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Articolo 1067

Codice Civile

Divieto di aggravare o di diminuire l'esercizio della servitù

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Dispositivo dell'art. 1067 Codice Civile

Il proprietario del fondo dominante non può fare innovazioniche rendano più gravosa la condizione del fondo servente [1065, 1069] (1). Il proprietario del fondo servente non può compiere alcuna cosa che tenda a diminuire l'esercizio della servitù o a renderlo più incomodo [1068] (2).

Note

(1) Le innovazioni trovano un loro limite nel divieto di aggravare l'esercizio della servitù, che sussiste quando, restando immutata l'essenza della servitù, sia aumentato l'onere gravante sul fondo servente, avuto riguardo alle diverse modalità di esercizio del diritto.

(2) Non è vietata l'attività del proprietario del fondo servente che cagioni un danno minimo.


Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 14472/2011

L'aggravamento di una servitù conseguente alla modificazione dello stato dei luoghi o alla so­pravvenienza di diverse modalità di esercizio non può ritenersi "in re ipsa", ma deve essere valutato caso per caso, in relazione al complesso delle cir­costanze in concreto esistenti, tenendo conto degli elementi probatori forniti dalle parti, dovendo in tale ipotesi l'indagine del giudice di merito essere diretta ad accertare se il maggior godimento per il fondo dominante comporti o meno una inten­sificazione dell'onere gravante sul fondo servente. (Nella specie la S.C. nel confermare la sentenza di secondo grado, ha ritenuto insufficiente ad integrare un aggravamento della servitù la mera circostanza del convogliamento, in una tubazio­ne preesistente, anche degli scarichi provenienti dalla costruzione di un secondo bagno).

Cass. n. 5741/2011

Il divieto di aggravamento di servitù previ­sto all'art. 1067 c.c. ricorre nell'ipotesi in cui alla destinazione agricola del fondo dominante si ag­giunga la destinazione ad uso artigianale, poiché in tal caso la funzione originaria della servitù viene ad essere alterata dall'imposizione al fondo servente di un sacrificio ulteriore rispetto a quello originariamente contemplato.

Cass. n. 209/2006

In tema di servitù, l'aggravamento dell'eser­cizio in dipendenza della trasformazione operata sul fondo dominante va verificato accertando se l'innovazione abbia alterato l'originario rapporto con il fondo servente e se il sacrificio imposto sia maggiore rispetto a quello originariamente previ­sto, dovendosi valutare l'opera non in sé stessa, come risultato di un'attività consentita o non consentita nella normale esplicazione o meno dei poteri dominicali, bensì per le implicazioni che ne derivano a carico del fondo assoggettato. Con riferimento alla servitù di veduta, deve, pertanto, tenersi conto non solo dell'attuale destinazione o situazione ma anche delle normali possibilità di ulteriore sviluppo e sfruttamento, come la tra­sformazione del tetto in terrazzo, la sopraeleva-zione ed ogni altra opera che renda possibile la veduta medesima, poiché il divieto di innovazioni si riferisce a pregiudizi non solo attuali ma anche potenziali, dovendo il giudice di merito accertare se le diverse modalità di esercizio della servitù si risolvano in un'intensificazione dell'onere gravante sul fondo servente, sempreché al pro­prietario di questo ne derivi un danno in termini economicamente apprezzabili, da valutare con riferimento alla destinazione attuale del fondo servente ed anche con riguardo ad altre possibili utilizzazioni dello stesso. (Nella specie è stato escluso l'aggravamento della servitù di veduta esercitata attraverso finestre sul rilievo che nessun pregiudizio era derivato al proprietario del fondo servente dalle trasformazioni apportate dal proprietario del fondo dominante, atteso che il davanzale era stato riportato alle caratteristiche originali, il parapetto in mattoni era stato sosti­tuito con una ringhiera e fioraie ed inoltre erano state aggiunte le persiane).

Cass. n. 22831/2005

In tema di servitù di passaggio, ricorre l'ag­gravamento della servitù di cui all'art. 1067 c.c. qualora alla destinazione esclusivamente agricola del fondo dominante si aggiunga quella per civile abitazione, poiché in tal caso la funzione origi­naria della servitù viene ad essere alterata dal­l'imposizione sul fondo servente di un sacrificio ulteriore rispetto a quello originario.

Cass. n. 10460/2003

Qualora si sia proceduto alla ristrutturazio­ne del preesistente sottotetto trasformandolo in casa di civile abitazione con apertura di finestre in corrispondenza dei vani di abitazione di nuova realizzazione, non costituisce aggravamento della servitù di veduta, ai sensi dell'art. 1067 c.c., la tra­sformazione dell'affaccio occasionale del preesi­stente parapetto in quello quotidiano dalle indica­te finestre, in quanto non determina l'incremento della inspectio e della prospectio già esercitato sul fondo vicino, essendo la veduta meno ampia e panoramica di quella originaria.

Cass. n. 4532/2003


L'aggravamento di una servitù conseguente alla modificazione dello stato dei luoghi o alla so­pravvenienza di diverse modalità di esercizio non può ritenersi in re ipsa, ma deve essere valutata caso per caso, in relazione al coacervo delle circo­stanze in concreto esistenti, tenendo conto degli elementi probatori forniti dalle parti, dovendo, a tal fine, l'indagine del giudice di merito essere rivolta non tanto all'accertamento della maggiore utilitas che il fondo dominante possa conseguire dalle innovazioni introdotte dal suo proprietario, quanto ad acclarare se il maggior godimento di cui beneficia il proprietario medesimo comporti o meno un'intensificazione dell'onere gravante sul fondo servente (nella specie, i giudici del merito, con sentenza confermata dalla Suprema Corte, hanno escluso che le innovazioni apportate nel fondo dominante mercé l'avvio di un esercizio commerciale di ristorazione comportassero un ag­gravamento, anche solo potenziale, di una servitù altius non tollendi ed inaedificandi, costituita per garantire una veduta panoramica al fondo mede­simo).

Cass. n. 11938/2002

Non costituisce aggravamento della servitù di veduta, ai sensi dell'art. 1067 c.c., la sopraele­vazione sul lastrico solare con apertura di fine­stre in corrispondenza dei vani di abitazione di nuova realizzazione, in quanto la trasformazione dell'affaccio occasionale dal parapetto del lastrico stesso in quello quotidiano dalle indicate finestre non determina un incremento della inspectio e della prospectio sugli appartamenti vicini, essen­do al contrario la veduta meno ampia e panora­mica rispetto all'originario affaccio esercitato dal parapetto del terrazzo. (Nella specie, la sentenza di merito, confermata dalla S.C., aveva altresì rilevato che la presenza di inferriate alle finestre restringeva l'esercizio della servitù di veduta, co­stringendo ad effettuare l'apertura delle stesse per spingere lo sguardo lateralmente).

Cass. n. 1835/2000

Costituita a favore di un edificio una servitù di passaggio su un'area appartenente ad un edifi­cio altrui, configura aggravamento della servitù il transito dei veicoli dei condomini per il parcheg­gio, non previsto dal titolo, su un'area di un terzo, per di più aperta sulla via pubblica, perché tale ulteriore modalità di esercizio del diritto reale, a vantaggio dei condomini e non del loro edificio, obbliga i proprietari del fondo servente ad una maggiore, prevedibile, manutenzione dell'area a causa dell'intensificato traffico derivantene; crea un collegamento tra il fondo servente e la via pub­blica, e può determinare, ricorrendone gli altri necessari presupposti, l'acquisto per usucapione a favore del fondo del terzo del diritto di servitù di passaggio.

Cass. n. 9675/1999

Costituisce aggravamento della servitù il passaggio di mezzi meccanici sul fondo servente per consentire lo svolgimento di un'attività arti­gianale esercitata in un capannone costruito su un fondo diverso da quello dominante, ancorché appartenente al medesimo proprietario di questo.

Cass. n. 2842/1997

La maggiore intensità del traffico su una strada privata, soggetta a servitù di passaggio a favore di un altro immobile non determina di per sé la diminuzione o la maggiore incomodità di esercizio della servitù costituita sul fondo serven­te e, pertanto, incombe agli interessati l'onere di dimostrare l'avvenuta alterazione in loro danno dell'esercizio della servitù.

Cass. n. 1257/1997

La legittimazione passiva dell'acquirente del fondo dominante rispetto alla domanda diretta a far valere il divieto, stabilito dall'art. 1067 c.c., di aggravare l'esercizio di una servitù (nella specie, di passaggio) non trova ostacolo nella circostanza che, trattandosi di servitù costituita per contratto, venga dedotta quale causa di aggravamento del peso imposto al fondo servente la violazione del vincolo negativo di destinazione del fondo do­minante, imposto da una clausola, debitamente trascritta, del negozio costitutivo. Pertanto, rap­presentando tale clausola un limite al contenuto e all'esercizio della servitù esplicantesi sul fondo servente, e non la costituzione di una servitù a ca­rico del fondo dominante, l'utilizzazione di que­st'ultimo in senso contrario al pattuito vincolo, resta pur sempre lecita jure proprietatis, sicché il giudice adito per l'applicazione del cit. art. 1067 deve individuare i rimedi atti a ricondurre l'esercizio della servitù nei limiti della regolamen­tazione ricavabile dal titolo, eliminando l'illecito aggravio, ma non può incidere direttamente sulla situazione del fondo dominante, inibendone senz'altro la destinazione contrattualmente vietata.

Cass. n. 301/1996

L'innalzamento del livello del fondo domi­nante, eseguito in modo da consentire una più facile inspectio e prospectio sul fondo servente, at­traverso il muro di confine rimasto invariato nella sua altezza, e da modificare, così, la funzione di tale muro, realizza una innovazione che, renden­do più gravosa la condizione del fondo servente, deve considerarsi vietata dall'art. 1067 c.c.

Cass. n. 7034/1995

Il proprietario del fondo dominante non può consentire a terzi, senza il consenso del proprieta­rio del fondo servente, l'utilizzazione delle opere e degli impianti da lui predisposti in tale fondo per l'esercizio della servitù perché tale utilizzazione non si risolve in un maggior uso della servitù, am­messo, ai sensi dell'art. 1067 c.c., fino a quando non aggrava la posizione del fondo servente, ma nell'esercizio, a vantaggio dei fondi dei terzi, di una nuova e diversa, servitù che il proprietario del fondo dominante, cui è consentito di usare la servitù solo a vantaggio del proprio fondo, non ha il potere di imporre neppure cedendo in tutto o in parte il suo diritto reale limitato (di servitù), che è, per sua natura, inalienabile senza la proprietà del fondo al quale serve (nella specie, il proprie­tario di un edificio dotato di una condotta che, attraversando il fondo confinante, si immetteva in un canale pubblico di scolo, aveva attribuito ad un terzo proprietario di un vicino fabbricato il diritto di innestare nella condotta i tubi di scarico del proprio immobile.

Cass. n. 492/1995

Il divieto di aggravare l'esercizio della ser­vitù, di cui all'art. 1067 c.c., costituisce un limite alle innovazioni sul fondo dominante che incida­no sulle modalità concrete di esercizio della ser­vitù e non anche un criterio per discriminare la liceità o meno delle opere che il proprietario del fondo dominante intenda fare sul fondo servente — avvalendosi della facoltà di cui all'art. 1069 c.c. — per la cui violazione vale, per contro, da un lato il criterio dell'indispensabilità delle opere ai fini della conservazione della servitù, dall'altro il limite (subordinato al criterio anzidetto) rappre­sentato dal proprio fondo, impedendo qualunque intervento del vicino, titolare della servitù di pas­so sulla proprietà medesima, oltre il necessario per il godimento della servitù.

Cass. n. 10500/1994

La maggiore gravosità del peso imposto sul fondo servente, che integra, ai sensi dell'art. 1067 c.c., l'ipotesi di aggravamento vietato della servitù, può configurarsi quando una tettoia, di cui sia stata autorizzata la costruzione a distanza inferiore a quella legale, viene sostituita da una scala esterna, in considerazione del passaggio di persone che sia destinato a verificarsi sulla scala e delle relative occasioni di inspectio sul fondo servente.

Cass. n. 8612/1994

Il divieto imposto al proprietario del fondo dominante dall'art. 1067 comma 1 c.c. di fare in­novazioni che rendano più gravosa la condizione del fondo servente si riferisce a pregiudizi non solo attuali, ma anche potenziali e futuri individuabili secondo le regole della comune prevedibilità. Nel­l'effettuare il predetto accertamento il giudice di merito deve avere riguardo non solo alle modifica­zioni dello stato dei luoghi, ma anche alle diverse modalità di esercizio della servitù che si risolvano in un'intensificazione dell'onere gravante sul fon­do servente, sempreché al proprietario di questo ne derivi un danno in termini economicamente apprezzabili, da valutare con riferimento alla de­stinazione attuale del fondo servente ed anche con riguardo ad altre possibili utilizzazioni dello stes­so.

Cass. n. 5548/1994

In tema di limiti posti all'esercizio del diritto di servitù dall'art. 1067 c.c., la questione della vio­lazione del divieto di innovazioni che comportino aggravamenti della condizione del fondo servente è prospettabile allorché tale conseguenza vietata si configuri rispetto alla regolamentazione del diritto ricavabile con certezza dal titolo — o, in difetto, dai surrogatori criteri legali —, ma non quando il preteso aggravamento concerna moda­lità di esercizio della servitù non determinate dal titolo e la cui individuazione (nella specie, l'ubi­cazione e l'andamento del tracciato stradale di una servitù di passaggio) sia oggetto di specifica controversia portata all'esame del giudice.

Cass. n. 4585/1993

L'art. 1067 comma secondo c.c., a norma del quale il proprietario del fondo servente non può compiere alcuna cosa che tenda a diminuire l'esercizio della servitù o a renderlo più inco­modo, tutela l'utilitas assicurata dal titolo e non quella che di fatto il proprietario del fondo do­minante ritenga in atto di trarre dalla servitù ed esclude, conseguentemente, non solo il potere del proprietario del fondo servente di eseguire opere che riducano o rendano più incomodo l'esercizio in atto della servitù ma anche il potere di ese­cuzione di opere che riducano la possibilità del proprietario del fondo dominante di trarre dalla servitù la più ampia utilità assicurata dal titolo.

Cass. n. 4523/1993

Ai fini dell'accertamento dell'aggravamento dell'esercizio della servitù in dipendenza della tra­sformazione operata sul fondo dominante, questa va considerata non in sé stessa, come risultato di un'attività consentita o non consentita nel norma­le esplicamento dei poteri dominicali, bensì nelle implicazioni che ne derivano a carico del fondo assoggettato e di conseguenza occorre accertare se l'innovazione effettuata sul fondo dominante abbia alterato l'originario rapporto con il fondo servente, ed in particolare se il sacrificio imposto dal fondo servente sia in misura maggiore rispetto a quella originariamente contemplata.

Cass. n. 8945/1990

Qualora il proprietario di un fondo gravato da una servitù di passaggio proceda ad opere di ristrutturazione incidenti sull'esercizio della servitù, il giudice non può ritenere giustificata la trasformazione solo in considerazione della dina­mica dei rapporti e dell'evolversi delle situazioni sociali, ma deve vagliare la compatibilità della trasformazione con il libero e comodo ingresso che la normativa, in materia di servitù, vuole garantito al titolare del diritto di passaggio, in riferimento al divieto imposto al proprietario del fondo servente di diminuire l'esercizio della servi­tù o di renderlo più incomodo (art. 1067, secondo comma).

Cass. n. 6201/1990

Con riguardo a servitù di passaggio su un fondo a favore di altro fondo e dei fabbricati da realizzare sullo stesso, i proprietari di detti immo­bili non possono trasferire al comune il diritto di transito sull'altrui fondo, perché venga esercitato dalla collettività, rendendosi in tal modo più gra­vosa la condizione del fondo servente, in violazio­ne degli artt. 1071 e 1067 c.c.

Cass. n. 6050/1990

In tema di servitù di passaggio, il proprie­tario del fondo servente può stabilire, senza il consenso del proprietario del fondo dominante, le modalità di esercizio della servitù, purché in conformità al titolo e comunque in modo da non recare impedimenti o difficoltà all'esercizio del passaggio da parte del titolare della servitù.

Cass. n. 3849/1989

L'aggravamento di una servitù, che derivi da innovazioni o divisioni del fondo dominante (nel­la specie, aggravamento di servitù di passaggio di veicoli, provocato, con la costruzione di una auto­rimessa, dall'acquirente di una piccola porzione del fondo dominante), non implica l'estinzione della servitù medesima, ma abilita il proprietario del fondo servente a chiedere la rimozione dell'ag­gravio, con ripristino delle originarie modalità di esercizio (oltre l'eventuale risarcimento del dan­no).

Cass. n. 1401/1986

L'inosservanza, da parte del proprietario del fondo servente, del divieto di compiere opere, che rendano più incomodo l'esercizio della servitù (art. 1967 secondo comma c.c.), è ravvisabile con riferimento ad aggravi apprezzabili e permanenti, e, pertanto, va esclusa quando si tratti di opere che comportino una scomodità del predetto esercizio solo eventuale o saltuaria, ovvero si risol­vano in un mero aggravio di spesa sopportabile dallo stesso autore. (Nella specie il proprietario di un cortile gravato di servitù di scarico delle acque pluviali di un edificio, aveva collocato in appoggio del muro di tale edificio, del quale era condomino, canne fumarie che non menomavano, secondo l'accertamento dei giudici del merito, la servitù di scarico, ma rendevano solo più complessa e costosa l'eventuale riparazione della condotta at­traverso la quale si esercitava lo scarico stesso).

Cass. n. 3843/1985

Il semplice fatto di una innovazione apportata al fondo servente non può essere considerato di per sé costitutivo di una limitazione della servitù se non costituisca anche un danno effettivo per il fondo dominante, in quanto l'eser­cizio della servitù è informato al criterio del mi­nimo mezzo, nel senso che il titolare di essa ha il diritto di realizzare il beneficio derivantegli dal titolo o dal possesso senza appesantire l'onere del fondo servente oltre quanto sia necessario ai fini di quel beneficio.

Cass. n. 809/1985

Ai fini dell'accertamento dell'aggravamento dell'esercizio della servitù di passaggio in dipen­denza della trasformazione operata sul fondo dominante, questa va considerata non in sé stes­sa, come risultato di un'attività consentita o non consentita nel normale esplicamento dei poteri dominicali, bensì nelle implicazioni che ne deri­vano a carico del fondo assoggettato al transito, e di conseguenza occorre accertare se l'innovazio­ne effettuata sul fondo dominante abbia alterato l'originario rapporto con il fondo servente, te­nendo conto, da una parte, dell'estensione e delle modalità di esercizio della servitù in base al titolo e, dall'altra, dell'entità del sacrificio imposto al fondo servente eventualmente in misura maggio­re rispetto a quella originariamente contemplata.

Cass. n. 4368/1982


Quando la veduta, anziché sul piano ter­raneo, s'apra sul tetto del vicino, il titolare della relativa servitù non ha un diritto potiore, nel sen­so che quel tetto debba essere inaccessibile ed il proprietario del fondo servente non ha l'obbligo d'astenersi dall'accedere al tetto medesimo, né gli è fatto divieto di trasformarlo in lastrico solare, ancorché accessibile, purché tanto non comporti violazione del disposto dell'art. 907. Quindi se la veduta è sorta ad un'altezza inferiore a tre metri rispetto al contiguo e meno alto fabbricato del vi­cino, essa comporta che questi non possa elevare la sua fabbrica in aderenza ma non preclude di trasformare il tetto a tegole in un piano accessibile, non più elevato del precedente.

Cass. n. 2278/1982

Non costituisce aggravamento della servitù di veduta, ai sensi dell'art. 1067 c.c., la copertura di una terrazza da cui si esercita la veduta stessa, in quanto la copertura, pur potendo consentire un uso più intenso e assiduo del diritto, non ne amplia il contenuto essenziale, perché lascia inal­terati i limiti della inspectio e della prospectio sul fondo vicino.

Cass. n. 6060/1981

In tema di servitù prediali una questione di aggravamento di servitù in conseguenza di inno­vazioni, da risolvere in base all'art. 1067 citato, si configura soltanto nei limiti nei quali trattasi di aggravamento compatibile con la regolamen­tazione della servitù ricavabile dal titolo (o, in difetto, dai surrogatori criteri legali), mentre, ove risultino esclusi dal titolo quell'estensione o quel modo di esercizio del diritto gestito o preteso dal titolare del fondo dominante, non è più l'entità dell'aggravamento che ha rilievo, ma la carenza del titolo e, con essa, la mancanza dello ius in re aliena nella qualità e quantità invocate.

Cass. n. 5953/1981

La concessione di una servitù di passaggio sulla via privata sulla quale già altri abbia analoga servitù, pur determinando la possibilità di una maggiore intensità di transito, non importa di per sé diminuzione o maggiore incomodità di eserci­zio della servitù più antica e, pertanto, incombe al titolare di questa l'onere di dimostrare l'avvenuta alterazione in suo danno dell'esercizio della servi­tù.

Cass. n. 3370/1981

Costituisce aggravamento della servitù di veduta, non consentito dall'art. 1067 c.c., l'am­pliamento di aperture esistenti, in guisa da ren­dere più agevole l'inspicere e il prospiciere in alie­num, con corrispondente maggiore aggravio per il fondo servente, il cui proprietario è legittimato all'azione di manutenzione che tende appunto a conservare lo stato attuale del possesso e, quindi, a respingere ogni limitazione che — normal­mente attraverso la modificazione dello stato dei luoghi — implichi un diverso modo di essere del possesso e del suo esercizio.

Cass. n. 3125/1978

Le opere che l'art. 1067, secondo comma, c.c. vieta al proprietario del fondo servente sono soltanto quelle che si riflettono, alterandolo, sul contenuto essenziale dell'altrui diritto di servitù quale è determinato dal titolo, e, precisamente, sulla natura e sull'estensione dell'utilitas che di quello costituisce l'oggetto. Non comporta diminuzione dell'esercizio di una servitù di passaggio l'esecuzione, sul fondo servente, di opere che, pur riducendo la larghezza del sentiero all'uopo di fatto praticato, la conservino nelle dimensioni stabilite nel titolo costitutivo.

Cass. n. 1930/1978

Le innovazioni eseguite nel fondo servente con la riduzione dello spazio disponibile per l'esercizio di una servitù di passaggio pedonale e la modificazione del relativo tracciato originario non costituiscono fatti di spoglio del possesso della servitù quando, in concreto, non causano una diminuzione delle utilità che costituiscono il contenuto di quel diritto, non impediscono la soddisfazione di alcuna di quelle esigenze del fon­do dominante che esso è destinato ad appagare e non incidono sulle modalità del suo esercizio rendendolo più difficile. (Nella specie, la Corte Suprema ha ritenuto ispirata a esatti principi di diritto la decisione del giudice del merito che ha escluso che la riduzione — da metri 4,50 a metri 1,50 — dell'ampiezza dello spazio destinato a pas­saggio pedonale e la modificazione — da rettilineo ad angolare — del tracciato del relativo percorso costituissero spoglio del possesso della servitù, non rendendone più incomodo l'esercizio, attese le condizioni disagevoli dell'originario passaggio).

Cass. n. 1089/1978

Il proprietario del fondo dominante può far valere la responsabilità di quello del fondo servente, per violazione dei doveri connessi alla servitù, ivi compreso il dovere generale di «non compiere alcuna cosa che tenda a diminuire l'esercizio della servitù od a renderlo più incomo­do» (art. 1067 secondo comma c.c.) non soltanto per fatti direttamente commessi da detto secondo proprietario, ma anche per fatti posti in essere da terzi con la sua tolleranza.

Cass. n. 4811/1977

Ai fini del riscontro dell'aggravamento della servitù, vietato dall'art. 1067 c.c., il giudice non deve limitarsi a considerare l'utilitas, ovvero l'oggetto della servitù nella sua specifica essenza qualitativa, ma deve considerarne anche l'entità quantitativa attraverso l'esame delle condizioni che, alla stregua del titolo, ne hanno consentito la realizzazione; costituisce, pertanto, aggravamento della servitù di veduta l'apertura di una nuova fine­stra nel piano di una nuova costruzione realizzata in un preesistente edificio già titolare della servitù.

Cass. n. 2521/1977

Il proprietario del fondo gravato da servitù di veduta deve astenersi da atti o comportamenti che ne rendano più difficoltoso l'esercizio, ovvero che sottraggano un certo spazio al suo godimen­to, ma non è anche tenuto a rendere impratica­bile l'area interessata dalla veduta medesima, precludendo su di essa il passaggio o la sosta di persone. Pertanto, con riguardo al possesso di una servitù di veduta, esercitata verso un solaio di copertura, il comportamento del proprietario del fondo servente, consistente nel trasformare quel solaio in un accessibile piano di calpestìo, non è di per sé qualificabile come molestia o turbativa di detto possesso, ove non si traduca in alcun impedimento o limitazione alle facoltà del vicino di affacciarsi e di guardare.

Cass. n. 1697/1976

In tema di servitù volontaria, al fine di sta­bilire se un'opera innovatrice, eseguita dal pro­prietario del fondo servente, sia tale da impedire, restringere o rendere più gravoso l'esercizio della servitù, e, quindi, concretizzi violazione del divieto di cui all'art. 1067 secondo comma c.c., occorre far riferimento al titolo costitutivo della servitù medesima, nel senso cioè di considerare illegittima solo l'opera che comporti un'obiettiva diminuzio­ne delle utilità, od insoddisfazione delle esigenze del fondo dominante, come contemplate nell'atto costitutivo, ovvero concretamente incida sulle mo­dalità di esercizio del diritto, rendendole più diffi­coltose rispetto a quanto previsto nell'atto stesso.

Cass. n. 476/1975

Il divieto sancito dal capoverso dell'art. 1067 c.c. a carico del proprietario del fondo servente di diminuire o di rendere più incomodo l'esercizio della servitù comporta — tra l'altro — per il pro­prietario del fondo servente l'obbligo di non mo­dificare lo stato dei luoghi, in guisa da diminuire o rendere più incomodo l'esercizio della servitù. Siffatto obbligo, quanto meno nell'ipotesi in cui i fatti che danno luogo alla sua violazione inge­nerano una permanente riduzione dell'esercizio della servitù, per essere validamente rimosso ri­chiede una modifica della servitù, la quale, a nor­ma dell'art. 1350, n. 4 c.c., può avvenire consen­sualmente, sotto pena di nullità, solo se la relativa convenzione venga stipulata nella forma scritta.

Cass. n. 1543/1974

Le limitazioni pubblicistiche incidenti sull'accesso ad una pubblica via non possono legittimare una corrispondente limitazione della servitù di passo, convenzionalmente costituita in relazione a detto accesso, in quanto estranee, per le finalità di ordine pubblicistico che tendono a perseguire, alla disciplina pattizia della servitù privata; quelle limitazioni non sono opponibili dal titolare del fondo servente a quello del fondo dominante.

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Quesito n. 10910/2014 lunedì 4 agosto 2014

Federico B. chiede

Salve
Per arrivare alla mia abitazione ho una servitù di passaggio su una strada di circa 500 metri.
Il proprietario del fondo ha installato 2 sbarre, inizio e fine strada, consegnandomi solo le chiavi, sono quindi costretto a scendere dall'auto ogni volta, con qualsiasi tempo, per aprire le sbarre manualmente.
Non esiste campanello, citofono, telecomando o apertura automatica e quindi per aprire a eventuali visitatori devo sempre usare l'auto.
Mi trovo in una situazione di grande disagio e di continua apprensione anche perché soffro di patologia cardiaca e in caso di malore mi troverei isolato.
Ho già presentato istanza al tribunale, tramite avvocato, ma l'udienza sarà in ottobre 2014 e non intendo aspettare 3 mesi.
Ho già mandato un esposto alla Procura relativo all'art. 1067 del C.C. ma non ho avuto riscontro.
Se io prendessi l'iniziativa di tagliare le sbarre, quali potrebbero essere le conseguenze a livello penale ?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10910/2014 [risposta a pagamento]

La situazione ipotizzata nel quesito sembra configurare un tipico caso di delitto di cui all'art. 392 del c.p., che disciplina il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose.
Dice il codice penale che chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé, mediante violenza sulle cose, è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a cinquecentosedici euro.
Agli effetti della legge penale, si ha violenza sulle cose quando la cosa venga danneggiata o trasformata, o ne sia mutata la destinazione.
La ratio della punibilità del delitto in esame si riscontra nella tutela del cd. monopolio giudiziario della risoluzione delle controversie tra privati, e quindi della pace sociale che sarebbe compromessa se si lasciasse spazio alla giustizia privata. Inoltre, rileva anche l'interesse del privato a non subire la condotta lesiva altrui.
Presupposto del reato è l'esistenza di un preteso diritto in capo a colui che agisce, inteso come un diritto che non deve essere necessariamente già esistente, ma per lo meno putativo (che ragionevolmente può esistere): nel caso di specie, il diritto ad ottenere il miglior godimento della servitù è sicuramente meritevole di tutela e quindi si può dire esistente un diritto in capo al titolare del fondo dominante.
Altro presupposto è che sia possibile il ricorso all'autorità giudiziaria, sia in termini materiali che giuridici: anche questo elemento sussiste nella fattispecie, tanto che il titolare della servitù ha già agito in giudizio, ma è in attesa che si celebri la prima udienza.
Compiendo il gesto di tagliare le sbarre, inoltre, si concreterebbe anche l'elemento della violenza sulle cose, intesa anche come impedimento, alterazione o modificazione dell'utilizzabilià della cosa.
Il delitto di ragion fattasi ex art. 392 c.p., secondo la giurisprudenza, assorbe quello di danneggiamento, in quanto tale fatto, pur potendo costituire un reato a sé (art. 635 del c.p.: "Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a trecentonove euro"), rappresenta un elemento costitutivo del primo reato. Si avrebbe, invece, concorso di reati nel caso in cui il delitto di ragion fattasi venisse compiuto dall'agente ponendo in essere fatti che vadano oltre i suddetti limiti, come la lesione personale o il sequestro di persona (v. tra le altre Cass. pen., sez. V, 15.10.1980 n. 10352).

Tag: esercizio arbitrario delle proprie ragioni, danneggiamento

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