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Articolo 474

Codice di Procedura Civile

Titolo esecutivo

Dispositivo dell'art. 474 Codice di Procedura Civile

L'esecuzione forzata [2910 ss., 2930 c.c. e ss.] non può avere luogo che in virtù di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile.
Sono titoli esecutivi:
1) le sentenze (1), i provvedimenti e gli altri atti ai quali la legge attribuisce espressamente efficacia esecutiva (2);
2) le scritture private autenticate(3), relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esse contenute, le cambiali, nonché gli altri titoli di credito(4) ai quali la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia (5);
3) gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli (6).
L'esecuzione forzata per consegna o rilascio non puo' aver luogo che in virtu' dei titoli esecutivi di cui ai numeri 1) e 3) del secondo comma. Il precetto deve contenere trascrizione integrale, ai sensi dell'articolo 480, secondo comma, delle scritture private autenticate di cui al numero 2) del secondo comma.

Note

(1) La norma si riferisce alle sentenze di primo grado, alle sentenze d'appello, alle sentenze della Corte di Cassazione pronunciate sul merito, alle sentenze pronunciate in un grado e alle sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (si cfr. artt. 132, 282, 431, 447, e art. 18, l. 20-5-1970, n. 300, Statuto dei lavoratori).
(2) Si vedano gli artt. 199 (processo verbale di conciliazione), 423 (ordinanza per il pagamento di somme), 647 (esecutorietà del decreto ingiunto per mancata opposizione o mancata attività dell'opponente). In tema di provvedimenti che hanno efficacia esecutiva si segnalano: il decreto del giudice che ordina la cessazione dell'attività antisindacale (art. 28 l. 20-5-1970, n. 300); l'ordinanza di rilascio dell'immobile emessa ai sensi dell'art. 30, 5° e 8° commi l. 27-7-1978, n. 392; l'ordinanza di liquidazione di onorari e diritti spettanti ad avvocati; l'ordinanza sull'opposizione a decreto ingiuntivo relativa a onorari, diritti e spese spettanti ad avvocati (artt. 29 e 30 l. 13-6-1942, n. 794).
(3) Per scritture private autenticate si intendono gli atti, cartacei o informatici, la cui efficacia esecutiva è limitata alle obbligazioni di somme di denaro in essi contenute e non si estende agli obblighi di fare e non fare e all'esecuzione per consegna o rilascio.
(4) La norma si riferisce ai titoli esecutivi stragiudiziali poichè non provengono, come le sentenze, dall'autorità giudiziaria, ma sono di formazione privata e contengono un atto di accertamento del diritto sostanziale. Si cfr. artt. 55, 86, 90, 100, 104 r.d. 21-12-1933, n. 1736, art. 3 l. 15-12-1990, n. 386 Assegno bancario; c.c. 1684, 1790, 1791.
(5) Si vedano 185 (tentativo di conciliazione), 322 (conciliazione in sede non contenziosa), 411 (conciliazione nel rito del lavoro). Inoltre, hanno efficacia esecutiva i verbali di conciliazione relativi: a spese diritti ed onorari di avvocati (art. 66 r.d.l. 27-11-1933, n. 1578); al rilascio dell'immobile ed alla determinazione del canone (artt. 30, 7° comma e 44, 4° comma l. 27-7-1978, n. 392).Si vedano 185 (tentativo di conciliazione), 322 (conciliazione in sede non contenziosa), 411 (conciliazione nel rito del lavoro). Inoltre, hanno efficacia esecutiva i verbali di conciliazione relativi: a spese diritti ed onorari di avvocati (art. 66 r.d.l. 27-11-1933, n. 1578); al rilascio dell'immobile ed alla determinazione del canone (artt. 30, 7° comma e 44, 4° comma l. 27-7-1978, n. 392).
(6) Anche in questo caso si tratta di titoli esecutivi stragiudiziali. Inoltre, è bene precisare che l'espressione "altro pubblico ufficiale" deve riferirsi al segretario comunale e provinciale e al console all'estero.

Brocardi

Iudicatum titulus est optimus
Ius imperii
Legitimatio adibat ad causam
Nulla executio sine titulo
Processus executivus

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 17194/2015

Al fine di accertare se un contratto di mutuo possa essere utilizzato quale titolo esecutivo, ai sensi dell'art. 474 c.p.c., occorre verificare, attraverso la sua interpretazione integrata con quanto previsto nell'atto di erogazione e quietanza o di quietanza a saldo ove esistente, se esso contenga pattuizioni volte a trasmettere con immediatezza la disponibilità giuridica della somma mutuata, e che entrambi gli atti, di mutuo ed erogazione, rispettino i requisiti di forma imposti dalla legge.

Cass. n. 25841/2014

Il creditore ha interesse a proporre azione di condanna al pagamento di una somma di denaro ove non disponga di un titolo esecutivo, senza che rilevi l'atteggiamento - antagonistico o meno - assunto dal debitore. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto, l'interesse del creditore ad ottenere una pronuncia di condanna del fideiussore all'adempimento della propria obbligazione di garanzia, per il sol fatto della liquidità ed esigibilità della stessa, benché il debitore garante non avesse contestato l'esistenza e l'efficacia dell'obbligazione fideiussoria).

Cass. n. 23159/2014

Il titolo esecutivo giudiziale, ai sensi dell'art. 474, secondo comma, n. 1, cod. proc. civ., non si esaurisce nel documento giudiziario in cui è consacrato l'obbligo da eseguire, in quanto è consentita l'interpretazione extratestuale del provvedimento sulla base degli elementi ritualmente acquisiti nel processo in cui esso si è formato, purché le relative questioni siano state trattate nel corso dello stesso e possano intendersi come ivi univocamente definite, essendo mancata, piuttosto, la concreta estrinsecazione della soluzione come operata nel dispositivo o perfino nel tenore stesso del titolo.

Cass. n. 19738/2014

In tema di esecuzione forzata, l'atto notarile, che contenga l'indicazione degli elementi strutturali essenziali di una obbligazione di somma di denaro (nella specie, generata dal contratto di mutuo ivi documentato), ha valore di titolo esecutivo in quanto dotato di pubblica fede e non in dipendenza dell'efficacia probatoria dell'atto medesimo, sicché è irrilevante la mancanza del timbro di congiuntura tra le pagine dell'atto o di quello attestante la conformità del documento all'originale.

Cass. n. 20052/2013

Qualora il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si concluda con una sentenza di parziale accoglimento, recante tuttavia un'autonoma condanna dell'opponente-debitore al pagamento, in favore dell'opposto-creditore, di una somma inferiore a quella oggetto di ingiunzione, il titolo esecutivo è costituito, pur in mancanza di una revoca espressa del decreto ingiuntivo, esclusivamente dalla sentenza di condanna, che costituisce dunque il titolo da notificare, ai sensi dell'art. 479 c.p.c., risultando inapplicabile la norma dell'art. 654 c.p.c. al precetto intimato prima di procedere all'esecuzione forzata.

Cass. n. 16934/2013

Nell'ipotesi di esecuzione fondata su titolo esecutivo costituito da una sentenza di primo grado, la riforma in appello di tale sentenza determina il venir meno del titolo esecutivo, atteso che l'appello ha carattere sostitutivo e pertanto la sentenza di secondo grado è destinata a prendere il posto della sentenza di primo grado; tuttavia, nell'ipotesi in cui la sentenza d'appello sia a sua volta cessata con rinvio, non si ha una reviviscenza della sentenza di primo grado, posto che la sentenza del giudice di rinvio non si sostituisce ad altra precedente pronuncia, riformandola o modificandola, ma statuisce direttamente sulle domande delle parti, con la conseguenza che non sarà mai più possibile procedere in "executivis" sulla base della sentenza di primo grado (riformata della sentenza d'appello cassata con rinvio), potendo una nuova esecuzione fondarsi soltanto, eventualmente, sulla sentenza del giudice di rinvio.

Cass. n. 8576/2013

Un titolo esecutivo giudiziale che, nel dispositivo, si limiti a condannare al pagamento di accessori "dal dì del dovuto", senza altra specificazione e senza espressa o implicita menzione di tale decorrenza nel corpo della motivazione, in quanto tautologico ed irrimediabilmente illegittimo per indeterminabilità dell'oggetto, viene meno alla sua funzione di identificazione compiuta e fruibile - cioè specifica e determinata, ovvero almeno idoneamente determinabile - dell'esatta ragione del beneficiario della condanna e dell'oggetto di questa.

Cass. n. 11066/2012

Il titolo esecutivo giudiziale, ai sensi dell'art. 474, secondo comma, n. 1, c.p.c., non si identifica, né si esaurisce, nel documento giudiziario in cui è consacrato l'obbligo da eseguire, essendo consentita l'interpretazione extratestuale del provvedimento, sulla base degli elementi ritualmente acquisiti nel processo in cui esso si è formato. Ne consegue che il giudice dell'opposizione all'esecuzione non può dichiarare d'ufficio la illiquidità del credito, portato dalla sentenza fatta valere come titolo esecutivo, senza invitare le parti a discutere la questione e a integrare le difese, anche sul piano probatorio.

Cass. n. 10875/2012

Il titolo esecutivo, in quanto condizione necessaria del processo esecutivo, deve esistere nel momento in cui questa è minacciata con la notificazione dell'atto di precetto ed in cui è iniziata con l'introduzione del processo esecutivo; non si può formare successivamente e deve permanere per tutta la durata dell'esecuzione. (In applicazione di questo principio, la S.C. ha escluso che potesse ritenersi validamente intimato il precetto al rilascio di un immobile sulla base di una sentenza priva di alcuna statuizione di condanna, anche implicita, solo perché integrata dalla sentenza di appello la quale conteneva nel dispositivo una pronuncia di condanna a consegnare il bene).

Cass. n. 9287/2012

Una sentenza d'appello che, riformando quella di primo grado, faccia per ciò sorgere il diritto alla restituzione degli importi pagati in esecuzione di questa, non costituisce titolo esecutivo se non contenga una espressa statuizione di condanna in tal senso.

Cass. n. 6072/2012

In tema di esecuzione forzata, allorché l'esecuzione sia iniziata in base a titolo esecutivo giudiziale non definitivo, cui segua la pronunzia, nello sviluppo dello stesso processo in cui il primo si è formato, di altro titolo, il quale modifichi quantitativamente l'entità del credito riconosciuto nel titolo originario, persiste in favore del creditore, con effetto "ex tunc", un valido titolo esecutivo, in ragione dell'effetto integralmente sostitutivo dei titoli esecutivi resi a cognizione piena rispetto a quelli anticipatori e di quelli di merito di secondo grado rispetto a quelli di primo, sempre che tale sostituzione o modifica del titolo sia portata a conoscenza del giudice dell'esecuzione. Ne consegue che, in ipotesi di ordinanza emessa, ai sensi dell'art. 24 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, per un determinato importo, cui sia subentrata dapprima una sentenza di condanna di primo grado per un importo maggiore e poi una sentenza di condanna in appello per un importo pari alla metà di quello riconosciuto nel grado precedente, stante la natura anticipatoria del primo provvedimento in funzione della successiva pronuncia a cognizione piena, nonché la normale retrodatazione degli effetti dell'accoglimento della domanda, l'ultima sentenza si sostituisce con efficacia "ex tunc" all'ordinanza iniziale, identici essendo i fatti costitutivi accertati e mutando esclusivamente la quantificazione della pretesa.

Cass. n. 15395/2010

La sentenza che subordina la condanna al pagamento di una somma di denaro all'adempimento dell'obbligo di consegna o di restituzione di una cosa determinata acquista efficacia di titolo esecutivo solo dopo l'effettiva restituzione o il deposito della cosa, ai sensi dell'art. 1210 c.c., non essendo sufficiente la mera offerta della prestazione, che, a norma dell'art. 1209 c.c., produce solo l'effetto di mettere in mora il creditore senza liberare il debitore dall'obbligazione.

Cass. n. 8067/2009

La sentenza di condanna dell'INPS al pagamento, in favore del creditore, di una prestazione, quale le differenze spettanti a titolo di indennità di disoccupazione, costituisce valido titolo esecutivo, che non richiede ulteriori interventi del giudice diretti all'esatta quantificazione del credito, solo se tale credito risulti da operazioni meramente aritmetiche eseguibili sulla base dei dati contenuti nella sentenza; se, invece, dalla medesima sentenza di condanna non risulta (come nella specie) il numero delle giornate non lavorate nelle quali sia maturata l'indennità giornaliera, così da rendersi necessari per la determinazione esatta dell'importo elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, la sentenza non costituisce idoneo titolo esecutivo ma è utilizzabile solo come idonea prova scritta per ottenerlo nei confronti del debitore in un successivo giudizio.

Cass. n. 7537/2009

La sentenza di appello si sostituisce alla sentenza impugnata nei casi di conferma o di riforma in cui ha per oggetto il contenuto della pretesa sostanziale dedotta in giudizio e non l'operato del giudice, con la conseguenza che, in tali casi, il titolo esecutivo da notificare per promuovere l'esecuzione forzata è costituito dalla stessa sentenza di secondo grado.

Cass. n. 1040/2009

La sentenza di condanna pronunciata in un processo tra il creditore della società ed una società di persone costituisce titolo esecutivo anche contro il socio illimitatamente responsabile, in quanto dall'esistenza dell'obbligazione sociale deriva necessariamente la responsabilità del socio e, quindi, ricorre una situazione non diversa da quella che, secondo l'art. 477 cod. proc. civ., consente di porre in esecuzione il titolo in confronto di soggetti diversi dalla persona contro cui è stato formato.

Cass. n. 25568/2008

L'inosservanza del dovere di non rilasciare in forma esecutiva più di una sola copia del titolo per la esecuzione forzata, che importa a carico del funzionario responsabile una pena pecuniaria, costituisce una semplice irregolarità della esecuzione che è fine a se stessa e non incide, pertanto, né sulla efficacia del titolo esecutivo, nè sulla validità della relativa esecuzione. (Nella specie, la S.C., enunciando l'anzidetto principio, ha confermato la sentenza di merito che aveva respinto l'opposizione agli atti esecutivi promossa in ragione della dedotta illegittimità dell'esecuzione in quanto iniziata sulla base di una seconda copia esecutiva rilasciata dal cancelliere senza l'autorizzazione del capo dell'ufficio).

Cass. n. 25003/2008

Il titolo esecutivo formatosi nei confronti di ditta individuale comporta che, per questa, debba ritenersi evocata in giudizio (e conseguentemente rispondere in sede esecutiva ) la persona fisica che ne risulti attualmente titolare (ovvero, come nella specie, gli eredi, in caso di sua morte intervenuta medio tempore ), senza che rilevi la circostanza che il titolare della ditta sia anche l'amministratore di altra società, trattandosi di soggetto giuridico del tutto estraneo al giudizio sia di cognizione, che di esecuzione.

Cass. n. 14737/2006

In tema di formazione del titolo esecutivo, la duplicazione di titoli giudiziali, consacranti lo stesso diritto, non è di regola consentita, ma è tuttavia ammessa ove il secondo titolo assicuri una tutela più piena. (Nella specie, la S.C. ha affermato che il C.T.U. che abbia ottenuto la pronuncia del decreto di liquidazione dell'onorario può agire in sede monitoria, poiché il decreto ingiuntivo, diversamente dal primo provvedimento, consente l'iscrizione di ipoteca giudiziale).

Cass. n. 14096/2005

In pendenza del processo esecutivo, la successione a titolo particolare nel diritto del creditore procedente, in virtù del principio stabilito dall'art. 111 c.p.c., dettato per il giudizio contenzioso ma applicabile anche al processo esecutivo, comporta che il titolo esecutivo spiega la sua efficacia in favore del titolare del credito e di tutti i suoi successori, siano essi a titolo universale o a titolo particolare. Pertanto, il successore nel titolo fatto valere quale titolo esecutivo, come non ha l'obbligo di dimostrare neppure documentalmente la sua posizione al soggetto che deve spedire il titolo in forma esecutiva (art. 475 c.p.c.), allo stesso modo non deve farlo fuori di questa situazione, quando il debitore non contesti questa qualità attraverso un giudizio di accertamento negativo in sede di opposizione all'esecuzione. (Nella specie il debitore aveva proposto eccezione di inammissibilità del reclamo avverso l'ordinanza di estinzione del processo esecutivo, senza contestare la successione tra creditori).

Cass. n. 11769/2002

L'esecuzione forzata può iniziare solo in presenza di un titolo esecutivo valido ed efficace, e deve arrestarsi qualora venga accertato che il titolo inizialmente mancava, a nulla rilevando che il titolo sia venuto ad esistenza successivamente; ne consegue che il giudice dell'esecuzione deve dichiarare l'improcedibilità del procedimento esecutivo, se da lui o dal giudice della cognizione a seguito di opposizione venga accertato che il titolo non era esecutivo, ovvero se il provvedimento giurisizionale fatto valere come titolo è annullato nel corso dei giudizi proposti per la sua impugnazione.

Cass. n. 5290/1998

L'emissione del certificato di credito di cui agli artt. 44 e 45 del R.D. n. 272 del 1913 da parte del Comitato degli agenti di cambio (certificato emesso a seguito del ricorso a detto Comitato da parte dello stipulante un contratto di borsa — con l'assistenza di un agente di cambio — in caso di inadempimento della controparte e di conseguente liquidazione coattiva delle operazioni) non integra, in alcun modo, gli estremi di una pronuncia giurisdizionale, e non è assimilabile ad alcuno dei possibili titoli esecutivi giudiziari, attesa la natura squisitamente amministrativa del certificato de quo, conseguente, tra l'altro, alla natura strettamente amministrativa dell'organo che lo emana. Il rimedio giudiziario previsto per l'impugnazione di tale certificato (che può esser fatto valere come titolo esecutivo, ex artt. 63-65 R.D. 1669 del 1933 e 474 c.p.c.) non è, pertanto, quello dell'opposizione a decreto ingiuntivo (potendo, al più, il certificato stesso costituire una delle prove scritte idonee alla concessione di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo eventualmente richiesto dalla parte in possesso del detto atto amministrativo), bensì quello dell'opposizione a precetto cambiario.

Cass. n. 4818/1994

La sentenza che subordina la condanna di pagamento ad una somma di denaro all'adempimento dell'obbligo di restituzione di una cosa determinata acquista efficacia di titolo esecutivo solo dopo l'effettiva restituzione o il deposito della cosa, ai sensi dell'art. 1210 c.c., non essendo sufficiente la mera offerta della prestazione, che, a norma dell'art. 1209 c.c., produce solo l'effetto di mettere in mora il creditore senza liberare il debitore dall'obbligazione.

Cass. n. 477/1983

Il contratto condizionato di finanziamento, non documentando l'esistenza di un diritto di credito, nel soggetto finanziatore, dotato del requisito della certezza, è inidoneo, pur se stipulato con atto pubblico notarile, ad assumere efficacia di titolo esecutivo ai fini della restituzione coattiva delle somme promesse (se è nella misura della relativa erogazione), sia nei riguardi del beneficiario del finanziamento, sia nei confronti del fideiussore (ex art. 1938 c.c.) dello stesso, abilitato, tra l'altro, ad opporre tutte le eccezioni spettanti al debitore principale (art. 1945 c.c.).

Cass. n. 2561/1982

Le copie autentiche di titoli di credito sottoposti a sequestro penale, che siano state rilasciate a norma dell'art. 343 c.p.p., hanno la stessa efficacia di titolo esecutivo propria dei documenti originali, e rendono possibile al possessore l'esercizio dei diritti che trovano fondamento nei negozi documentati dalle copie stesse.

Cass. n. 4696/1980

Ai fini dell'esecuzione forzata in base a un titolo di credito, l'originale di tale documento è indispensabile ed insostituibile, salvo l'ammortamento, e pertanto, tranne l'ipotesi, di natura eccezionale, in cui si tratti di copia autentica rilasciata, ai sensi dell'art. 343 c.p.p., dopo il sequestro penale del titolo di credito, non è possibile procedere esecutivamente in base ad una copia autentica anziché all'originale, con la conseguenza che la deduzione dell'inidoneità come titolo esecutivo della copia autentica di un titolo di credito rilasciata prima del sequestro penale configura un'opposizione all'esecuzione, vertendosi nell'ambito di una controversia circa il diritto di promuovere l'esecuzione forzata per inesistenza, invalidità, inefficacia del titolo esecutivo.

Cass. n. 4013/1980

Il principio secondo cui, nello stabilire l'idoneità dell'immobile posto a disposizione del conduttore in sostituzione di quello locato, occorre aver riguardo alle condizioni di fatto esistenti al momento della decisione, non legittima il rigetto della domanda quando, in base alle opere di adattamento, da compiere a cura del locatore, resti accertata l'idoneità dell'alloggio. In tale ipotesi, il giudice ben può, con sentenza cosiddetta condizionale, subordinare l'efficacia della sua pronuncia a determinate modificazioni dell'immobile offerto, tali da renderlo idoneo alle esigenze del conduttore, con la conseguenza che la predetta idoneità va riguardata non con riferimento al momento della domanda o della decisione, ma con riferimento al momento nel quale l'immobile dovrà essere occupato dal conduttore.

Cass. n. 6239/1979

Le cosiddette sentenze condizionali, cioè le sentenze nelle quali l'efficacia della pronunzia di condanna è subordinata al verificarsi di un evento determinato, ma futuro e incerto, o al sopravvenire di un termine o al preventivo adempimento di una controprestazione non pongono in essere una condanna da valere per il futuro, ma accertano l'esistenza attuale dell'obbligo di eseguire una determinata prestazione e il condizionamento parimenti attuale di tale obbligo al verificarsi di una circostanza, il cui avveramento, pur presentatosi differito e incerto, non richieda per il suo accertamento, altra indagine all'infuori di quella, da eseguirsi in sede esecutiva, diretta a stabilire se la detta circostanza si sia o non verificata. Conseguentemente, verificatosi l'evento cui è subordinata la condanna, questa acquista l'efficacia di titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile, ai sensi dell'art. 474 c.p.c. (Nella specie, si è ritenuto che costituisca titolo esecutivo la sentenza di condanna, la cui efficacia sia subordinata alla mera constatazione della omessa esecuzione di una costruzione nel termine stabilito).

Cass. n. 6228/1979

L'indicazione di un termine per l'adempimento non è un elemento strutturale necessario dell'obbligazione, come si evince dagli artt. 1183, 1331, 1817 c.c. Conseguentemente, l'atto ricevuto da un notaio, o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge, non perde la sua qualità di titolo esecutivo relativamente alla obbligazione di somma di denaro in esso contenuta qualora le parti non abbiano fissato un termine per l'adempimento ovvero abbiano prorogato il termine originario con un accordo non documentato da un atto che rivesta la stessa forma pubblica. In tal caso, promossa l'azione esecutiva, il debitore non può proporre opposizione alla esecuzione per la mancanza o la pretesa cessazione della qualità di titolo esecutivo dell'atto notarile posto a fondamento della esecuzione, bensì per dedurre che l'azione esecutiva non era esercitabile alla data della notificazione del titolo esecutivo, giacché in tal caso era inesigibile il credito a causa della mancata scadenza del termine convenuto tra le parti.

Cass. n. 4293/1979

Il contratto condizionato di mutuo alberghiero o fondiario non documenta l'esistenza attuale di obbligazioni di somme di denaro ancorché consenta l'erogazione di acconti con il sistema dei versamenti rateali durante il corso dei lavori edilizi, ma riguarda debiti pecuniari meramente eventuali e futuri. Detto contratto, pertanto, pur se stipulato con atto pubblico notarile (per gli effetti che è destinato a produrre in ordine alla costituzione della garanzia ipotecaria), non può essere utilizzato come titolo esecutivo dalla banca mutuante, la quale, anziché avvalersi della particolare procedura coattiva prevista dalla L. 29 luglio 1949, n. 474, intenda procedere ad espropriazione forzata per la restituzione delle somme erogate, atteso che difetta dei requisiti previsti dall'art. 474, secondo comma n. 3 c.p.c. Né il contratto medesimo può assumere valore di titolo esecutivo, per effetto della sua integrazione con le quietanze dei versamenti fatti al mutuatario e degli estratti dei libri contabili dell'istituto mutuante, trattandosi di atti non formalmente omogenei con esso, in quanto manca il ricevimento da parte di notaio della dichiarazione negoziale costitutiva di debiti pecuniari.

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Quesiti degli utenti
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Gaetano P. chiede
martedì 16/05/2017 - Basilicata
“La presente segue un mio quesito dell' 11/05/2015: allora sulla Successione e ora sulla Mediazione obbligatoria.
Sono erede unico di mia sorella che a sua volta è erede di suo marito il quale ha 10 eredi tra fratelli e nipoti. Questi si rifiutavano di presentare la dichiarazione di successione e sono stato costretto a chiamarli in mediazione il 20/08/2015.
Si sono costituiti:
-il fratello del de cuius al quale diamo il nome A);
-il figlio di A) con procura dei nipoti del de cuius. Nipoti che abitano lontano. Al figlio di A) diamo il nome B);
-il genero di A) con procura dei fratelli del de cuius, anche loro in comuni lontani. Al genero di A) diamo il nome C).
Tutti e tre A), B), C) risiedono in loco, dove sono gli immobili caduti in successione. Mentre io risiedo in un altro comune.
Un anno fa il 09/05/2016 firmavamo l'Accordo.
Il 22/06/2016 A) presentava la dichiarazione di successione sostitutiva a quella parziale presentata da me l'anno precedente.
L' 08/09/2016 la voltura.
In precedenza l' INPS mi aveva liquidato la quota parte a me spettante dell'accompagnamento del de cuius.
A fine novembre 2016 svincolavamo i titoli postali. Li versavamo su un Libretto Postale intestato a me e ad A) c.f.r.
Affidiamo questo libretto alla Mediatrice in attesa della firma dal Notaio come concordato.
Ora il Notaio sta raccogliendo i documenti e a breve dovremmo firmare l'ATTO di trascrizione della Mediazione.
Pertanto mi preparavo a trasferire i mobili con la biancheria di mia sorella dall'abitazione che dovrà essere assegnata a loro (fratelli e nipoti del de cuius) a quella destinata a me; ma A) e C) si oppongono. Vogliono che il trasloco avvenga dopo la firma dal Notaio. Vogliono il rimborso di lavori effettuati, dicono, negli immobili a me destinati di cui non ne sono a conoscenza né risultano nell'accordo né nella successione.
Inoltre mi dicono che l' INPS non ha ancora liquidato loro la quota parte dell'accompagnamento, che secondo accordo dovrebbe essere consegnata a me.
Quali sono le procedure ? Come devo comportarmi ?
Penso che tutto si dovrebbe concludere davanti al Notaio, con la consegna delle chiavi e una dichiarazione di ciascuno che gli immobili sono liberi da cose e persone.
Posticipare il trasferimento dei mobili alla firma dell'ATTO dal Notaio mi esporrebbe a ricatti e a nuove richieste ad esempio di presunte migliorie, in particolare da parte di C) che pur non essendo erede usa e chiude la sua auto in uno dei locali a me assegnato. Inoltre già ora pretendono di precludermi l'accesso ai locali a loro destinati, dove sono i mobili di mia sorella da trasferire.
Penso che potrebbe essere utile inviare ai tre A), B) e C), al loro avvocato, alla Mediatrice e forse anche al Notaio una raccomandata con la richiesta di concordare il trasferimento dei mobili e il loro contenuto prima della sottoscrizione dell'ATTO di Trascrizione, di inserire nell' ATTO la consegna delle chiavi degli immobili e la dichiarazione che sono liberi da cose e persone, ponendo un termine, oltre il quale, se respinta, poter chiedere al Giudice l'esecuzione dell'Accordo sottoscritto, oppure affidare al Giudice lo scioglimento della comunione con il sequestro di tutti i beni mobili e immobili.
Allego in copia:
1)Richiesta di Mediazione; 2)Verbale finale di Mediazione; 3)Accordo; 4)Le procure; 5)Successione; 6)Rendite catastali; 7)Libretto postale.
Grazie, distinti saluti.”
Consulenza legale i 02/06/2017
Al fine di meglio individuare quale possa essere il percorso più celere per soddisfare i propri interessi, si ritiene indispensabile condurre un breve esame volto ad individuare i presupposti, la natura e gli effetti dell’accordo conciliativo sottoscritto.

Il dato normativo da cui occorre partire è l’art. 11 del D.lgs. 28/2010 il quale, nel rappresentare l’esito positivo della mediazione, dispone che, se viene raggiunto un accordo amichevole, il mediatore forma il relativo processo verbale al quale è allegato il testo dell'accordo medesimo.
Il processo verbale deve essere sottoscritto dalle parti e dal mediatore, il quale certifica l'autografia della sottoscrizione delle parti o la loro eventuale impossibilità di sottoscrivere.

Fermandoci per il momento a questa prima parte della norma, come può ben notarsi si opera una chiara e netta distinzione tra accordo e verbale, atti tra loro separati sia sul piano formale-documentale che su quello della relativa paternità (l’accordo fa capo alle parti, il verbale invece è atto proprio del mediatore).
La differente natura tra accordo conciliativo e verbale è confermata dal fatto che, mentre l’accordo è sottoscritto dalle sole parti, il verbale deve essere sottoscritto dalle parti e dal mediatore, il quale ha il compito di certificare l'autografia della sottoscrizione delle parti o la loro impossibilità di sottoscrivere (così art. 11 comma 2 d.lgs. cit.).
Tra l’uno e l’altro vi è tuttavia un rapporto di complementarietà, nel senso che al verbale deve essere allegato l’accordo (di cui fa parte integrante).

Dal fatto poi che per consentire la trascrizione del verbale si renda necessaria una specifica autenticazione ad opera di un pubblico ufficiale, si può desumere che al mediatore può soltanto attribuirsi il compito di verificare l’identità delle parti ed accertare che la sottoscrizione sia apposta alla sua presenza (il che è altro rispetto al potere di autenticazione tipico del pubblico ufficiale).

Altra questione che qui ci interessa, connessa a quella delle sottoscrizioni del verbale, è quella di stabilire se e quando il verbale di conciliazione venga ad esistenza.
Ora, a fronte di chi ritiene che il verbale viene a giuridica esistenza con la sottoscrizione di tutte le parti (sicché i suoi effetti decorrono dal momento in cui sono integrate tutte le sottoscrizioni), vi è chi nega tale tesi, sul presupposto che si tratta di atto del mediatore, ritenendo indispensabile la sua sola sottoscrizione ai fini della esistenza.
Si ritiene senza dubbio preferibile la soluzione più rigida, la quale impone ai fini della sua esistenza la sottoscrizione del verbale ad opera di tutti i soggetti, parti e mediatore.

Proseguendo nella lettura dell’art. 11 comma 3 del D.lgs. 28/2010, si legge che, qualora con l'accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall'articolo 2643 c.c., per procedere alla sua trascrizione la sottoscrizione del processo verbale deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.
La disposizione ha lo scopo di corredare il verbale della solennità necessaria per l’acquisizione dell’efficacia di titolo idoneo alla trascrizione (in un sistema in cui il regime delle trascrizioni è assoggettato a rigide regole di tassatività).

Per quanto concerne gli atti soggetti a trascrizione, la disposizione richiama solo quelli previsti dall’art. 2643 c.c., ma non sussiste alcun ostacolo nel ritenere che la medesima disciplina vada estesa a tutti gli altri atti soggetti a trascrizione (ci si intende riferire a quelli di cui agli artt. 2645, 2645 bis, 2645 ter, 2647, 2648, 2649 c.c.).
Si ritiene indispensabile precisare che la trascrivibilità del verbale di accordo agisce sul piano della integrazione degli effetti nei confronti dei terzi (e non sul piano della efficacia di tale accordo tra le parti), consentendo di riconoscere una importante garanzia al risultato conciliativo ai fini della sua opponibilità ai terzi, ciò che lo avvicina alle corrispondenti garanzie della sentenza.

Dal punto di vista contenutistico, va detto che l’accordo tra le parti può avere qualsiasi contenuto, in conformità alla atipicità della autonomia contrattuale ex art. 1322 c.c. (con il solo limite dell’ordine pubblico e delle norme imperative), e che al mediatore spetta il solo compito di verificare che quanto le parti hanno dichiarato nell’accordo corrisponde effettivamente alle volontà da loro espresse nella fase negoziale.

Ma veniamo adesso all’aspetto più rilevante della procedura di mediazione.
Al fine di attribuire utilità concreta all’accordo conciliativo, l’art. 12 del d.lgs. n. 28 cit. assicura ad esso l’efficacia di titolo esecutivo nelle forme più estese, stabilendo che, allorché tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato, l'accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l'espropriazione forzata, l'esecuzione per consegna e rilascio, l'esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l'iscrizione di ipoteca giudiziale.
Saranno gli avvocati, con la loro sottoscrizione, ad attestare e certificare la conformità dell'accordo alle norme imperative e all'ordine pubblico.
Soltanto nel caso in cui difetti la sottoscrizione dei procuratori delle parti, continuerà a rendersi necessario che l'accordo allegato al verbale venga omologato, su istanza di parte, con decreto del presidente del Tribunale, previo accertamento della regolarità formale e del rispetto delle norme imperative e dell'ordine pubblico.

L’esigenza di una simile previsione nasce dal fatto che, seppure l’accordo che conduce alla cessazione della lite abbia origine in un contesto volontaristico, nulla garantisce che l’adempimento sarà spontaneo, non potendosi escludere l’esigenza di strumenti di esecuzione coattiva.
Ciò spiega la scelta legislativa di corredare l’accordo della forza esecutiva, onde evitare gli inconvenienti che potrebbero presentarsi ogni qualvolta l’atto di componimento della lite contenga l’obbligo ad effettuare una prestazione che resti inadempiuta (in mancanza di una tale previsione, gli aventi diritto avrebbero avuto l’onere di attivare, per l’ipotesi dell’inadempienza della parte obbligata, un nuovo e diverso procedimento giurisdizionale, volto al conseguimento di un titolo esecutivo).

Da sottolineare che il verbale di accordo è dotato di una efficacia ulteriore rispetto a quella propria di qualsiasi titolo negoziale stragiudiziale (scrittura privata autenticata), costituendo esso titolo non solo per l’espropriazione forzata, ma anche per l’esecuzione in forma specifica (art. 12 comma 2 d.lgs. cit.).

Applicando adesso i principi teorici sopra enunciati al caso di specie, si può innanzitutto osservare che accordo conciliativo e verbale, redatti entrambi in data 9 maggio 2016, soddisfano in ogni loro parte i requisiti prescritti dagli artt. 11 e 12 del D.lgs. 28/2010, essendo stato l’accordo sottoscritto da tutte le parti interessate e, pertanto, avendo dal momento della sottoscrizione acquistato piena validità ed efficacia tra le parti stesse.

Inoltre, il fatto che il verbale sia stato sottoscritto alla presenza dei rispettivi difensori delle parti contrapposte, vale ad attribuire immediata efficacia esecutiva all’accordo conciliativo (senza necessità dell’omologa giudiziale), il che significa che si potrà immediatamente pretendere, per quel che ci interessa, la consegna dei mobili in favore della parte a cui sono stati assegnati in sede di divisione consacrata nell’accordo.

Dal punto di vista pratico, dopo una preventiva e non indispensabile diffida alla consegna di tali beni (da far pervenire all’altra parte a mezzo raccomandata r/r), sarà sufficiente, a mezzo di un legale, intimare precetto alla consegna dei suddetti beni, da far notificare a mezzo ufficiale giudiziario.
Trascorso inutilmente il termine (non inferiore a 10 gg.) contenuto nell’atto di precetto, ci si potrà recare nuovamente dall’ufficiale giudiziario territorialmente competente (ossia quello addetto al Tribunale del luogo in cui i beni mobili devono essere consegnati) e, muniti di verbale di conciliazione e precetto, entrambi regolarmente notificati, chiedere la consegna coattiva dei beni mobili.

L’unica differenza rispetto all’esecuzione di una sentenza sta nel fatto che l'accordo conciliativo deve essere integralmente trascritto nel precetto ai sensi dell'articolo 480, secondo comma, del codice di procedura civile.

Per fare tutto ciò non occorre assolutamente attendere la trascrizione dell’accordo ad opera del notaio, rispondendo tale onere soltanto alla necessità di rendere l’accordo opponibile ai terzi per la sola parte in cui debbano prodursi gli effetti dell’art. 2643 c.c. (ossia per il trasferimento del diritto di proprietà sugli immobili), essendo tuttavia l’accordo da intendersi sin da subito pienamente valido ed efficace tra le parti.
Data la sua immediata esecutività, dunque, non avrebbe alcun senso rivolgersi ad un Giudice per chiedere lo scioglimento della comunione ereditaria, trattandosi di un effetto già conseguito, né tantomeno sarebbe opportuno perdersi in una procedura di sequestro giudiziario, avendosi pieno titolo per conseguire immediatamente ciò che è stato assegnato in sede di mediazione.

Per quanto riguarda le utenze, non essendovi alcun RID (addebito diretto in conto), e non risultando intestate a proprio nome, si consiglia di recarsi presso i rispettivi gestori per chiedere semplicemente il cambio di recapito delle bollette.
Qualora poi vi sia il fondato timore che tali bollette resteranno insolute, al fine di evitare di risponderne solidalmente, può chiedersi l’immediata cessazione delle utenze.

Ultimo aspetto che va affrontato è quello della verbalizzazione delle consegna delle chiavi degli immobili e della attestazione che gli stessi sono liberi da beni mobili, dichiarazioni che si vorrebbe inserire in atto notarile.
A tale scopo si ritiene sufficiente una semplice scrittura privata tra le parti, trattandosi di dichiarazioni che esulano dalla funzione che il notaio è chiamato a svolgere in questa sede, il quale dovrà unicamente autenticare le firme dell’accordo di mediazione, onde consentire che tale accordo abbia i requisiti per essere trascritto presso la competente Conservatoria dei Registri immobiliari e che possano così effettuarsi le relative volture catastali.


Lanfranco B. chiede
domenica 14/06/2015 - Lazio
“Allo Stato ex art. 586 c.c., in assenza di eredi, è stato devoluto, con provvedimento giudiziale, un bene gravato da ipoteca a garanzia di un mutuo concesso da una banca al de cuius. Quale iter deve seguire la banca per ottenere il pagamento del debito ereditario, se pure entro i limiti del valore del bene devoluto? A chi deve rivolgersi e con quali formalità? Il titolo esecutivo per una eventuale azione è costituito dall'originario contratto di mutuo munito di formula esecutiva?”
Consulenza legale i 17/06/2015
La banca che ha già iscritto il mutuo sull'immobile, a prescindere da chi ne sia oggi proprietario, ha la possibilità di avviare immediatamente il procedimento di espropriazione del bene.

L'ipoteca è, infatti, il diritto reale di garanzia che attribuisce al creditore il potere di espropriare il bene e di essere soddisfatto con preferenza sul prezzo ricavato dall'espropriazione.

Lo Stato, quale erede necessario, risponde dei debiti nei limiti di quanto ricevuto, anche in assenza di inventario (art. 586, secondo comma, c.c.). Si ritiene generalmente che il pagamento dei debiti ereditari debba avvenire secondo le modalità di cui agli art. 498 ss. del c.c., cioè mediante una liquidazione concorsuale di tutti i debitori, con la sospensione della possibilità di promuovere procedure esecutive per i creditori dell'eredità.

Nel caso di specie, tuttavia, il debitore ha un titolo di prelazione, dato dall'ipoteca, quindi ha diritto di agire immediatamente in via esecutiva.

Il procedimento, a grandi linee, è il seguente.
L'esecuzione sui beni immobili gravati da ipoteca si svolge secondo le regole generali dettate per la esecuzione immobiliare (artt. 555-598 c.p.c.).
Il primo atto da notificare è il pignoramento immobiliare, con esibizione all'ufficiale giudiziario del titolo esecutivo, che nel caso di mutuo ipotecario è normalmente rappresentato dallo stesso contratto di mutuo (stipulato in forma di atto pubblico, integrante pertanto i requisiti richiesti dal codice di procedura civile, art. 474 n. 3, c.p.c.).
Non è necessario che il contratto sia munito di formula esecutiva, visto che è la legge stessa ad attribuire in base ad esso il diritto di procedere immediatamente in via coercitiva.

Quindi, su richiesta del creditore, l’ufficiale giudiziario provvederà a notificare al debitore (lo Stato) l’atto di pignoramento, con il quale gli ordina di astenersi da qualunque azione diretta a sottrarre alla garanzia del credito il bene immobile sul quale è stata iscritta l’ipoteca.
L’immobile deve essere individuato in maniera esatta, di regola mediante gli estremi catastali.

Seguirà tutta l'ordinaria procedura espropriativa immobiliare, con il deposito di tutti i documenti richiesti per legge (v. in particolare, l'istanza di vendita art. 567 del c.p.c.) e la fissazione dell'udienza in cui la vendita sarà autorizzata (art. 569 del c.p.c.).
Il giudice disporrà quindi la vendita senza incanto - mediante offerte da parte degli aspiranti acquirenti - e, se questa va deserta, la vendita all'incanto.

Durante tutta la procedura esecutiva sarà necessaria l'assistenza e la rappresentanza di un avvocato.

Marco chiede
lunedì 09/09/2013 - Trentino-Alto Adige
“Buongiorno, avrei una domanda circa la pronuncia di primo grado nella quale il giudice scrive: "dichiara la risoluzione per inadempimento del contratto di compravendita intervenuta tra le parti".
Vorrei chiedere se tale sentenza di primo grado è esecutiva e, in caso affermativo, come ci si deve comportare per renderla esecutiva.

Grazie”
Consulenza legale i 13/09/2013
Ai sensi dell’art. 282 del c.p.c. la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva tra le parti. Questo significa che l’efficacia esecutiva, ovvero l’idoneità della sentenza a dare inizio ad un procedimento esecutivo non ancor avviato, si estende a tutte le sentenze, sia di condanna che di natura costitutiva o di puro accertamento.
Nel quesito prospettato, il dispositivo della sentenza in cui il giudice dispone la risoluzione del contratto per inadempimento, la cui disciplina sostanziale si riscontra all’art. 1453 del c.c., ha natura costitutiva in quanto ha l’efficacia di estinguere il precedente rapporto giuridico sorto in conseguenza alla stipula del contratto di compravendita. La sentenza obbliga le parti a procedere alle restituzioni delle prestazioni ricevute nell’adempimento delle obbligazioni del contratto risolto.
Una volta pronunciata la sentenza se la parte soccombente non adempie in maniera spontanea, si potrà agire in via coattiva, ovvero con l’espropriazione forzata, al fine di ottenere o la restituzione del prezzo versato per la vendita del bene il soccombente sia il venditore, oppure la restituzione dell’immobile nel caso in cui il soccombente sia l’acquirente del bene oggetto del contratto.

Monica chiede
martedì 27/03/2012 - Lazio
“Buongiorno. Volevo cortesemente chiederVi se nell'assegno di mantenimento per la prole sono comprese anche le spese scolastiche e la mensa scolastica, oppure se sono da considerarsi spese straordinarie. Invio cortesi saluti, ringraziandoVi anticipatamente.”
Consulenza legale i 29/03/2012

Nessuna fonte normativa nè alcuna sentenza della Suprema Corte di Cassazione hanno mai fornito un elenco dettagliato delle spese da definirsi straordinarie e di quelle che non lo sono. Normalmente si ritiene che possano considerarsi spese ordinarie quelle attinenti l'acquisto di materiale di cancelleria scolastica, il vestiario, il buono per la mensa scolastica (in quanto attinenti all'alimentazione e comprese nell'assegno mesile). Sono, invece, rientranti nel novero delle spese straordinarie quelle inerenti a spese mediche per patologie particolari od imprevedibili, lo scuola-bus, un viaggio del figlio effettuato nel periodo estivo per un corso di lingua straniera.

Il mantenimento per cui si riserva un assegno periodico, dunque, comprende una serie abbastanza vasta di cose, tra le quali rientra anche l'alimentazione. Da questo punto di vista, essendo il servizio mensa diretto a garantire l'alimentazione dei minori, si potrebbe pensare che lo stesso rientri e sia ricompreso nell'assegno mensile. Tuttavia, la crisi della famiglia, viene regolata con apposite condizioni, concordate tra i genitori o disposte dal giudice. in questa sede, quando si vanno a definire le spese straordinarie, molte volte si indicano come straordinarie anche quelle scolastiche.

In questi casi non esiste una risposta univoca e valida per tutti i singoli casi: l'inquadramento delle spese scolastiche come ordinarie o straordinarie va condotto in relazione alle circostanze del caso concreto tra cui, segnatamente, l'importo del contributo mensile per il mantenimento e l'importo delle spese di mensa stesse.


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