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Articolo 337

Codice di Procedura Civile

Sospensione dell'esecuzione e dei processi

Dispositivo dell'art. 337 Codice di Procedura Civile

L'esecuzione della sentenza non è sospesa per effetto dell'impugnazione di essa (1), salve le disposizioni degli articoli 283, 373, 401 e 407 (2).
Quando l'autorità di una sentenza è invocata in un diverso processo, questo può essere sospeso, se tale sentenza è impugnata (3).

Note

(1) La norma costituisce corollario a quella sull'esecuzione provvisoria della sentenza di primo grado (art. 282 del c.p.c.).
L'impugnazione, quindi, non sospende di per sé né l'efficacia esecutiva della sentenza né il processo esecutivo eventualmente già iniziato. Casomai, sarà il giudice dell'impugnazione ad avere la facoltà di sospendere, su istanza di parte, l'esecuzione della sentenza impugnata (art. 283 del c.p.c.).

(2) Comma così modificato con l. 26 novembre 1990, n. 353.

(3) Il secondo comma è formulato in modo tale da aver dato adito a numerosi dubbi sulla reale volontà del legislatore.
Secondo un primo orientamento, la norma prevederebbe un'ipotesi di sospensione facoltativa (se tra le cause esistesse un rapporto di pregiudizialità-dipendenza, la sospensione sarebbe necessaria ex art. 295 del c.p.c.) rimessa ad una valutazione discrezionale del giudice, insindacabile in sede di legittimità. Il suo ambito di applicazione andrebbe circoscritto ai casi in cui la sentenza sia impugnata per revocazione straordinaria o opposizione di terzo ex art. 404, primo comma, ed abbia già autorità di cosa giudicata: solo l'autorità di questa sentenza potrebbe essere invocata in altro giudizio.
Altra parte della dottrina, invece, sostiene che la sentenza la cui autorità sia invocabile in un diverso processo potrebbe essere anche una sentenza non ancora passata in giudicato: tali autori riconoscono alla sentenza di primo grado un'efficacia di accertamento del rapporto sostanziale anche fuori del processo in cui è stata pronunciata, rendendola entro questi limiti immediatamente operante.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 375/2013

In tema di sospensione del processo, qualora penda in sede di legittimità il giudizio sulla risoluzione di un contratto di locazione e, contemporaneamente, penda in primo grado un altro giudizio sulla nullità e sostituzione "ex lege" del medesimo contratto, quest'ultimo giudizio non è soggetto alla sospensione necessaria ex art. 295 c.p.c., in attesa che si formi il giudicato sulla risoluzione, bensì alla sospensione facoltativa ex art. 337 c.p.c., che il giudice può disporre ove ritenga di non poggiarsi sull'autorità della sentenza impugnata.

Cass. n. 21348/2012

Quando fra due giudizi esista rapporto di pregiudizialità, e quello pregiudicante sia stato definito con sentenza non passata in giudicato, la sospensione del giudizio sulla causa pregiudicata, salvi i casi in cui essa sia imposta da una disposizione specifica, è possibile soltanto ai sensi dell'art. 337 c.p.c., pur se la sentenza di primo grado, la cui autorità è invocata, sia stata emessa dal giudice amministrativo, dovendosi anche in tal caso identificare il rilievo di una sentenza oggetto di impugnazione, pronunciata nell'esercizio di una specifica giurisdizione, con riguardo al bene della vita del quale si discute davanti al giudice ordinario.

Cass. n. 10027/2012

Salvi soltanto i casi in cui la sospensione del giudizio sulla causa pregiudicata sia imposta da una disposizione specifica ed in modo che debba attendersi che sulla causa pregiudicante sia pronunciata sentenza passata in giudicato, quando fra due giudizi esista rapporto di pregiudizialità, e quello pregiudicante sia stato definito con sentenza non passata in giudicato, è possibile la sospensione del giudizio pregiudicato soltanto ai sensi dell'art. 337 c.p.c., come si trae dall'interpretazione sistematica della disciplina del processo, in cui un ruolo decisivo riveste l'art. 282 c.p.c.: il diritto pronunciato dal giudice di primo grado, invero, qualifica la posizione delle parti in modo diverso da quello dello stato originario di lite, giustificando sia l'esecuzione provvisoria, sia l'autorità della sentenza di primo grado. Pertanto, allorché penda, in grado di appello, sia il giudizio in cui è stata pronunciata una sentenza su causa di riconoscimento di paternità naturale e che l'abbia dichiarata, sia il giudizio che su tale base abbia accolto la domanda di petizione di eredità, ed entrambe le sentenze siano state impugnate, il secondo giudizio non deve di necessità essere sospeso, in attesa che nel primo si formi la cosa giudicata sulla dichiarazione di paternità naturale, ma può esserlo, ai sensi dell'art. 337 c.p.c., se il giudice del secondo giudizio non intenda riconoscere l'autorità dell'altra decisione. Non ostano, a tale conclusione, le disposizioni degli artt. 573 e 715 c.c., non essendo in questione il momento dal quale si producono gli effetti della dichiarazione di filiazione naturale, ma il potere del giudice, cui la seconda domanda sia proposta, di conoscerne sulla base della filiazione naturale già riconosciuta con sentenza, pur non ancora passata in giudicato.

Cass. n. 9478/2012

impugnata - trova applicazione allorché gli effetti dichiarativi o costitutivi della sentenza invocata siano pregiudiziali all'oggetto del processo nel quale si fanno valere, e presuppone, pertanto, la necessità di due decisioni: una nella controversia che costituisce l'indispensabile antecedente logico e giuridico della decisione dell'altra o nella quale viene decisa una questione fondamentale comune alla seconda lite, e l'altra nel secondo processo (che viene sospeso), nel quale si dibattono questioni conseguenziali o domande più ampie. (Nella specie, la S. C, in applicazione degli enunciati principi, ha annullato l'ordinanza di sospensione del processo resa dal tribunale, ai sensi dell'art. 337, secondo comma, c.p.c., in attesa della decisione dell'appello sull'ordinanza dichiarativa dell'estinzione relativa alle domande formulate dai convenuti).

Cass. n. 23483/2007

Nell'ipotesi di contemporanea pendenza del giudizio sul licenziamento e dell'opposizione a decreto ingiuntivo concernente l'indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro, il secondo giudizio non può essere sospeso ai sensi dell'art. 337 c.p.c., atteso che avendo i due distinti processi entrambi fondamento nella illegittimità del licenziamento, non ricorre l'ipotesi, disciplinata dal citato articolo, in cui l'autorità di una sentenza è invocata in un diverso processo; né il secondo dei suddetti giudizi può essere sospeso ex art. 295 c.p.c. poiché, essendo provvisoriamente esecutiva la sentenza dichiarativa del licenziamento per effetto dell'art. 18 della legge n. 300 del 1970, la sospensione del processo che ha per oggetto l'indennità sostitutiva equivarrebbe alla sospensione della provvisoria esecutorietà della suddetta pronuncia; del resto, la mancata sospensione non può determinare contraddittorietà di giudicati, visto che il disposto dell'art. 336, secondo comma, c.p.c. comporta che la riforma o la cassazione della sentenza concernente l'accertamento del diritto pone nel nulla la sentenza che abbia deciso sul quantum.

Cass. n. 5006/2002

In tema di sospensione del processo, poiché l'art. 295 c.p.c., la cui ratio è quella di evitare il rischio di un conflitto tra giudicati, fa esclusivo riferimento all'ipotesi in cui fra due cause pendenti davanti allo stesso giudice o a due giudici diversi esista un nesso di pregiudizialità in senso tecnico-giuridico e non già in senso meramente logico, la sospensione necessaria del processo non può essere disposta nell'ipotesi di contemporanea pendenza davanti a due giudici diversi del giudizio sull'an debeatur e di quello sul quantum (fra i quali esiste un rapporto di pregiudizialità solamente in senso logico), essendo in tal caso applicabile l'art. 337 secondo comma c.p.c. — il quale, in caso di impugnazione di una sentenza la cui autorità possa essere invocata in un separato processo, prevede soltanto la possibilità della sospensione facoltativa di tale processo —, e tenuto conto altresì del fatto che a norma dell'art. 336, secondo comma, c.p.c., la riforma o la cassazione della sentenza sull'an determina l'automatica caducazione della sentenza sul quantum, anche se su quest'ultima sia sia formato un giudicato apparente.

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