazio
“Ho denunciato il mio ex marito il 10.10.2013 per aver provocato un falso incidente a mio danno (avevo un testimone che ha deposto a mio favore) con 17 giorni di prognosi del pronto soccorso, fu emesso decreto di condanna per l'art. 658 cpp il 28.07.2013, travisando le lesioni subite nonostante la stazione dei carabinieri del mio paese avesse prodotto una informativa di reato art. 610 cpp. Ad oggi non ho notizie del fascicolo. DOMANDA : quali sono i mezzi giuridici a mia disposizione, per ottenere un decreto di condanna per violenza privata art. 658 cpp e per lesioni art 582 cpp, nel caso specifico, nonostante siano trascorsi 3 anni ?”
Consulenza legale i 20/06/2016
Non appare molto chiara la domanda posta nel quesito, al quale, in ogni caso, non è agevole rispondere non avendo la possibilità di visionare gli atti del procedimento penale.

Da quel che è dato di comprendere, sarebbe stato commesso un iniziale errore nel 2013 in ordine al tipo di reato individuato: nonostante l’autorità di polizia giudiziaria avesse ritenuto che i fatti integrassero la fattispecie di reato di “violenza privata” (art. 610 codice penale), fu emesso decreto penale di condanna per diversa fattispecie, ovvero la contravvenzione di procurato allarme presso l’Autorità (art. 658 c.p.).

Con l’emissione del decreto penale di condanna, il procedimento penale si esaurisce, pertanto non è dato di comprendere a cosa si faccia riferimento laddove è scritto “ad oggi non ho notizie del fascicolo”: si ipotizza che con questa espressione debba intendersi che non si è potuto ancora prendere visione del fascicolo del procedimento penale conclusosi con il decreto.

Sembrerebbe, quindi, logico – dati questi presupposti – che la domanda attenga alla possibilità, dopo tre anni dal verificarsi dei fatti penalmente rilevanti, di poter ancora perseguire l’ex marito per la commissione dei diversi reati di violenza privata (come inizialmente ipotizzato dai Carabinieri) e di lesioni personali.

Ebbene, per quanto riguarda il reato di violenza privata (art. 651 c.p.) si tratta di fattispecie di reato perseguibile d’ufficio: con tale espressione si intende che, qualora l’Autorità venga a conoscenza di fatti che possano essere penalmente rilevanti ed integrare determinate fattispecie di reato, essa può ed anzi deve effettuare indagini per l’accertamento della commissione dei reati stessi.

L’Autorità, in questi casi, si attiva per lo svolgimento delle indagini sempre a seguito di denuncia, ma poi prosegue autonomamente ed indipendentemente dalla volontà di chi ha presentato quest’ultima.
In questi casi, sarà possibile presentare la denuncia in qualsiasi tempo (senza il rispetto di un termine minimo, come si dirà oltre per la querela), ma il reato, in ogni caso, si estinguerà per il decorso di un determinato termine di prescrizione.

Diverso è quando il reato è perseguibile a querela della persona offesa: ciò significa, infatti, che quest’ultima ha tempo tre mesi dalla commissione del fatto di reato per presentare un atto di denuncia (definito stavolta, più correttamente, querela), pena l’improcedibilità del reato (ovvero nel caso scada il termine dei tre mesi, non sarà più possibile perseguire quest'ultimo).

Il reato di lesioni personali di cui all’art. 582 c.p., ha un regime di perseguibilità, per così dire, “misto”: è necessaria, infatti, la querela della persona offesa solo quando le lesioni siano “lievi”, ovvero qualora la prognosi della malattia sia inferiore a 20 giorni e non ricorrano le circostanze aggravanti.

Queste ultime sono diverse e di diversa entità; si riportano in questa sede quelle che potrebbero maggiormente rilevare in relazione al caso in esame:

- lesione grave se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni, se il fatto produce l'indebolimento permanente di un senso o di un organo;

- lesione gravissima, se dal fatto deriva una malattia certamente o probabilmente insanabile, la perdita di un senso, la perdita di un arto, o una mutilazione che renda l'arto inservibile, ovvero la perdita dell'uso di un organo o della capacità di procreare, ovvero una permanente e grave difficoltà della favella, la deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso;

- ancora, se il fatto è commesso con armi o con sostanze corrosive, ovvero da persona travisata o da più persone riunite; contro l'ascendente o il discendente, quando è adoperato un mezzo venefico o un altro mezzo insidioso ovvero quando vi è premeditazione.

Per rispondere, in definitiva, al quesito, occorre distinguere le due fattispecie:
- per quel che concerne il reato di cui all’art. 610 c.p., si potranno ancora, mediante formale denuncia, presentare i fatti di reato all’Autorità di Polizia Giudiziaria, la quale procederà poi d’ufficio per accertare se tali fatti integrino o meno la fattispecie della violenza privata; il reato in questione, infatti, si prescrive generalmente in 6 anni, pertanto sarà ancora possibile presentare denuncia;
- nel caso, invece, delle lesioni personali, il quesito non fornisce sufficienti elementi per individuare l’esistenza, nel caso concreto, di circostanze aggravanti: sembra, tuttavia, che queste ultime non ricorrano e ciò, unito alla durata della prognosi, lascia supporre che si tratti di lesioni lievi e che quindi non si possa più procedere con la querela, essendo trascorsi ormai tre anni dalla commissione del reato.

Considerata la delicatezza della questione e soprattutto le implicazioni che un’esatta determinazione delle tempistiche relative alla prescrizione ed all’individuazione delle circostanze aggravanti comporta, è consigliabile rivolgersi ad un avvocato penalista.

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  • Segreto investigativo e diritto di difesa

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    Data di pubblicazione: maggio 2015
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    La fluidità del sentire comune intorno ai beni primari dell'accertamento processuale e del diritto di difesa ne smuove continuamente la disciplina, come materia magmatica che si espande e si ritira ora a favore dell'uno, ora a vantaggio dell'altro, in cerca di un equilibrio difficile da raggiungere. Nello scorcio tematico in cui si colloca il presente contributo, le regole del "giusto processo" sembrano assicurare il raggiungimento di un "compromesso" tra l'istanza investigativa,... (continua)